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Prima era una cupa vergogna, un nome impronunciabile, poi è caduto il tabù: così il “buio feroce” della malattia è entrato nella letteratura. Non ha prodotto il maledettismo baudelairiano. Ricorda la lebbra che Buzzati citava "come una cosa che inizia per elle".
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Ed Harris nella versione cinematografica del romanzo di Michael Cunningham “Le ore”, diretto nel 2002 da Stephen Daldry

Quale rappresentazione daranno dell’Aids gli scrittori del nostro tempo?”, si chiede Leonardo Sciascia in “Fine del carabiniere a cavallo”, una raccolta da poco uscita per Adelphi che raccoglie i suoi saggi letterari dal 1955 al 1989. Il pezzo in questione, “L’Aids, l’arte, la trasgressione”, è del 1987 e lascia intendere che, nel modo in cui la nuova malattia è recepita dal mondo che ne prende coscienza per la prima volta, di trasgressione non c’è traccia.

 

C’è, piuttosto, il senso di una colpa ricaduta su un popolo o una categoria, come fu nei secoli per la peste; al contrario di quanto accaduto intorno alla sifilide sull’Aids non è mai stato costruito un immaginario seduttivo. Pur evocando promiscuità, la comparsa dell’Hiv non ha prodotto il provocante maledettismo baudelairiano del secolo precedente ma solo una cupa, convulsa vergogna; sono lontane le acqueforti di Félicien Rops e quelle di Alméry Lobel-Riche. L’ossessione erotica in agguato nei vicoli, nei boulevard, negli specchi degli alberghi a ore è stata sostituita dal silenzio e dalla paura, anche perché secondo la superstizione l’Aids viene da peccati “meno naturali” rispetto alla mors syphilitica. Ricorda piuttosto la lebbra che Dino Buzzati citava come “una cosa che comincia per elle”, su entrambe le malattie ricade l’anatema dell’impronunciabilità.

 

Nel 1989, due anni dopo l’interrogativo posto da Sciascia, Pier Vittorio Tondelli scrive “Camere separate”, che è la storia di molte storie: di un amore nuovo e giovane, del rapporto di uno scrittore con il suo mestiere, del suo addio alla vita. Soprattutto, il libro di Tondelli viene percepito come il primo romanzo italiano sull’Aids, che però non viene mai nominato. Oggi possiamo leggerlo anche come un’immediata risposta a Sciascia, la conferma dell’intuizione nascosta fra le sue righe: l’Aids degli anni Ottanta, nella letteratura italiana, si racconta senza pronunciarlo, ed è verosimile perché quelle quattro lettere venivano evitate come fossero contagiose loro stesse. La potenza letteraria risiede nell’assenza piena di terrore, nella sparizione silenziosa di una parola da un vocabolario condiviso.

 

Nel 1993 apparve per Feltrinelli “L’intruso”, del giornalista americano Brett Shapiro. Raccontava la storia fra Shapiro e il collega italiano Giovanni Forti, la loro vita con i figli, quello adottato da Brett e quello biologico di Giovanni: oggi probabilmente l’editoria lo venderebbe come una testimonianza di stepchild adoption, negli anni Novanta, quando l’argomento sembrava lontanissimo e non interessava a nessuno (come cambiano le mode), fu un bestseller sulla malattia e la morte di Giovanni, l’intruso del titolo era l’Aids che aveva rovinato una famiglia felice. Fu un sollievo verbale, una tana libera tutti, la percezione che si poteva, e forse si doveva, parlare del tabù. Nel romanzo “Gli anni al contrario” (Einaudi), in cui l’Aids compare nel 1987, ho cercato di riprodurre il vuoto scavato in una famiglia da una parola non pronunciata, decidendo di non nominarla fino alla fine, e solo dopo la pubblicazione mi sono accorta di aver fatto una scelta simile a quella di Tondelli. Non è pudore, è un calco del modo in cui vivevano gli adulti della mia infanzia, gli adulti degli anni al contrario.

