I lupi della Silicon Valley

Facebook e Google come “House of Cards”. Un libro sul mondo di invidie e tradimenti dietro l’utopia tech. Un ex insider racconta il mondo del tech con la vena vendicativa del fuoriuscito da Scientology o del pentito di mafia. “Chaos Monkey” può essere un manuale su come diventare un imprenditore tech di successo, ma non un buon imprenditore.
I lupi della Silicon Valley

Le “hackathon”, le maratone in cui gli informatici programmano per tutta la notte, non sono rare nelle grandi compagnie della Silicon Valley

Bill Gates? Un privilegiato figlio dell’aristocrazia tech di Seattle, che ha ottenuto la sua prima commessa con Ibm solo perché sua madre lavorava con l’allora ceo, e che clonò il sistema operativo di un concorrente, Gary Kildall: “Oggi Gates viaggia in Africa come un grande filantropo che cura la malaria. Kildall è finito vittima dell’alcolismo, morendo in circostanze misteriose – probabilmente una rissa tra ubriachi – in un bar per motociclisti di Monterrey all’età di 52 anni”. Steve Jobs? Era così infido che quando lavorava come tecnico di basso livello ad Atari, negli anni Settanta, truffò il suo amico di una vita, e presto partner essenziale, Steve Wozniak, per qualche migliaio di dollari di bonus aziendale. Mark Zuckerberg? “Come oggi tutti sanno, l’idea di Facebook (non che l’idea in sé valesse molto) fu rubata a un gruppo di marmocchi della Ivy League che lo avevano contattato per metterla in pratica”.

 

A metà circa di “Chaos Monkeys: Obscene Fortune and Random Failure in Silicon Valley”, Antonio García Martínez demolisce senza troppi complimenti le divinità della Silicon Valley americana. Prima e dopo, per tutte le oltre cinquecento pagine del libro, appena uscito in America per i tipi di Harper Collins, García Martínez non farà altro che questo: ribaltare ogni singolo preconcetto positivo sul mondo tecnologico americano, usando se stesso come antieroe e la sua storia come vettore. Prendete la versione edulcorata e stereotipata del ragazzo nemmeno ventenne che ha appena abbandonato il college e scrive codice in un garage fino a diventare un multimiliardario a colpi di genialità e idee rivoluzionarie. Buttatela, era già vecchia e superata anni fa. Prendete anche la versione 2.0 di questa favola, quella del genio tormentato e monomaniaco, spietato ma dotato di un senso della giustizia numinoso, capace di manovrare verso la via del successo non senza sotterfugi, ma con la mente fissa a un obiettivo più grande di lui e di noi.

 

Questa versione del mito della Silicon Valley si trova in alcune delle biografie più recenti di Steve Jobs, e per esempio nella costruzione mitologica che Elon Musk sta facendo di se stesso. Buttate anche questa. In “Chaos Monkeys”, la favola non esiste, come non esiste il lieto fine. “Chaos Monkeys” è la normalizzazione definitiva della narrazione rarefatta della Silicon Valley come di un luogo ascetico di costruzione di desideri e bisogni per tutta l’umanità. E’ quello che la serie tv “House of Cards” ha fatto per la politica. García mostra che il luogo di nascita della nuova aristocrazia mondiale, non solo tecnologica, è sangue e merda, invidia e tradimento, inganno e menzogna esattamente come lo è qualsiasi altro consesso umano. Con la differenza che in “Chaos Monkeys” mancano il pathos storico, gli omicidi e soprattutto Francis Underwood.

 

Al posto del presidente Underwood c’è García Martínez, che conduce il lettore attraverso poco più di cinque anni della sua vita, dalla fine del 2007 all’inizio del 2013. “Chaos Monkeys” può essere letto anzitutto come un memoir, alla luce del quale sono raccontati alcuni momenti chiave dello sviluppo della Silicon Valley e della storia dell’occidente così come li conosciamo. Negli anni trattati da García sono racchiusi, solo per dirne alcuni, il crollo dei mercati finanziari, l’esplosione della seconda bolla tecnologica, la diffusione virale dei social network, le ipo di Facebook e Twitter, e infine il consolidamento dell’aristocrazia della Valley come oggi la conosciamo, con Facebook, Apple, Amazon e Google a occupare il centro dell’empireo.

