L’islam della bellezza

Arte ecumenica. In Vaticano una collezione di opere musulmane con un rarissimo Corano e oltre mille ceramiche e miniature. Riapre tra pochi giorni il Museo missionario-etnologico.
L’islam della bellezza

Cavaliere con falco, ceramica del XVIII secolo, Teheran - Collezione Museo missionario-etnologico del Vaticano (photo courtesy)

Mi creda, fra cento anni l’Etnologico sarà la grande attrazione dei Musei Vaticani“, dice monsignor Paolo Nicolini con la placida proiezione remota dell’istituzione usa a ragionare per epoche e non per congiuntura, eppure dolorosamente conscia della necessità di tenere conto di ogni minima fibrillazione temporale. Settanta manufatti di questa immensa attrazione semisconosciuta innanzitutto agli italiani, il Museo missionario-etnologico che riaprirà fra pochi giorni dopo due anni di lavori ma davanti al quale tantissimi visitatori passano distrattamente da decenni, obnubilati dai Raffaello e dai Michelangelo, sono rientrati da qualche tempo dal Museo della civiltà islamica di Sharjah (Emirati Arabi Uniti), al termine della prima mostra interculturale e interreligiosa sull’arte islamica conservata in Vaticano e che comprende oltre mille fra libri, manufatti, armature, ceramiche, miniature, espressioni dell’islamismo dal Marocco all’Indonesia, datati dal primo periodo islamico fino alla fine dell’Ottocento, fra cui un rarissimo Corano in miniatura e una serie di maioliche persiane donate negli anni Trenta del Novecento da una famiglia palermitana, i La Farina, spesso richieste dai grandi musei internazionali per la squisita fattura e la policromia brillante. La mostra negli Emirati, del tutto ignorata in Italia, venne aperta alla presenza e grazie al sostegno dell’emiro Sultan bin Mohammed al Qasimi pochi mesi prima che i demolitori del terrore entrassero a Palmira e che il dialogo interculturale si trasformasse nella strategia curatoriale forse di moda, di certo moralmente imprescindibile, dei più importanti musei del mondo.

 

Il tema dell’interconnessione fra società e tradizioni lontane, la dimostrazione visibile degli scambi avvenuti per millenni fra artisti, letterati, filosofi e della natura universale dei sentimenti e dei desideri, è per l’appunto alla base di due delle mostre più visitate del momento, “Carambolages” al Grand Palais di Parigi, eccezionale sfida lanciata ai visitatori perché stabiliscano autonomamente connessioni e relazioni fra opere lontanissime per datazione e origine geografica come per esempio la Roma barocca e la Nuova Guinea, e l’esposizione dei “Libri che hanno fatto l’Europa” all’Accademia dei Lincei, una selezione di centottanta fra manoscritti e stampe latini, greci, arabi ed ebraici a illustrazione delle tradizioni che hanno contribuito a formare la cultura del nostro continente e la sua natura aperta e non univoca. Per questo, quando il curatore del Louvre di Abu Dhabi, Jean-François Charnier, annunciava la scorsa domenica al Corriere della Sera che il suo sarà “il primo museo universale in cui dialogherà l’arte di tutto il mondo”, raccontava una filosofia e un’impostazione che, in realtà, quasi tutti i musei europei perseguono ormai da tempo e che l’Etnologico del Vaticano, con i suoi centomila manufatti di cui la gran parte frutto di donazioni, e non di acquisizioni, ormai ha ben compreso come sia arrivato il momento di sostenere, senza affidarsi alle divagazioni di percorso dei passeggiatori solitari lungo la rotta per la Cappella Sistina.

 

E’ stata una maturazione lenta, che l’emergenza politica internazionale ha accelerato solo in parte: l’etnologia come espressione di un logos omnicomprensivo, in cui far convergere non solo l’altro da sé ma anche l’altro in sé, e quindi i Michelangelo come i Miró e i Picasso e l’arte della Polinesia francese, è infatti un frutto puramente culturale. La visione colonialista dell’arte che per secoli ha reso difficile non solo la conservazione, ma anche la metodologia di studio di molte delle opere conservate nei musei etnologici europei, è stata minata decennio dopo decennio negli ultimi settant’anni grazie al ruolo fondamentale degli artisti contemporanei e di un collezionismo che, partendo dall’Africa, si è esteso via via all’Oceania e alle espressioni culturali del difficile, sofferto e brutalizzato patrimonio maori. L’ha spazzata via definitivamente Papa Francesco in un libretto a cura di Tiziana Lupi uscito pochi mesi fa per Mondadori, “La mia idea di arte”, dichiarando che “l’arte non deve scartare niente e nessuno” e che i musei, invece di “essere polverose raccolte del passato riservate agli eletti e ai sapienti”, devono “accogliere le nuove forme d’arte” e “spalancare le porte alle persone di tutto il mondo”, trasformandosi in strumento di dialogo fra le culture e le religioni”. Trattandosi di arte e nonostante il calcione assestato agli scribi, il libriccino ha prodotto un effetto per il momento molto più contenuto di altre manifestazioni pontificie benché sarebbe difficile, oltre che sciocco, disgiungerlo dal significato della sua recente visita a Lampedusa.

