L’autunno freddo dei salotti

Renzi spegne le danze romane di dame e cavalieri. S’avanza solo Marco Travaglio al karaoke. I renziani si mimetizzano, se possono evitano Roma. Party internazionali rigorosamente apolitici da Paolo Sorrentino.
L’autunno freddo dei salotti

Villa La Furibonda, sull’Appia antica, è temporaneamente congelata come in una bolla spazio-temporale. Donna Marisela Federici, stupenda e variopinta signora venezuelana, trascorre molto del suo tempo

La pizza in cartone a domicilio e il gelato col carrettino: il massimo di socialità del renzismo. E’ una maggioranza che ha fatto fallire i cosiddetti salotti, questa, arricchendo invece evidentemente i delivery. A Roma, fondamentali dame non si sono mai più riavute dal presidente del Consiglio disintermediatore che non esce di casa, e impone ai suoi lo stesso stile. Androni deserti. Broccati impolverati. Pare la Roma del marchese del Grillo, coi palazzi chiusi per l’arrivo del re usurpatore, il re Savoia. Matteo non è usurpatore però le dame si sentono molto orfane, in una città dove la conversazione non sarà mai stata sopraffina, d’accordo, però qualche cenacolo c’era. Adesso, un mortorio: villa La Furibonda, sull’Appia antica, è temporaneamente congelata come in una bolla spazio-temporale. Donna Marisela Federici, stupenda e variopinta signora venezuelana modello Saludos Amigos, trascorre molto del suo tempo ormai a Londra. Ha passato un brutto periodo, culminato con una rapina in casa che le ha guastato l’umore, con rapinatori molto bruti che le hanno portato via tanti dei suoi epici gioielli (in particolare: spille). Pare che alla accorata preghiera di risparmiarle almeno una famosa broche, un brutale ladro abbia risposto, in romanesco: “Me serve”.

 

Finita l’epoca dei fasti, quando i mariachi canterini ti venivano a prendere alla macchina e cantando ti immettevano in presenza dei numerosi ospiti. Ai tempi d’oro, poteva capitare di trovarvi Susanna Agnelli, diversi principi romani, almeno un cardinale – non come quello della “Grande bellezza”, con la scena del garden party girata qui, ma magari simile – e naturalmente Fausto Bertinotti presidente della Camera, col sodale banchiere gentiluomo Mario d’Urso. D’Urso è morto l’anno scorso, Bertinotti ha appena annunciato l’ingresso in Comunione e liberazione, e già aveva ammesso: “A me, m’hanno rovinato le feste”. Dev’essere anche a causa di questo severo monito che la compagine piddina odierna evita come la peste di mischiarsi al cosiddetto “generone” (in origine era detto così per via di un “grosso genero”, quello che le ragazze sposavano entrando in famiglie di recente ricchezza, solitamente pingui).

 

L’Appia (detta anche “Appia dei popoli”, collegata al mito d’un altro frequentatore d’altri tempi, Claudio Martelli, ma il copyright è di Ottaviano Del Turco) non è la sola arteria desertificata dal nuovo corso malmostoso renziano. Altri luoghi da “Grande bellezza”: al Gianicolo, chiuso anche il salotto di Sandra Carraro, moglie dell’ex sindaco di Roma, nella misterica casa in mezzo al Bosco Parrasio che fu già Agnelli, decorata da Renzo Mongiardino tipo cappella di famiglia neoclassica. La casa che aveva visto per anni un presidente del Consiglio – nello specifico, Giulio Andreotti – passare pomeriggi al tavolo da gioco per il burraco fisso è oggi orfana. Socchiuso anche il salotto della marchesa rossa, Sandra Verusio, sempre sull'Appia dei Popoli, rimane quello di città a piazza San Salvatore in Lauro, proprio davanti alla chiesa ove recentemente sono state esposte le spoglie di padre Pio. Mentre al villino Giulia, appresso a piazza di Spagna, ove officiava la quarta camera dello stato ovvero Maria Angiolillo, sono addirittura stati messi i sigilli. Quello era un salotto particolare, camera (con uso di cucina) di compensazione con pesi e contrappesi, per incontrare politici e imprenditori; con vasta bibliografia, quella volta che Romano Prodi sbagliò giorno della cena, e la trovò en déshabillé, quei tavoli intitolati a “Alba” e “Meriggio”, officiante Gianni Letta. Oggi il villino della antica signora Girani (da Voghera), vedova del direttore del Tempo Mario Angiolillo, è addirittura sotto sequestro per beghe ereditarie.

