Il manifesto di Nabokov

Assaporiamo il nostro tempo come pagani e come dei

Ecco il testo, inedito per l’Italia, di una conferenza tenuta nel 1926 dall’autore di “Lolita”. Una condanna delle generalizzazioni e il disprezzo delle parole “idea”, “tendenza”, “influenza”. Perché la Roulette della storia non conosce leggi.

 

Assaporiamo il nostro tempo come pagani e come dei

Natura arbitraria della moda: quando, nel ’600, Madame de Sévigné scriveva le sue lettere, si portavano tranquillamente le pettinature alla maschietta che Louise Brooks avrebbe immortalato

(traduzione di Giuliano Ferrara) Ecco un dèmone molto seducente e molto pericoloso: il dèmone della generalizzazione. Cattura la mente dell’uomo marchiando ogni fenomeno con un’etichetta, induce a classificarlo e compararlo con altri fenomeni, confezionati e numerati con la stessa precisione. Il dèmone converte un campo della conoscenza umana tanto mutevole come la storia in un ufficetto pulito dove guerre e rivoluzioni giacciono assopite nei loro faldoni in modo che possiamo compulsare comodamente le ère del passato. Il dèmone è incantato da parole come “idea”, “tendenza”, “influenza”, “periodo” e “èra”. Nelle ricerche dello storico questo dèmone combina semplicisticamente nell’intuizione fenomeni, influenze e tendenze delle età trascorse. Con lui arriva un tedio costernante, e l’idea (sbagliata in linea di principio) che l’umanità, comunque giochi la sua mano o reagisca ai fatti, ha per destino un’implacabile e univoca direzione di marcia. Di un simile dèmone occorre avere paura. E’ una frode. E’ un piazzista dei secoli che propone la sua lista storica dei prezzi.

 

Il peggio, forse, arriva quando la tentazione di generalizzazioni complete e comode ci prende nella considerazione non tanto del passato, un tempo da mercato dell’usato, ma in quella del momento in cui viviamo. Non importa che lo spirito della generalizzazione, nello sforzo di facilitare il pensiero, abbia battezzato una lunga serie di anni che non meritano disprezzo come “Medioevo”. Lo si può scusare; forse è così che abbiamo salvato da disastri peggiori gli studenti d’oggi. Non importa che fra 500 anni, più o meno, il Ventesimo secolo, più alcuni altri secoli, sarà a sua volta inserito in un faldone con un titolo immaginoso o come, per esempio, “Secondo Medioevo” (1). La faccenda non ci riguarda, malgrado il divertimento di pensare il Ventesimo secolo per come si presenterà all’immaginazione di uno storico fra cinquecento anni, e la risata omerica che ci avrà procurato uno sguardo ai manuali scolastici del futuro. Ma uno si può domandare: siamo davvero obbligati a definire per nome in qualche modo il nostro secolo? E questo tentativo non ci farà brutti scherzi quando in densi libriccini solleciterà la curiosità di futuri uomini saggi?

 

Uno di questi saggi, storico di rara penetrazione (2), stava un giorno lavorando alla descrizione di una guerra dell’antichità, quando d’improvviso ha sentito rumori arrivare dalla strada. Una piccola folla stava separando due persone che litigavano di brutto. Ma né la vista della rissa né le espressioni dei litiganti né le spiegazioni dei testimoni oculari poterono dare allo storico curioso una accurata definizione di che cosa era effettivamente successo. Lo storico si mise a pensare al fatto che era impossibile indagare il fondo di una casuale rissa di strada, da lui stesso personalmente intravista; rilesse la descrizione della guerra, alla quale stava lavorando, e comprese quanto fossero espressi a casaccio, quanto arbitrariamente, i suoi giudizi tanto profondi sulla conflagrazione tra città antiche. Riconosciamo con noi stessi, una volta per tutte, che la nozione di storia intesa come scienza esatta è mera convenzione, roba per “gente semplice”, come usava dire il custode del museo, mostrando due scheletri, uno giovane e uno vecchio, appartenenti a un unico criminale.

