Vicky for president. Storia della prima donna in corsa per la Casa Bianca

Altro che Hillary, la prima fu Victoria Woodhull nel 1872 e finì perseguitata. Troppo libertaria. Il suo programma elettorale, con cui spaccò il movimento femminista: abolizione della pena di morte, free love e altro ancora.
Vicky for president. Storia della prima donna in corsa per la Casa Bianca

Victoria Claflin, nata nel 1838 in Ohio, a quindici anni sposò il medico Canning Woodhull. Quando corse per la Casa Bianca, negli Stati Uniti non era ancora riconosciuto il diritto di voto alle donne

"Grazie a voi abbiamo raggiunto una pietra miliare: per la prima volta nella storia della nostra nazione una donna sarà la candidata di un importante partito alla presidenza”. Con queste parole, la democratica Hillary Clinton ha ringraziato i suoi elettori, che le hanno consentito di ottenere la nomination per il Partito democratico, incassando questa settimana anche l’appoggio dell’ex avversario Bernie Sanders. E’ vero, è la prima donna candidata del Partito democratico, ma “tecnicamente” non è stata lei la prima a correre per le presidenziali americane. Il primato spetta a un personaggio affascinante e controverso, un’outsider anche dei movimenti femministi di fine Ottocento, una donna tanto coraggiosa quanto estremamente “pericolosa”, un’“avventuriera”, secondo il giudizio di molti intellettuali dell’epoca, forse perché denunciò le ipocrisie e le falsità del suo tempo.

 

Victoria Claflin Woodhull, prima donna broker degli Stati Uniti, si faceva ritrarre dinanzi alla porta del suo studio al numero 44 di Broad Street, dove, insieme alla sorella Tennessee (entrambe definite “Queens of Finance” dal New York Herald), aveva dato vita, il 19 gennaio 1870, a un’attività in proprio come agente di cambio a Wall Street e dove, sfacciatamente e indossando pantaloni di foggia maschile, rilasciava interviste ai tanti reporter che, incuriositi, stazionavano davanti al palazzo. “Tutto quello che si dice dei diritti delle donne sono solo sciocchezze”, andava ripetendo ai giornalisti in attesa. “Le donne hanno tutti i diritti. E’ necessario soltanto esercitarli ed è quanto noi stiamo facendo”. E’ in questa logica che Vicky si trovò a sfidare il più grande censore del suo tempo, il temibile Anthony Comstock, un oscuro impiegato postale che, diventato special agent del New York Committee for the Suppression of Vice e, poi, official agent del Servizio Postale degli Stati Uniti, aveva fatto approvare dal Congresso americano, nel 1873, una legge sulla circolazione e sulla vendita di letteratura oscena ed immorale.

 

Ma chi era Vicky? Da molti contemporanei era stata definita “strana” per la sua personalità di donna coraggiosa, “brillante, ignorante e bella”. Una “terribile sirena”, che faceva esattamente ciò che voleva e che si muoveva, agile e silenziosa, come una tigre, pronta ad attaccare chiunque tentasse di fermarla. Vicky era una medium: praticava lo spiritismo e il libero amore e non se ne vergognava, ma scandalizzava con la sua stessa vita tutti coloro che ipocritamente praticavano la “doppia morale”, fino a pagare di persona, anche con il carcere, il prezzo delle sue scelte dirompenti ed audaci.

 

Victoria Claflin, settima di dieci figli, nacque nel 1838 a Homer, un piccolo insediamento sul fiume Ohio e, sin da bambina, manifestò – come la madre, del resto, che curava la sua numerosa prole con le preghiere e l’ipnosi – poteri di chiaroveggenza e di telepatia, poteri che, con la sorella più piccola, Tennie, avrebbe sfruttato adeguatamente da adulta, come nel caso dell’incontro con il milionario settantacinquenne Cornelius Vanderbilt, da poco rimasto vedovo. Depresso, il noto tycoon si era accostato allo spiritismo – molto in voga all’epoca – nella speranza di entrare in contatto con lo spirito della moglie defunta. Fu proprio in tale vuoto esistenziale che Victoria e Tennessee si inserirono, la prima portandogli messaggi dall’aldilà e, la seconda, ridente e gioiosa, alleviando le sue pene con la forza magnetica delle mani. Vanderbilt avrebbe chieso a Tennie di sposarlo, ma la giovane rifiutò e ciò contribuì ad accrescere la stima dell’uomo per le sorelle Claflin, da lui aiutate anche finanziariamente ad aprire l’ufficio di Wall Street.

