Boom di guerra

Il Primo conflitto mondiale fu il più grande scontro mai visto tra apparati economici e produttivi. L’Italia andò a ritmi “cinesi”
Boom di guerra

Donne al lavoro in una fabbrica di proiettili dell’Ansaldo a Genova negli anni della Prima guerra mondiale

Nell’enorme storiografia sulla Prima guerra mondiale divergenze, discussioni e scontri interpretativi sono stati innumerevoli, profondi, non di rado dolorosi soprattutto nell’individuazione delle cause e delle responsabilità del conflitto. Le forze politiche e intellettuali marxiste definirono subito la guerra come il prodotto dello sviluppo del capitalismo internazionale. Tale lettura fu però abbastanza tempestivamente contestata dalla maggior parte degli storici, che rimasero per lo più fermi nel ravvisare l’origine prima del conflitto nelle ragioni squisitamente politico-diplomatiche, territoriali e militari che all’inizio del XX secolo contrapponevano tra loro le grandi potenze europee e i nazionalismi che ne connotavano fortemente la vita politica. I contrasti interpretativi si svilupparono quindi soprattutto in relazione alle colpe attribuite dai vincitori al blocco austro-tedesco e in particolare alla Germania, costretta ad accettare un trattato di pace che quelle responsabilità gliele attribuiva esplicitamente. La maggior parte degli storici di ogni tendenza si dimostrava invece concorde nel ritenere che con la Grande guerra, pur originata da motivazioni politico-militari, cambiarono radicalmente gli equilibri finanziari ed economici, oltre che politici, del pianeta, e che nel conflitto, qualunque ne fosse l’origine e la natura, comunque si era consumato il più grande scontro mai conosciuto non solo tra eserciti ma anche tra apparati economici e produttivi.

 

Per quanto riguarda specificamente l’Italia c’è sostanziale e unanime convergenza sull’importanza primaria del conflitto come grande distruttore di risorse e destabilizzatore finanziario ed economico, ma anche di grande acceleratore del processo di modernizzazione generale del paese e in particolare di ulteriore crescita di un apparato industriale senza il quale non si sarebbe mai vinta una guerra che resta a tutt’oggi la maggior prova di coesione e di forza espressa dalla comunità nazionale dopo il Risorgimento.

 

Appare dunque abbastanza singolare che nella ricorrenza del centenario l’attenzione portata in Italia agli aspetti economici della guerra sia stata sinora assai limitata, col rischio di relegare nel dimenticatoio l’entità e il significato dello sforzo finanziario e produttivo sopportato dal nostro paese ai fini della vittoria. Sforzo che si rivelò più gravoso e drammatico che in altri stati belligeranti, a causa della minore preparazione dell’apparato bellico e produttivo e della maggiore debolezza economica dell’Italia nel momento dell’entrata in guerra.

 

Non che la congiuntura del quindicennio precedente l’inizio delle ostilità fosse stata negativa. Tutt’altro. Nonostante il rallentamento seguito alla crisi del 1907, quella degli anni 1896-1913 rimane a tutt’oggi una delle stagioni economiche più dinamiche dell’intera storia unitaria in tempo di pace, inferiore solo a quella avutasi con il miracolo economico del secondo dopoguerra. Il saggio di incremento medio annuo del pil a prezzi costanti nel periodo 1896-1914 era stato del 2,8 per cento contro lo 0,9 per cento del 1861-1876, lo 0,5 per cento del 1876-1888 e lo 0,8 per cento del 1888-1896 e, nonostante l’incremento della popolazione dai 32,7 milioni di abitanti del 1896 ai 37,3 milioni del 1913, si era avuto un aumento del reddito pro-capite del 33 per cento. Tra il 1897 e il 1913 gli investimenti a prezzi costanti erano giunti a moltiplicarsi quasi per sei volte ed erano rimasti sempre largamente basati su risorse interne. La media annua dei risparmi tra il biennio 1896-1897 e il triennio 1911-1913 era aumentata di cinque volte. La produzione agricola era cresciuta a un tasso medio annuo tra i più alti di tutta la storia postunitaria, e lo sviluppo della produzione industriale era stato da vero e proprio decollo, con saggi di variazione medi annui dell’8-10 per cento che oggi definiremmo “cinesi”. Dal 1891 al 1913 la bilancia dei pagamenti correnti con l’estero era rimasta quasi sempre in attivo, grazie alla crescita sia dell’export sia delle rimesse degli emigrati. La geografia dei partner commerciali aveva assunto dimensione intercontinentale.

