Divorzio all’inglese

L’omicidio di Jo Cox ha reso ancora più cupa una campagna per il referendum dolorosa, con cuori spezzati, cocci di Europa frantumati e una domanda che ci riguarda tutti – di Paola Peduzzi
Divorzio all’inglese

Un rabbino in preghiera davanti alla fotografia di Jo Cox e ai fiori posati in piazza del Parlamento a Londra per ricordare la deputata laburista uccisa giovedì (foto LaPresse)

Gli schermi si sono riempiti di ambulanze e cordoni della polizia, di fiori e cordogli, sguardi persi, testimonianze atterrite. I grafici che registrano ogni sussulto euroscettico degli inglesi sono scomparsi, così come i dati sulla catastrofe della Brexit, i sorrisi sornioni di chi pensa che questa è l’occasione della vita, della storia, lasciare l’Europa e non pensarci più, chiudersi la porta alle spalle e correre verso un nuovo mondo di libertà e opportunità. Anche l’ansia di chi non vuole separarsi e teme la solitudine extraeuropea è andata via, tutto è stato inghiottito dalle pugnalate, dagli spari per strada, la pozza di sangue. C’è soltanto posto per l’immagine di lei, Jo Cox, la parlamentare laburista che parlava di rifugiati siriani, di diritti umani e di diritti delle donne, che raccontava le sofferenze dei bambini e delle famiglie della Siria, le vite spezzate dalle bombe di un regime feroce, la parlamentare laburista che si batteva per il “remain”, con quella grazia determinata di chi non ha alcun dubbio: l’Europa fa bene a noi, noi facciamo bene all’Europa, è da questi particolari che si giudica un’unione, un matrimonio, una promessa. Jo Cox è stata uccisa per strada, dopo aver tenuto nella biblioteca di Birstall, vicino a Leeds, uno di quelle migliaia di incontri con gli elettori che i politici inglesi fanno in continuazione, ancor più ora che c’è il referendum. A volte alcuni chiedono se non sia pericoloso, ma la politica britannica è fatta di contatti, porta a porta, occhi negli occhi, non si può fare diversamente. Oggi sappiamo che Jo Cox riceveva messaggi minatori da almeno tre mesi: all’inizio non si era preoccupata, poi i suoi assistenti le avevano detto che era meglio aumentare la sicurezza, almeno attorno alla barca che le faceva da casa, sul Tamigi sotto al Tower Bridge, dove c’erano i suoi figli. Non si era ancora fatto niente, ora è tardi, ma la polizia dice che quei messaggi non hanno nulla a che vedere con il presunto assassino, il giardiniere occasionale Tommy Mair, poco più che cinquantenne, per quarant’anni nella stessa casa a Birstall, mentalmente instabile, soffriva di disturbi ossessivo-compulsivi, era maniaco della pulizia.

 

Jo Cox amava molto la sua terra e il rapporto diretto con i cittadini. Aveva raccontato in un’intervista che quando era andata a studiare a Cambridge aveva sofferto molto: come si fa a essere nel tempio dell’eccellenza e sentirsi a disagio?, si chiedeva tormentandosi, fino a quando realizzò che le mancava il suo piccolo pezzetto di mondo, quell’angolo di Yorkshire in cui era cresciuta e dove aveva imparato a guardare tutto quel che c’era fuori. Le origini sono il punto di vista che modella ogni pensiero. Usciva da un incontro con gli elettori, Jo Cox, e un uomo si è avvicinato, ha iniziato a discutere, aveva un coltello, era rabbioso, ha colpito, poi quando un altro uomo, un signore quasi ottantenne, si è messo in mezzo, lui ha colpito ancora, ha tirato fuori una pistola, ha sparato, una due tre volte. Da quel momento tutto è stato inghiottito, è rimasta Jo Cox, la sua storia bella e coraggiosa, i suoi discorsi in Parlamento, sull’immigrazione, sull’Europa, sui bambini della Siria, ed è rimasto il cordoglio, la foto tuittata da suo marito, l’ultima, le parole con cui lui, Brendan, ha salutato una vita felice che se ne va, ricordando le priorità di sua moglie: i figli da inondare d’amore, l’odio da combattere. Sono rimasti i tributi degli amici e dei colleghi, che scoppiano in singhiozzi mentre raccontano com’era Jo, non riescono a trattenersi, si guardano attorno spaesati e fanno piangere anche noi.

