In hoc signo

Come l’avanzata del cristianesimo appannò il rito dei gladiatori. Sui quali cinema e letteratura hanno costruito miti inesistenti. Il primo spettacolo nel 264 a.C. in occasione del funerale di un senatore. La distinzione tra spazio pubblico e privato era impercettibile.
In hoc signo

Jean-Léon Gérôme “Pollice verso” (particolare), 1872 (Phoenix Art Museum). Il pollice “recto” o “verso” nell’antica Roma era sconosciuto

“Nei combattimenti di gladiatori […] giungiamo di solito perfino a provare dell’avversione per i pavidi che ci supplicano e ci scongiurano di concedere loro la vita, mentre desideriamo la salvezza di quelli che, pieni di fermezza e di coraggio, spontaneamente si offrono impavidi alla morte”

Cicerone, “Pro Milone”

 

"Oggi Roma si è svegliata senza gladiatori”, titolavano molti quotidiani il 26 novembre scorso. In verità, i figuranti in costume aboliti dall’ordinanza del commissario Francesco Paolo Tronca erano centurioni. Poco importa, perché nessun’altra espressione della cultura romana ha oggi, in Italia e all’estero, una popolarità paragonabile a quella dell’arte gladiatoria. Hollywood l’ha raccontata in film memorabili come “Spartacus” di Stanley Kubrick (1960) e “Il gladiatore” di Ridley Scott (2010). I due grandi registi sono gli epigoni di una lettura del fenomeno che risale all’Ottocento. Nel famoso dipinto di Jean-Léon Gérôme “Pollice verso” (1872) e nel romanzo di Henryk Sienkiewicz “Quo Vadis?” (1896), ad esempio, l’anfiteatro è brulicante di una folla in preda al fanatismo e avida di violenza. E’ il luogo in cui si consuma simbolicamente la decadenza di una civiltà, alla quale si possono opporre solo uomini “puri” e non contagiati dalla corruzione della metropoli. Nell’opera del polacco Sienkiewicz sono i Ligi, antenati dei connazionali dello scrittore. Nella pellicola di Kubrick è uno schiavo trace, in quella di Scott un generale ispanico. Un  altro cliché è l’idea che gli imperatori si servissero di sontuosi e crudeli spettacoli per addomesticare il popolo e governare indisturbati. Tutti questi stereotipi travisano completamente la realtà storica, come sostiene l’eminente studioso tedesco dell’antichità Christian Mann (“I gladiatori”, il Mulino, 133 pp.,12 euro).

 

A Roma il primo spettacolo basato sul combattimento tra gladiatori (“munus”, plurale “munera”) si svolse nel 264 a.C. in occasione dei funerali di un senatore illustre, Decimo Giunio Bruto Pera. Nella società romana la distinzione tra spazio pubblico e spazio privato era impercettibile. La morte di una personalità influente poteva essere celebrata con un “munus” finanziato dai suoi familiari, ma aperto alla partecipazione di migliaia di spettatori. Gaio Giulio Cesare dedicò un “munus” al padre deceduto addirittura vent’anni prima, con l’intento di procacciarsi un vasto consenso elettorale. Contro tale prassi intervenne il Senato, stabilendo che nessun politico romano che organizzava uno spettacolo poteva candidarsi a una carica pubblica per un biennio. La principale innovazione dell’epoca augustea fu la separazione dei duelli tra gladiatori dal contesto funerario: da allora gli spettacoli si diffusero in tutte le province dell’impero come componente essenziale delle feste urbane e non furono più organizzati dai parenti dell’aristocratico defunto, ma dai pretori. Il “munus” era assoggettato a regole precise. Preannunciato con iscrizioni murarie che ne specificavano data e attrazioni, iniziava con un corteo solenne che da una piazza centrale raggiungeva l’anfiteatro, per lo più situato alla periferia della città. Erano però i cacciatori (“venatores”) ad aprire i giochi nell’arena, con lo sterminio degli animali feroci: orsi, tigri, leoni, rinoceronti, coccodrilli. A metà giornata venivano giustiziati i condannati. Nel pomeriggio entravano in scena i gladiatori. Durante gli intervalli, si esibivano acrobati e prestigiatori, l’arena veniva ripulita e cosparsa di sabbia fresca, si spruzzava acqua profumata sulle tribune.

