Lo Schindler giapponese

"Non ho mai dimenticato quello che hai fatto. Finalmente ti ho trovato", disse Yoshua Nishri a Chiune Sugihara nel 1968, dopo averlo incontrato per la seconda volta nella sua vita. Si abbracciarono.
Lo Schindler giapponese

Chiune Sugihara

Non ho mai dimenticato quello che hai fatto. Finalmente ti ho trovato”, disse Yoshua Nishri a Chiune Sugihara nel 1968, dopo averlo incontrato per la seconda volta nella sua vita. Si abbracciarono. Secondo i racconti, che ormai si confondono con la leggenda e il mito, Nishri aveva scelto di farsi assegnare come attaché economico dell’ambasciata israeliana in Giappone soltanto per poter ritrovare Sugihara. In tasca aveva ancora il visto di immigrazione firmato da Sugihara, quello che gli salvò la vita quando era un giovane ebreo polacco. Fu grazie a quel secondo incontro, a quell’abbraccio, che la storia del console giapponese in Lituania, Chiune Sugihara, tornò sui giornali e portò alla rivalutazione della sua persona – fino ad allora dimenticata.

 

Oggi lo chiamano lo Schindler giapponese. Grazie ai 2.139 visti firmati da Sugihara durante i ventinove giorni più difficili della sua carriera al consolato in Lituania – tra il 31 luglio e il 28 agosto del 1940 – ha salvato più di seimila ebrei (dai quali si calcolano più di quarantamila discendenti) rischiando la sua vita, la vita della sua famiglia e soprattutto sacrificando la carriera.

 

Una mattina del 1968 qualcuno telefonò a casa Sugihara dall’ambasciata israeliana di Tokyo. C’è qualcuno che vuole incontrarvi, disse la persona dall’altro capo del telefono. Dal 1947 la famiglia viveva a Fujisawa, nella prefettura di Kanagawa, e non era stato facile trovarli. A quel tempo l’ormai ex diplomatico lavorava per una ditta giapponese che esportava in Russia, e non aveva la minima idea della sorte delle persone a cui aveva consegnato i visti – Sugihara sapeva che i visti erano tecnicamente illegali: il Giappone, benché fosse alleato della Germania nazista, non aveva a cuore la causa antisemita, anzi.

 

Il problema del Giappone del 1940, esattamente come quello di oggi, era piuttosto una mera questione d’immigrazione. Per vivere su territorio nipponico bisognava avere un sufficiente ammontare di soldi, e gli ebrei che scappavano dalla Polonia e dalla Lituania non ne avevano. La guerra era ormai alle porte, e gli ebrei polacchi e i lituani che scappavano dalle loro case iniziarono a formare delle lunghe code fuori al consolato dove lavorava Sugihara. Il console domandò al ministero di Tokyo come avrebbe dovuto comportarsi. Lo domandò più volte. La risposta fu sempre la stessa: se non hanno denaro sufficiente, non possono entrare. Ma questo non lo fermò. Secondo quanto raccontato dalla moglie, Sugihara ogni giorno, per tutti quei ventinove giorni, firmò lo stesso numero di visti di transito che si facevano in un mese. Ogni tanto sua moglie gli massaggiava la mano dolente. Quando il governo di Tokyo gli chiese di chiudere il consolato – la guerra ormai era iniziata – e di tornare in Giappone, portò la sua famiglia alla stazione, e fin sopra il treno continuò a firmare visti, alcuni in bianco, lanciandoli dal finestrino. Sugihara fu fatto fuori dal corpo diplomatico giapponese nel 1947.

 

Nel 1968 Nishri convocò Sugihara in ambasciata, si riconobbero, e si abbracciarono. Quando chiese a Sugihara cosa avrebbe potuto fare per lui, per sdebitarsi, Sugihara indicò il figlio più piccolo, Nobuki: “Vorrei che studiasse in un’università israeliana”. La settimana successiva, Nobuki riceveva una borsa di studio e i biglietti aerei per Tel Aviv. Nel 1970 tutta la famiglia andò in visita in Israele, accolta dal governo.