 


Una scena del film "la Granze bellezza"


 

Ma non cambierebbe molto: il fatto è che più delle province, peggio del Senato, il renzismo ha fatto fuori i salotti. Il renzismo, disintermediando, basando la cooptazione su logiche non politiche (forse prepolitiche, forse tribali) non ha bisogno dello scambio, del dialogo, con la società, nemmeno con quella dei magnaccioni. In questo modo si chiude: oggi l’imprenditore di Bologna che vuole conoscere un sottosegretario (come Mastroianni in “Ieri, oggi e domani”, che faceva tappa dalla Loren per degli spogliarelli tra un ministero e l’altro) non ha più un luogo aperto. Oggi il poeta, il cardinale, il giornalista, la mignotta, non hanno più modi di incontrare e interloquire col potere in campo aperto e quindi democratico. Oggi il potere non dialoga e non esce; blindato Renzi nel suo studio a palazzo Chigi, blindati tutti gli altri derivati, e l’ordine di scuderia, che si fa filosofia politica, è: non frequentare i salotti, evitare come la peste il supplì in bocca che poi finirà su Dagospia. Il potere dell’epoca renziana non ha bisogno di mediazione, neanche con la società del fritto romana.

 

Però qualcosa sfugge alle maglie del controllo, qualche elemento di renzismo riesce a penetrare il veto sulla puntarella e sull’attovagliamento. Certo, il salotto “politico” originario è finito; qualcuno cerca di imitarne i fasti del passato: come Melania Rizzoli, medico, ex deputata Pdl, la meglio milf di Roma; che officia nel suo nuovo appartamento di palazzo Doria Pamphilj, nel centro più araldico di Roma. Vi irrompono Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna, oltre a tanto stato maggiore caracollato del Pdl, e Vittorio Feltri e Giuseppe Cruciani. Il salotto Rizzoli è una sorta di impossibile remake della Prima Repubblica, a partire dallo stile e dai decori che ricordano un po’ casa Angiolillo: champagne millesimato con chicchi di melograno, pareti e tavole damascate: però – ecco il primo elemento di rottura col passato – qui non si cena, si fanno solo aperitivi o apericene, ecco lo spirito del tempo, lo Zeitgeist che irrompe; inoltre – altro germe della socialità ai tempi renziani – lo spazio è pubblico e non privato, e di derivazione commerciale. Spesso si va da Rizzoli dopo esser stati in un altro salotto, il Salotto42, che non è salotto ma bar, in piazza di Pietra, proprio accanto a palazzo Chigi, e dove si radunano per drink i renziani più rombanti, l’onnipresente Ernesto Carbone, addirittura talvolta Maria Elena Boschi, tra divani sinuosi.

 