 

Se ogni giorno della nostra vita è una sequenza di fatti occasionali, ed è in questo che risiede il suo carattere divino e la sua potenza, allora la storia dell’umanità è ancora più a buon diritto un prodotto del caso. Puoi combinare queste circostanze, stringerle in un composto bouquet di periodi e di idee; ma la fragranza del passato va nel frattempo perduta, e noi ora non vediamo che cosa è stato ma ciò che vogliamo vedere. Per caso un comandante ha un dolore acuto di stomaco, ed ecco che una venerabile dinastia regale è rimpiazzata dalla dinastia di un vicino potente. Per caso un irrequieto eccentrico ha l’impulso di navigare gli oceani, ed ecco che il commercio è trasformato e una nazione marittima diventa ricca. Perché dovremmo prendercela con i paradossali nemici di ogni rischio, quelli che se ne stanno per anni seduti al tappeto verde di Monte Carlo calcolando quante palline cadranno nel rettangolino nero e quante in quello rosso, tutto per trovare un sistema a prova di errore? Non c’è sistema. La ruota della Roulette della storia non conosce leggi. Clio ride dei nostri stereotipi, del nostro parlare con oltranza, abilità e senso di impunità di influenze, idee, trend, periodi, ère, e del nostro dedurre leggi e previsioni del futuro.

 

E’ così che si tratta la materia storica. Ma, come ripeto, è cento volte peggio quando il dèmone della generalizzazione penetra subdolamente nei nostri giudizi sul nostro tempo. E che cos’è esattamente la nostra “èra”? Quando è cominciata, in quale anno o mese? Quando si dice “Europa”, che cosa si ha in mente esattamente, quali paesi: quelli dell’Europa centrale, o del centro europeo fanno parte anche il Portogallo, la Svezia e l’Islanda? Quando i quotidiani, con la loro peculiare passione per le metafore scadenti, intitolano un articolo “Locarno” (3), io vedo solo montagne, il sole che splende sull’acqua e un viale di platani. Quando la gente dice “Europa”, con quella stessa intonazione generalizzante e metaforica, io vedo precisamente il nulla, ché non posso immaginare simultaneamente il paesaggio e la storia di Svezia, Romania e, per esempio, Spagna. E quando la gente in connessione con questa Europa inesistente parla di un’èra, mi perdo nel tentativo di capire quando sia mai cominciata questa età, e come per la precisione il suo peso potrebbe essere portato allo stesso titolo dal signor Ivanov, da Mr. Brown e da Monsieur Dupont. Ma divago. Devo concludere che il mio interlocutore ideale sta parlando degli ultimi due o tre anni, che l’azione si svolge nello stesso luogo in cui egli vive – diciamo, Berlino – e che l’onda barbarica di cui si discute data a partire dalla comparsa delle sale da ballo sulla Kurfürstendamm.

 

Capito questo, tutto diventa più semplice. Non stiamo quindi parlando di qualcosa di generale, di nebbioso e di collettivo. Parliamo di una dance hall nella città di Berlino nel ventiquattresimo o venticinquesimo o ventiseiesimo anno di questo secolo. Al posto di uno spirito cosmico, mettiamoci una moda arbitraria. Questa moda passerà come già ne sono passate tante nelle occasioni precedenti. E’ anche interessante notare che queste danze faux-black (4) erano di gran voga già ai tempi del Direttorio postrivoluzionario in Francia… Adesso non ci troverete più erotismo di quanto non ce ne sia stato nel valzer. E’ anche interessante notare che in quegli anni in cui le signore adornavano di mostruose piume i loro cappellini, la moralità comune spendeva una lacrimuccia sullo scandaloso carattere della negritudine. E allora, se parliamo di moda, la chiacchiera può diventare interessante e ricca di informazioni. Potremmo parlare della natura arbitraria della moda, del fatto che la moda non è connessa con altri fenomeni nella vita quotidiana, per esempio citando il fatto che, all’epoca in cui Madame de Sévigné scriveva le sue lettere, si portavano tranquillamente le pettinature alla maschietta, i Bubikopf cosiddetti (5).