 

La storia di Sugihara oggi è nota in Israele, in Giappone, e tra la comunità ebraica di Lituania e Polonia. Meno nel resto del mondo. Il mese scorso a Netanya, capitale della pianura costiera di Sharon, c’è stata una cerimonia pubblica per celebrare i trent’anni dalla morte dell’eroe giapponese, e per inaugurare una strada dedicata a Sugihara san – detto Sempo, come lo chiamano ancora oggi gli israeliani, perché quando arrivò nell’allora capitale della Lituania, a Kaunas, nel marzo del 1939 per aprire il consolato giapponese, nessuno riusciva a pronunciare il suo nome di battesimo. Alla cerimonia del mese scorso ha partecipato suo figlio Nobuki, che oggi ha 67 anni e parla fluentemente l’ebraico, avendo vissuto gran parte della sua vita tra Israele e il Belgio. La città di Netanya è quella più legata a Sempo: quasi tutte le famiglie aiutate dal console nipponico, dopo aver attraversato il Giappone con i visti di transito, si ritrovarono lì.

 

Nel 1985 l’Ente israeliano per la Memoria della Shoah lo insignì del riconoscimento di Giusto tra le nazioni, unico giapponese ad avere il suo nome inciso nel Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem di Gerusalemme. L’anno successivo, Sugihara morì, lasciando a sua moglie e ai suoi figli l’onere di raccontare la sua storia. Il mese scorso Nobuki ha partecipato a un tour in Israele per assicurarsi l’appoggio di Tel Aviv per un piccolo monumento dedicato a suo padre a Fujisawa. In quell’occasione è stato accompagnato dai rappresentanti della sezione asiatica dell'associazione israeliana StandWithUs. Il 29 giugno scorso sul Jerusalem Post Gilad Kabilo, direttore di StandWithUs Asia, ha scritto: “Purtroppo, la storia di Sugihara rimane ancora oggi ampiamente sconosciuta. Non badiamo a spese quando si tratta di insegnare le storie sull'Olocausto, eppure un diplomato di scuola superiore israeliano difficilmente conosce il nome di Sugihara. Questo è il prodotto del modo eurocentrico di insegnare la storia ai nostri figli, e rappresenta un’occasione mancata per dare ai giovani israeliani una visione più ampia del mondo. E’ una lezione importante quella di una persona che ha seguito la sua coscienza e ha fatto ciò che era giusto in una circostanza impossibile. Inoltre, la memoria di Sugihara è un potenziale ponte per i rapporti con il popolo giapponese, che hanno bisogno di vedere dei punti di luce nel buio della Seconda guerra mondiale”.

 

A raccontare i dettagli della vita di Sempo è stata per prima la moglie, Yukiko Sugihara, nel libro del 1995 “Visas for Life” (mai tradotto in italiano). Poi ci furono alcuni documentari, e un famoso dramma prodotto dalla televisione Yomiuri andato in onda nel 2005. Nell’ottobre 2015 è stato proiettato in anteprima mondiale a Kaunas, in Lituania, il film “Persona non grata”, diretto dal regista nippoamericano Cellin Gluck e prodotto dalla Nippon Tv. In Giappone è uscito al cinema il 5 dicembre del 2015, e nel primo weekend ha realizzato 1,2 milioni di dollari di incassi. Il premier giapponese Shinzo Abe è andato a vederlo durante le vacanze dell’ultimo Capodanno. In una lunga intervista a Vice del 30 gennaio del 2015, Gluck ha detto di essere stato “commosso dal fatto che Sugihara abbia fatto tutto di sua spontanea volontà e senza alcun compenso, salvo che per la sua stessa coscienza. Non ha salvato nessuno per diventare o dimostrare a se stesso di essere un eroe, ha soltanto fatto tutto quello che poteva e che sentiva fosse giusto per il suo prossimo”.

 

