Gli uomini di Peggy

Beckett, Brancusi, Ernst e gli altri per la scandalosa Guggenheim in un docu-film la vita “tutta arte e amore” della grande collezionista. Anticonformista, egocentrica, sempre in anticipo sui tempi. Era priva di basi accademiche, eppure si mosse splendidamente.
Gli uomini di Peggy

Max Ernst, “Castor et Pollution”, 1923 (Vienna, collezione privata). Peggy Guggenheim sposò Max Ernst dopo l’attacco di Pearl Harbor, nel dicembre 1941, ma lui non la amava

La vita di allora era folle? “Assolutamente sì, era tutta arte e amore”. E’ stata una buona madre? “Non credo che ci fossero delle buoni madri a quei tempi”. Perché i suoi genitori ce l’avevano tanto con lei? “Perché sono sempre stata considerata l’enfant terrible della famiglia, una pecora nera che non faceva nulla che andasse bene, ma credo di averli sorpresi”. Cosa rappresentava per lei il sesso? “Era il modo per creare connessioni umane: con molti uomini ci sono stata perché mi sentivo sola, ero una specie di ninfomane, ma all’epoca il sesso e l’arte erano indivisibili nelle nostre menti”. Quali uomini prediligeva? “Sicuramente gli uomini d’arte, perché sono più interessanti degli uomini d’affari: delle volte possono essere deludenti, ma delle altre sono addirittura meglio delle loro opere. In ogni caso, quando frequenti artisti, ti rendi conto che sono molto diversi da come te li puoi aspettare”.

 

Una voce speciale e fuori dal coro quella di Peggy Guggenheim, conservata in un nastro andato smarrito per molti anni e poi fortunosamente ritrovato, sul finire degli anni Settanta, nello scantinato di Jacqueline Bograd Weld, la sua biografa ufficiale a cui decise di raccontare, mettendosi a nudo, la sua vita privata oltre che pubblica in quella che di lì a poco sarebbe diventata la sua ultima intervista. Sì, perché la grande mecenate e collezionista americana, nata a New York nel 1898, morì a Venezia nel 1979, all’età di ottantuno anni, ed è proprio lì – nel suo amato museo a metà strada tra il ponte dell’Accademia e la basilica di Santa Maria della Salute con vista mozzafiato sul Canal Grande – che è sepolta in compagnia dei suoi quattordici cani. Grazie a quell’intervista e ai preziosi materiali d’archivio, Lisa Immordino Vreeland – già regista del documentario dedicato a un’icona della moda e dello stile, Diana Vreeland, la nonna di suo marito – è riuscita a realizzare “Peggy Guggenheim: Art Addict”, un docu-film molto interessante (distribuito da Feltrinelli Real Cinema e Wanted) interamente dedicato alla donna che più di tutte le altre è riuscita a sintetizzare al meglio le ansie e i turbamenti di un’epoca. Un lavoro certosino, quello della regista, che ci offre il ritratto di una figura che è stata sempre in anticipo sui tempi, oltre che un’anticonformista, un’egocentrica e una “scandalosa” ovunque si trovasse, testimone indiscussa di un’epoca e punto di riferimento dell’arte moderna.

 



 

Peggy era priva di basi accademiche, eppure si mosse splendidamente. Non aveva un gusto innato o una preparazione, eppure con passione usava l’arte per promuovere se stessa e nel giro di poco tempo divenne una star. Si sottopose a un intervento di rinoplastica, ma fu un disastro, perché nel momento dell’operazione sentì troppo dolore e ordinò al medico di smettere, finendo col conservare quella faccia abbastanza buffa col naso schiacciato e un po’ tondo che la caratterizzò per tutta la sua esistenza. Sapeva che non sarebbe mai potuta diventare un personaggio avvenente da ammirare per il suo fisico, e fu per questo che si impegnò per farcela in un altro modo: come collezionista, una collezionista mai vista prima. Stava cercando se stessa come persona e l’arte è stata il veicolo per individuarsi divenendo lo specchio della propria stranezza. “L’arte moderna – dirà – mi ha conquistata non appena l’ho conosciuta, ne ero diventata dipendente, non era mai abbastanza”. Eterna narcisista, insicura e vulnerabile, amava stare al centro dell’attenzione sin da piccola, come quando disse al padre, spesso assente, che probabilmente aveva un’amante o come quando decise di radersi tutte le sopracciglia per essere “diversa” in quella scuola esclusiva che frequentava sulla 72ma ovest, composta solo da nove alunne (una era lei), tutte ebree e tutte ricchissime, che riuscirono a creare un particolare modo di parlare per poter escludere chi non era come loro, una sorta di “birignao de noantri” che la Guggenheim non abbandonò mai.

