Ci hanno rubato il mare

I romani privati della loro estate friccicarella. Il primo chioschetto ad aprire fu “Er Zagaja”. Sergio Leone lo volle come comparsa. A febbraio i vigili hanno sequestrato tutto. Niente a che fare con Mafia capitale: è che i chioschi si sono allargati troppo. Da Ostia a Capocotta, spiagge a singhiozzo: sotto sequestro i chioschi, abbandonate le dune arcobaleno.
Ci hanno rubato il mare

Un combinato disposto di utenza riflessiva, giornalisti, scrittori e trans. Mondo gay fricchettone. L’ecosistema unico di Capocotta

Alcuni di noi la chiamavano Cape Cod. Prendendo la Cristoforo Colombo e poi la via del Mare, lasciando Roma sud alle spalle, un mercoledì di prima estate, si va a vedere cosa è successo a Capocotta. Niente a che vedere con le aristocratiche sabbie del Massachusetts, naturalmente, ma due chilometri e mezzo di duna sontuosa, spazzata dal vento, oasi naturale, luogo di scorribande e scoperte dell’inconscio romano da una quarantina d’anni. Originariamente spiaggia della tenuta reale, poi presidenziale, di Castelporziano, poi oasi naturale e naturista, inconscio godereccio e pecoreccio: adesso è tutto sequestrato, ordine della magistratura. Da febbraio i chioschi sbarrati, i romani privati della loro estate non wasp ma friccicarella. Su twitter, appelli accorati: ridateci Capocotta.

 

“All’inizio di tutto, negli anni Settanta, si chiamava il Buco”, mi dice Sergio Rovasio, radicale, gran conoscitore dei luoghi. “Perché da quando cominciano i Cancelli, che erano il lido comunale tra Ostia e appunto Capocotta, c’era una rete, e a un certo punto qualcuno fece un buco. Da lì il toponimo ‘il Buco’, con cui i primi clandestini presero a chiamare questa spiaggia incontaminata e deregolamentata”. “Venne scelta dai gay romani come luogo di battuage, ma non solo, come luogo di libertà, con lo spirito pionieristico con cui la comunità scopriva posti nuovi, parchi, luoghi all’aperto. Poi le famiglie vicine che andavano ai Cancelli, incuriosite da questi utenti bizzarri, vennero a vedere. Si creò un mischione, la rete scomparve, nacquero i chioschetti che vendevano lattine di birra, nei primi anni Ottanta”. Il primo di questi chioschi fu “Er Zagaja”, mi dice Alessandro Fulloni, per anni corrispondente dal litorale romano del Corriere della Sera. Si chiamava così perché il fondatore, Gaspare Vichi, scomparso nel 2010, balbettava vistosamente (balbettare in romano è “zagajà”, appunto). “Aria da galeotto, Sergio Leone lo volle come comparsa in ‘Per un pugno di dollari’”. “Zagaja fece Esteban, uno dei pistoleri del clan dei Rojo, quelli sparati nella scena finale da Clint Eastwood”. Ancora: “Da Zagaja passavano tutti, Fellini, Pasolini, Roger Vadim e Jane Fonda”, ma negli ultimi anni, e fino a pochi mesi fa, un combinato disposto di utenza riflessiva, giornalisti, scrittori, e trans. Ecosistema unico di Capocotta.

 

