Il chiodo di Henry James

Lo scrittore anglo-americano e il ricordo della vacanza romana legata all’incontro con un giovane scultore. Un ardore forse tutto epistolare.
Il chiodo di Henry James

Henry James e Hendrik Christian Andersen a Roma. Quando si conobbero, lo scrittore aveva 56 anni, lo scultore americano di origine norvegese 27

Potesse tornare a Roma, andrebbe al cimitero acattolico di Porta San Paolo. Unica meta. In quell’angolo di mondo c’era già stato nel 1873 quando si era abbandonato alle sue “vacanze romane”. Con le impressioni della città aveva riempito taccuini. Una selezione del suo italico memoir è raccolta adesso in un libro, Una vacanza romana e altri scritti (ed. elliot, 128 pp., 13,50 euro) cui sono state aggiunte immagini d’occasione, fotografie paraturistiche, per mostrare ciò che Henry James vide non con gli occhi ma con tutto se stesso. Ad aumentare passabili scorci che la scrittura di James fa già abbondantemente vedere come proiezioni mentali. Quando vi entrò per la prima volta, quasi un secolo e mezzo fa, il cimitero di Porta San Paolo, nella percezione di James, sembrò uno dei luoghi più solenni di Roma, “che è ingiusto chiamare triste”. Compì allora il suo pellegrinaggio sotto l’ombra mossa dei cipressi simili alle canne di un organo, in “mezzo agli oleandri che ondeggiavano con grazia”. Cercò Shelley nella “sua tomba felice”. E sotto il solido azzurro del cielo e l’ombra allungata della piramide, sull’erba, trovò John Keats e Miss Rosa Bathurst, la fanciulla annegata a sedici anni nel Tevere nel 1824: “… era il più bel fiore mai colto nel suo fiore…”. Si abbandonò: “Qui si tratta di una meravigliosa confusione di mortalità e un monito alla nostra promiscuità impotente nel crogiulo del tempo. Qualcosa di speciale agita il cuore…”. Un classico, la meditazione sulle tombe.

 

L’aggrovigliarsi dei pensieri e le pericolose identificazioni con i territori dell’aldilà. Le ombre con cui James fornicava. Un esercizio che lo accompagnò per tutta l’esistenza. Prigioniero dell’oblio e della memoria. Per lui nulla poteva essere cambiato, sempre in compagnia di rimorsi e di incubi. Una vita nutrita di vicende singolari, ai limiti dell’orrorifico. Storie di morti viventi. Di fantasmi in carne e ossa. Da chiedersi se Henry James, nell’aldilà, fosse andato e tornato più volte.

 

Allora… Se oggi gli fosse possibile tornare a Roma, andrebbe subito in visita al cimitero acattolico di Porta San Paolo. Per una storia, diciamo rimasta in sospeso. Eviterebbe le sepolture di illustri suscitatori di paesaggi imprendibili della memoria. Henry James cercherebbe una sola tomba, dove stanno i resti di Hendrik Christian Andersen, morto a Roma nel 1940, ventiquattro anni dopo James che aveva raggiunto le ombre inseguite per tutta una vita il 28 febbraio 1916.

 

James accende ora un cero. Un richiamo. Sta edificando un altare simbolico e reale per l’uomo inumato nella tomba. L’amico prediletto. Dopo la lunga separazione fisica, il comune stato della morte ha conferito loro, adesso, la medesima età. E’ un’immagine che ha continuato a formarsi da sempre nella mente di James, vecchio e stanco esploratore del cuore. Sa che in quel momento, sulla propria tomba lontana – morto a Londra le sue ceneri furono traferite nel sepolcreto di famiglia a Cambridge, nel Massachusetts – se qualcuno accendesse un cero lo “vedrebbe”. Come lui è lì per “vedere” Hendrik. La trepida e minuziosa analisi delle ragioni che la sorte, con la morte fisica, li ha portati alla separazione, si palesa nell’attimo medesimo in cui i due fantasmi, il suo e quello affiorato dalla tomba nel cimitero di Porta San Paolo, si stanno contemplando. In quell’attimo di alta affinità con il non visibile, in una seperba allucinazione, James “vede” Andersen. E lui si offre allo sguardo dell’altro. Vedono con gli occhi privilegiati della morte. Sono entrambi fusi in una sovrana affinità che li accomuna. Tra loro assenti e presenti. “Vivono” nella medesima astrazione. Le ombre di due ombre. Visto e non visto, davanti all’“amato ragazzo”, in un colloquio inteso fra chi non c’è più, Henry “rilegge” a Hendrik la lettera che gli aveva inviata il 9 febbraio 1902: “Il fatto che non posso aiutarti, vederti, parlarti, toccarti, tenerti stretto a lungo o fare nulla per tranquillizzarti e farti sentire la mia profonda partecipazione – questo mi tormenta, carissimo ragazzo, mi fa dolere per te e per me stesso; mi fa stridere i denti e gemere contro l’amarezza… Sono in città per qualche settimana, ma tornerò a Rye il 1° aprile, e prima o poi ti vorrei vedere là, e stringerti e lasciarti posare su di me come fratello e amante…”.

