Tra oratorio e dolce vita

Nel 1990 muore il marchese Alessandro Gerini, costruttore, uno degli uomini più ricchi d’Italia. Il “palazzinaro di Dio” lasciò tutto ai salesiani. Tra i parenti bon vivant c’è ancora chi non si rassegna. Il romanzo di un testamento.
Tra oratorio e dolce vita

Antonio Gerini, diseredato felice, oggi ottantunenne, qui in una foto negli anni della Dolce Vita con il suo più celebre flirt: Anita Ekberg. Alessandro Gerini, il marchese costruttore, era suo zio

Questa è una storia di miliardi, preti, Dolce Vita e consumo di territorio: dunque di Roma. Questa è la storia di un’eredità di centotrenta milioni di euro che a fine mese andrà a un misterioso “faccendiere siriano” o ai buoni frati salesiani.
Mentre Papa Francesco predica un ritorno alla chiesa povera e francescana, ecco la storia di un marchese ricchissimo, marchese costruttore, anzi “costruttore di Dio”, che disereda i parenti per dare tutto in beneficenza ai preti. E’ soprattutto il romanzo di un testamento: nel 1990 muore infatti Alessandro Gerini, aristocrazia fiorentina in purezza, e costruttore in proprio nell’agro romano: uno degli uomini più ricchi d’Italia, senatore democristiano per due legislature, re della cubatura: praticamente tutti i terreni costruibili a sud e a est della Capitale furono suoi. E furono edificati. Lascia un patrimonio sterminato, calcolato in 690 milioni di euro.

 

Il marchese non ha figli, il marchese, cattolicissimo, gran benefattore, lascia tutto ai salesiani. Neanche una lira agli eredi, i nipoti marchesini Gerini, più altri intrecci ereditari araldici che coinvolgono i migliori (doppi) cognomi del paese. Il denaro va tutto a una Fondazione ecclesiastica Gerini, dal marchese eretta negli anni Sessanta, che si occupa di beneficenza, affidata ai seguaci di don Bosco. La Fondazione Marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini sorge, per statuto, per “assicurare adeguata assistenza ai giovani appartenenti ai ceti sociali bisognosi” Questi ceti però non si sa se abbiano mai visto qualche euro o siano rimasti sprofondati nel bisogno. “Nella fondazione siedono l’economo generale e altri membri dei salesiani”, mi dice l’avvocato Michele Gentiloni nel suo studio a palazzo Gentiloni, Roma, sotto una foto dell’antenato guardia nobile di Sua Santità. L’avvocato Gentiloni, defensor fidei, e marchese in proprio, difende la Fondazione Gerini e i salesiani, che sarebbero dovuti essere, e forse saranno, eredi universali del munifico costruttore di Dio.

 

Solo che i buoni seguaci di don Bosco nel loro percorso verso i 690 milioni agognati hanno incontrato un personaggio forse sulfureo, forse proprio il Male in persona, il Malefico, addirittura un “faccendiere siriano”, dunque di furbizia orientale, come direbbero magistrati immaginifici. “Pluripregiudicato”, secondo alcuni. Si tratta di Carlo Moisé Silvera, finanziere, costruttore a sua volta, che appena morto il marchese avvicina i molti nipoti diseredati e stravolti e gli dice: prendo in mano io la pratica, vi do un po’ di soldi cash, e mi accollo la questione. Al nipote Gerino dà un vitalizio di ottocento euro al mese, ad altri più accorti fino a due milioni di euro. I nipoti accettano. Il finanziere si attiva per fare annullare il testamento. “Inizia a tempestare la fondazione”, dice l’avvocato Gentiloni. Comincia a fare cause ai salesiani, “una quindicina dal 1990 al 2006”, tra tribunali civili ed ecclesiastici, e “le perde tutte”. Nel 2007 però il colpo di scena: all’improvviso arriva un accordo tra i salesiani e il “faccendiere”: i buoni frati si convincono a riconoscergli il 15 per cento (130 milioni) dell’eredità pur di chiudere la vicenda e tenersi i soldi veri, e come anticipo gli versano 16 milioni di caparra.

 

La vicenda a questo punto assume sfumature da Dan Brown; partono infatti una denuncia e un processo penale (tutt’ora in corso, si arriverà a sentenza a fine anno, presso il tribunale di Roma). Forse l’accordo è invalido, e gli atti falsi, dice l’accusa. Imputati sono il “faccendiere” (sempre lui), insieme all’ex economo della congregazione religiosa don Giovan Battista Mazzali, e l’avvocato di Silvera, Riccardo Zanfagna. Addirittura viene chiamato a testimoniare l’allora segretario di stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Che in un’udienza come si vuole tesa ammetterà d’essere stato truffato: subì “forti pressioni” per avallare l’accordo in questione, che necessitava del placet della Santa Sede. Atti falsi, pressioni, milioni. Si attende l’esito del processo. A chi andranno questi 130 milioni? Forse Papa Francesco vuole una chiesa povera, ma i salesiani non vogliono essere i primi della lista. Telefonata con presunto faccendiere. “Sono nato ad Aleppo nel 1943”, dice Carlo Moisé Silvera al Foglio. “Sono italianissimo, ed ebreo”. Questa cosa dell’ebreo forse ha avuto un peso. “L’ebreo siriano” sono le parole più gentili che mi hanno detto”. “Mi hanno detto anche faccendiere sudamericano, ma io veramente in Sudamerica non ci sono mai stato”. In quanto a pluripregiudicato, “sono stato in carcere due volte, per due fallimenti di due mie attività, casualmente a seguito della vicenda Gerini”. Insomma Silvera si sente perseguitato, dice che la vicenda l’ha rovinato. Faccendiere ebreo braccato dalle gerarchie vaticane? Sarebbe materia di un romanzo, o fiction.