 

Ancora la polizia non ha stabilito se Mair abbia gridato davvero, come dicono alcuni testimoni, “Britain First”, slogan nazionalista che dà il nome anche a un movimento di estrema destra e che è stato ripetuto nella campagna elettorale dai sostenitori della Brexit. Alcuni reporter sostengono che Mair avesse avuto legami con movimenti di estrema destra, ma ancora il movente non è stato esplicitato dalle autorità. Parlare del referendum da questo momento è diventato però difficile, nessuno vuole tirare conclusioni affrettate, ma c’è sempre un ma che segue, inevitabile e pesante: una spiegazione andrà trovata a questo strazio. La campagna referendaria è stata sospesa, è in una bolla di riflessione e tristezza da cui è difficile uscire, il Parlamento è stato convocato lunedì per commemorare insieme la deputata uccisa, si proverà a tornare alla normalità, perché il voto è vicino e i report sull’eventualità di una Brexit continuano a essere pubblicati, i sondaggisti telefonano nelle case, fanno compilare questionari, vogliono fare la previsione giusta, questa volta.

 

La pozza del sangue di Jo Cox ha reso più cupa una campagna già dolorosa. Tutte le canzoni sugli amori infelici e tormentati, sull’abbandono e ancor più sull’incapacità di lasciarsi pur amandosi poco o niente possono fare da colonna sonora agli ultimi mesi della vita politica inglese. Abbiamo visto tutto: il cuore spezzato degli eurofili, soprattutto quello del premier, David Cameron; la furia degli euroscettici, decisi a divorziare dall’Unione europea subito e in malomodo, tanto i cocci non si possono più mettere insieme, e allora pestiamoli, saltiamoci sopra, mandiamoli in frantumi; gli amici stranieri accorsi a dare consigli, ragionevoli e inutili come tutti gli amici che provano a far prevalere la ragione laddove contano soltanto le ferite e la rabbia; il rimpianto di essersi infilati in una causa di divorzio così spettacolare e astiosa, illudendosi che fosse una notifica, una formalità: ci amiamo poco ma riproviamoci. Il rischio dell’addio è alto, e inevitabile sarà anche la necessità di frequentarsi ancora, perché nessuno sa davvero com’è che si lascia l’Unione europea.

 

Come in tutte le storie di cuore, i fatti contano poco. Nella campagna referendaria, i fatti non hanno avuto alcun peso, al punto che c’è chi sostiene che è stata una campagna inutilmente costosa e ostile: non ce n’era bisogno, perché gli inglesi su certe faccende non si convincono, sanno già da che parte stanno. In realtà, secondo le rilevazioni, gli indecisi sono tanti, circa un 20 per cento dell’elettorato, bottino enorme da conquistare, perché l’istinto alla separazione è sempre forte, ma quando ci si mette si scopre che gli addii hanno costi elevati, a volte eccessivi (per non parlare del fatto che poi, una volta che è tutto finito, non si sa più con chi prendersela). Ora il margine di indecisione si è ridotto e, guardando il trend dei sondaggi, il fronte del “leave”, i fan dell’addio, ha riconquistato terreno, portandosi in vantaggio rispetto al “remain”.

 