 


Papa Francesco (foto LaPresse)


 

Negli ambienti opportuni, è stato letto, e il messaggio colto. Al Museo missionario-etnologico, padre Nicola Mapelli, giovane ex missionario del Pime, un dottorato in Storia delle religioni alla Sapienza, dove ne ricordano innanzitutto l’abilità politica, ha dunque accelerato i lavori per la riapertura, prevista per il 24 maggio con una mostra sulle Americhe focalizzata attorno a una selezione delle trentatré sculture che il tedesco Ferdinand Pettrich dedicò nella prima metà dell’Ottocento all’esaltazione dei nativi americani, primo attestato artistico europeo della loro esistenza, modellando in gesso dipinto guerrieri sioux e saux-fox dai tratti canoviani in pose classiche, sincretismo laico molto adeguato in un’esposizione permanente che ne accoglie in gran numero di cattoliche, compresi un recentissimo Gesù in bronzo nella posizione iconica di Siddharta e una serie di Madonne col Bambino dai tratti cantonesi su carta di riso. Sarà la prima mostra di questa nuova impostazione, ecumenica e votata alla “Riconnessione”, titolo di un progetto che prosegue da anni e che mira a ricongiungere le opere d’arte ai discendenti degli artisti che le hanno realizzate, sviluppando nuovi legami e un network benevolente, abilissima nuova tessitura di una trama artistico-evangelica che prese il via nei primi anni Settanta, con la decisione di Papa Paolo VI di trasferire le collezioni conservate nel Palazzo del Laterano dopo la grande Esposizione vaticana del 1925 che le aveva rivelate al mondo, all’interno delle collezioni pontificie, a fianco della Cappella Sistina e delle statue dell’antichità greco-romana. Nel cortile della galleria dove sono esposti ventiquattro bassorilievi ottenuti da calchi del ciclo Lalitasvara del complesso templare di Borobudur sulla vita del Buddha, si sosta all’ombra di un inaspettato stupa che è la cupola di San Pietro, ed è una leggera vertigine.

 

Attorno al sincretismo, prevalentemente laico come nel caso del Louvre o religioso come nell’Etnologico del Vaticano, vanno dunque ri-costruendosi in tutto il mondo occidentale memorie, si stabiliscono connessioni, spesso e volutamente dimenticando l’origine coloniale e di certo non missionaria di alcune fra le opere portate a esempio in questa conversione metodologica, come una saliera in avorio a forma di caravella realizzata dalle popolazioni dell’antico regno del Benin, nel sud della Nigeria, di prossima esposizione al Louvre di Abu Dhabi, ma per il momento va bene anche così: cercare la pace non significa aver dimenticato la guerra o antiche sopraffazioni. Anzi, potrebbe essere il primo passo per una più approfondita revisione storica sull’espansione coloniale. All’Etnologico è conservato il portamessale di Cristoforo Colombo, forse il primo esempio di arte cristiana indigena del continente americano, un manufatto in legno, carapace di tartaruga e lisca di pesce a forma di conchiglia, simbolo di vita legato all’acqua, di rara sofisticazione artistica, risalente al tardo XV secolo: venne realizzato dai Taino di Cuba e offerto al frate Bartolomé de las Heras che accompagnò il navigatore genovese nel suo secondo viaggio ai Caraibi. Per oltre un anno, fino al 2012, è stato esposto a Cuba. Ora, qualcuno vorrebbe portarlo a Milano per una mostra ad hoc, ipotizzando, con ragione, una folla di visitatori immensa.