 

La sua era una famiglia particolare ed eccentrica e i suoi genitori erano stati dei venditori ambulanti che dalla vendita porta a porta erano riusciti ad accumulare una fortuna. Sua madre, Florete Seligman, discendente da una delle famiglie più ricche e potenti di New York, ripeteva tutto tre volte, indossava tre orologi come tre cappotti (“Freud avrebbe avuto una spiegazione”, dirà sua figlia nel film), mentre suo padre, Benjamin Guggenheim, per tutti più semplicemente Ben, affondò con il Titanic perché, tra le altre cose, cedette il suo salvagente ai suoi compagni di viaggio (“non mi arrabbiai con lui, perché il suo fu un gesto molto nobile, ma avevo solo tredici anni”). Anche i suoi zii erano fuori di testa: sua zia Fanny cantava invece di parlare e lo faceva a tal punto che il marito, esasperato da quel suo particolare modo di esprimersi, cercò di ucciderla con la mazza da baseball, ma non ci riuscì e poco tempo dopo finì con l’affogarsi con dei pesi al New York City Reservoir. Peggy aveva, invece, un ottimo rapporto con le sue sorelle, Benita e Hazel, soprattutto con la prima, l’unica a tenerle compagnia, perché la madre non invitava mai le sue compagne di scuola a casa per farla giocare, nonostante vivessero in una magione sulla Quinta Strada circondati da bambinaie, maggiordomi e tuttofare. La bambina, all’epoca, si lamentava in continuazione di non essere ricca come i suoi zii, “che non erano ricchi, ma mostruosamente ricchi”, e continuò a dirlo anche da grande, nel periodo londinese (1938-’39), quando decise di aprire una galleria d’arte (la Guggenheim Jeune inaugurata nel 1938 al numero 30 di Cork Street) e non una casa editrice come stabilito all’inizio, “perché era la cosa che costava meno”. “Mi sentivo sola e usai così i 450 mila dollari che mi lasciò mia madre, ma rispetto agli zii ero povera”, dirà. Tutto è relativo, verrebbe da obiettare a questa donna timida e all’avanguardia che quando parlava tirava fuori la lingua senza accorgersene e che era capace di fare cose mentre altre avvenivano di conseguenza.

 

