Aridateci il sudore

Rieccoci con l’estate più calda degli ultimi anni. E con l’aria condizionata che non si sopporta più. I medici consigliano di non superare mai un differenziale di dieci gradi fra la temperatura degli uffici e quella del marciapiede. Nel mondo biologico dei rapanelli vizzi e del chilometro zero non sono contemplati i volti lucidi. Sudore e polvere nel “Gattopardo”.
Aridateci il sudore

Frank W. Benson (1862-1951), “Summer”, 1909 (Providence, Risd Museum)

In un mondo condizionato al freddo di quindici-diciotto gradi che suonano come la guerra omonima, è diventato molto difficile convincere il prossimo che in estate si ritiene legittimo avere caldo e persino sudare. Taxi, bar, uffici; mai una tregua da giugno a settembre. Bisogna sempre avere una valida giustificazione pronta per chiedere di alzare il termostato, ma valida davvero e che non sia solo la legittimità del sudore, anche leggero, magari quel velo di umidità che imperla il labbro superiore e che qualcuno riterrebbe perfino sexy. Questo è il mondo che al sudore ha messo l’altolà e che oltre alla prova costume esige quella delle ascelle. Gli psicopatologi dicono sia una perversione sessuale; le hanno dato un nome che compare nel dizionario, mascalagnia, ma nessuno deve averlo spiegato ai maghi del marketing Neutro Roberts o forse sì, visto il successo dello spot in cui una fresca mammina si fa rendere omaggio da figli e marito pronti ad uscire di casa nell’incavo ascellare invece che sulla guancia.

 

Dunque, è ormai assodato che in estate, negli ambienti chiusi, si debba vivere a temperature che in primavera riteniamo meno che tiepide tenendo a portata di mano il golfino da buttarci sulle spalle: se nello choc termico continuo fra esterno e interni finiamo per trascorrere l’estate con la bronchite, siamo noi che non abbiamo il fisico e in questo mese di luglio, in apparenza, fa troppo caldo perché qualcuno ci dia retta quando ricordiamo che i medici consigliano di non superare mai un differenziale di dieci gradi fra la temperatura degli uffici e quella del marciapiede. Ancora due giorni e qualcuno andrà al tg per dirci che un’estate così non si vedeva dal 2003, anzi dal 1978 e che nei tempi addietro, quando i gas di scarico immessi nell’aria non avevano ancora provocato l’effetto serra, le estati erano più temperate e il caldo “meno percepito”, raccomandando quindi di far bere molta acqua e di farne bere agli anziani e ai bambini. La socialità vive di miti e di certezze, dopotutto chiunque di noi ritiene di vivere nel più straordinario dei momenti storici possibili fosse pure il peggiore di tutti, per cui il fatto che i quaranta gradi, in Italia e altrove, a luglio si tocchino con regolarità da un paio di secoli ci appare del tutto ininfluente. Di un caldo come quello che affligge noi non ha mai sofferto nessuno, vai con il quindici-diciotto.

 

Dagli atti della giunta per l’Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola dell’anno 1884, risulta che nell’estate del 1861 nella stazione meteorologica di Roma la temperatura toccò molto frequentemente i 36 gradi, con punte di trentotto. Sono né più né meno i gradi che surriscaldano le piazze della capitale in questi giorni, ma tutti erano fin troppo contenti di boccheggiare sotto le redingote di lino e le crinoline dopo circa cinquecento anni di freddo intenso, cioè di quel fenomeno conosciuto dagli esperti come “piccola glaciazione”, durato dal Medio Evo fino al 1850 circa. C’erano state stagioni estive apocalittiche. Nel giugno del 1816,  in molte aree del pianeta era caduta una fitta neve rossa a causa di una serie di eruzioni vulcaniche successive che avevano riempito il cielo di polveri e particelle, oscurandolo e provocando una brusca caduta delle temperature quasi ovunque. Molti storici sono concordi nel ritenere che la corsa all’ovest, cioè la ricerca di terre fertili e soleggiate, avvenne proprio per via di quelle nevi cadute sulle coste attorno a Boston e lungo la dorsale che scende fino a Savannah in piena estate. Di sicuro, in quello stesso giugno 1816 Mary Godwin scrisse il Frankenstein e vorrà pur dire qualcosa. A leggere qui e là, pare proprio che tutto l’Ottocento venne spazzato da un’infernale sequenza di variazioni climatiche, chissà a chi avranno dato la colpa allora.