 

Per gli standard dell’industria tecnologica, García non ha fatto una carriera particolarmente originale. Dottorando in Fisica, poi analista di Goldman Sachs che abbandona la barca ai primi scossoni della crisi, approda nel 2008 ad Adchemy, una delle tante start up che stavano nascendo in quel momento nella Silicon Valley, specializzata nel marketing digitale. Dopo poco tempo convince due dei suoi colleghi più talentuosi a dimettersi per fondare una sua startup di advertising, AdGrok, presto acquisita da Twitter. Mentre i suoi colleghi andranno a Twitter, García, con un tradimento epico, passerà a Facebook, dove trascorrerà due anni tumultuosi, sarà licenziato e tornerà a Twitter, ironia della sorte, come consulente. Il percorso tutto sommato è lineare: dalla finanza al tech, da una startup a una grande compagnia a un’altra. Questo percorso lineare, però, è narrato con tono da insider che ha deciso di vuotare il sacco, da pentito di mafia, da fuoriuscito da Scientology. E’ un tono tronfio, ironico e compiaciuto, con una tendenza marcata a esaltare il proprio ruolo negli eventi e spesso perfino comico (le risate non mancano). Ma soprattutto è solcato da una vena vendicativa e di rivalsa verso l’universo della Valley che si mostra anche nella dedica del libro: “A tutti i miei nemici: non ce l’avrei fatta senza di voi”.

 

Le due parti fondamentali di “Chaos Monkeys” sono quella in cui García racconta la sua esperienza come fondatore e ceo della minuscola startup AdGrok e quella del suo periodo come product manager a Facebook. Delle due, la prima è decisamente la più interessante, perché attacca quella parte del sogno tecnologico della Valley che è stata meno colpita dallo svelamento della realtà. Sappiamo da molti racconti che la vita dentro a uno dei giganti tecnologici può assomigliare a un incubo distopico, vista l’affezione quasi religiosa e la dedizione annichilente pretese da compagnie come Facebook e Google. Ma la parte precedente, quella appunto del garage e delle belle speranze e delle nottate passare a compilare codice per creare dal niente una startup di successo, è ancora avvolta in una certa aura romantica. García, a volte comicamente, a volte cinicamente, smonta quel poco di romanticismo che ancora rimane.

 

Prima ancora di iniziare a parlare di AdGrok, rivela senza problemi che la sua idea era ingenua e la sua applicazione quasi impossibile. Ma tre fondatori ormai hanno ottenuto i primi finanziamenti da Y Combinator, il più famoso incubatore per startup della Silicon Valley, il cui processo di selezione assomiglia per certi versi a un talent show. Inizia così il grande bluff delle startup tecnologiche, di cui gli stessi fondatori si accorgono solo gradualmente, fatto di sotterfugi per convincere gli investitori a mettere i soldi in un progetto pieno di idee ma senza un prodotto e senza clienti, di operazioni di pr per gonfiare la bolla tra la stampa specializzata, di modificazioni illecite dei libri contabili, di piccole truffe per fare in modo che gli avvocati coprano le spese legali gratuitamente, e di menzogne, tantissime menzogne, tutte volte a un solo obiettivo: fare in modo che AdGrok ottenga abbastanza importanza per vendersi al miglior offerente. Alla fine sarà Twitter a comprare non tanto AdGrok quanto i bravi ingegneri che la animavano, ma García abbandona all’ultimo momento i suoi compagni e approda a Facebook: meglio gli hacker dalle discutibili abitudini d’igiene alla corte di Mark Zuckerberg dei fighetti pettinati e ruminanti cibo biologico di Twitter.

 

“Dovete credermi su questo. La storia di quasi tutte le startup agli inizi è piena di racconti come il mio. Accordi dietro le spalle negoziati per telefono per non lasciare tracce, tradimenti efferati di investitori e cofondatori, inganni seduttivi a impiegati creduloni per farli lavorare per quasi niente in cambio”, scrive García, che trascorre lunghe pagine a descrivere le tecnicalità di questi tradimenti e voltafaccia. “Chaos Monkeys” può essere letto anche come un manuale su come diventare un imprenditore di successo nel mondo del tech, ma certo non su come essere un buon imprenditore. Una volta passato a Facebook come product manager nel settore Ads, quello della pubblicità online (un ruolo di medio-alto livello, abbastanza per partecipare ad alcune riunioni con Sheryl Sandberg, la mitologica direttrice operativa di Facebook che è la vera forza dietro al fondatore, e a volte perfino con Zuck, ma non abbastanza da essere ricordato negli annali della compagnia, diciamo), García usa tre paragoni storici per descrivere la sua esperienza: la corte d'età moderna, la setta religiosa e il regime totalitario comunista (García è figlio di esuli cubani scappati dal regime castrista).