Oggi, per decisione tribunalizia, tutto questo è finito. Oggi, fermata la macchina sul litorale, si scende dar Zagaja che nel frattempo ha messo su pure un sito internet, ma sotto, sulla spiaggia spumosa, lo stabilimento è chiuso, assi inchiodate, e un cartello avverte che Zagaja non abita più qui. Si è trasferito – i suoi eredi – a Fiumicino; imborghesito, inurbato; e intanto dei ragazzi nordafricani sorvegliano il sito, e il trattore con cui si teneva pulita la spiaggia è coperto da un telo, impolverato; alcune giovani trans fanno il bagno lo stesso, anche se c’è vento, in topless, svelando allegri siliconi, in una borsa di supermercato delle Peroni. Festeggeranno a modo loro, perché i chioschi sono chiusi. Sequestrati. Ma qui l’illegalità non ha niente a che fare con Mafia o Ostia Capitale; niente clan. Capocotta se ha commesso illegalità l’ha commessa sulla cubatura, i chioschi si sono allargati negli anni. Mentre la spiaggia si restringeva, con l’erosione che si porta via ogni anno un metro di litorale. Camminiamo. Stabilimento Mediterranea: il più gentrificato, sede anche di Legambiente, cartelli ricordano le specie boschive qui protette, e gli uccelli del litorale (tutti concordi che con questo turismo la spiaggia è migliorata, la duna mantenuta, gli uccelli ristorati). Qui, target: gay riflessivi, famiglie arcobaleno e non, pasta vongole e bottarga. Chardonnay Casale del Giglio. Repubblica e Domenica del Sole 24 Ore. Un tempo. Oggi chiuso, anche qui. Le altalene ove giocavano futuri elettori del Pd ora sono senza sedili né catenelle. Operai smontano assi, forse per autoridursi cubature un po’ sovrabbondanti. La pedana è sparita.

 

“Le concessioni sono scadute a maggio 2015, ma nel frattempo il comune non ha emesso più bandi”, spiega al Foglio Mauro Asoli, uno dei soci della cooperativa, media di 300 lettini al giorno, ristorante con 100 coperti. “Così, a febbraio 2016, i vigili sono arrivati e hanno sequestrato tutto”. “Adesso siamo nell’assurda condizione di non avere una concessione e di non poterla rinnovare”. Sequestrare gli stabilimenti prima della stagione estiva sembra davvero una crudeltà, non solo per gli esercenti, ma anche per i romani già vessati da buche, monnezze, mali di vivere, che vorrebbero soltanto andare alla loro Cape Cod. Qualcuno avanza teorie complottistiche: vuoi vedere che è per moralismo? Vuoi vedere che i 7.000 pasti e lettini che vale Capocotta (nel weekend), si sposteranno altrove, magari proprio nella Ostia cementificata e un po’ criminale? A Cape Cod intanto tutti gli stabilimenti – tranne uno – sono sigillati con il nastro biancorosso della polizia municipale, e la spiaggia è abbandonata. Alghe, sporcizia. Prima era pettinata. Soprattutto non ci sono più bagnini perché i chioschi garantivano, con le loro torrette di avvistamento, anche la sicurezza. Dunque chi fa il bagno lo fa a suo rischio e pericolo, ha scritto il prefetto Tronca nell’ordinanza balneare del 29 aprile. Serve un morto a Cape Cod? (Ma qui tra gli operai c’è la sensazione che forse, nell’eterna ufficiosità romana, qualcosa potrebbe succedere, una proroga, una variante, un miracolo, magari. Subito dopo le elezioni. E continuare nella deregulation dei sensi per decenni).

 

“Capocotta era un piccolo paradiso a cielo aperto a venti chilometri da Roma”, mi dice Fabrizio Roncone, firma del Corriere, che qui ambienta l’inizio del suo romanzo appena uscito “La paura ti trova” (Rizzoli). “Mondo gay fricchettone che si mischiava con il mondo trasgressivo delle dune. Coppie che volevano giocare con singoli”, dice Roncone, che in un pezzo ha descritto così la spiaggia: “Trasgressiva Capocotta, che a Formentera se la sognano quella certa elettricità, quel gioco di sguardi, occhiate rapaci e petti depilati, nudisti appassionati e transessuali di passaggio, coatti rumorosi, ultimi esemplari di fricchettoni, notai con le amanti, coppie scambiste che guardano l’orologio, è mezzogiorno, noi andiamo a farci un giretto lassù, sui sentieri bollenti”. Tutto questo è o è stato Capocotta, e in fondo lo è stato per tanti di noi, pur non notai e senza amanti; però la sensazione di un mare magari non cristallino, anzi melmoso, ma libertario e gioioso, e inclusivo, come si dice, allegro, in una città che ti può uccidere di tedio, cioè Roma.