 

Si erano conosciuti nell’estate del 1899. Sulla terrazza romana di palazzo Accoramboni in borgo Pio, con vista su piazza San Pietro. Era la festa di nozze per la cugina di James, Louise van Rabé. In mezzo alla compagnia, alla luce del tramonto, l’anziano e celebre scrittore contemplava gli ultimi raggi di sole e ammirava i tetti e 1e cupole di Roma, e più in là la campagna con i suoi acquedotti circondati dai Colli Albani e dai Colli Sabini. Lui non aveva bisogno di parlare, gli bastava annuire, con segni di assenso, ogni volta che gli altri ospiti indicavano Castel Sant’Angelo e le masse scure degli alberi che segnavano il Pincio e Villa Borghese. Parlavano come se fossero in uno stato di eccitazione e meraviglia. Si trattava soprattutto di giovani. I loro leggeri abiti estivi si accordavano magnificamente alle rose, alle viole del pensiero e alla lavanda che i padroni di casa avevano fatto crescere sulla terrazza. Si intrattiene con con una coppia di amici, i coniugi Elliott. Lui, John Elliott, un pittore ritornato nel 1894 a Roma, la città prediletta dagli artisti amercani. Cercava l’ispirazione per gli affreschi da eseguire nella Boston Public Library. Lei, la moglie, è Maud Howe, figlia della celebre Julia Ward Howe, scrittrice e accesa femminista. Sono loro due che al maturo scrittore, James ha cinquantasei anni, presentano un giovane scultore americano d’origine norvegese, Hendrik Christian Andersen, che di anni ne ha ventisette. I giochi della sorte. James era a Roma perché, curiosamente, sia pur contro voglia, aveva accettato l’incarico di scrivere una biografia di William Wetmore Story, va a vedere proprio uno scultore. E va a vedere la casualità. Roma mette sulla sua strada un altro scultore che, da due anni, era a Roma per inseguire la propria vocazione artistica. Una specie di ardore ancora incompreso spinse James, il giorno dopo, a far visita ad Andersen, nello studio di via Margutta. Si era informato. Gli avevano detto che il bellissimo giovane scultore aveva estrema necessità. Era agli esordi. Nello studio di Andersen, lo scrittore acquistò un busto di terracotta che ritraeva un giovinetto d’una dozzina d’anni. Era il ritratto del pubere conte Alberto Bevilacqua Lazise, orfano di padre, cui Andersen faceva in un certo qual senso da precettore. Lo portava in giro per i musei educandolo al bello.

 

Rientrato in Inghilterra, nella sua casa, Lamb House nel Sussex, il 19 luglio 1899, Henry James scriveva ad Ansersen: “… il busto lo trovo ancora più incantevole e delizioso di quanto mi sembrava a Roma. Sono felice nel cuore di possederlo… Prode piccolo Bevilacqua e ancor più grande Maestro Andersen. Vi farete molti amici qui…”. James doveva essersi innamorato di quanto Andersen rappresentava. La giovinezza, intanto. La bellezza. L’arte. Nell’animo suo per quell’amore improvviso James doveva identificare in Hendrik la trasfigurazione e la memoria della “propria Roma”, quella della gioventù per lui perduta, quella delle emozioni e delle scoperte compiute con tuffi al cuore. Ed era così compreso, turbato, confuso da un sentimento talmente coinvolgente che, qualche tempo dopo, nel perdurante ricordo dell’incontro con il giovane scultore, scrivendo a Maud Elliott, l’amica che gli aveva presentato Andersen, ancora vagheggiava: “Quel festino di nozze nel giardino pensile in quel meraviglioso pomeriggio di giugno raccolse il tutto insieme, in un mazzo, e me lo conficcò dentro quasi come un chiodo dorato – una potenzialità di dolore e nostalgia”.

 

A Hendrik, lungo sedici anni, fin quando morì nel 1916, Henry James scrisse una settantina di lettere. Qualche curioso voyeur le potrà trovare in Henry James, Amato ragazzo (a cura di R. Momoli Zorzi, ed. Marsilio), dove è rievocata l’intensa passione tra i due, sempre sul filo di cosa potè essere successo e non successo tra loro. Gli incontri, nel groviglio della corrispondenza, fatti i conti, non furono più di sette nell’arco dei sedici anni. Il “rapporto” fu appassionatamente e intensamente epistolare. Le lettere riempono di nostalgia e desiderio il vuoto delle lunghissime separazioni. Il “chiodo dorato” dell’intensa esperienza romana aveva trafitto Henry James. Per sempre.