 


Mosaico raffigurante un venatores mentre combatte contro una fiera


 

A differenza dall’iconografia cinematografica, i gladiatori (da “gladium”, l’arma dei legionari) combattevano sempre individualmente. I più apprezzati dal pubblico erano i duelli asimmetrici, in cui i lottatori si affrontavano con armamenti diversi ma con le stesse probabilità di successo: in particolare, quelli tra il reziario (“retiarius”), così chiamato perché munito di una rete, e l’inseguitore (“secutor”); oppure tra il trace e il mirmillone (“murmillo”), entrambi dotati di una spada corta ma di foggia diversa. Appena un gladiatore si arrendeva, l’arbitro fermava il combattimento. A quel punto, toccava agli spettatori giudicare se lo sconfitto meritava la grazia per il coraggio mostrato. Non sappiamo con certezza quali fossero i gesti usati per concederla o negarla. E’ tuttavia certo che il pollice “recto” o “verso” nell’antica Roma era sconosciuto, così come era ignota la celebre invocazione “Ave Caesar, morituri te salutant”, che fu pronunciata per la prima volta davanti all’imperatore Claudio (41-54 d.C.) durante una “naumachia” (battaglia navale) in un bacino scavato nei pressi del Tevere. Lo storico francese Georges Ville ha stimato che nel I secolo dell’era volgare otto volte su dieci lo sconfitto aveva beneficiato della grazia (“missio”). Ma esistevano anche “munera sine missione” (senza grazia), in cui gli spettatori non potevano modificare il verdetto di morte per il vinto. Augusto (27 a.C.-14 d.C.) li vietò, ma non per ragioni umanitarie. Essi, infatti, privavano il popolo di un potere decisionale che era rischioso mettere in discussione.

 


Mosaico ritraente un gladiatore retianus mentre lotta con un secutor


 

I gladiatori erano gestiti dai “lanistae”, una specie di imprenditori che li noleggiavano o li vendevano per i “munera” dopo aver provveduto al loro addestramento. Le nuove reclute da destinare ai combattimenti erano prigionieri di guerra, schiavi o criminali. La “damnatio ad ludum”, ossia la condanna a diventare gladiatore, entrò a far parte delle pene previste dal diritto romano in età imperiale. Il giurista Ulpiano sottolinea che il servizio forzato come gladiatore durava tre anni. A chi sopravviveva veniva consegnato un bastone di legno (“rudis”), segno distintivo dell’avvenuto congedo. Poi doveva lavorare altri due anni per un “lanista”, e alla fine riacquistava la libertà. Ma molti giovani, poco abbienti e di umile lignaggio, sceglievano volontariamente questo mestiere. Arruolarsi in una caserma di gladiatori significava avere un salario decente, vitto e alloggio assicurati, una buona assistenza medica. Tuttavia, erano mossi anche dalla prospettiva di diventare star dell’arena. I romani incidevano sulle pareti delle case e degli edifici pubblici i nomi dei propri beniamini come i tifosi odierni scarabocchiano sulle panchine o sui muri i nomi dei loro calciatori preferiti. Ha confessato proprio uno dei più ammirati calciatori romani (e romanisti) del nostro tempo: “Non ho alcun dubbio: sarà per il fatto che in quest’arena avevano luogo sfide tra grandi campioni, sarà che i gladiatori si suddividevano in ruoli precisi, sarà che diventano personaggi molto conosciuti, idoli delle folle, ebbene sì, il Colosseo è il mio monumento preferito e io oggi mi sento un moderno gladiatore!” (Francesco Totti, “E mo’ te spiego Roma”, Mondadori, 2012).

 

Nonostante i senatori più influenti e perfino gli imperatori amassero la loro compagnia, i gladiatori avevano uno status giuridico inferiore (“infamia”), che li escludeva dai pubblici uffici anche dopo il congedo. Una singolare contraddizione, denunciata con parole infuocate da un autorevole padre della chiesa, il cartaginese Tertulliano (155-230 circa): “E così gli stessi promotori e amministratori di spettacoli, nello stesso momento in cui esaltano gli aurighi di quadrighe, gli attori, gli atleti, i gladiatori […] li umilano e li menomano; anzi li condannano apertamente all’ignominia e alla perdita dei diritti civili, allontanandoli dalla curia, dai rostri e dal Senato, dall’ordine equestre e da tutti gli altri onori […]. Quale incoerenza!” (“De spectaculis ad martyras”). Ma anche Tertulliano, come la maggior parte dei critici dei “munera”, tace curiosamente sulla presenza di gladiatrici nell’arena, testimoniata da Tacito (55-120 d.C.) nei giochi organizzati sotto Nerone (54-68), Tito (79-81) e Domiziano (81-96). Per Giovenale (55-127), era un’evidente violazione dell’ordine di genere: “Or qual pudore aver potrà la donna/ che il suo sesso rinnega e cinge un elmo?/ Ama la vigoria!” (“Satire”). In un bassorilievo scoperto ad Alicarnasso (in Turchia) vengono ritratte due lottatrici che richiamano esplicitamente il mito delle Amazzoni, ben conosciuto dai romani anche sotto l’aspetto erotico. E’ quindi probabile che le gladiatrici fossero un pretesto di divertimento voyeuristico proprio attraverso la trasgressione delle divisioni di genere, che non poteva però mai varcare i confini dell’arena.