I renziani si nascondono, si mimetizzano, se possono evitano Roma. Yoram Gutgeld, commissario alla spending review e inventore degli Ottanta euro, coltiva un feroce understatement quando è nella capitale, mentre si rilassa in Versilia, a Forte dei Marmi, dove la moglie Maria Antonietta, presidente dell’associazione “Più forte del vento”, e vera boss locale, riceve amici e potenti nella sua cucina professionale tutta d’acciaio. E’ in giuria nel fondamentale premio “A tavola sulla spiaggia”, non solo è sovente scortata dal Michele dell’omonima Enoteca di Pietrasanta, ma opera anche in proprio nella sua cucina tipo masterchef tenendo in ostaggio influencer e vip e blogger tra trofie e mezzemaniche. Altri renziani talvolta evadono da palazzo come da un Truman Show di governo. Il salotto televisivo più importante di Roma è certamente quello di Leonardo e Mavi Pasquinelli, a San Valentino (tra i canyon dei Monti Parioli); lì, dal capo della casa di produzione Magnolia, si possono trovare antiche glorie della tv come Gianni Boncompagni, volti nazionalpopolari come Cristina Parodi e Enrico Mentana, iconissime gay e non solo, come Franca Leosini e Irene Ghergo; ma è anche un salotto rutelliano, frequentato dall’ex sindaco di Roma e consorte Barbara Palombelli, e soprattutto da Filippo Sensi, portavoce e plenipotenziario del presidente del Consiglio. Il padrone di casa amabilmente cucina per i suoi ospiti, in una attrezzata cucina professionale, coadiuvato da una cameriera dell’est assai attenta.

 

Un altro salotto catodico ma più artistico ove spuntano vecchi e nuovi renziani è quello di Gabriella Buontempo, splendida signora nipote di Graziella Lonardi, neocinquantenne produttrice anche lei ma soprattutto gran collezionista d’arte e organizzatrice del premio Malaparte, che prima nell’appartamento ai Parioli e ora nel nuovissimo a Campo dei Fiori colleziona scrittori come Pino Corrias e Camilla Baresani, Mario Desiati e Emanuele Trevi, Leonardo Colombati e Chiara Gamberale. Talvolta vi si può incontrare anche la nuova coppia di potere formata da Fabrizio Rondolino e la moglie Simona Ercolani, energica produttrice di “Sfide” e poi confluita nell’orbita renziana, già regista dell’ultima Leopolda e oggi regista di fiducia del Truman Show di palazzo Chigi.

 

Nel cinema invece tra tutti si distingue il salotto molto internazionale di Paolo Sorrentino a piazza Vittorio, nel centro dell’Esquilino, quartiere ad alto tasso di creatività (ci abitano i registi Willem Dafoe, Matteo Garrone, il re di Jeeg Robot Claudio Santamaria e tanti altri). Qui nel più bell’appartamento della piazza il regista organizza party internazionali rigorosamente a-politici, grazie anche alla cucina sapida della moglie, la giornalista Daniela D’Antonio, autrice di polpette che hanno irretito anche Jane Fonda, a dispetto dei suoi manuali di ginnastica punitiva (D’Antonio ha origini masterchef napoletane, e si dice che Fonda non se ne volesse più andare dall’Esquilino a causa di queste polpette, durante la lavorazione di “Youth”, l’ultimo film del regista). Da Sorrentino anche Wes Anderson, regista di culto di “Grand Budapest Hotel”, e il suo sodale, il boss della cultura transatlantica di Repubblica Antonio Monda, già tenutario del più famoso lunch domenicale letterario d’America, al quale si può notoriamente trovarsi a fianco di Philip Roth, con la splendida cucina della moglie Jacqui. Quando è a Roma, per le sue colossali presentazioni di romanzi, o sovrintendere alla Festa del cinema, Monda organizza cene molto esclusive nella casa di famiglia dei Parioli.

 

Altro salotto cinematografico è quello di Pietro Valsecchi, produttore imbattibile sulle location; passato da palazzo Pecci-Blunt all’Ara Coeli a quello Borghese nell’omonima piazza. Anche lì, però, che differenza tra passato e presente. Il palazzo di fronte al Campidoglio fu residenza Borromeo del cardinal Federigo, quello dei “Promessi sposi”, poi salotto artistico-letterario con Mimì Pecci e il suo Teatro della Cometa con ospiti Gide e Cocteau, Valery e Mauriac, Rubinstein e Stravinskij. Ma soprattutto diverrà negli anni Ottanta il salotto-simbolo della città, con Donatella Pecci Blunt, mitologica contessa molto phonata, capace di mettere a tavola tutto il governo insieme a Raffaella Carrà, e di far fidanzare Lamberto Dini con Donatella Zingone (sussurrando canzoni della Vanoni dai centralini di palazzo). Oggi invece Valsecchi e la moglie Camilla Nesbitt esercitano soprattutto a palazzo Borghese, con genius loci differenti; l’appartamento è infatti quello famoso ex Cecchi Gori, con la cassaforte che conteneva cocaina oppure zafferano, a seconda delle versioni, ai tempi della relazione con Valeria Marini, ma adesso è tornato a splendere dopo il passaggio di proprietà alla rocciosa coppia Valsecchi-Nesbitt, produttori di primario immaginario italiano filmico e seriale. Normalmente le serate a casa Valsecchi hanno ospiti d’onore di scuderia, che vengono caldamente invitati a esibirsi; ultimo in ordine di tempo, Checco Zalone.