E’ proprio tra i sostenitori della Brexit, dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, che i fatti non hanno avuto rilevanza. Uno studio elaborato da YouGov, blasonato istituto di sondaggi, mostra che chi vuole la Brexit detesta gli esperti. Tutti quanti. Politici, commentatori, analisti, banchieri centrali, imprenditori, istituti statistici: nessuno è affidabile, nessuno dice la verità, nessuno può risultare convincente. Se si cercava una rappresentazione della cosiddetta “onda antisistema” eccola qui: non ci si fida di chi sa le cose, ci si fida dell’istinto, della pelle e della pancia, pure di chi urla più forte quando è necessario. L’immunità ai fatti è un fenomeno contagioso e non prettamente britannico: anche nella bizzarra campagna elettorale americana il fact checking meticoloso di Hillary Clinton appare professorale e algido e distante – pur se veritiero – rispetto alle improvvisazioni di Donald Trump (il quale, per la cronaca, ha fatto scena muta a una domanda sulla Brexit, salvandosi in corner con un “ah sì, gli inglesi dovrebbero andarsene dall’Ue”, e un paio di giorni fa ha parlato del Belgio come se fosse una città). Il risultato è che, come ha dimostrato un’indagine di Ipsos Mori, “gli inglesi sono enormemente disinformati sull’Ue”: ma come, non si parla d’altro da settimane, da mesi, da anni, da secoli, com’è possibile la disinformazione? Bisogna chiederlo a InFacts, un sito nato apposta per spiegare i fatti del referendum, confutare i numeri dati quando non veritieri, spiegare le dinamiche reali delle policy europee e il loro impatto sul Regno Unito. InFacts ha fatto un lavoro straordinario, è una miniera d’oro di informazioni e di fonti affidabili, ma ha fatto fatica a emergere, a farsi sentire, a imporsi come fact checker di riferimento. Per due motivi: perché i fatti, appunto, non contano, non appassionano, non mobilitano, e perché InFacts è contro la Brexit, e allora la percezione è: non dice il vero, dice ciò che serve alla causa del “remain”.

 

Il pregiudizio ha rovinato questa campagna referendaria e soprattutto la sua copertura mediatica. Qualche tempo fa lo Spectator ha pubblicato un articolo crudele e divertente sulla trasformazione del Financial Times in un tabloid anti Brexit. Sosteneva che l’autorevole quotidiano della City avesse smarrito il suo aplomb e caricasse di catastrofismo ogni previsione sull’uscita dall’Ue, pubblicando commenti e analisi nettamente a favore dell’Ue, presentandoli come spiegazioni fattuali asettiche. Un Daily Mail al contrario, insomma. In realtà, secondo uno studio del Reuters Institute for the Study of Journalism  pubblicato a fine maggio, il 45 per cento degli articoli analizzati (circa un migliaio, relativi ai primi due mesi di campagna elettorale) era a favore della Brexit, il 27 per cento a favore del “remain”, il 19 per cento “misti o indecisi” e il 9 per cento senza alcuna posizione. Se si pensa che al referendum del 1975 quasi tutta la stampa era a favore dell’Europa, quando oggi molti tabloid sono per la Brexit e i quotidiani principali sono tendenzialmente scettici nei confronti di Bruxelles, si capisce quanto l’Ue si sia fatta poco amare e quanto sia difficile per Cameron uscire indenne da questo confronto. L’endorsement del Sun al fronte del “leave” è quello che ha fatto più scalpore, naturalmente: si sa che il tabloid murdocchiano sposta voti e fa vincere, e anche se il tocco magico dello Squalo non è più quello di un tempo, quel titolone con i colori della Union Jack e il gioco di parole “Beleave in Britain” resterà nell’immaginario più del nodo che compare sulla copertina dell’Economist, la bandiera inglese e quella europea legate assieme, “Divisi cadiamo”. Le analisi sui social, poi, dimostrano che c’è una netta preferenza per la Brexit, più nella sua versione “da soli staremo molto meglio, senza regole e senza immigrati” che in quella liberale di una solitudine carica di opportunità e crescita. Comunque sia: i fatti ancora una volta non c’entrano. Non c’entrano nella copertura mediatica, che è stata viziata dal pregiudizio e della percezione del pregiudizio, e non c’entrano nemmeno nelle argomentazioni utilizzate per convincere gli elettori a stare di qui o di là.