 


Fregio di Alicarnasso raffigurante una battaglia tra le Amazzoni e i Greci


 

L’allestimento dei “munera” comportava delle spese notevoli, e i sussidi pubblici spesso non riuscivano a coprirle. Inoltre, gli unici a pagare i biglietti d’ingresso erano i forestieri, mentre gli aristocratici più influenti li distribuivano gratuitamente alle loro clientele. I pretori pagavano quindi di tasca propria buona parte dei costi, ma in cambio si aspettavano di essere “onorati” dai concittadini. Questa pratica era denominata “evergetismo” (da “euergetes”, benefattore). Chi aveva fatto del bene alla comunità, come finanziare un spettacolo, poteva contare sul suo rispetto perché aveva anteposto le esigenze municipali agli interessi personali. Ovviamente, la generosità di questi mecenati era legata anche a valutazioni di carattere politico e alle rivalità esasperate tra le élite cittadine: investire sesterzi in un “munus” piuttosto che nella costruzione di un acquedotto poteva essere più conveniente per acquisire una fama duratura. E poi i romani attribuivano un enorme valore al coraggio fisico e al disprezzo della morte. Per Cicerone (106-43 a.C.) il gladiatore era un modello morale, poiché aveva imparato a soffocare gli impulsi di viltà. Perfino Agostino d’Ippona (354-430) chiedeva ai cristiani di mostrare “tempra da gladiatori” nei passaggi più difficili della vita e nell’accettare la propria sorte senza lamentarsi. Plinio il Giovane (61-113), dal canto suo, così elogiava i “munera” di Traiano (53-117): “Si vide anche un genere di spettacolo pubblico non già floscio e rilasciato, né tale da affievolire o fiaccare i virili animi, ma invece tale […] da suscitare anche negli schiavi e nei malfattori l’amor della gloria e il desiderio della vittoria” (“Panegirico a Traiano”).

 

L’anfiteatro era lo specchio di rigide gerarchie sociali e, nel contempo, fungeva da catalizzatore dell’unità delle masse popolari. I posti erano assegnati in base al ceto di appartenenza, ma anche l’ultimo degli spettatori si sentiva partecipe del potere di vita o di morte sui reietti che si scontravano nell’arena, e dunque superiore a loro. Lo stesso programma del “munus” aveva un’impronta allegorica. Le cacce mattutine alludevano al trionfo di Roma su una natura considerata ostile e minacciosa. Le esecuzioni capitali di mezzogiorno ricordavano che sarebbe stato schiacciato senza pietà chiunque si fosse ribellato al suo dominio. I successivi combattimenti di gladiatori mimavano le virtù militari dei romani in battaglia. Il declino dei “munera” comincia con l’affermazione del cristianesimo come religione dominante dell’impero. In un editto del 325, Costantino (274-337) vietava la condanna “in ludum” dei criminali destinandoli ai lavori forzati nelle miniere. Ma solo quaran’anni dopo Valentiniano I (321-375) estenderà il divieto a tutti i sudditi di fede cristiana, con l’obiettivo di incentivare la conversione dei pagani. E’ comunque difficile stabilire un rapporto diretto tra l’offensiva dei padri della chiesa contro i “munera” e la loro scomparsa definitiva. L’ultimo combattimento gladiatorio a Roma di cui abbiamo notizia si svolse il primo gennaio 404. Il giorno è stato convenzionalmente adottato dalla tradizione cattolica per celebrare il martirio di Telemaco, un monaco di origine asiatica lapidato da una folla infuriata perché aveva tentato di impedirlo. Le altre forme di intrattenimento, dalle corse dei carri ai giochi venatori, continuarono invece ad essere finanziate nonostante una drammatica crisi economica, che nel Terzo secolo aveva messo a repentaglio la stessa stabilità politica dell’impero.

 

Secondo Mann, è qui che sembra esserci una relazione con l’avanzata del cristianesimo. Con la fine del culto e del sacerdozio imperiali era infatti venuta a mancare una importante base organizzativa dei “munera”, e in molte città diverse funzioni dei pretori furono assunte dai vescovi. Per altro verso, pur non riuscendo a ottenere subito dagli imperatori la soppressione per legge dei combattimenti di gladiatori, i vescovi erano in grado di esercitare una forte pressione sui loro potenziali finanziatori. Thomas Wiedemann (“Emperors and Gladiators”, 1995) ha analizzato il significato del momento cruciale del “munus”: la richiesta della grazia da parte dello sconfitto. Il gladiatore rischiava la morte, ma la concessione della “missio” lo riportava tra i vivi. Questo elemento simbolico poteva essere considerato antagonistico o concorrenziale con la dottrina paolina della morte e della resurrezione. Forse anche per questo motivo, a differenza di altre forme di spettacolo cruente, i combattimenti tra gladiatori furono cancellati dalla nascente civiltà cristiana.

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