Suddiviso in sei parti, “Peggy Guggenheim: Art Addict” va a ripercorrere la sua vita ricordandone i momenti più significativi anche attraverso foto, documenti inediti e testimonianze di persone che l’hanno conosciuta o semplicemente studiata, da Robert De Niro a Marina Abramovic. Dopo New York, dove trascorse l’infanzia e l’adolescenza, si trasferì a Parigi, dal 1921 al 1928, gli anni del “risveglio” in quello da lei definito (ma non è l’unica) “il posto più stimolante al mondo”. Conobbe e divenne amica di Marcel Duchamp, Man Ray (“mi fece delle foto grazie alle quali mi sentii bellissima”), Jean Cocteau, Kiki de Montparnasse, Ezra Pound (con cui giocava a tennis), Gertrude Stein e James Joyce, ma – soprattutto – l’uomo che sarebbe poi divenuto suo marito: Laurence Vail. “Ero affascinata dagli affreschi erotici di Pompei, ero vergine e volevo liberarmi della mia verginità: usai Vail per questo scopo, avevo 23 anni”, dirà senza alcun pentimento alla sua intervistatrice. Del resto, il matrimonio tra i due – da cui nacquero i figli Pegeen e Sindbad – non fu proprio idilliaco: litigavano continuamente e lui, non potendo competere con il denaro, la faceva sentire inferiore intellettivamente. Il rapporto durò sette anni, poi ci fu il divorzio. “Divenne il mio migliore amico: i mariti migliorano sempre dopo il divorzio”, spiegherà. Il suo cuore, all’epoca, batteva invece molto forte per un uomo raffinato, John Holms, che morì per una banale operazione al polso a trentasei anni: con lui restò incinta sette volte ma decise sempre di abortire perché era sposata (“all’epoca il matrimonio era importante”). Nel frattempo, sua sorella Benita morì di parto e l’altra, Hazel, portò i due figli (di uno e tre anni) sul tetto dell’Hotel Surrey a New York e poco tempo dopo vennero ritrovati morti in condizioni misteriose. Nel periodo parigino, Peggy ebbe anche una storia di letto con Samuel Beckett con cui trascorse quattro giorni al chiuso in una stanza di hotel, “conquistata dalla sua sagacia e dal suo intelletto”.

 

Da Parigi a Londra, il passo fu breve. Si sentiva sola e aprì la Guggenheim Jeune, “iniziando con mostre sui surrealisti europei per cui il subconscio era la sorgente della vera creatività”, come ricorda nel film Philip Rylands, direttore della Peggy Guggenheim di Venezia. Le prime furono dedicate a Cocteau e Tanguy, poi a Breton e Dalì. Ebbe una grande ammirazione per Duchamp, conosciuto nel 1921, che le insegnò la differenza tra surrealismo e arte astratta e che le regalò il suo primo boîte-en-valise. Sempre a Londra fu la prima a realizzare una mostra con disegni di bambini (tra cui quelli di sua figlia Pegeen) e la prima mostra in assoluto con i lavori di Henry Moore e Lucian Freud. Instabile ma costantemente vorace nei confronti della vita, la Guggenheim decise però di chiudere quella galleria per cercare di aprire un museo d’arte moderna che, all’epoca, a Londra mancava, ma non ci riuscì perché nel frattempo era arrivata la guerra. Tornò di nuovo a Parigi per tre anni, fino al 1941, “affascinata da quel mezzo Dio e mezzo contadino che era Constantin Brancusi”, da cui acquistò il celebre “Uccello nello spazio”, e dal “nostro” Giacometti, “che assomigliava a un leone”. Acquistava un’opera d’arte al giorno, delle volte rimanendo comodamente distesa sul suo letto (come fece per un quadro di Dalí) senza mai trattare sul prezzo, “perché tutto all’epoca era molto economico”. Grazie al suo savoir-faire, mentre Hitler invadeva la Norvegia, lei era nello studio di Fernand Léger per comprare un quadro, uno dei tanti che riuscì a salvare portandoli con sé in America.

 

Assieme a quelle opere d’arte, riuscì a salvare se stessa, i suoi due figli e molti artisti che la seguirono portando così un nuovo fermento culturale a New York il cui mondo dell’arte, al momento del suo arrivo, “era una sorta di piccolo club per gentiluomini”, ma di lì a breve sarebbe cambiato completamente. Arrivò sana e salva assieme a Max Ernst (che sposò dopo Pearl Harbor, ma lui non la amava), Mondrian, Duchamp e molti altri, divenendo così il ponte tra il modernismo europeo e quello americano, tra il surrealismo e l’espressionismo astratto. Nel 1942, aiutata da Howard Putzel, aprì una galleria sulla 57ma strada, Art Of This Century, una galleria leggendaria il cui allestimento fu curato da Kiesler, un architetto bravo quanto terribile che le disse più di una volta che lei non sarebbe stata mai ricordata per la sua collezione (che all’epoca ammontava a 127 pezzi), ma per il modo in cui lui la presentava al mondo. Una lotta tra ego altissimi, alla fine dei quali fu sempre lei ad avere la meglio, come raccontò nella sua discussa autobiografia, “Out of This Century”, un libro stroncato dalla critica dell’epoca e dai suoi familiari, irritati per i racconti molto intimi in esso contenuti, tanto che erano soliti chiamarlo “Out of head”, “fuori di testa”. “Si lamentavano perché era tutto sullo scopare”, spiegherà Peggy nel film della Vreeland senza batter ciglio, “probabilmente erano solo invidiosi”. Il sesso fu una della sue fissazioni ma su di lei ebbe lo stesso effetto che ha su Madame de Villeparisis, un personaggio di Proust nella sua “Recherche”: se da giovane rovinò la sua reputazione pensando fosse divertente, da anziana non fece altro che pensare a recuperarla.