 

Proprio nell’ambito delle sue tante attività come medium presso la St. Louis Society of Spiritualism del Missouri, Vicky aveva conosciuto il colonnello James Harvey Blood, un libero pensatore e sostenitore del free love, che sposò qualche anno dopo aver avuto il divorzio dal primo marito, Canning Woodhull, un medico di Rochester ormai dedito all’alcool e alla morfina, da lei accolto nella sua famiglia “allargata”, suscitando critiche feroci da parte della società del tempo per quella “strana” convivenza. In tale occasione, la Woodhull fu costretta a inviare delle lettere ai giornali, spiegando che aveva accolto il suo ex marito perché malato e sofferente e perché mal sopportava l’ipocrisia imperante contro il libero amore, tanto che proprio coloro che la criticavano erano quelli che poi lo praticavano nel segreto delle alcove.

 

Il matrimonio con Blood cambierà decisamente il corso della vita di Victoria, introdotta ormai in un entourage libertario e radicale che le consentirà di trovare una forte giustificazione teorica al suo modo di essere. Saranno questi gli anni più dirompenti e più intellettualmente vivaci e dinamici: dapprima, il suo ingresso a Wall Street; poi, la sua candidatura alle presidenziali da parte dell’Equal Rights Party, con il “riformatore nero” Frederick Douglass (che, però, all’ultimo momento preferì correre per Grant), una candidatura sostenuta attraverso la pubblicazione del Woodhull & Claflin’s Weekly, rivista di cui Vicky e la sorella erano proprietarie ed editors, uscita ininterrottamente dal 14 maggio 1870 al 10 giugno 1876. Ancora, le conferenze pubbliche da lei tenute su temi quali l’eguaglianza costituzionale, lo spiritismo, la rivoluzione sociale, il libero amore ed i principi della finanza; le memorie presentate al Congresso degli Stati Uniti e, infine, la denuncia pubblica dello scandalo Beecher-Tilton, che, indirettamente, le costò l’arresto a norma della legge Comstock. Questi saranno anche gli anni dell’incontro con l’allora giovane anarchico Benjamin R. Tucker e, soprattutto, con Stephen Pearl Andrews, che, dalle colonne della rivista di Vicky, lancerà le sue idee sulla pentarchia e sulla sovranità dell’individuo.

 

Vicky era pronta ormai a scalare la società americana e, per farlo, cominciò con una provocatoria dichiarazione alla stampa sulla questione femminile: “Durante la nostra esperienza di quindici anni, mentre abbiamo quasi unanimemente ricevuto il consiglio, il sostegno e l’approvazione del sesso opposto, il nostro stesso sesso ha universalmente rovesciato sudiciume su di noi. (…) Noi non apparteniamo alla schiera di coloro che fingono di credere che il nostro sesso sia privato della maggior parte dei suoi diritti dalla volontà dominante dell’uomo, ma, al contrario, sosteniamo che molte di noi sono maldisposte a fare il miglior uso delle più grandi opportunità”. Victoria, in sostanza, si proponeva come rappresentante vera delle donne, in alternativa al movimento femminista, troppo poco autonomo e dipendente dagli umori maschili, e, soprattutto, come una donna indipendente e libera. E, in nome di tale indipendenza individuale, annunciava la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, “avendo i mezzi, il coraggio, l’energia e la forza necessaria per la corsa”. Intanto, sulle pagine del Weekly, Victoria pubblicò una sintesi delle argomentazioni volte a dimostrare che il XIV e il XV emendamento concedevano già il diritto di voto anche alle donne e poi si recò a Washington per presentare un memoriale al Congresso, in cui – con ferrea logica – deduceva l’incostituzionalità delle leggi statali che impedivano alle donne di esercitare il suffragio.

