Crazy Earth

Se non avete ancora capito perché i giovani americani preferivano Bernie Sanders a Hillary (e pure a Trump), ascoltate Neil Young. Un mix ondivago e coerente di utopie hippie, ecologia, pacifismo. Ultimo mohicano di una stagione che fu, ma senza scalette-nostalgia.
Crazy Earth

Neil Young ha suonato ieri sera a Caracalla, a Roma. Stasera sarà al Summer Festival di Lucca e chiuderà il suo tour italiano lunedì 18 luglio a MarketSound a Milano

"With your chrome heart shining / In the sun / Long may you run”. Per un sacco di tempo aveva dovuto rispondere ai fan che non era una canzone d’amore. Poi finalmente lo spiegò per bene. La canzone era dedicata a Mort, un carro funebre Buick del 1948 trasformato nel primo pullmino della sua prima band, lassù nell’Ontario, e finito abbandonato nel parcheggio di un motel. Per dedicare una canzone d’amore a una donna basta essere poeti. Per dedicarla a una Buick del ’48, bisogna essere dei sognatori. Adesso è molto soddisfatto di avere sovrapposto in studio versi di animali – api, oche, grilli, mucche – e rumori di traffico urbano alle sue vecchie ballate e a qualche brano più recente nel nuovo album Earth. Ed è molto soddisfatto di essere riuscito a fermarle in un’unica traccia musicale di 98 minuti. Una follia tecnica di quelle che piacciono a lui, un concept album – categoria filosofica di cui è rimasto probabilmente l’unico cultore sulla faccia di Mother Earth – totalmente votato all’ecologia e a combattere le multinazionali che fa seguito al programmatico The Monsanto years e a Storytone, altra invenzione fuori standard per l’industria discografica: un album metà acustico e metà orchestrale, con 92 elementi in studio che raddoppiano i brani acustici. Amore, combustibili fossili e altre brutture planetarie.

 



 

Il mix ondivago e coerente di utopie hippie, ecologia, difesa dei nativi canadesi contro il fracking, pacifismo, concerti benefici per i farmer e di avventure tecnologiche da apprendista stregone, come la Lincvolt ibrida con biocarburante per cui si è speso per anni con più furia di quando distorce la chitarra elettrica. Il non guardarsi mai indietro – è uno dei pochi rocker della sua (ormai veneranda) generazione a non allestire scalette-nostalgia – e l’insistenza sulle cause perse fanno di lui l’ultimo mohicano rimasto in arcione di una stagione che fu, in mezzo ai dinosauri che cavalcano il passato – eccezion fatta soltanto per il suo amico Dylan, o per il Boss. Così ha attraversato i decenni come l’unico con qualcosa da dire ai più giovani. O almeno, il solo che quelli avessero voglia di stare ad ascoltare. Quelli del punk e del grunge, gli occupa-qualsiasi cosa, gli hipster che seguono la sua musica e sono stati determinanti nella cavalcata – perdente ma non culturalmente e sociologicamente trascurabile – di Bernie Sanders per la candidatura democratica.

 

Meccanico della musica, che cura con la stessa maniacalità i suoi trenini elettrici, le sue auto e i vecchi amplificatori Fender che riempiono i capannoni del suo ranch, le sue chitarre acustiche Martin dal legno graffiato da oltre quarant’anni di onorato servizio. Da lì deriva, forse, anche la potenza selvaggia delle sua cavalcate elettriche, la furia distorta con cui ancora maneggia la sua Old Black, la Gibson Les Paul del 1952 che barattò da Jimmy Messina (no, non il Jim Messina che pensate voi: Jimmy suonava il country-rock con i Buffalo Spreengfield e i Poco) e che è il marchio di fabbrica della sua musica, il suono ruvido che l’ha fatto trasmigrare come un grande spirito dalla West Coast alle generazioni successive.

 

Non è un nostalgico, anzi ama il progresso, ma a suo modo: la tecnologia separata dal business e al servizio di tutti, dagli standard di diffusione musicale alle automobili non inquinanti. L’altra faccia del sogno rock come esperienza “dal vivo” – in verità la si sente di più quando cavalca con i fidi Crazy Horse che non con questi giovani che ora lo seguono e lo assecondano senza timori di reverenza. E’ un miracolato, un sopravvissuto. Nel suo ultimo album dal vivo con i Crazy Horse, Psychedelic Pill, quattro anni fa, c’è una ballata interminabile, 27 minuti, che è un’ammissione di colpa e di missione fallita, e insieme un rilancio: “Io e i amici stavamo per salvare il mondo / stavamo provando a renderlo migliore /eravamo pronti a salvare il mondo / ma poi il tempo cambiò / E mi si spezza il cuore / a pensare quanto ci siamo andati vicini”.