 

Nicola Gardini, che ha pubblicato per Feltrinelli un romanzo dal titolo di struggente precisione, “La vita non vissuta”, fa la scelta opposta, ma non a caso scrive una storia ambientata in un’altra epoca, la nostra. Il nome della malattia compare subito e ricorre con frequente normalità, eppure il disturbo di quella parola insufficiente continua a legare sorti diverse, che differiscono di quasi trent’anni ma hanno origini comuni: “Una storia nasce quando mancano le parole, quando le definizioni non significano abbastanza. Infatti, che cosa possono mai significare Hiv, Aids, sieropositività, immunodeficienza, per qualcuno che vuole raccontare la sua vita?”. Gardini cita poi gli anni di Tondelli e Shapiro, gli anni sulla cui rappresentazione si interrogava Sciascia: “I primi sieropositivi li avevo incontrati a New York. Si era alla fine degli anni Ottanta”. Solo dopo diverse righe aggiunge “Ora che ci penso: un sieropositivo l’avevo incontrato anche in Italia. Era un amico di amici, faceva l’avvocato. Il virus l’aveva preso dal dentista. Lo consideravamo uno sventurato, un poveretto. Per qualche ragione che mi sfugge, a un certo punto l’infezione l’aveva reso claudicante. Fece causa al dentista e il discorso legale che identificammo con lui ci fece dimenticare la malattia stessa. Di quella non si parlava mai. Lui non era un sieropositivo, ma uno che stava cercando di ottenere un risarcimento”.

 

Nei primi anni Novanta, la differenza fra l’Italia e gli Stati Uniti, tra un paese che rimuove una parola e un altro che la disseppellisce come un’ascia da guerra, sta tutta in un incipit fulminante: “Ho l’Aids. E la cosa mi coglie di sorpresa”. Così inizia “Questo buio feroce. Storia della mia morte” di Harold Brodkey, nato nell’Illinois nel 1930 e morto nel 1996. Il memoir esce in America nello stesso anno (anticipato, nel 1993, da un articolo sul New Yorker in cui lo scrittore dà ai suoi lettori l’annuncio della malattia) mentre in Italia arriva solo nel 2013, tradotto da Delfina Vezzoli per Fandango. Il punto non è la censura, ma l’orizzonte della nostra ricezione estetica: quindici anni sono il tempo che abbiamo impiegato, come lettori, per diventare mediamente pronti a riconoscere l’impatto letterario, non solo sensazionalistico o scioccante, di un libro che nulla nasconde del corpo di un uomo sieropositivo e poi malato. “Questo buio feroce” rinuncia alla potenza ricattatoria facendo venir fuori in presa diretta l’aspetto troppo umano, anche grottesco della malattia (“L’attenzione dei medici, e gli orrori della morte, di una grande morte, mi divertivano”); fino all’ultima parola pronunciata durante e sul proprio disfacimento fisico Brodkey rimane uno scrittore, uno a cui scappano la poesia e l’innocenza: “Hai un tubo nel naso, medicine che scendono goccia a goccia per sciogliersi nel tuo corpo attraverso gli aghi che hai nel braccio, per bandire in parte lo spettro della morte (anche se non la deturpazione); la malattia ti guarda dagli angoli bui della stanza. Torni a essere una specie di bambino, che ha di nuovo paura del buio”.