 

Per la prima volta dall’Unità anche le condizioni di vita delle masse popolari avevano conosciuto miglioramenti sensibili. Il tasso di analfabetismo dal 48,5 per cento del 1901 era sceso al 37,6 per cento del 1911. La popolazione universitaria era cresciuta di circa il 30 per cento e i libri pubblicati del 20. I lettori delle biblioteche erano incrementati del 54 per cento. I vari servizi postali erano stati potenziati da due a cinque volte. Il tasso di urbanizzazione era aumentato vistosamente. Oltre a quello fondamentale dell’energia elettrica, erano divenuti significativi consumi tipici delle società industrializzate come gas, biciclette, automobili, telefono. Insomma il ritmo dello sviluppo economico italiano nell’anteguerra era stato finalmente pari, se non anche superiore, a quello medio europeo e internazionale. Il commercio con l’estero dell’Italia tra il 1900 e il 1914, era aumentato del 118 per cento, contro il 55 per cento di quello della Gran Bretagna e il 90 per cento di quello della Germania. L’espansione della produzione industriale tra il 1901 e il 1913 era stato dell’87 per cento, contro il 56 per cento dell’intera Europa. Tra il 1896 e il 1913 il saggio di variazione del pil pro capite (2,1 per cento) era stato inferiore solo a quello degli Stati Uniti e della Svezia, pari a quello dell’Australia e superiore a quello di tutti gli altri paesi industrializzati.

 

Era stato tuttavia uno sviluppo con limiti quantitativi e fattori di fragilità che non vanno sottovalutati e tanto meno dimenticati. L’Italia aveva in realtà solo iniziato ad accorciare le distanze dai paesi più avanzati d’Europa, ma non le aveva certo eliminate. Tra il 1901 e il 1914, quasi 9 milioni di persone avevano lasciato l’Italia. L’emigrazione era stata un elemento propulsivo per lo sviluppo economico italiano, ma tradiva uno squilibrio interno tra popolazione e risorse che non aveva riscontro in nessun altro paese dell’Europa occidentale, tranne l’Irlanda. Altro fattore di persistente fragilità era l’accentuarsi del dislivello territoriale tra nord e sud della penisola, con la nascita di due sistemi economici e sociali radicalmente diversi tra loro, anche se strettamente interconnessi, e una dilatazione del divario nord-sud nel reddito pro capite che dall’8 per cento del 1896 era salito al 19 per cento del 1913.

 

Il progresso tecnologico di settori-chiave come la siderurgia e la meccanica non era stato tale da colmare, né sul piano quantitativo né su quello qualitativo, il ritardo che separava l’Italia dai paesi più progrediti. Alla vigilia della guerra, il costo di una tonnellata di acciaio in Italia si aggirava intorno a 140-150 lire, mentre in Germania era di 100 e in Inghilterra di 75. Non sorprende quindi che nel 1913, contro le 934.000 tonnellate di acciaio dell'Italia, la Gran Bretagna ne producesse 7,9 milioni, la Russia 4,9, la Francia 4,7, l’Austria 2,6, il Belgio 2,4, la Germania 17,6 milioni e gli Stati Uniti ben 32. Per quanto straordinario, neppure lo sviluppo della meccanica era stato tale da colmare per intero il gap esistente con l’estero, tanto che il ricorso all’importazione di impianti e attrezzature era stato crescente nel primo decennio del secolo. Last but not least, il grande sviluppo dell’industria elettrica non aveva emancipato completamente l’Italia dalla sua cronica penuria di carbone, che continuava a pesare fortemente nell’import della penisola.

 

Nell’insieme, fatto uguale a 100 il livello di industrializzazione pro capite del Regno Unito nel 1900, nel 1913 l’Italia era a 26, il Belgio a 88, la Svizzera a 87, la Germania a 85, la Svezia a 67, la Francia a 59, lo stesso Regno Unito era arrivato a 115. Nel livello della produttività del lavoro, nel 1911, fatto uguale a 100 quello della Gran Bretagna, l’Italia era a 42 nell’agricoltura, a 47,7 nell’industria, a 64,0 nei servizi, restando largamente indietro anche a Germania, Stati Uniti, Giappone. Nel 1913 i salari nell’industria italiana non superavano di molto il 40 per cento di quelli della Gran Bretagna e la metà di quelli di Francia, Belgio, Germania.

 

Peraltro la politica economica del governo in età giolittiana non aveva avuto tra i suoi obiettivi primari la preparazione a una guerra tanto lunga e logorante come quella scoppiata nel 1914. I provvedimenti governativi erano stati finalizzati soprattutto a fronteggiare gli scompensi sociali e territoriali connessi all’impetuoso sviluppo industriale, ad assorbire le crisi finanziarie e bancarie susseguenti alla grave battuta d’arresto del 1907 e alla guerra di Libia, a rispondere alla crescente domanda di servizi civili. Non vi erano stati investimenti nel campo degli armamenti e dei supporti logistici paragonabili a quelli di Germania, Inghilterra, Francia, Austria e, ancor meno, Russia. Dulcis in fundo, il bilancio dello stato, dopo essere stato in attivo dal 1894-5 al 1909, dal 1910 era tornato in passivo.