 

La forza del sentimento non impedì tuttavia a James di vedere come l’artista così amato, e nel quale aveva riposto tutta la sua entusiastica speranza, in realtà, con la sua foga creativa, non esprimesse opere di prorompente artisticità. Opere gigantesche, semmai. Giganti soltanto nelle proporzioni. E con l’onestà amorosa di cui James fu capace lo avvertiva: “Questa, carissimo ragazzo, è l’illusione terribile contro cui ti metto in guardia – quella che si chiama in termini scientifici Megalomania… Come posso gettarmi dalla tua parte quando mi riveli cose così fantasiose e fuori da ogni rapporto con qualsiasi realtà di qualsiasi genere nell’intero meschino mondo?” Per aggiungere, riferendosi alla spropositata enormità della folla di sculture di nudi prodotte da Anderson, una esortazione: “… fai palpitare quelle creature e fai loro bruciare e avvampare la carne, e fai funzionare la loro economia interna, e fai sentire il tormento della pancia e riempire la vescica…”.

 

Per poi abbandonarsi: “Lascia che la mia mano ti si adagi sulla spalla, che vi si posi leggera come una colomba la cui ala potresti accarezzare con la guancia: sentila lì il più a lungo possibile”.

 

Poi, nel 1904, James torna per l’ultima volta negli Stati Uniti, il suo originario paese. Era nato a New York. Dopo numerosi viaggi in Europa si sentiva ormai un inglese, un europeo. Compì il viaggio verso la fine della vita. Aveva inteso il “richiamo” della madrepatria. Rivedere i luoghi dove per lui era cominciato tutto, cui James dedicherà La scena americana, una specie di riscoperta della terra che gli aveva dato i natali. Più tardi, nutrendo le lettere a Hendrik di nostalgia, ritorna sempre più a contrapporre la sua vecchiaia con il pieno della giovinezza di Andersen. In una lettera del 12 agosto 1908 evoca le perdute ore del suo soggiorno romano. Torna a “…una cena apparccchiata alla sera, nell’oscurità calda e immobile che non faceva tremolare nessuna candela, sull’ampio alto spazio di un’antica loggia che guardava, da una parte, la grande Piazza con l’obelisco davanti ad una delle Porte, e dall’altra i1 Tevere e Trastevere in lontananza e più cose di quante possa nominare – soprattutto, per cosi dire, l’intero passato trascorso, la mite e confusa Roma romantica che si era amata e da cui si stava prendendo congedo proprio sotto la protezione dell’inghirlandato festino illuminato dalle lanterne e del giardino pensile che tutto dominava e abbracciava… Penso a te, sto sospeso con te, siedo con te nella indicibile dorata aria romana”.

 

E l’avventura artistica del “megalomane” Andersen com’era andata a finire? La scultura, i dipinti e gli scritti rimasti dimostrano la sua grande passione per opere grandiose, monumentali e di ispirazione classica. Opere che Andersen credeva avrebbero stimolato l’esaltazione della bellezza. Una fusione con il sublime. Gran parte del suo lavoro si era svolta in preparazione del vagheggiato progetto di una perfetta "Città Mondiale", affollata d’arte, e che avrebbe portato l’umanità tutta a fondersi in una diffusa estasi: il trionfo dell’utopia coniugato al godimento estetico.

 

L’autoesaltazione di Andersen per la grandeur, lo induceva a ostinarsi nella diffusione del suo “verbo estetico-filosofico”. Soltanto l’arte monumentale avrebbe portato al mondo pace e armonia. Il progetto chiedeva la creazione di una capitale subcontinentale, al centro della quale una eccelsa fontana, formata dalle sue gigantesche sculture, effondendo simbolicamente acqua, avrebbe diffuso la conoscenza a tutta l’umanità. La sua opera come un immenso organismo concepito da Dio. Davanti all’allucinazione artistica di Andersen si sarebbero realizzate tutte le aspirazioni dell’umanità. E negli anni, proseguendo nel suo visionario progetto, dopo la morte di James si dedicò ostinatamente a lavorare attorno a una foresta di sculture che sopravviveranno in quella che fu la sua romana casa-studio: Villa Hélène, dalle parti di piazzale Flaminio. Quando nel 1940 Hendrik Christian Andersen morì lasciò il suo atelier, patrimonio di illusioni – circa quattrocento sculture, gigantesche – allo stato italiano che, poi, nel tempo, trasformò quel luogo di sogni irrealizzati in un museo.

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