Il continente bianco e nero

Seydou Keïta, il fotografo che svelò l’anima della società africana. Parigi riscopre un grande ritrattista.
Il continente bianco e nero

Foto di Seydou Keita

Quando un soggetto posa per un ritratto, di solito cerca di dare la migliore immagine di sé, indossando i vestiti e gli accessori più belli, curando ogni minimo particolare e adottando una posa lusinghiera capace di dargli ancora più decoro. Tutto questo, lo sapeva molto bene Seydou Keïta, uno dei più grandi ritrattisti del Ventesimo secolo, scoperto in Europa solo negli anni Novanta, quando furono ritrovati molti suoi lavori. Amava conservare e classificare minuziosamente i suoi negativi – in totale, sono più di diecimila – ma non le stampe, che andarono perdute e solo alcune sono state ritrovate, molti anni dopo, a casa dei numerosi clienti e dal suo corniciaio di fiducia che spesso, quando era l’artista a richiederlo, colorava i gioielli, le unghie e i copricapi presenti su certi suoi ritratti femminili. Molte sono in cattivo stato, perché esposte a intemperie di ogni tipo, dal caldo all’umidità, dal vento alla polvere, ma a guardarle bene, in quelle stampe vintage così particolari, quella che non è mai venuta a mancare, è la loro bellezza, uno dei tratti distintivi e inconfutabili delle sue opere.

 

Grande innovatore che ha fatto scuola, Keïta è stato paragonato spesso ad altri fotografi occidentali suoi coetanei molto più noti di lui, come il tedesco August Sander o l’americano Richard Avedon. “La sua notorietà crebbe rapidamente in tutto il suo paese, il Mali, ma anche nell’Africa occidentale”, spiega al Foglio Yves Aupetitallot, curatore della prima grande retrospettiva dedicata al fotografo africano a Parigi, alle Gallerie nazionali del Grand Palais. “Non è stato il cantore indigeno di una visione etnografica della società maliana, né il saggio portatore di un’estetica intuitiva e primitiva”, precisa. “E’ stato semplicemente un artista, uno dei migliori della sua generazione, portatore di modernità”.

 

Nato a Bamako nel 1920, all’epoca capitale del Sudan francese, oggi capitale del Mali, Keïta, non andò mai a scuola e a soli sette anni già lavorava come apprendista carpentiere dal padre e dallo zio. Fu quest’ultimo a dare una svolta alla sua vita regalandogli, nel 1935, la sua prima macchina fotografica, una piccola Kodak Brownie che portava sempre con sé appesa al collo, custodendola come un tesoro speciale. Decise che doveva saperne di più di fotografia e di quel mestiere caratterizzato spesso da regole non scritte che ebbe la possibilità di apprendere frequentando Mountaga Dembélé, fotografo e insegnante malese tra le due guerre, e lo studio di Pierre Garnier, sempre a Bamako. Nonostante tutto, però, riuscì a conservare quello spirito d’indipendenza fino alla fine della sua vita, fino al 2001, quando si spense in una città che amava, Parigi, scoperta negli anni Sessanta e mai più abbandonata. A diciannove anni, già si guadagnava da vivere facendo il fotografo e nel 1948 decise di aprire il suo primo studio, nel quartiere più animato della città africana, non lontano dalla stazione, “un luogo sempre pieno di gente, d’incontri e di chiacchiere”, come era solito definirlo. Nel giro di poco tempo, si specializzò in ritratti individuali o collettivi, realizzati quasi sempre su stampe che avevano dimensioni standard (le più richieste erano le 13x18 centimetri), in bianco e nero, con una preferenza per la luce naturale e solo raramente di dimensioni maggiori, perché quella carta, in quel contesto, ma non solo in quello, era molto difficile da trovare.

 

“La gioventù del posto era la sua principale clientela: uomini, ma soprattutto donne, attratti dal quel particolare modo di fare fotografia, preciso e sempre di qualità”, aggiunge il curatore di questa splendida mostra realizzata in collaborazione con la Contemporary African Art Collection/ The Pigozzi Collection di Ginevra. “Quelle persone volevano fermare un’immagine ideale di sé”, ci spiega mentre sorseggiamo un tè freddo nella caffetteria dell’imponente edificio progettato da Eugène Ferret con vista sugli Champs-Elysées. “Abbiamo cercato di realizzare un preciso percorso espositivo che è andato a ripercorrere la sua carriera artistica dal 1948 al 1962, quando chiuse definitivamente il suo studio per divenire fotografo ufficiale del governo fino alla sua pensione nel 1977”. (Pochi anni prima, infatti, nel settembre del 1960, la Repubblica del Sudan dichiarò la sua indipendenza e Modibo Keita, divenne il primo presidente della Repubblica del Mali, instaurando un regime socialista, ndr). “Pochi come lui riuscirono a immortalare in stile africano i soggetti che fotografava, inserendoli in scenari particolari ed estremamente rappresentativi della cultura e di quel modo di vivere. Fu un maestro per molti”.