 

Come i coniugi di fronte al giudice per discutere del divorzio, i due campi del referendum hanno presentato le loro argomentazioni facendo spesso una gran confusione. Il campo del “remain” ha puntato sulla paura e sulla catastrofe – molti dicono che ha fatto bene: Cameron non avrebbe mai saputo interpretare il ruolo dell’eurofilo, non lo è lui e non lo sono i suoi collaboratori. Però come cantore dello status quo e del rifiuto dell’instabilità è azzeccato – e strada facendo ha abbandonato la retorica della solitudine. Non è questo il problema, sostengono i leader del “remain”: il Regno Unito sa stare da solo, anzi, è bravissimo a stare da solo. Il problema semmai è il tempo che ci si mette a rimanere da soli, e quel che succede nel frattempo: la pratica del divorzio durerebbe dai due ai cinque anni, e non c’è certezza su come il paese e l’Ue si trasformerebbero nel frattempo. Ecco perché meglio del “leaving” c’è il “leading”, come ha scritto nel suo saggio europeista Gordon Brown, vincendo la classifica delle argomentazioni migliori, più ottimistiche e più rassicuranti tra tutti i leader del “remain”.

 

Il campo del “leave” si è diviso in due gruppi che si sono parlati poco, si sono criticati molto, e soltanto nelle ultime settimane hanno trovato un terreno comune, l’immigrazione, per quanto vi transitino in modi del tutto diversi. I liberali come l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e il ministro della Giustizia Michael Gove immaginano un divorzio dall’Europa brusco e rapido, paghiamo quel che c’è da pagare e iniziamo una nuova vita, molto più felice e libera rispetto a questo matrimonio forzato con un’Europa di cui non si può più essere innamorati (loro comunque non lo sono mai stati). I protezionisti legati all’Ukip e a Nigel Farage non hanno fretta, se c’è da discutere del divorzio per anni che si faccia, non hanno mai fatto altro nella vita figurarsi se sono sensibili a qualche anno in più di trattativa: l’importante è che intanto si fermi il flusso di immigrati e che il governo riprenda il controllo delle proprie frontiere nell’immediato (è curioso quante volte è toccato ripetere a questo gruppo di fan della Brexit che il Regno Unito non è nella zona Schengen).

 

Ai figli inglesi è stata chiesta la prova più dura: mobilitarsi per il “remain” e cercare di convincere i genitori e ancor più i nonni a votare “remain”. La seconda missione è fallita: molti allegri nonnini hanno detto alle televisioni e ai giornali che no, i nipoti sono davvero straordinari, ma l’Europa è un inferno, rimanerci è da pazzi. La prima missione ancora non si sa come andrà a finire, i leader del “remain” non si stancano di ripetere che il “young factor” è decisivo, imprescindibile, andate a votare e non pensateci più, ma è difficile per i ragazzi trasformarsi in agenti dello status quo quando le piazze si riempiono per chiedere rivoluzioni. Il punto è che questo divorzio non riguarda soltanto gli inglesi, il loro euroscetticismo, la loro capacità di adattarsi alle regole folli di un’Europa che legifera sulle banane ma non sulle dimensioni delle buste, al punto che i britannici all’estero con diritto di voto non sanno se i loro voti via posta sono arrivati nel Regno Unito, visto che lo standard delle buste sul continente è diverso da quello isolano. La domanda della Brexit rappresenta un conflitto che riguarda tutti noi: i cittadini si fidano o rifiutano mezzo secolo di globalizzazione, integrazione e innovazione? La loro vita è migliorata o è necessario ricostruire il sistema dalle sue fondamenta secondo un approccio “nation first” e non più globale?

 

Il divorzio inglese riguarda soprattutto noi, che facciamo da spettatori e ieri ci siamo fermati, come tutti, a guardare il tributo a Jo Cox di Cameron e del leader del Labour Jeremy Corbyn. Nonostante siano entrambi per il “remain”, non sono mai comparsi insieme per tutta la campagna elettorale, anzi, si sono combattuti da lontano, nell’imbarazzo di un’unica causa in comune in un mare di differenze. Ieri, con i fiori bianchi e gli occhi umidi, si sono uniti, e a parte la tristezza, a parte questo assassinio così tragico, a parte la difficoltà a guardare il sorriso di Jo Cox nelle foto, è sembrato chiaro, per la prima volta, che il divorzio non è inevitabile, che restare insieme non è per forza un gesto di rassegnazione, insieme a volte non si cade davvero.

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