Nel film il personaggio di Sugihara è interpretato dall’attore giapponese Toshiaki Karasawa, e il racconto inizia negli anni subito precedenti al trasferimento in Lituania. La pellicola – che secondo il figlio Nobuki è stata “molto romanzata” – riesce a far emergere anche i personaggi secondari (il console giapponese di Vladivostok, la console olandese in Lituania) come ingranaggi di una catena di salvatori, in grado di supportare la scelta di Sugihara (sempre considerando che per la cultura giapponese non eseguire un ordine è molto, molto difficile). Il titolo prende le mosse dal provvedimento preso contro di lui dal governo sovietico: nel 1924 Sugihara era stato assegnato in Manciuria, ma il governo giapponese voleva usarlo per strappare ai russi il controllo di una ferrovia. Mosca lo dichiarò “persona non grata” per spionaggio, e Sugihara, che conosceva molto bene la lingua e la cultura russa e sognava di diventare ambasciatore giapponese a Mosca, perse per sempre le speranze. Secondo Gluck l’esperienza con la sua amata Russia “lo aiutò a capire come si sentivano gli ebrei, cacciati da ogni posto”. Il film “Persona non grata” non è stato ancora distribuito nelle sale europee ma mercoledì scorso è stato proiettato per la prima volta in Italia (la terza proiezione in Europa) all’isola del Cinema di Roma grazie all’Istituto giapponese di cultura e al lavoro di selezione delle pellicole di Joana De Freitas Ginori per il Festival Isola Mondo – uno degli ormai pochissimi appuntamenti romani estivi per vedere film che difficilmente trovano distribuzione, in lingua originale con sottotitoli in italiano.

 

Masha Leon, columnist di origini polacche che da anni lavora per il giornale yiddish newyorchese Forward, nel 1940 ricevette il visto n. #1881 dalle mani di Sugihara. Nel febbraio scorso ha incontrato Cellin Gluck, e insieme hanno parlato della figura dell’uomo che in qualche modo ha cambiato la vita a entrambi. Leon racconta di essere stata crescita a Kobe, in Giappone, esattamente come Cellin Gluck. A Kobe negli anni Quaranta si trovava la più grande comunità di ebrei di origini europee, riconosciuta dal governo, che aveva costruito anche due sinagoghe. Prima che il germe dell’antisemitismo – ma più che altro del fastidio nei confronti degli immigrati – si diffondesse in Giappone, la società nipponica aveva fatto di tutto per accogliere favorevolmente gli ebrei (nel 1979 il rabbino Marvin Tokayer pubblicò il libro “The Fugu Plan”, l’incredibile vicenda del gruppo di funzionari giapponesi che intorno al 1930 decise di creare una zona franca e protetta per gli ebrei nella Manciuria occupata dall’Impero giapponese, allo scopo di farsi aiutare nella tecnologia e nell’ingegneria. In “The Fugu Plan” si parla anche del periodo in Manciuria di Sugihara. Secondo Tokayer, gran parte del favore dei giapponesi nei confronti degli ebrei deriva dalla figura di Jacob Schiff, il banchiere che concesse il prestito alla Banca centrale giapponese per condurre – e vincere – la guerra con la Russia nel 1904). Tra gli anni Trenta e i Quaranta, gli ebrei europei, soprattutto dalla Polonia e dalla Lituania, arrivavano in Giappone attraverso Vladivostok, poi in nave fino al porto di Tsuruga: da lì altri centocinquanta chilometri per Kobe. Quando nell’estate del 1941 la Germania dichiarò guerra alla Russia, il Giappone decise di non poter più accogliere ebrei, e molti di quelli che avevano trovato salvezza a Kobe furono trasferiti a Shanghai.

 

Masha Leon racconta nell’intervista con Cellin Gluck che nel 1994 venne invitata a Yaotsu, la città natale di Sugihara, nella prefettura di Gifu, per una commemorazione dell’eroe cittadino. In quell’occasione Walter Mondale, allora ambasciatore giapponese negli Stati Uniti, disse che “Sugihara non era Schindler. Schindler fece lavorare gli ebrei come schiavi prima che il suo cuore gli fece cambiare idea. Sugihara, al contrario, rischiò la sua carriera e tutto per farli scappare, senza la promessa di alcun riconoscimento”. Oltre a un memoriale a Tel Aviv, anche nella Little Tokyo di Los Angeles c’è una statua di Sempo Sugihara, ritratto seduto su una sedia mentre tiene in mano la carta per i visti. Quando gli chiedevano perché avesse firmato tutti quei visti, Sugihara rispondeva: “Erano esseri umani, e avevano bisogno di aiuto. Potevo disobbedire al mio governo, ma non potevo disobbedire a Dio”. Sugihara era un cristiano ortodosso, si era convertito durante il suo periodo in Manciuria. Oggi la sua storia viene raccontata per mostrare come la decisione, la scelta di un solo uomo, può cambiare la vita di molti.

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