 



 

Questa scorbutica fedeltà alla linea è ciò che gli ha fatto attraversare gli anni, suonare con i Pearl Jam e i Sonic Youth. Sul biglietto d’addio di Kurt Cobain con scritto “It’s better to burn out, than fade away” c’è un’intera letteratura. Anche se il “King is gone” della canzone era Elvis Prisley. Ma forse non ci avrebbe creduto nemmeno lui di tornare a essere, quasi per caso, la colonna sonora di una galoppata politica che ha tenuto la scena delle primarie democratiche, quella di un candidato più vecchio di lui, altrettanto radicale, altrettanto ben piantato nelle idee e nelle parole d’ordine di (ormai) due generazioni fa e concimate dalla lunga crisi del millennio. Insomma Bernie Sanders. Una strana sintonia di nicchia (“non vendo milioni di dischi e oggi per me è fondamentale fare solo quello che desidero”), ma evidente, della stessa natura di quella che gli analisti americani hanno faticato a capire per i giovani supporter di Sanders.

 

Così ora si porta dietro questa nuova band, Promise of the Real, anche se lui sul palco sembra sempre quello giovane. Se la tira dietro per un’utopia metà musicale e metà politica. La settimana scorsa il blog culturale dell’Economist, Prospero, ha provato a spiegare perché sia stato una delle star più esposte nel sostegno a Sanders. E’ perché detesta Donald Trump, uno che “sostiene l’odio, il bigottismo, espressione della superficialità e dell’ignoranza”. “Fuck you, Donald Trump”. Ma non è un falsificatore, non è Michael Moore. E’ vero che a Trump ha mandato gli avvocati per impedirgli di usare Rockin’ in the free World per la sua campagna elettorale. Ma a Billboard ha detto: “Ho qualche esitazione a parlare troppo di Trump, è una persona interessante”. Del resto, una volta due reporter della Cbs gli fecero un’intervista-imboscata per fargli dire che odiava Ronald Reagan. Lui rispose a muso duro che non gli andava di parlarne male senza conoscerlo, “aveva parlato delle comunità e della loro necessità di unirsi, lo aveva fatto in un modo che ritenevo ragionevole… Non credevo che fosse il cattivo dipinto da tanti”.

 

La storia di Rockin’ in the Free World spiega molte cose, ma Trump forse non la conosce. Viaggiavano sul solito pullmino dalle parti di Seattle, la tv mandava delle immagini del Muro di Berlino. Il suo amico chitarrista Frank “Poncho” Sampredo commentò: “Keep on rocking in the free world”, “continua a sbatterti nel mondo libero”. La canzone venne al volo, la eseguì dal vivo la sera stessa, rock abrasivo contro le disuguaglianze del liberismo. Poncho Sampedro ci mise anni, ma alla fine riuscì a farsi riconoscere una parte delle royalties. “E’ stupefacente che Trump non abbia notato nel testo un’ironia più dura che nemmeno il suono delle chitarre”, ha scritto l’Economist.

 

Gli piacciono le issues di Sanders. Ecologia, lotta al big business. Giorni fa a Londra, prima di comparire sul palco se n’è stato lì, a vedere due mani di agricoltori che seminavano semi naturali intorno agli amplificatori. Nel tour che sta facendo in Italia (ieri sera era a Caracalla a Roma, stasera al Summer Festival di Lucca, chiuderà al MarketSound di Milano lunedì), si siede a un vecchio pianoforte verticale e canta After the Gold Rush, visione surreale ecologista di 40 anni fa, e poi all’harmonium per Oh Mother Earth, 26 anni fa. Incrollabile fede ecologista.

 

E’ l’unica rockstar di dimensione tuttora mondiale a non mollare i suoi pallini. Il Farm Aid è il concerto benefico a favore dei contadini poveri del Midwest nato nel 1985 in collaborazione con John Mellencamp e Willie Nelson, leggendario folksinger il cui figlio, Lucas, suona ora nei Promise of the Real. Gira su YouTube un video del 2013, quando Nelson compì ottant’anni. Col cappellaccio e la chitarra a tracolla lui scende una mattina presto da uno dei suoi bus, nel parcheggio di un motel che più anonimo non si potrebbe nemmeno in un film del fratelli Coen, sale sul ballatoio, si ferma fuori dalla porta chiusa della stanza in cui Willie dorme e canta Happy Birthday. Poi se ne va, com’era venuto. Perché l’uomo che sta nella Rock and Roll Hall of Fame è così. Fedele alle amicizie, il contrario di una star.

 

Farm Aid è uno dei pochi eventi di questo genere sopravvissuto nelle sue genuine intenzioni, è lo specchio di una parte dell’America rurale. Che sia la parte che ha votato alle primarie per Bernie Sanders, non è necessario e non è nemmeno detto. E’ la stessa America che votò Reagan, che forse apprezza i toni di Trump. C’è un confine tra patriottismo, senso di appartenenza che travalica quelle piccolezze metropolitane che sono la destra e la sinistra. Al Tribute to Heroes organizzato da George Clooney nel 2001 cantò Imagine, con un cappello di paglia in testa. Let’s Roll l’ha scritto per raccontare l’eroismo dei passeggeri che cercarono di dirottare l’aereo che si schiantò in Pensylvannia.