 

Il 1861 fu particolarmente caldo, ma se ho scelto di approfondirne le condizioni meteorologiche è perché corrisponde al periodo in cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa ambienta la famosa villeggiatura dei principi di Salina a Donnafugata. La scena della riduzione cinematografica di Visconti in cui la famiglia entra nella cattedrale del paese dopo il viaggio da Palermo con i visi e gli abiti gessosi di polvere, sudore e compostezza, mi torna in mente ogni volta che io o qualcuno della famiglia rientra a casa la sera prima di buttarsi sfatto, sporco e pieno di sensi di colpa per il proprio aspetto sotto la doccia. Quella scena rappresenta la mia idea dell’estate ecologica, zero elettricità, finestrini dell’auto spalancati sul frinire delle cicale, il corpo lasciato a combattere il caldo con mezzi propri e ad espellere tossine senza bisogno di altre attività se non quella di lasciarsi vivere, ma sudare non è mai stato meno chic di oggi. Nel mondo biologico dei rapanelli vizzi e del chilometro zero non sono contemplati i volti lucidi. La mia iconostasi fittizia, alla quale sacrifico ogni giorno un numero imprecisato di t shirt fresche, per chiunque altro equivale al punto zero dell’abiezione autoindotta, al cuore di tenebra dell’estate, the horror, the horror. Qualche anno fa chiesi a Piero Tosi, che di quella scena come di tutte le altre era stato l’artista, che cosa avesse usato sui volti e le vesti degli attori. Terra e polvere di gesso. Ne aveva spruzzata in abbondanza sulle figure degli attori già “in posizione”, Burt Lancaster, Lucilla Morlacchi e Rina Morelli, la sua preferita. Riuscivano a malapena a sbattere le palpebre. A Luchino Visconti non sembrava mai abbastanza. Quando disse che andava bene così, grazie, apparivano immoti e inquietanti come calchi pompeiani, che era proprio l’effetto ricercato per rappresentare una classe in disfacimento, morta a propria insaputa. Nessuna stagione, nessun luogo avrebbe potuto raccontarlo meglio; forse solo la Venezia di fine estate, folle di scirocco, di Thomas Mann e dello stesso team al lavoro sulla faccia di Dirk Bogarde. Menti intorpidite, sensi rallentati, vesti gessose, tinta per capelli stillante nero pece.

 


Forse che nell’estate caldissima del 1861 le signore sotto i quattro, cinque strati dei loro indumenti non soffrivano il caldo? Giuseppe Tomasi di Lampedusa ambientò in quel periodo la villeggiatura dei principi di Salina nel “Gattopardo” (nella foto, un’inquadratura del film di Luchino Visconti)


 

Non so se in quell’estate del 1861 le signore che uscivano presto la mattina nelle strade perlopiù sterrate e polverose per la loro passeggiata di salute soffrissero il caldo sotto i quattro, cinque strati di indumenti (camicia senza maniche, busto, camicetta, giacca, cappello di paglia, velo, guanti di pizzo o cotone e questo solo dal busto in su) quanto noi donne del 2016 che usciamo di casa a ogni ora praticamente nude (top senza maniche e se possibile senza reggiseno, mutande alla brasiliana, short, e questo sulla figura totale, cappello escluso) in città dove l’aria, costretta fra muri di cemento armato alti settanta metri e strade di asfalto liquefatto dal calore, diventa subito irrespirabile. Quale condizione è preferibile? Il busto con le stecche allacciato dietro, impossibile anche solo da allentare, oppure il tacco incastrato nel marciapiede rovente? Pensieri oziosi, impossibili da verificare o da mettere in pratica. Se mi stringessero in un busto oggi non riuscirei a respirare, asfalto o meno. Se l’avessero tolto a una mia coetanea del XIX secolo, non avrebbe posseduto la muscolatura necessaria per reggersi in piedi e perfino per stare seduta, a prescindere dall’urbanistica. A quei polmoni compressi fin dall’infanzia, il soffio dell’aria condizionata sarebbe stato probabilmente fatale, così come è stato uno choc per noi che siamo l’ultima generazione ad aver vissuto tutte le estati della nostra adolescenza facendone a meno, rinchiudendoci nelle ore canicolari al fresco delle nostre vecchie case dai muri dipinti di bianco, imparando fin da piccoli la toponomastica dell’ombra a seconda dell’ora della giornata, rifuggendo i fan coil che scoprivamo nelle nostre prime trasferte di studio negli Stati Uniti, rumorosissimi, dal getto impossibile da orientare e che pochi anni dopo avremmo ritrovato, regolati alla temperatura minima, a Hong Kong. Quando si usciva per strada e gli occhiali da sole si appannavano per lo sbalzo termico, si rischiava di finire travolti.