 


Antonio García Martínez


 

Nessuno dei tre mette Facebook sotto una luce particolarmente positiva. La sua prima esperienza diretta con Facebook, durante i colloqui per l’ammissione (tenuti segreti ai colleghi, ovviamente), avviene nei bagni aziendali, dove García sente da dietro la porta di una latrina il rumore delle dita che battono su una tastiera di computer: a Facebook gli ingegneri, seduti sulla tazza e con i pantaloni abbassati alle caviglie, non smettono di programmare nemmeno per espletare i loro bisogni. Il genio di Mark Zuckerberg, scrive García, sta non tanto nelle sue capacità tecniche, quanto in un carisma pari a quello del fondatore di una setta, capace di convincere chi lo ascolta ad aderire con tutta l’anima alla sua visione del mondo. Gli impiegati di Facebook sono così stregati che si prestano di buon grado anche al “lockdown” imposto da Zuck dopo il lancio di Google Plus, il social network (poi fallito) di Google. Nel giugno del 2011, per alcuni giorni Zuck chiude tutto il giorno e tutti i giorni gli impiegati nel campus per trovare delle contromisure a GPlus, con qualche ora d’aria concessa ai padri di famiglia per incontrare mogli e bambini venuti in visita, come in prigione.

 

L’esperienza di García a Facebook segue una trama più o meno precisa, quella della sua lotta epica per rivoluzionare il sistema con cui il social network monetizza dalla sua pubblicità, ma i racconti delle riunioni turbolente e con i coltelli sguainati e le spiegazioni tecniche sulla migliore visione per il futuro commerciale del social network svaniscono dietro all’affresco più grande di disillusione e al tempo stesso eccitazione suscitato dalla Valley. Per questo stato di continua, cinica eccitazione, García rinuncia a qualsiasi altra cosa: interrompe due relazioni romantiche e in almeno in un caso stabili, trascura e presto abbandona i suoi due figli, lascia che tutto il suo mondo graviti intorno alla sua startup prima, e poi a Facebook. La sua vita personale è in rovina, ma è un abbandono desiderato: García racconta di aver deciso di lavorare a Facebook dopo aver letto di una madre che nell’ottobre del 2010 ha ucciso il suo bambino scuotendolo fino alla morte per farlo stare buono perché piangendo le impediva di giocare a FarmVille.

 

E’ questo tipo di totale annullamento che García cerca, e certo non è un fenomeno isolato: la sua esperienza è comune a quella di tutti i suoi colleghi, ma al contrario di loro García ammette di non avere obiettivi nobili e puri, e di essere spinto solo da due grandi motori universali: ambizione e desiderio di denaro. E’ qui che il sogno della Silicon Valley combacia con il mondo senza redenzione di House of Cards, che è poi il mondo senza redenzione della vita reale, fuori dalla bolla digitale dei signori del tech. Non è sempre così, a volte è la bolla a trasformarsi nella vita vera, e Facebook, scrive García (ma il discorso vale per tutte le grandi aziende della Valley), è pieno di “veri credenti” che passano sedici ore al giorno nel campus di Zuck non per soldi, ma per un “apostolico senso di devozione a una grande causa”. Loro sono i più pericolosi.

 

In tutto questo la meritocrazia, parola feticcio che ormai ha esondato ampiamente i confini della California, è una menzogna da mettere in fila assieme a tutte le altre. La meritocrazia è “la propaganda che usiamo per giustificare questa farsa”. scrive García, aggiungendo in seguito nel libro che “chiunque dica che la Valley è meritocratica è qualcuno che ha approfittato grandemente dei suoi mezzi non-meritocratici come la fortuna, l’appartenenza a conventicole privilegiate, o qualche atto nascosto di assoluto imbroglio. Visto che la sorte non è mai stata dalla mia parte e non ho alcuna conventicola privilegiata su cui fare affidamento, io mi sono dovuto fare strada con l’imbroglio”. La meritocrazia diventa un paravento per nascondere un mondo in cui, “come immagino succeda in tutte le organizzazioni dal business al governo, le decisioni di alto livello che riguardano migliaia di persone e miliardi di fatturato sono prese in base all’istinto, ai residui di qualsiasi politica storica fosse in gioco, e alla capacità di indirizzare messaggi persuasivi a persone impegnate, impazienti o disinteressate (e a volte tutte e tre queste cose insieme)”.

 

La normalizzazione del principe della Silicon Valley, di cui tuttavia García non smette mai di riconoscere il genio, è completa.
E dunque chi sono le scimmie del caos? Chaos Monkey è un software inventato da Netflix per verificare quanto i suoi server sono resistenti davanti a crash e rotture improvvisi. L’idea è che uno scimpanzé impazzito, appunto, scateni la sua furia sulle macchine di uno dei preziosi data center su cui gira la nostra vita digitale. Le scimmie del caos sono i programmatori che continuano a battere sulla tastiera seduti sul water, sono i folli startupper che si azzannano per il successo, i finanziatori che “hanno più soldi che tempo”, sono gli imprenditori tecnologici, i “disruptor” per definizione (è questa la spiegazione ufficiale data da García). Ma appunto, come primati impazziti, nessuno di loro è completamente cosciente di quello che fa, perfino i pochi che alla fine raggiungono il successo. La vera regola della Valley, in realtà, è che quando “il mondo ti incorona come un genio, tu inizi a comportarti come tale”.

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