 

“Il caso, Donn’Anna, il caso”, come è detto nel Convitato di pietra (6). La moda è casuale e capricciosa. A Berlino è del tutto diversa dalla moda di Parigi. Un gentiluomo inglese si confonde nel vedere tanti berlinesi che passeggiano con i pantaloni a scacchi arrotolati sotto le ginocchia, i plus fours: ma ti pare che la metà dei berlinesi gioca a golf tutto il giorno? E ancora, se parliamo di sport, dobbiamo stabilire quale popolo, quale paese, precisamente quali anni abbiamo in mente. E ricorrere a qualcuno che sia molto bene informato sulla storia dello sport. Spiegherà che in Germania solo adesso lo sport sta facendo i suoi primi passi, e molto rapidi, e per questo colpisce tanto l’immaginazione. Il football prende il posto del passo dell’oca, il tennis prende il posto dei giochi di guerra. Se pensiamo allo sport in altri paesi, troviamo per esempio che in Inghilterra il football ha eccitato le folle allo stesso modo per cinque secoli; e che in Francia sono ancora in piedi le grandi sale dove si è giocata la pallacorda a partire dal Quattordicesimo secolo. I greci giocavano l’hockey e si allenavano con il punching ball. Lo sport, fosse la caccia, un torneo per cavalieri, il combattimento fra galli, o la vecchia lapta (7) russa, ha sempre divertito e intrattenuto l’umanità. Cercare nello sport elementi di barbarie è del tutto privo di significato, anche perché un vero barbaro è sempre un cattivo sportsman.

 

Non dobbiamo calunniare il nostro tempo. E’ romantico al più alto grado, spiritualmente bello e materialmente confortevole. La guerra, come sempre con le guerre, ha danneggiato parecchie cose; ma è passata, le ferite sono risanate, e ora è difficile percepire conseguenze davvero spiacevoli, con la possibile eccezione della quantità di cattivi racconti francesi a proposito dei jeunes d’après guerre (8). Quanto al soffio rivoluzionario, anche questo, essendo arrivato per caso, per caso si dissolverà, come è accaduto già mille volte nella storia. In Russia il comunismo dei sempliciotti sarà rimpiazzato da qualcosa di più intelligente, e in un centinaio di anni l’esageratamente noioso Mr. Ulianov sarà ricordato solo dagli storici di professione (9).
Intanto assaporiamo il nostro tempo come pagani o dei: con le sue macchine meravigliose e i suoi megahotel, le cui rovine in futuro saranno apprezzate come noi oggi apprezziamo il Partenone; con le sue comode poltrone di pelle, sconosciute ai nostri avi; con la sua investigazione scientifica così precisa; con la sua velocità moderata e il suo buon umore; e, più importante ancora, con il suo quid di eternità che fu e sarà presente in ogni secolo.

 

NOTE:
(1) Il riferimento è allo scrittore émigré russo Nicholai Berdiaev e al suo giovanile inquadramento del dopoguerra nel saggio Nuovo Medioevo.
(2) Aneddoto apocrifo su Sir Walter Raleigh e la sua Storia del mondo di cui soltanto uno dei cinque volumi progettati fu pubblicato.
(3) Nel 1925 la cittadina svizzera lacustre fu la sede di una conferenza internazionale sui nuovi confini del dopoguerra.
(4) Danze jazz come il Charleston, popolarizzate in Europa dalla ballerina afro-americana Josephine Baker.
(5) Louise Brooks aveva immortalato il page-boy haircut o Bubikopf (o pettinatura alla maschietta in italiano, ndt).
(6) Una delle Piccole tragedie di Aleksandr Pusˇkin (1830).
(7) Uno sport tradizionale russo che si gioca con la mazza e con la palla.
(8) I ragazzi protagonisti dei romanzi sul malessere della gioventù del dopoguerra.
(9) Ulianov è il nome di famiglia di Lenin, come gli storici si periteranno di ricordare.

 

 

© Estate of Vladimir Nabokov, 1926; used by permission of The Wylie Agency

 

(traduzione di Giuliano Ferrara)

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