 

Nel ’47 con la famiglia è tornato, bambino, in Italia, a Milano; i Silvera sono una stirpe che si occupa di diamanti, lui ha messo su un commercio di tessuti, tovagliati, perle. Poi costruzioni, “abbiamo costruito parecchio per le Acli”. “Ho conosciuto la marchesa Giovanna Gerini a Milano”, dice. Silvera, “l’ebreo siriano”, e anche un po’ sudamericano, ha sempre avuto idee precise sulla Fondazione Gerini: era in realtà una banca, tipo Ior parallelo; “non hanno mai fatto un euro di beneficenza. Il marchese era ossessionato dalle tasse e aveva costituito questa struttura per non pagarne”. “Ci sono vari diari, in cui negli ultimi anni della sua vita il marchese scriveva tutto: ‘Finalmente il mio capitale avrà vita eterna’, annotava”. Come in un delirio mistico-capitalistico. Anche il business del marchese sarebbe stato peculiare: “Comprava terreni, li donava alla fondazione e poi chiedeva il permesso di costruirvi sopra una chiesa, e delle abitazioni per i fedeli”, sostiene Silvera. Di chiese non ne fu costruita nemmeno una, mentre di palazzi, molti. “C’era un accordo tra il marchese e i salesiani, ognuno di loro aveva una percentuale del 5 per cento per lo sviluppo immobiliare, e il patrimonio cresceva, cresceva, esentasse”. Sostiene Silvera.

 


Antonio Gerini finge un guasto alla macchina: photo opportunity con Ekberg al Rally del Cinema


 

Intanto, dopo l’accordo del 2007, il faccendiere un po’ siriano e poco sudamericano comincia a dare la caccia ai 130 milioni che gli spettano. Ottiene un decreto di pignoramento, e si dedica a stanare i denari religiosi in ogni latitudine, tipo cacciatore di nazisti. I salesiani sono disperati. “Abbiamo pignorato la loro casa generalizia a via della Pisana”, dice il presunto faccendiere, è andata all’asta due volte”. Ma il colpo grosso avviene stanando un fondo lussemburghese, la Polaris Investment Sa, fondo controllato da Cariplo, che gestisce circa sei miliardi di euro; e di cui i salesiani posseggono il 20 per cento. A capo di Polaris era lo stesso economo dei salesiani imputato al processo di Roma, don Mazzali. I 130 milioni vengono pignorati lì. I salesiani si stracciano le vesti: così andremo in fallimento. Altro colpo di scena. Parte un’altra causa: i 130 milioni vengono congelati dalla magistratura. Un’altra causa, questa civile, che contrappone Silvera ai frati, dovrà decidere, entro i prossimi giorni, se spetteranno al sulfureo finanziere o ai fraticelli. Pausa. Piazza Sallustio, Roma, quartiere di eleganze misteriose, bordi del rione Macao, fatto dai torinesi per nuove classi dirigenti unitarie, in un bar d’hotel. Ecco il marchese Antonio Gerini, uno dei diseredati di questa storia. Diseredato felice. Ottantun anni, formidabile signore, dotato di Facebook, felice delle sue “milleseicento amicizie”, il “marchese della notte”, come è intitolato un libro di memorie scritto insieme al suo amico architetto Giorgio de Romanis. Gerini è stato un protagonista della Dolce Vita romana, ha sposato l’attrice Paola Quattrini, è stato fidanzato di Anita Ekberg, è stato l’agente di Peppino Di Capri. Ha avuto una vita felice e ancora pare divertirsi molto. Tanto tempo fa è stato l’unico a dire che non si era mai aspettato niente da quello zio, il costruttor-marchese, appunto.

 

In una stirpe di bellocci, il marchese di Dio era forse complessato, di qui l’avidità. “Era geloso di mio padre” dice il nipote. Pare fosse piccolo di statura, le foto lo ritraggono arcigno, con baffi e pizzetto. Figlio del senatore del Regno Gerino (un altro) e della principessa Teresa Torlonia, nobiltà recente ma assai liquida romana. Dunque era nato e cresciuto a villa Torlonia, poi affittata a Benito Mussolini per una lira all’anno. “Il suo sogno era rendere edificabile il giardino della villa” dice il marchese-nipote. “Viveva per il dio denaro non spendendo praticamente una lira”. “Viaggiava su una vecchia 1.100, e spesso nella salita di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, io mi dovevo fermare, con la mia fuoriserie, e portargli secchi di acqua perché il suo radiatore andava in ebollizione”. Ancora: “Da ragazzo ho lavorato con lui, ma poi ho smesso perché mi faceva fare figure barbine. Mi faceva trattare l’acquisto di un terreno, io chiudevo l’accordo, per dire, a 100 milioni, con una venditrice, poi il giorno dopo davanti al notaio diceva: ‘Mio nipote è uno stronzo, io avevo detto 120’, e chiudeva poi a 110”.