 

A New York fu la prima a credere in Jackson Pollock che venne lanciato – è vero – da Life Magazine, ma fu lei a sostenerlo fin dall’inizio, quando era ancora un falegname a cui commissionò un grande murale per l’ingresso della galleria dello zio Solomon, un’opera dalle dimensioni colossali. Per molto tempo, gli diede anche una rendita e soldi per comprare una casa a Springs, a Long Island, ben lontano dalle distrazioni di Manhattan cui era avvezzo.

 


Il Guggenheim Museum a New York


 

Modello di emancipazione femminile per eccellenza, la Guggenheim credeva molto nelle donne e fu la prima ad organizzare una mostra rimasta leggendaria, “31 Women”, dove furono esposte opere di artiste americane ed europee come Louise Nevelson, Leonora Carrington, Meret Oppenheim, Leonor Fini e Frida Kahlo. Anche Virginia Admiral, madre di Robert De Niro, espose i suoi quadri in quella galleria che chiuse i battenti nel 1947. “Volevo tornare in Europa”, spiegherà Peggy, “è lì che volevo stare”. E sarà nella sua amata Italia, in particolar modo a Venezia, che rimarrà fino alla fine dei suoi giorni, in quella città “dove la vita non è normale perché tutto e tutti galleggiano” e dove “i suoi riflessi sono più belli di quelli dei grandi artisti”. Per molti, quella città è stata ed è uno storico luogo di passaggio, ma non per lei che vi rimase fino alla morte, aprendo anche il celebre museo che porta il suo nome e che oggi – con 326 opere d’arte di più di cento artisti – è uno dei musei d’arte contemporanea più importanti al mondo, con milioni di visitatori ogni anno.

 

A Venezia tutti andarono a trovarla, grandi nomi della cultura e dell’arte dell’epoca, ospiti eccezionali che accoglieva nel museo, guardandoli da dietro uno dei suoi tanti occhiali da sole dalle montature più bizzarre (su tutti, quelli a forma di farfalla creati per lei da Edward Melcarth negli anni Cinquanta, riproposti ultimamente dalla Safilo per gli ottant’anni del marchio), divertendosi a guardare le loro reazioni quando si trovavano di fronte la statua all’ingresso, un’opera di Marino Marini raffigurante un uomo con il pene eretto e ben in evidenza (“l’estasi della gioventù e simbolo della gioia di vivere”) che lei si apprestava a togliere ogni volta che un cardinale andava a farle visita.

 

In tutte le sale di quel museo, e nel meraviglioso giardino, si avverte la sua presenza, “si sente Peggy”, come viene detto nel film, la testimone di un’opinione, di una scelta, di un gusto, di un coraggio, di un’epoca. Andarci è come fare un pellegrinaggio, si prova l’essenza del Ventesimo secolo. La proprietà è passata allo zio e alla sua fondazione, che possiede pure il celebre museo newyorchese (che lei definì un garage) e quello di Bilbao. “Non amo guardare al passato, non ne ho nostalgia, ci tornerei solo per avere più amanti” dice nel film. “La vecchiaia è la cosa più terribile che possa capitare, ma ho ottenuto quello che volevo ed è stato un successo e ne sono fiera, però, lasciatemelo dire, un tempo tutto era più divertente”. Non ne abbiamo alcun dubbio.

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