L'esilio di un piccolo Papa

E’ il patriarca dei greco-ortodossi di Costantinopoli. Costretti alla diaspora da due opposti nazionalismi. La logica del baratto che anima la politica di Recep Tayyip Erdogan: “Atene conceda maggiori diritti ai turchi in Tracia” e il caso insoluto della scuola teologica di Halki, il centro di formazione del clero ortodosso chiuso da Ankara nel 1971.
L'esilio di un piccolo Papa

Il patriarca greco-ortodosso Bartolomeo I durante una funzione (foto LaPresse)

Sei anni fa un reportage della Cnn da Istanbul si apriva domandandosi se Bartolomeo I sarebbe stato l’ultimo patriarca ortodosso in Turchia. “Se le leggi, le tendenze demografiche e i comportamenti delle autorità di Ankara non cambieranno, dopo Bartolomeo potrebbe non esserci futuro”, chiosava l’articolo. Dopotutto, i numeri sono chiari, la comunità è ridotta allo stremo: sono più o meno tremila i fedeli greco-ortodossi in Turchia, quando alla firma del Trattato di Losanna del 1923 ammontavano a centotrentamila. E così doveva essere anche nei decenni successivi, stando ai patti sulla reciprocità: tanti ortodossi in Turchia, tanti musulmani in Grecia. Quote e bilancini per preservare un equilibrio che già allora pareva instabile e impossibile. Poi c’è stata l’epurazione in guanti bianchi praticata dal kemalismo, che ha eretto la laicità a principio puro e sacro del neonato stato sorto sulle ceneri di quel che restava dell’antico Impero ottomano, e successivamente l’exploit burocratico della Turchia dinamica e rampante a cavallo del Terzo millennio, assai poco propensa a garantire le minoranze religiose sul proprio territorio.
Tremila fedeli – la cui età media ha superato i cinquant’anni – che guardano alla piccola e assai modesta cattedrale di san Giorgio, al Fener, quartiere che dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 – e la successiva decisione del sultano Murad III di trasformare in moschea la chiesa patriarcale della Theotokos Pammakaristos, nel 1591 – è divenuto il ghetto elegante per le migliaia di Rüm (gli eredi dei bizantini) presenti in città come il simbolo dell’autorità spirituale cui affidarsi. Non c’è prospettiva, dicono anche i più ottimisti tra i membri della comunità locale; non c’è alcuna possibilità di cambiare il corso della storia che la Provvidenza sembra avere riservato loro. Ma i cuori non sono lacerati per quanto attende nei decenni prossimi l’un tempo fiorente chiesa di Costantinopoli. E questo perché la vocazione della prima chiesa ortodossa del mondo per prestigio, primus inter pares (il titolo è puramente onorifico) è universale e il suo sguardo, più che al Fener, va oltre i Dardanelli e persino oltre l’Europa.

 

E’ una chiesa della diaspora, ed è proprio la diaspora a tenerla in vita, a garantirne il futuro. Su settantadue diocesi sparse nel mondo, la maggior parte di esse si trova negli Stati Uniti e in Australia. Pur a migliaia di chilometri lontano dalla seconda Roma, sono centri ben più vitali dell’asfittica e declinante chiesa madre, a Costantinopoli. Ed è proprio questa sua trazione universale ad aver fatto sì che lo storico Concilio panortodosso possa celebrarsi il mese prossimo a Creta, dopo oltre mille anni dall’ultima volta e anni di negoziati estenuanti tra la miriade di chiese autocefale ortodosse, tutte gelose della propria autonomia. Se fosse stato per gli altri – dove “gli altri” sono soprattutto i russi, sempre guardati con sospetto e diffidenza, sulle caotiche rive del Bosforo – il discorso non sarebbe neppure stato aperto. Il concilio, secondo i programmi concordati, avrebbe dovuto tenersi a Istanbul, poi la crisi diplomatica tra Ankara e Mosca riguardo le divergenze sul destino di Bashar el Assad in Siria ha suggerito un cambiamento di programma che la delegazione guidata da Kirill ha accolto di buon grado. E’ infatti il rapporto tra la seconda e la terza Roma il punto dolente dell’ortodossia, la pericolosa faglia che divide Costantinopoli da Mosca, chiese sorelle ma divise su obiettivi da perseguire e strategie. Da una parte un’ispirazione universale, dall’altra una imperiale. Hilarion, il potente presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, è colui che tempo fa si definì “prima russo e poi cristiano”, sancendo con tale assunto una visione del mondo opposta a quella di Bartolomeo I, che viaggia ovunque – anche in quell’occidente che in Russia si guarda sempre con sospetto – che sulle orme di Atenagora accoglie a casa propria i papi di Roma e che partecipa a riunioni in Vaticano, incarnando l’essenza più pura dell’ecumenismo conciliare.