 

Keïta amava la fotografia ed era sua intenzione dare ai clienti la più bella immagine possibile. Ciò che colpisce, nelle sue opere, è la grande abilità compositiva manifestata negli accessori, negli oggetti e nei soggetti stessi, sempre decisi a caratterizzare ogni singolo scatto e posizionati con il busto messo di tre quarti, in piedi o sdraiati, per non parlare poi degli sfondi, semplici e tipici maliani, arricchiti da un tessuto con motivi decorativi dai colori cangianti. Elementi, quelli da lui scelti, capaci di conferire unicità alla sua opera e di fornire un preciso spaccato sociologico e antropologico del Mali senza precedenti. Lo si può notare soffermandosi ad ammirare quegli uomini e quelle donne eleganti – che al Grand Palais sono stati mostrati in grandi stampe di grandi dimensioni (peccato per le luci non proprio ottimali) – che fissano l’obiettivo o guardano un punto fisso. I loro abiti sanno di fresco e di pulito e oggi, nell’insieme, sarebbero perfetti per una campagna pubblicitaria di una griffe ricercata e di qualità: le camicie di lino, i pantaloni scuri o a righe, le gonne lunghe, gli abiti bombati, i guanti, le collane, gli orologi, le cinture, i cappelli e altri copricapi diventano, nelle sue foto, dei valori aggiunti che attirano l’attenzione più dei personaggi stessi. Anche la musica era fondamentale ed era utilizzata per creare quella giusta atmosfera capace di scatenare la partecipazione dei clienti, un particolare aggiunto per realizzare delle foto che – come diceva – “dovevano essere silenziose e simboliche”.

 

Per lo sviluppo fotografico, Keïta utilizzò la tecnica della gelatina e dei sali d’argento, permettendo un passaggio netto dal bianco al nero e donando così alle immagini la giusta nitidezza e contrasti molto netti. “Fu all’avanguardia rispetto ai tempi, anche perché fu tra i primi a comprendere fino a che punto potesse arrivare il narcisismo umano”, aggiunge Aupetitallot. “L’attitudine a vedere e a catturare l’individualità è stata infatti una sua qualità straordinaria e costante”. Poco importa che quei modelli e quelle modelle (spesso, solo per un giorno) posassero con amanti, coniugi, bambini, con membri della propria famiglia, in gruppi o da soli: davanti a lui, si affidavano completamente alla sua esperienza e alla sua imperturbabile macchina fotografica. Fu sedotto dal prezioso apparecchio, e con quello sedusse migliaia di concittadini – africani come lui che fino a quel momento erano considerati invisibili e che nelle foto erano rappresentati sempre allo stesso modo – riuscendo così a far nascere in loro il diritto, oltre che il bisogno, di affermarsi, di farsi valere e vedere.

 

“Bisogna sempre avere delle idee nuove per attirare clienti che non si devono mai mettere davanti a un muro bianco, non è rispettoso”, era il suo mantra. Con i soldi ottenuti dai primi lavori, infatti, riuscì a comprare vestiti alla moda, mobili e accessori più disparati – tra cui una macchina, una moto e una bici – che fece divenire parti integranti delle sue fotografie. Fu il primo artista africano a utilizzare accessori diversi e mai visti prima in una fotografia, inventò pose nuove che attiravano e incuriosivano tanto che farsi fotografare da lui divenne un desiderio per molti, perché era un modo per mostrare al mondo le proprie ricchezze anche lì dove non c’erano, per far prova di uno spirito d’indipendenza, ma soprattutto per assumere un’identità moderna. Con il suo lavoro divenne, pertanto, il simbolo di una società nuova investita di mutamenti, caratterizzata dall’avvento della borghesia africana, dalla modernità e da una contraddizione evidente tra voglia di occidente e rispetto delle tradizioni locali. Era consapevole del valore che poteva avere l’utilizzo di alcuni accessori, come ad esempio una macchina nera, un tipico prodotto europeo che facilitava i trasporti e che serviva soprattutto agli interessi coloniali. A guardarle bene, le sue immagini sembrano dei dipinti in cui la realtà è volutamente tenuta lontana, perché ad avere la meglio è un messaggio che si fa simbolo, evidenziato da quei fondali particolari che fu il primo a utilizzare, ricchi di stampe bicromatiche, di costumi e di accessori che, come le posture, rimandano a uno specifico spaccato socio-culturale.

 

Oggi Keïta si ricorda e si celebra come un grande artista e la sua opera – simbolo della fine dell’epoca coloniale e dei codici di rappresentazione – ha aperto la strada all’èra di una fotografia africana decisa ad affermare la sua identità e modernità. Di lui, restano migliaia di immagini con soggetti sempre elegantissimi che abbiamo avuto l’onore di vedere tutti lì, insieme, in quei trecento ritratti appesi nel museo parigino, un’emozione che è poi continuata sfogliando le pagine del bel catalogo che accompagna la mostra. Uomini e donne rigorosamente in bianco e nero con i loro volti, attenti e vivi, che quasi interrogano chi si sofferma a guardarli, formando nell’insieme una galleria di personaggi dove a emergere è il talento del loro creatore, ritrattista per eccellenza della società africana di cui è riuscito a svelare cuore e anima.

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