 

L’annuale Bridge School Benefit Concert che organizza dal 1986 è l’altro appuntamento cui non rinuncerebbe mai. Ogni ottobre a Mountain View. Serve per raccogliere fondi per la scuola da lui fondata con la (ora ex) moglie Pegi per fornire istruzione con metodi didattici e tecnologici sperimentali a bambini con gravi handicap fisici e di linguaggio. L’hanno fondata per assistere il figlio Ben, nato tetraplegico nel 1978. Ha investito un sacco di energie e quattrini per la scuola, per progettare metodi e standard di alimentazione. Bisogna vederlo cantare Blowin in the wind girando le spalle al pubblico pagante, rivolto solo ai ragazzi intubati o in carrozzina che sono le vere star, lì sul palco. Non gli importa d’altro. Ha lavorato duro, per Ben, anche per creare dispositivi che da bambino gli permettessero di azionare i meravigliosi trenini elettrici zigzaganti attraverso smisurati plastici nel suo ranch in California.

 

I trenini elettrici sono qualcosa di più di un’ossessione. Ha una collezione storica di locomotori della Lionel, marchio mitologico del modellismo e dei giochi per l’infanzia americani. Una passione per tutto ciò che è connesso al movimento che fa il paio con quella delle automobili. Soprattutto storiche. Cadillac, Buick e Pontillac. Un amore che a che fare con un’altra utopia, in cui forse oggi ha un po’ smesso di credere, il progetto della Lincvolt. Ha fondato una vera azienda per convertire una Lincoln Continental del 1959 in un veicolo ibrido e che usasse biocarburante. Un sogno scientifico ecologista in cui ha cercato di coinvolgere le grandi case automobilistiche. Molte follie in corso d’opera, ovviamente: “Ho fatto molti errori grossolani: le cose non sono così solo perché ci credi o perché desideri che siano così”. Ma se avesse funzionato, e qui sta il motore di tutto, “il pianeta sarebbe stato più sicuro senza guerre per il petrolio, più pulito senza l’inquinamento. Non è andata così”. Perché poi sperimentare una simile idea partendo da una gigantesca Continental del 1959, e non da un veicolo più adatto, fa parte del personaggio e della sua estetica hippie come i trenini, le chitarre, gli amplificatori: sempre sospesa tra un passato mitico e mitizzato e un futuro anteriore altrettanto mitizzato.

 

C’è qualcosa di utopico, e tutto sbilanciato verso le nuove generazioni, anche nell’altro progetto in cui ha investito grandi cifre ed energie. Quello del sistema di riproduzione digitale in altissima definizione Pono, parola hawaiana che allude alla perfetta armonia, con cui tuttora prova a sfidare iTunes e Spotify. La crociata ha i suoi perché: non hanno mai sentito il vero rock come era suonato un tempo, non ne hanno mai percepito l’energia, dice. Perché gli attuali sistemi digitali riproducono solo il cinque per cento di ciò che è la musica. Commercializzato nel 2015, secondo i cultori della materia Pono non offre senzazioni superiori a quelle di un normale file audio acquistato e ascoltato con buone cuffie tramite uno smartphone di nuova generazione. Ma le sue sono battaglia donchisciottesche: “Lo streaming per me è finito”, ha scritto tempo fa su Facebook: “Non ho bisogno che la mia musica venga svalutata dalla peggiore qualità nella storia del broadcasting o di qualsiasi forma di distribuzione, non mi sento bene nel permettere che questo venga venduto ai miei fan”.

 

Del resto detesta per principio (come pratica un po’ meno), YouTube: “Se hai una reputazione, è in pericolo. Se ti dimentichi di quello che stai facendo, si vedrà du YouTube. Se te lo ricordi, si vedrà su YouTube. Se fai qualcosa di nuovo che non è ancora pronto o qualcosa di vecchio che non viene bene, andrà su YouTube. Se ti cola il moccio dal naso mentre stai suonando l’armonica…”. Un perfezionista dei sogni rimasto fedele alle sue idee e alla loro estetica e ai timbri musicali che la perpetuano, nei dischi brani nuovi che incide e che potrebbero essere usciti dai suoi sterminati Archives, che sta curando con cura filologica ovviamente maniacale.

 

Probabilmente è questo, più ancora delle sue morbide ballate folk, più delle sue ruvide sonorità elettriche che ne hanno fatto un ponte verso i musicisti degli anni a venire, a fargli vivere oggi una seconda, o anche terza, primavera da star movimentista. Il tour che porta in giro, ispirato all’album Earth è l’ultima, per ora, variazione su una scala musicale fedele a se stessa. Lui dice “io sento veramente il Grande Spirito e questo mi rende umile”, e sovrapporre le oche al rock è la sua ultima idea per dirlo. Seguendo una sua traiettoria controcorrente, ma che riempie di entusiasmo i cuori non solo dei vecchi sopravvissuti, ma anche dei giovani che non trovano altri ideali, altre formule magiche che spieghino altrettanto bene il mondo. Se vi chiedete com’è che tanti giovani preferivano Bernie Sanders a Hillary Clinton (e persino forse a Donald Trump), ascoltate Neil Young.

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