 


Palazzo Borghese a Roma


 

Perché il salotto apolitico d’epoca renziana ha abolito la chiacchiera ma forse richiede l’esibizione: il salotto renziano è in fondo un talent, ecco allora l’irrompere di una nuova moda, quella del karaoke: forse grande metafora di una élite che “se la canta e se la sona”, letteralmente, però il karaoke, un tempo vituperato passatempo da bar sport, spopola oggi. Col karaoke ha festeggiato i suoi quarant’anni David Parenzo, animatore insieme a Giuseppe Cruciani del truculento “La Zanzara”, in una celebrazione degli anni Ottanta in purezza (doveva esserci anche Jerry Calà in persona, ma non si è visto); cantando, informa Dagospia, grandi classici trasversali da “Maracaibo” a “Generale” di De Gregori, in una festa stipatissima e volutamente citazionista al Tartarughino, locale dietro il Senato, un tempo meta prediletta di politici ormai ignoti ai piccini, tipo il Pli Renato Altissimo. A questo party Enrico Mentana, Chicco Testa e Annalisa Chirico, e soprattutto la “vispa”, sempre secondo Dagospia, Benedetta Rizzo, organizzatrice di Vedrò, think tank lettiano, dama in ascesa nel panorama romano (organizza fondamentali cene nell’attico su piazza Farnese di Maria Carolina Terzi, signora cinematografara) e data fino a qualche mese fa come predestinata per un prestigioso incarico a palazzo Chigi e ora congelata, pare, proprio per eccesso di karaokismo, inteso come Weltanschauung, e addirittura fidanzata col cantante di pianobar del medesimo Tartarughino.

 

Il karaoke è fenomeno da non sottovalutare, e il suo massimo e più sofisticato rappresentante, nella Capitale, è un insospettabile Marco Travaglio: il severo direttore del Fatto Quotidiano è molto appassionato di canzone italiana e si presenta in case e locali amici con un piccolo amplificatore professionale e relativi microfoni, pare di marca cinese, esibendosi in performance anche molto lunghe e articolate. Repertorio favorito, su tutti Renato Zero, in particolare il “Triangolo” . Travaglio si esibisce in duetto, talvolta con l’amica Melania Rizzoli, ma più volentieri da solo, tenendo la scena con consumata maestria. Ultimamente il giornalista si esibisce soprattutto al ristorante “la Barchetta” dell’amica Paola Sturchio, dalle parti di piazza Cavour (Prati), dove accorrono molti invitati davvero eterogenei: si va dal comico Giorgio Panariello alle soubrette Rossella Brescia e Benedetta Boccoli, all’amministratore delegato del Fatto, Cinzia Monteverde, a tanti giornalisti del quotidiano, tutti attratti dagli ottimi menu a 35 euro per queste apericene con intrattenimento musicale d’autore. I più moralisti, non comprendendo la modernità del fenomeno, sostengono che il karaoke a pagamento sia il sintomo del declino irrimediabile della politica e della città; in fondo la stessa Sturchio prima di aprire il ristorante in Prati animava il salotto preferito di Bettino Craxi, in cui si potevano incontrare il fior fiore del giornalismo, della politica, della tv (e almeno era gratis). Ma devono essere soltanto nostalgie di irrimediabili fanatici della Prima Repubblica.

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