 

La diffusione dell’aria condizionata, una smania di sempiterna freschezza partita dagli hotel e le boutique di lusso con impianti raffinati di termoregolazione e subito adottata in ogni dove nella forma primordiale del bocchettone di aria gelida sparato sopra l’ingresso, causa di traumatici attacchi di cervicale e/o di fuga immediata nei soggetti molto sensibili, in Italia non attecchì davvero prima degli anni Novanta. Di sicuro, però, qui come a New York, non è mai stata fonte di ispirazione letteraria. Ne ho trovata una flebile traccia nella Sottile linea scura di Joe Lansdale, anno 2004, ma solo per contrasto, in absentia rispetto all’imperio della calura e al suo impatto sugli uomini e le cose (“visto che l’aria condizionata era ancora poco frequente, anche nei negozi, il caldo era veramente appiccicoso. Ci si sentiva cosparsi come di uno strato di melassa riscaldata”).  Siamo oggettivi, è difficile ambientare storie coinvolgenti al fresco del Pinguino. Il caldo, invece, intorpidisce la mente, ma ne amplifica le sensazioni e l’immaginazione. Come la notte, è una dimensione diversamente meditativa, in cui gli oggetti rivelano una natura nascosta; le finestre si trasformano in occhi e i portoni si aprono come bocche, topos peraltro molto frequente fra gli scultori barocchi come fra gli scrittori del tardo Ottocento tormentato dalle ricerche sull’aldilà. 

 

“Il paese (sembrava) abbandonato, senza un’ombra con tutte le finestre spalancate nell’afa, simili a tanti buchi neri”, scrive Giovanni Verga nel Mastro don Gesualdo che è un crocevia di interessi, vanità e sesso sullo sfondo di una Sicilia attivamente immobile nella propria afa e che tale non avrebbe potuto essere senza la retorica dei quaranta gradi all’ombra e dei campi necessariamente cotti, anzi abbruciati dal sole. Ecco il giardino pubblico che Pirandello, nel Ventaglino, descrive “meschino e polveroso (…) in mezzo alla vasta piazza cinta tutt’intorno da alte case giallicce, assopite nell’afa”, riecco l’estate “lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo” del Gattopardo. Sempre caldo, sudore, polvere. E con quelli, inscindibile, un meraviglioso sapore di libertà. Impariamo che l’estate è calda, appiccicosa, golosa e fatta per i nostri desideri fin dalle prime letture e che se durante il giorno si deve stare tappati in casa per il caldo, la notte si può salire sui tetti, anche solo accomodarsi sul terrazzino della camera con una coperta leggera, e dormire col naso all’insù in pieno centro città come l’eroe del nostro libro illustrato: “Huckleberry andava e veniva come gli pareva a lui. Col bel tempo dormiva sugli usci delle case e (…) poteva andare a pesca o a nuotare quando lo decideva lui”.

 

Abbiamo sognato estati sudate e sbracate e pesci gatto fritti anche se le nostre mamme ci costringevano allo smanicato in piquet e ai sandalini di cotone bianco a strisce. Crescendo, abbiamo immaginato lo sguardo di Humbert Humbert sui fianchi di Lolita che prende il sole in giardino e quello di Daisy Buchanan immobile a sventagliarsi sulle rive dell’Atlantico con il famoso labbro imperlato di sudore e sexy da morire. Sappiamo che cosa sia l’ora panica, l’ora senz’ombra, perché l’abbiamo imparato a viverla. Sapremmo riconoscere l’odore della massa sdraiata al sole nel suo impasto di “traspirazione evaporata” e creme solari come la racconta Pier Vittorio Tondelli in Rimini perché ne abbiamo fatto parte e continuiamo a farlo, e sappiamo anche che certe notti non si riesce a dormire, anzi “si schiatta” proprio come il Michele di Io non ho paura. Nulla di tutto questo potrebbe mai avvenire nel ron ron dell’aria condizionata, con le veneziane abbassate, nelle infinite sale riunioni in cui è impossibile capire che ora sia perché le ore sono tutte uguali, e scorrono identiche come certi serial televisivi americani in cui sai già che la capa è bionda e divorziata e l’ispettore la ama in segreto. L’aria condizionata impedisce la traspirazione, mantiene la piega al proprio posto e non fa raggrumare il fard sulle guance, ma nel suo gelido nitore prosciuga il soffio incostante, sorprendente della vita. Qualche settimana fa, accogliendo gli ospiti nel Colosseo riportato al bianco originario sotto i raggi di un sole senza requie, Diego Della Valle si è concesso la battuta migliore della stagione: “Abbiamo acceso l’aria condizionata, ma sembra che qui non sia possibile chiudere le finestre”.

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