Vivi per miracolo

Le Monde chiede provocatoriamente alla generazione di genitori trenta-quarantenni apprensivi: “E se lasciassimo la briglia sciolta ai nostri figli?”. Rispondendosi già dal sottotitolo che è impossibile, vista la situazione: “Sorvegliati, superprotetti, i bambini di oggi hanno a malapena il permesso di andare a comprare una baguette da soli.
Vivi per miracolo

“Ma come si fa a crescere se si è sempre sotto la direzione e la sorveglianza di un adulto?”, si domanda sul Monde lo psicologo dell’età evolutiva Peter Gray

Prima impresa: arrampicarsi sul cancello del condominio, approfittando della distrazione del padre neo-separato, e poi saltare direttamente sul muretto di fronte (anni otto). Seconda impresa: scalare la parete con ringhiera del magazzino della farmacia di famiglia dell’amica, al riparo da occhi adulti, e dondolare appese nel vuoto (anni nove). Terza impresa: andare in tre in bicicletta, al mare, di sera, senza mani e con i capelli bagnati (anni dieci). Quarta impresa: visitare il Foro romano di notte con gli amici più grandi, e quasi perdersi nel buio (anni quattordici). Quinta impresa: giocare alle “fate selvagge” nel giardino di montagna della compagna di scuola, e finire sulla strada per seppellire un uccellino morto, mentre la nonna della compagna fa il pisolino (anni sette). Sesta impresa: sfidarsi con crudeltà indicibili e poi buttarsi in una piscina vuota (per fortuna bassa) per dimostrare all’amica-dèspota di essere forte come la bulla della classe (anni cinque e mezzo). Settima impresa: andare in motorino senza casco e sotto la pioggia dietro al ragazzo carino dell’altra classe, anche se lui guida da cani (primo anno di ginnasio).

 

Insomma siamo tutti vivi per miracolo, questo è chiaro, ma poi ha ragione Le Monde, che sulla copertina dell’inserto “L’Epoque” chiede provocatoriamente alla generazione di genitori trenta-quarantenni apprensivi: “E se lasciassimo la briglia sciolta ai nostri figli?”, rispondendosi già dal sottotitolo che è impossibile, vista la situazione: “Sorvegliati, superprotetti, i bambini di oggi hanno a malapena il permesso di andare a comprare una baguette da soli. Una cultura del rischio-zero che li priva della libertà e poco li prepara ad affrontare le incognite della vita”. Non importa come siamo cresciuti negli anni Settanta o Ottanta né quanto sicuri siano oggi i parchi giochi (con pavimento assorbi-colpi e altalene non scartavetrate dall’usura e nessun chiodo sporgente). Da genitori ci comportiamo come se fosse vero il contrario: come se portassimo la bambina a giocare nel peggiore dei parchi possibili, come se ogni adulto fosse un predatore, come se la frattura multipla attendesse a ogni curva il piccolo ciclista barcollante senza rotelle, come se il figlio non fosse mai capace di litigare da solo, ridere da solo e soprattutto difendersi da solo. “Ma come si fa a crescere se si è sempre sotto la direzione e la sorveglianza di un adulto?”, si domanda sul Monde lo psicologo dell’età evolutiva Peter Gray, benedicendo persino Internet, nonostante il suo carico di rischi, in quanto zona libera dall’iperprotezione, ormai invasiva e inevitabile all’esterno delle mura domestiche.

 

“Figurati se noi siamo così esagerati”, si pensa lì per lì leggendo. Ma non si può fare a meno di riconoscersi e di riconoscere in quei nonni ancora più apprensivi i nostri genitori, che con noi erano invece tranquilli anche forse oltre la ragionevolezza – intrepidi o indaffarati com’erano – e ci lasciavano giocare per strada da soli tutto il pomeriggio, senza che nessuno si sognasse di dire che il loro figlio era “lasciato a se stesso”, perché tutte le famiglie, da quella più borghese a quella più popolare, portavano i pargoli a giocare in piazza e se ne andavano (c’era al massimo una mamma distratta a vigilare a turno).
Sanno quello che fanno?, si domanda il Monde, quei genitori che al parco seguono il figlio passo passo anche se ormai sa camminare da un pezzo, e gli chiedono “vuoi che ti aiuti?” e gli dicono “attento!” a ogni discesa dallo scivolo? (Eccomi, anch’io lo faccio, come la maggior parte dei miei amici).

 

E chi, come Lenore Skenazy, fondatrice negli Stati Uniti del gruppo “Free Range Kids” per “bimbi allevati all’aria aperta”, nota con il soprannome di “peggior mamma d’America”, lascerebbe prendere il metrò da solo a un figlio di nove anni? Lei l’ha fatto e il figlio è stato inseguito da telecamere incredule. Ma chissà se lo farei anch’io, che a nove anni tornavo sempre da scuola da sola e quando mia madre lavorava fino a tardi mi addormentavo da sola in casa senza alcuna paura né mia né sua. “Siamo attaccati ai ricordi” di un’infanzia pericolosamente libera, dice Skenazy, “perché raccontano di come siamo fatti”, e però di tutto questo ora “priviamo i nostri figli”, perché oggi “il buon genitore è colui che protegge e interviene” (anche al limite dell’imprigionamento: un’ora d’aria e per il resto tappati in casa, “considerata più sicura anche se poi i bambini giocano al gioco vietato ai minori”, dice un’istitutrice al Monde). E noi, che pure crediamo di essere ipervigilanti, ci siamo distratti, nel weekend, e abbiamo mandato la bimba di cinque anni a vedere “Il regno di Wuba”, horror venduto come innocua favola (ne scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, orripilato dalle “pance squarciate” e dagli “insetti carnivori”).

 

“Come possiamo far capire che cos’è la sicurezza se non permettiamo che il figlio si confronti con il rischio?”, chiede Sylvain Obholtz, direttore di una scuola di banlieue. E “come si può insegnare a gestire le emozioni e il conflitto, se si preservano i figli da ogni frustrazione emotiva?”, è la domanda lanciata sul Monde da Gray. (Solo a pensarci l’ansia aumenta, anche se l’antidoto sarebbe ridurla).

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