 


Hollywood e l’Aids: uno dei primi film è “Philadelphia” di Jonathan Demme, con Tom Hanks (1993)


 

Marco Roth, classe 1970, nel memoir “Gli scienziati” (Indiana, traduzione di Francesco Pacifico) racconta la sieropositività, la malattia e la morte del padre, avvenuta quando lui aveva diciannove anni. Nei pomeriggi in cui si sente un po’ meglio, il padre legge Proust o si dedica a tradurre i racconti di Buzzati. Marco non dice se fra questi c’è anche quel racconto “Una cosa che comincia per elle”; chissà se la storia del mercante Cristoforo Schroeder che contrae la lebbra per la distrazione di un momento, quella storia citata da Leonardo Sciascia negli stessi anni in Italia, aveva impressionato quel medico borghese, introverso, con una solida e borghese vita apparente. Per il suo lungo racconto Roth non risparmia dettagli, approdato a quel senso di liberazione conquistato oggi dalla generazione di figli, la mia, a cui era stato raccomandato per lungo tempo di tenere un segreto. Il padre di Marco è più vicino all’età di Brodkey, ma non è uno scrittore di mestiere e al contrario suo non ha nessuna intenzione di dare annunci, anzi raccomanda al figlio la massima riservatezza. “Vivere con quel segreto all’inizio mi venne facile. Sembrava una condizione naturale dell’adolescenza, insieme alla sua controparte: i pettegolezzi”, racconta Marco, e poi ammette “Nonostante non dire niente a nessuno per me fosse facile, non capivo bene perché fosse necessario”.

 

Anche se scrive oggi (“Gli scienziati” è uscito nel 2012 in America, nel 2014 in Italia), il libro di Marco Roth rientra nel panorama involontario delle risposte a Sciascia perché riproduce con precisione il clima di colpa e confusione dell’epoca: “Era il 1988, un periodo in cui il crescente movimento di sensibilizzazione all’Aids cercava ‘vittime innocenti’ – una categoria assolutamente falsa – per dimostrare che quella malattia era qualcosa di più della ‘punizione di Dio per tossici e omosessuali’”. Un periodo in cui la medicina procedeva a tentoni, le diagnosi sbagliate erano la norma, nessuno sapeva che un sieropositivo poteva ammalarsi per il virus portato da un gatto finché non successe la prima volta (a parte chi era costretto a interessarsene, il mondo lo scoprì grazie a una scena di “Trainspotting”).

 

Poi, a poco a poco, qualcosa incominciò a cambiare. Nella medicina, nelle aspettative di vita, nella diffusione dell’Aids - e insieme e di conseguenza nell’immaginario e nella letteratura. Due romanzi molto popolari e pluritradotti, “Sly” di Banana Yoshimoto e “Le ore” di Michael Cunningham, segnano una mutazione. Il primo compare in Giappone nel 1996 e in Italia due anni dopo, è l’ottavo libro di un’autrice seguitissima che ha già scritto un longseller mondiale e racconta il viaggio di tre amici in Egitto. Uno di loro, Takeshi, sa che non gli resta molto da vivere; la trama ruota intorno all’Aids ma i temi sono quelli cari alla Yoshimoto, il mistero, l’amicizia, i silenzi. Comincia la normalizzazione del racconto della malattia, il suo inserimento nella realtà, che è più ampia e complessa di un acronimo di quattro lettere. Anche nel romanzo di Cunningham, finalmente, l’Aids può non prendersi tutta la scena: “Le ore” è il racconto di tre donne in diverse epoche, legate dal filo comune della depressione, il quarto protagonista è Roger, giovane scrittore malato, ma in primo piano ci sono soprattutto Virginia (Woolf) e Clarissa (Dalloway). Dal libro, con cui Cunningham vince il Pulitzer nel 1999, viene tratto un film altrettanto fortunato. Forse il tabù non è morto, ma sta meglio rispetto al decennio precedente.

 

“Promettimi che ci sarai” è un romanzo di Carol Rifka Brunt pubblicato da Piemme. Racconta il rapporto di una quattordicenne con uno zio adorato, un pittore, un artista, l’unico che la capisce. Uno zio malato di una malattia su cui tutti glissano, intorno a cui sono stati seppelliti segreti e tabù. Anche se è stato scritto in questi anni, è ambientato nel 1987, l’età di cui la mia generazione ricorda soprattutto questo: una parola con la a che non si poteva pronunciare. Oggi lo trovate in libreria nel reparto ragazzi, regalatelo ai vostri figli.

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