 

“Era un modo per ritrovarsi, per star tranquilli al mare, un mondo borderline si ritrovava qui, un mondo più avanti della società romana, un Brasile a venti chilometri dal centro”, ancora Roncone. Un aperitivo senza pari, tramonto e birretta, mezz’ora dall’Eur, con poco traffico. Mondo in evoluzione, anche: “Prima c’era la baracchetta che vendeva la Coca-Cola e la birra; poi l’anno dopo i panini, poi l’anno successivo gli spaghetti”. La catena evolutiva e alimentare di Capocotta è andata parallela tra edilizia e gentrification: “Ci andavamo insieme con Dario Bellezza”, mi dice Rovasio; “lui faceva il bagno e poi declamava qualche poesia, e prima andava un po’ a rimorchiare, ognuno faceva un po’ come gli pareva. A Capocotta andavamo con un gruppo di napoletani che facevano teatro, un teatro spontaneo militante. E’ tutto molto cambiato oggi, con questi stabilimenti enormi, sembrano villaggi vacanze”.

 

Avanguardie, teatro, poesia. Nel 1979 qui si tenne una celebre tre giorni di reading, che entra direttamente nel mito di Capocotta sfiorando quello vintage-eroico dell’Estate Romana, maiuscolo. A Castelporziano, accanto, il presidente Leone – scrisse Camilla Cederna – andava a caccia di cinghiali nella tenuta presidenziale con l’elicottero (ma probabilmente non era vero). A Capocotta, i poeti declamavano. “Me la feci tutta a piedi, scoprii, vedendolo dal vivo, ciò che se ne sapeva, che quello un luogo di festa, se così vogliamo chiamarla, lo era già: un luogo di libertà, di pieni poteri a chi poteri non vuole”, ha scritto qualche giorno fa Franco Cordelli sul Corriere. E ancora: “Capocotta era la spiaggia dei nudisti, quei nudisti ormai si spingevano, incuriositi, al limite della nostra frazione di spiaggia, dove era stato eretto il palco e dove i poeti avrebbero recitato le loro poesie. La nudità, tutto alla luce del sole, anche se era notte, divenne (questo non potevamo immaginare) rispetto ai fatti del 1953 il momento magico e puro. Lassù, sul palco, i poeti. Sulla spiaggia, nudi come se nudi non fossero, i loro spettatori, i nudisti di prima e, contagiati, quelli di adesso”.

 

I fatti del 1953 riguardavano naturalmente il ritrovamento di Wilma Montesi, femminicidio d’epoca, storiaccia da primissima repubblica cui il mito di Capocotta è legato (ragazza trovata morta sulla spiaggia, forse abusata, forse notte di chemsex a casa di un marchese finto, coinvolto il ministro degli Esteri democristiano Piccioni, che si dimette). Miti più contemporanei: i chioschi si evolvevano, si allargavano, si gonfiavano un po’ anabolizzati tipo certi pettorali da palestra: oggi ci sono, oltre a Zagaja e il Mediterranea, il Settimo cielo, poi l’Oasi Naturista, e ancora il porto di Enea, e il Mecs. “Tutti senza autorizzazione, venivano demoliti ogni anno, e quando si avvicinava l’estate, ricostruiti. Fino alla regolarizzazione da parte della giunta Rutelli nel 1999”, dice sempre Fulloni. Così nel 2000, forse per caso, anno della grande regolarizzazione e liberazione, i Tiromancino cantavano “Due destini”, arrivavano “Le fate ignoranti”, il primo Gay pride nazionale e mondiale faceva imbufalire il Vaticano: e Capocotta aveva il suo Giubileo, coi chioschi che finalmente avevano il diritto di pronunciare il loro nome.