 


Il patriarca Bartolomeo I


 

Il futuro di Costantinopoli si gioca ormai sul “baratto” – altri preferiscono chiamarlo ricatto – continuo con il governo Erdogan, che comunque non è così mal visto dalla comunità ortodossa di Istanbul, soprattutto perché “almeno con lui è venuto meno il dogma della laicità assoluta”, spiegano speranzosi e nonostante tutto ottimisti dal Fener. Dogma che per decenni ha schiacciato le minoranze. Un do ut des che per la Turchia di oggi, proiettata sulla scena internazionale con ruolo da protagonista e ambiziosa di contare qualcosa sullo scacchiere globale, significa anche tutela della comunità musulmana in Grecia.
Il grosso problema sul tappeto è il destino di Halki, il glorioso seminario da cui sono uscite le classi dirigenti del patriarcato per più d’un secolo e mezzo. Halki è chiuso dal 1971, quando Ankara decise che sul territorio nazionale non potevano sorgere istituti superiori non pubblici (a meno che non fossero emanazione delle Forze armate o della polizia). Tre anni fa, il governo si disse disposto a valutare la riapertura della scuola, a patto che rinunciasse al titolo e al conseguente valore legale di scuola di educazione superiore. Come richiedere, insomma, la trasformazione del principale centro teologico ortodosso turco in una sorta di oratorio. Proposta irricevibile. Eppure per Halki, negli ultimi anni, si erano mobilitate le alte sfere del gotha politico internazionale. Perfino pezzi grossi dell’Amministrazione americana, dal presidente Barack Obama al vicepresidente Joe Biden, avevano esercitato pressioni su Recep Tayyip Erdogan affinché s’ammorbidisse e lasciasse alle tremila anime fedeli a Bartolomeo I di poter riavere la propria scuola. Niente da fare.

 

La partita infatti si interseca con quel che accade ad Atene, dove all’antico nemico si chiede in modo strumentale e provocatorio di consentire alla comunità musulmana residente in territorio ellenico di eleggere i propri rappresentanti. Una cosa – fanno notare al Fener – che non ha ragione d’essere, né da un punto di vista politico né storico. “Il governo greco dovrebbe concedere più libertà ai turchi della Tracia occidentale, risolvere i problemi legati al clero islamico in quel paese e alla disoccupazione, favorendo al contempo la nascita di associazioni di minoranza”, chiariva nel 2010 Erdogan. Di certo le cose non sono destinate a migliorare con l’abbraccio sempre più stretto tra l’élite governativa ellenica e Vladimir Putin, divenuto uno degli avversari più strenui di Erdogan, il cui disegno neo ottomano di fare della Turchia una potenza regionale orientata più a est che all’ovest di cui pure dovrebbe far parte (è da sessant’anni membro della Nato) inevitabilmente cozza con gli interessi di Mosca nell’area. Ieri l’inquilino del Cremlino è giunto ad Atene, dove si tratterrà anche oggi. Il suo messaggio è chiaro, si sprecano le lodi alla Grecia, paese con cui “stiamo portando avanti un dialogo politico dinamico”. Un’amicizia che “è fondata su basi solide di valori comuni di civilizzazione”, quali “la cultura ortodossa e una genuina attenzione reciproca”. E proprio l’accenno al terreno comune dell’ortodossia non farà altro – sostengono a Istanbul – che irrigidire ancora di più la posizione di Ankara, nonostante i rapporti tutt’altro che idilliaci tra la chiesa di Costantinopoli e quella di Mosca, con Halki destinata a rimanere chiusa chissà per quanto tempo ancora. In tale situazione, la formazione del clero ortodosso non può che avvenire all’estero, nelle scuole proprie delle chiese nazionali, sempre considerando che poi per “operare” entro i confini turchi è necessario possedere la cittadinanza turca. Erdogan è stato magnanimo nel corso degli anni, e a trenta sacerdoti la cittadinanza è stata concessa. Non si sa quanto lo sarà ora, così a suo agio nel giocare la carta dello “scambio” con l’Europa, garantendo aperture (modeste o più rilevanti) interne a fronte di capitolazioni europee su dossier di respiro internazionale (quello dei migranti, ad esempio). Scriveva il Catholic Culture che senza comunità monastica, non ci sono monaci e senza monaci non ci sono vescovi. E se non ci sono vescovi nati e istruiti in Turchia, non ci può essere un patriarcato ecumenico.