 

Aperte dunque le ostilità in queste condizioni, la bilancia commerciale peggiorò subito verticalmente a causa della penuria di carbone. Il rapporto fra esportazioni e importazioni, che nel 1914 era ancora del 75,1 per cento, crollò al 23,4 per cento nel 1917 e al 20,6 nel 1918. L’agricoltura italiana si dimostrò incapace di realizzare gli incrementi di produttività necessari a mantenere quantomeno inalterata la produzione a fronte della sottrazione di milioni di unità lavorative ai lavori campestri e l’imposizione di prezzi di calmiere tesi a contenere il diffuso malessere delle masse urbane. La produzione agraria crollò e nel maggio del 1917 risultavano razionati il pane, la farina, lo zucchero, la carne, i grassi, e in alcuni luoghi anche le patate, il mais, il riso, l’olio d’oliva, il latte, il burro, il formaggio.

 

A fronte di tutti questi aspetti negativi, ancor più sorprendente appare la performance dell’industria e in particolare di quella degli armamenti. La produzione di energia idroelettrica passò dai 2 miliardi di Kwh del 1913 ai 4,1 del 1918. I progressi dell’industria meccanica, trainata dal settore degli armamenti, ridussero drasticamente il divario esistente nel 1915 tra l’Italia e gli altri paesi. La dotazione italiana di cannoni alla fine del conflitto superava quella dell’Inghilterra e si avvicinava in misura notevole a quella della Francia. La dotazione di mitragliatrici era passata da 613 a 19.904 unità. La disponibilità giornaliera di munizioni da 10.400 era salita a 88.400 colpi. Durante il conflitto entrarono in servizio 79 navi di superficie, 71 sommergibili, 426 navi minori e nel novembre 1918 erano in costruzione altre 244 navi. Iniziò allora la fabbricazione di autocarri e trattori per uso militare. Al termine del conflitto l’industria aeronautica, sorta in quegli anni, impiegava oltre 100.000 operai. Crebbero enormemente la meccanica, l’ottica fine e di precisione e, in particolare, la produzione di macchine utensili. Nell’industria siderurgica nacque l’elettrosiderurgia, si diffuse la produzione da rottame e tutto un insieme di nuove e in molti casi anche improvvisate imprese riuscì a far fronte alla debordante domanda dell’industria meccanica. Nel ramo chimico le industrie risposero altrettanto efficacemente all’enorme domanda di esplosivi, ossigeno, idrogeno, medicinali. Nell’insieme la partecipazione delle attività industriali alla formazione del prodotto lordo privato, che era passata dal 20,2 per cento del 1900 al 24,7 del 1913, balzò al 30,6 per cento del 1918, e su tali livelli si mantenne grosso modo anche dopo la fine del conflitto, nonostante tutti i problemi posti dalla riconversione all’economia di pace.

 

Questo imponente sforzo richiese allo stato e al paese sacrifici finanziari la cui entità comportò l’assorbimento completo della ricchezza prodotta negli anni di guerra, il consumo di una mole notevole di quella accumulata negli anni precedenti, un forte indebitamento per il futuro. La spesa pubblica si moltiplicò per dieci tra il 1914 e il 1919 e le spese per la difesa salirono dal 27 per cento del totale nel 1907-12 al 76 per cento nel 1913-19. Una percentuale simile non era stata mai raggiunta in precedenza e non lo venne più neppure in seguito. Essa scese, infatti, fino al 20 per cento nel 1939-49 nonostante la partecipazione alla Seconda guerra mondiale. Le spese per la difesa, che nel 1907-12 erano state mediamente pari al 3 per cento del reddito nazionale lordo, nel 1913-19 balzarono al 38 per cento, per scendere poi al 5 per cento del 1929-34.

 

Per far fronte a una simile emergenza furono aumentate tutte le imposte e ne furono introdotte in gran numero di nuove, oltre a misure straordinarie sui profitti di guerra. Ma non bastò. Il rapporto percentuale tra entrate e uscite effettive scese dal 91 per cento del 1914 al 23 del 1918 e l’aumento del debito pubblico e l’inflazione furono il naturale corollario della drammatica situazione di bilancio. Il debito salì dai 15,2 miliardi di lire del 1914 ai 50,6 del 1918. Immaginiamo cosa accadrebbe oggi se il nostro debito pubblico si più che triplicasse in quattro anni. Forti prestiti furono contratti con Stati Uniti e Gran Bretagna. Fu sospesa la convertibilità della carta moneta. La circolazione monetaria (cartacea, metallica, assegni eccetera) salì dai 3,53 miliardi di lire del 1913 ai 25 miliardi del 1920. L’indice dei prezzi all’ingrosso passò dalla base 100 del 1913 a 413 del 1918. Quello del costo della vita salì nel frattempo da 100 a 264.

 

Fu questo – sul piano economico e finanziario – il costo della guerra. A esso si aggiunse negli anni successivi il costo della pace, consistente in ulteriore inflazione e oneri per le casse dello stato derivanti direttamente e indirettamente dalla riconversione all’economia di pace e dai fallimenti di imprese industriali e istituti creditizi di primo piano. Per la prima volta lo stato fu costretto a entrare in modo significativo nella gestione di imprese in dissesto attraverso l’apposita Sezione speciale autonoma del consorzio per sovvenzioni su valori industriali, che precedette di un decennio la creazione dell’Iri.

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