 

Intanto arrivare a Cape Cod era già impresa e iconografia romana; il trenino da Ostiense una via crucis riservata a minoranze etniche (però che spettacolo vederli, con l’entusiasmo dei loro poveri ma belli, finalmente il mare, con frigoriferi e zaini); in macchina, con tutto uno stuolo di posteggiatori abusivi in doppie e triple fila, comunque difficile. Il mezzo d’elezione era lo scooter, ed era bello vedere allegre coppie stessosesso (ma non tutte, anzi) su Sh e Scarabei e scooteroni e vespe sulla Colombo, li riconoscevi subito, magari con una bandana sotto il casco o con la sigaretta, e i Ray Ban, comunque con una certa aria negli occhi. In spiaggia: slippino padrone, boxer questo sconosciuto. Tutti ansiosi di mostrare al primo sole i risultati raggiunti in palestra, in inverno, al chiuso. Sopra, svolazzavano come oggi i C130 della marina militare, partono dalla vicina base di Pratica di Mare. “A differenza di Fregene, dove in testa hai i voli da Fiumicino”, puntualizza Mario Staderini, ex consigliere comunale, radicale. “La chiusura di Capocotta è un’ingiustizia”, dice al Foglio. “L’ordinanza penalizza i romani, quelli che una casa al mare non ce l’hanno. Capocotta era una cucina con vista sul mare. I primi spaghetti alle vongole i romani hanno imparato a mangiarli qua”. Forse c’è un intento moralistico-educativo nella ordinanza anti-Capocotta: “qui convivevano le famiglie con i trans, gli intellettuali, i galeotti, i brasiliani, gli immigrati. Potevi sederti a mangiare a torso nudo. Certamente il volume della voce in spiaggia era diverso da Fregene o da Capalbio”, dice sempre Staderini.

 

Col tempo, evoluzioni e segmentazioni: dar Zagaja trovavi intellettuali con occhiali di tartaruga insieme alle trans, al Settimo cielo (eccolo qui) tartarughe da copertina di GQ. Oggi, più nulla. Il Settimo cielo, un tempo coacervo di pettorali coraggiosi, femori guizzanti, pare bombardato: la marea s’è portata via metà della spiaggia, i lettini spariti, resta solo una scritta sbiadita. Non si capisce se stanno auto-demolendosi anche loro o è stata auto-consunzione. C’è una squadra di lavoratori, immigrati, che lava con un tubo dell’acqua una ruspa. Mustafà, il capo, mi assicura che riapriranno tra pochi giorni (se, vabbè) e mi mostra il ritrovato di quest’anno, una panchetta per farsi i selfie, con scritto “Panca dell’amore”. E’ opera sua. “Te piasce?”, mi domanda. E poi: “Ma per l’amore ci vuole una donna, e tu una donna non ce l’hai”; si vede che non è molto informato sulle utenze, qui.
Andiamo avanti ancora: nella duna, verso i cespugli di lecci, si intravedono facce e culi in cerca d’autore. Un signore di mezza età, petto in dentro, pisello in fuori, fa degli esercizi ginnici. Un altro spunta di lontano, guardando sotto di sé la distesa sabbiosa con binocolo, tipo generale Rommel a El Alamein. Sotto, alcune coppie etero hanno improvvisato una specie di recinto, tipo Royal Enclosure ad Ascot, con delle sdraio blu, per ripararsi dal vento, fumano sigarette (tette color cuoio, abbrunate dal sole).
Siamo all’Oasi Naturista. A oggi è l’unico stabilimento aperto. In pieno esercizio il ristorante. Sandro, titolare, maglietta bianca delle Iene, aria spiritata, con la moglie Veronica è qui dal 2000, dice “noi siamo tutta una storia diversa, noi arriviamo con la delibera Rutelli”, sono Capocotta 2.0. Sui tavoli non ha i menu ma le carte bollate pronte, dice che i vigili arrivano giorno sì e l’altro pure per farlo chiudere. Ma lui è in regola. Clienti, però, pochi, perché “tutti pensano che gli stabilimenti sono tutti chiusi, ditelo che siamo aperti”. “Pensiamo ai danni che fanno ai romani, in una società piena di tremori (dice proprio così), piena di insicurezza, noi eravamo una certezza”. In effetti Capocotta, tra pettorali e dune, e spaghetti democratici e tremori, era una certezza. Il candidato sindaco Giachetti ha detto che vorrebbe fare di Ostia una vetrina, una nuova Barceloneta. Se, vabbè: ai romani basterebbe avere indietro Capocotta, ma in tempo per l’estate.

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