 

Il grande interrogativo, sussurrato con inquietudine crescente, è capire cosa farà il governo turco quando si tratterà di esaminare la “pratica” del successore di Bartolomeo I. La concessione della cittadinanza al futuro patriarca rischia di diventare uno strumento di ricatto tale che al confronto Halki sarà nulla. Chissà cosa chiederanno ai greci per dare il placet, si domandano alcuni tra i più preoccupati della comunità di Costantinopoli, terrorizzati all’idea di vedere il Fener senza il suo legittimo inquilino, quasi fosse il Dalai Lama in esilio dal Tibet e costretto a girare il mondo cercando fondi e perorando la causa della libertà. Uno scenario che va al di là di ogni possibile immaginazione. Già ora la procedura per individuare il patriarca è complessa e soggetta alle pesanti condizioni turche. C’è una terna di nomi che deve passare al vaglio ed essere approvata dal prefetto di Istanbul, chiara emanazione governativa. Forse, mormora qualcuno, si tornerà alla provocazione che fece Erdogan un lustro fa, quando sostenne che ad Atene avrebbero dovuto esserci più moschee. “E’ colpa mia se la Grecia nomina i mufti” e non li fa eleggere dai musulmani locali?, rispose Bartolomeo I a chi gli chiedeva un parere sulla nota ufficiale dell’allora premier turco. Di certo, aggiungeva, i greci sotto il governo di Ankara “sono trattati come cittadini di seconda classe”, sentendosi spesso “crocifissi” dai provvedimenti restrittivi e dalle umiliazioni imposte alla comunità. Frase che scandalizzò anche un mite e riflessivo uomo d’accademia come l’allora ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, indignato per la reazione a suo dire spropositata del patriarca: “Spero sia stato tradotto male”, disse.

 

A ogni modo, il declino è nei fatti. Bartolomeo I non crede alla fine del patriarcato: “Siamo sopravvissuti alla storia e crediamo nei miracoli” . Se si guarda al panorama delle scuole – tra cui alcune ben rinomate – la situazione appare in tutta la sua drammaticità. In tutta Istanbul, ci sono ventidue scuole primarie greche per poco più di duecento studenti. Di questi istituti, solo dieci hanno studenti regolarmente iscritti. Spesso, uno per scuola. Anche qui, le tendenze spiegano che si va verso la progressiva chiusura di quelle rimaste. E’ una questione che affonda le proprie radici, ancora una volta, nei termini del Trattato di Losanna, secondo le cui clausole solo ai greci con cittadinanza turca sarebbe stato permesso di iscriversi in una scuola locale. Il governo Erdogan, quando ancora pareva ammiccare all’Europa e incarnare un riformismo illuminato capace di dimostrare la compatibilità dell’islam con il secolarismo, aveva proposto una modifica a quel trattato, consentendo anche agli stranieri l’ammissione a quelle scuole. A porre il veto fu il Partito popolare repubblicano (Chp), la più antica forza politica del paese, che rifacendosi alla più classica dottrina kemalista, poco era disposta a tollerare un risveglio delle minoranze, soprattutto se religiose. La scuola di Bakirkoy per sei anni è rimasta aperta, ma senza studenti. A Marasli, vicino alla cattedrale di San Giorgio, di allievi ce n’erano sei nel 2010. L’istituto greco più frequentato a Istanbul è lo Zapyon: centoventi studenti. I licei del Fener festeggiano se i banchi sono occupati da sessanta ragazzi in tutto. Ogni anno si apre una gara tra gli istituti per accaparrarsi nuovi iscritti e così dare un segnale di vita. Alla fine, vale sempre il motto di Yani Demircioglu, preside della Zografyon, centodicassette anni di storia nel quartiere di Taksim: “Non lasciate che le tende siano chiuse. Lasciate che le scuole rimangano aperte a chiunque voglia imparare il greco”.

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