 

Il Congresso non accolse le sue motivazioni, ma la presentazione del memoriale fu un enorme successo, tanto che Vicky fu chiamata a partecipare a pieno titolo alla battaglia della National Woman Suffrage Association, nonostante l’opposizione di molte femministe storiche che la giudicavano troppo “libera” e “indipendente”. Ma la Woodhull non si fece intimorire; anzi, diede vita a un nuovo partito, il Cosmopolitan Party, con una piattaforma programmatica insolita: innanzitutto, il diritto di voto alle donne; poi, la presidenza con un solo mandato e la nomina a senatori a vita degli ex presidenti degli Stati Uniti, la riforma del servizio civile, la giornata lavorativa di 8 ore, la riforma del sistema monetario, fiscale e del commercio tra gli stati, l’abolizione della pena di morte, una politica di welfare a sostegno dei meno abbienti, un sistema di istruzione pubblica, l’istituzione di un tribunale per dirimere le controversie internazionali e la costituzione di un esercito e di una flotta internazionali. Ma ciò che più di tutto entusiasmò la platea fu l’insistenza sulle libertà individuali e sul ridimensionamento dell’attività legislativa al varo di sole leggi generali, che non interferissero in alcun modo con il diritto di individui adulti di perseguire la propria felicità nei modi da loro liberamente e responsabilmente scelti. Fu così che Vicky fu etichettata definitivamente come una free lover, attirandosi le ire furibonde delle sorelle Beecher (Catherine ed Harriet), impegnate da tempo a indagare sulla sua vita privata allo scopo di screditarla pubblicamente.

 

Ma la Woodhull decise di contrattaccare sulle pagine dei giornali, rivelando che il grande predicatore Henry Ward Beecher aveva una relazione con una sua parrocchiana, Elizabeth Tilton, moglie del suo giovane amico e collaboratore. Vicky – abbandonata dal movimento femminista e dallo stesso Vanderbilt – continuò imperterrita a sostenere l’ipocrisia della società del tempo sulle pagine del Weekly. Ma, poiché la rivista veniva spedita per posta, incappò immediatamente nella maglie della Comstock Law e fu immediatamente arrestata. Ormai sola e abbandonata da tutti, Vicky trascorse in cella il 5 novembre 1872, mentre dappertutto, nei ventidue Stati in cui l’Equal Rights Party era presente con i suoi delegati, il suo nome veniva indicato sulle schede elettorali. Ella non compariva come candidata ufficiale sia perché donna, sia perché non aveva ancora compiuto i 35 anni previsti per correre per la presidenza degli Stati Uniti. Per lei, comunque, l’election day, che avrebbe dovuto segnare il suo provocatorio trionfo, si trasformò in un amaro giorno di prigionia.

 

Anche dopo essere stata rilasciata, la persecuzione di Comstock nei suoi confronti continuò, tanto che i suoi stessi critici cominciarono a rendersi conto che Vicky era diventata un vero e proprio capro espiatorio, perché aveva avuto l’ardire di mettere in moto un meccanismo più grande di lei, che poi – come un boomerang – era sfuggito al suo controllo e l’aveva isolata completamente. Victoria, alla fine, lasciò gli Stati Uniti e si trasferì in Inghilterra, dove morì all’età di 89 anni, non prima di aver fondato nel villaggio di Bredon’s Norton la Ladies Automobile Club (1904) e un college residenziale e un club per donne (1906).
Ancora oggi grava, su Vicky, il peso della sua personalità controversa. Il movimento femminista – attenutosi per anni alla storica censura della Stanton e della Anthony – sembra oggi pronto a riscoprirla come antesignana delle libertà femminili; i radicali e gli anarchici la ricordano solo per i suoi rapporti con Andrews e Tucker, ma non le hanno mai riconosciuto una reale capacità autonoma di pensiero; i sostenitori delle libertà civili, dal canto loro, la citano come bersaglio principale del Comstockerism, ma la sua emblematicità sfuma poi di fronte a tante altre vittime “eccellenti”, passate alla storia per altro e non certo per scelte personali all’epoca molto discutibili, come furono quelle di Vicky, che fatica ancora oggi a trovare il giusto riconoscimento per le sue azioni.

 

Del resto, non c’è da meravigliarsi per questo: Victoria è stata un’individualista nel senso più forte del termine e, in nome della libertà personale, ha vissuto, agito, sbagliato e pagato per ogni scelta da lei volontariamente compiuta. Il suo rampante individualismo ha rispecchiato perfettamente l’americanismo ottocentesco: infatti, si è sempre impegnata con tutta se stessa a perseguire obiettivi effettivamente molto avanzati per il suo tempo, e a ricercare un higher ground ancora precluso alle sue contemporanee. Al di là di qualunque etichettatura, la Woodhull sembra oggi lasciarci un’unica, fondamentale, testimonianza: quella di una vita profondamente libera, volontariamente scelta e vissuta in ogni sua parte.

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