 

Con monsignor Nicolini, si immaginano le reazioni a una ripresa europea della mostra di Sharjah , immaginandosi provocatoriamente titoli a effetto piuttosto facili, come “l’Islam in Vaticano”. Sorride. Negli Emirati, il titolo venne tratto da un versetto del Corano, “So that you might know each other” (“perché possiate conoscervi”, Ayat al-Hujurat 43:13). Per una ripresa nello stato pontificio pare ancora presto. Se l’arte, come sostiene Francesco, è innanzitutto “evangelizzazione”, in questo caso gli Emirati ne hanno rappresentato un ideale avvio: prima di dichiarare al mondo il possesso di un patrimonio artistico islamico di questa imponenza ed estensione storico-geografica, che comprende l’arco ornamentale del palazzo dello shah safavide Abbas I a Teheran, capolavoro in ceramica smantellato e donato durante il regno di Nasser al Din shah Qajar a metà dell’Ottocento e ancora in fase di studio, vanno gettati ponti e trovate connessioni che il Louvre può permettersi di ignorare.

 


Il museo del Louvre (foto LaPresse)


 

E’ mezzogiorno, ha appena finito di piovere e tre piani più in basso rispetto a questo piccolo ufficio con affaccio elegante e sterminato sulla città di Roma, un serpentone multietnico si snoda, si sfalda, si ricompatta e si appoggia alle poderose mura della cittadella prima di finire inghiottito nell’androne e spartito fra decine di guide che, una buona mezz’ora più tardi, li ammetteranno alla visione della Cappella Sistina, della Pinacoteca con i Giotto, i Leonardo, i Raffaello e i Caravaggio, ma anche della Collezione d’arte religiosa moderna, del Museo Pio Clementino con il Gruppo del Laocoonte e il Gabinetto delle maschere, del Museo gregoriano-egizio dov’è conservato il “Libro dei morti”; del Museo gregoriano etrusco con i vasi, i bronzi e i sarcofagi fatti collocare da Papa Gregorio XVI nel 1836; del Museo filatelico e numismatico che pure vanta entusiasti sostenitori; del Museo Chiaramonti, dei Musei della Biblioteca apostolica dalla quale sono usciti, in prestito, alcuni dei testi che compongono appunto la mostra ai Lincei, e infine di quella raccolta che il delegato amministrativo dei Musei Vaticani ritiene la futura star di questo colosso del gusto occidentale per il bello, il raro e non necessariamente il costoso. Ed è appunto il Museo missionario-etnologico con lo strepitoso Codice Borgia, manoscritto rituale divinatorio sul quale si sono formati gli esperti delle civiltà mesoamericane, proveniente dalla collezione di Propaganda Fide, fondata nel 1622, ma anche la collezione di numismatica cinese di padre Giuseppe Kuo, la collezione di reperti preistorici della Scuola britannica di archeologia di Gerusalemme e la raccolta di oggetti cerimoniali dell'area del Sepik (Nuova Guinea) di padre Franz Kirschbaum.
Un patrimonio immenso, inarrivabile: chi dice che sia impossibile conoscere i Musei Vaticani ha certamente ragione, benché tutti vogliano continuare a provarci.

 

“Nonostante la situazione internazionale, la gente continua a viaggiare, e credo di essermene spiegata la ragione”, dice monsignor Nicolini: “Il desiderio di entrare in contatto con la propria cultura, con il bello e con i suoi significati rappresenta una consolazione per il cuore e per la mente”. Una consolazione in senso proprio, etimologico: confortare insieme, lenire il dolore nella vicinanza. Per questo, il cosiddetto “Sudario Wandjina” di Kimberley, realizzato in pigmenti naturali su corteccia nei primo anni del Novecento, assume un significato e un valore ben diversi da quello puramente storico e artistico, e per questo è stata utilissima la decisione di affiancare ai celeberrimi laboratori di restauro dei Musei Vaticani un Laboratorio polimaterico, coordinato dalla studiosa Stefania Pandozy e da un gruppo di giovani conservatrici e restauratrici italiane e straniere, ognuna con competenze particolari nelle diverse classi di materiali. Da quando monsignor Nicolini ne ha preso le redini su mandato di Antonio Paolucci, circa sette anni fa, i Musei Vaticani hanno aumentato i visitatori del 30 per cento: dai 4,1 milioni del 2010 agli oltre sei milioni del 2015. Davanti al museo etnologico ancora sbarrato, il serpentone passa diligente e compatto, gli occhi rivolti alla guida che li precede e mai oltre i vetri dai quali si intravvede un meraviglioso copricapo rituale in piume della Papua Nuova Guinea. Padre Mapelli sostiene che il passaggio fra queste grandi stanze avvenga “naturalmente”, sull’onda dell’agnizione, del riconoscimento identitario. Ma non ci sono dubbi che le cose stiano per cambiare. Di una nuova prospettiva, potrebbero beneficiare ulteriormente perfino i Raffaello.

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