 

Continua il marchese-nipote: lo zio “conferisce tutte le sue proprietà in una fondazione a favore dell’ordine dei salesiani, per risparmiare le tasse poiché le plusvalenze delle proprietà, dei terreni acquisiti, diventati fabbricabili, avevano moltiplicato il loro valore originario”. E racconta nelle sue memorie: “Il senatore democristiano Alessandro Gerini, uno degli uomini più ricchi d’Italia, ha lasciato tutti i parenti con un palmo di naso”. “Questa è l’ultima beffa”, commentano i medesimi parenti. “Gestiva i suoi affari a villa Torlonia, ormai disadorna, fatiscente, passava la notte a studiare l’andamento della Borsa”. “Ha lavorato tutta la vita per accrescere il valore delle sue proprietà, “non sappiamo se per compiacere la madre o per sua inclinazione naturale”.
Il nipote marchese della notte capisce presto che è meglio emanciparsi dal marchese del calcestruzzo, e diventa un protagonista dei locali notturni a Roma. Si inventa il Rally del Cinema, una specie di Mille Miglia con equipaggi di attori; è in coppia con Anita Ekberg fidanzata all’epoca con Agnelli. L’Avvocato aveva bocciato tutti gli altri piloti che l’avrebbero dovuta affiancare, “ma sul mio nome disse sì”. Per tre ragioni, disse: “O non succede niente; o te la scopi, e va bene perché ti conosco e siamo amici; o vi innamorate, e tu saresti l’uomo giusto per lei”. Si innamorano. Con photo opportunity: “La Lancia Flaminia su cui viaggiavamo, fornita da Agnelli, aveva una levetta per bloccare il flusso di benzina. La chiudo, e metto la Ekberg a spingere la macchina: il giorno dopo la foto è su tutti i giornali del mondo, una formidabile pubblicità”.

 

Altre memorie agnelliane, altri marchesi meno pauperisti: un altro zio, Lippo, fratello del costruttore, aveva sposato una americana che poi rimase vedova e si comprò la villa all’Argentario che fu poi ceduta a Suni Agnelli (e finì in “Vestivamo alla marinara”). All’Argentario, vita poco frugale. A casa Gerini circola Soraya, principessa come si vuole triste. Un ospite romano: “Viè, principessa, famo ’sto ballo”. E lei, piccata, “Oui, balare, oui, ma io non essere vecchia principessa”. Viè, non vieille.
Altri tempi. Oggi si attendono le cause. “Ero sicuro che non ci avrebbe lasciato niente”, conferma oggi il marchese nipote. Qualche parente – non lui – spera invece in qualche rivolo di denaro imprevisto, non si sa mai con dei cespiti del genere. Due sue nipoti, Emanuela e Beatrice Cordero di Montezemolo, figlie della sorella Anna Maria, reclamano denari nonostante l’accordo di dieci anni fa che ha liquidato la di loro madre. “Vogliamo ciò che ci spetta, in nome di ‘mami’ chiediamo giustizia”, hanno detto al Corriere della Sera. “Questa vicenda che dura da oltre vent’anni riguarda denari, ma soprattutto valori e sentimenti di famiglia”, dicono. Mami però aveva preso due milioni, all’epoca. Ma i 130 milioni oggi fanno gola a tutti, anche se andranno o ai frati o all’ebreo siriano, tertium non datur. Si saprà nei prossimi giorni. “I Gerini discendono da Gerino, dei luogotenenti di Carlo Magno era il più saggio”, ricorda oggi al bar il marchese senza eredità. “Aveva liberato Rolando a Roncisvalle, e si era fatto notare per la capacità di amministrare le terre conquistate”, dice: forse parlando di sé stesso o forse rimpiangendo tempi più nobili in cui le terre non necessitavano di permesso a edificare.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Lazzarettieditore

    27 Giugno 2017 - 20:08

    Adesso con l'assoluzione di don Gianni Mazzali perché il fatto non sussiste cosa si inventeranno i Salesiani per non pagare i 130.000.000 di euro. Ricorrere in appello? Prendere a pedate nel culo Bertone e fargli testimoniare che è un truffatore e che quell'accordo stilato da don Gianni era regolare perché voluto da Bertone. Accidenti non si può perché altrimenti devono pagare! Chiedere a don Gianni Mazzali di fare la parte dell'utile cretino e sconfessare la difesa che lo ha portato all'assoluzione? Questa è una strada percorribile sempre che l'orgoglio di don Gianni, io lo conosco bene, non lo induca a resistere ancora. Potrebbe essere papa Francesco a chiederglielo poi lo farà cardinale al posto di Bertone.

    Report

    Rispondi

Servizi