L’incanto perduto di Lesbo

Aristocratica, contesa dai tiranni, cantata dai poeti, sognata dai migranti. L’impossibilità di un’isola. Orfeo è giunto qui, nell’isola dalla forma d’una foglia di platano, qui dove – inchinatevi! – germoglieranno gloriosi poeti.
L’incanto perduto di Lesbo

Lawrence Alma-Tadema, “Saffo e Alceo a Mitilene”, 1881

Nella bella stagione i papaveri di Lesbo sono promesse effimere di una felicità destinata a sciogliersi in petali di sangue. E’ il coro delle Muse che si farà lamento di prefiche, Apollo tace, sospende il giudizio, l’arco in disarmo nell’attesa di un momento che per i mortali può durare secoli. Giove si è fermato a Lesbo, in un tempo lontano e immemorabile, e ha donato a quest’isola gaudente la severità del suo cielo paterno, l’ha fatta sua sposa (era una antichissima dea mediterranea, viveva di assolutezze materne), offrendole in pegno un figlio scortato dal sovrano Makaras – Dioniso, fragoroso nell’ebbrezza e nelle danze – e un destino di eccelsa ma provvisoria venustà: la benevolenza di Afrodite, i capricci sensuali di Eros. Fu così che Lesbo, ombelico equoreo della Troade doviziosa, generò grappoli di fanciulle eoliche brune e splendenti come barbagli di fuoco nella notte illune, ancelle di una leggendaria bellezza sognate dai forti uomini omerici, immersi nelle profondità del loro ventre come le radici degli alberi dalle svettanti chiome abbronzate. E poi il vino, sì, il vino che offusca il dolore e travolge ogni senso di privazione. Natura naturata d’incolpevolezza, sfaldamenti del sé, evasioni orgiastiche. Ma poi vennero i biondi Achei, poi ancora i biondissimi Dori. E con loro il vento del nord, frusta di Borea; e la lira di Apollo e con Apollo le Muse ridenti, il bel canto a tessere in versi celesti la trama dell’isola, fino a ricoprire d’un peplo d’oro la sua divina cattività. Le stirpi lottarono dapprima avverse, infine i vinti mescolarono il loro sangue scuro all’ichóre dei trionfatori, lo fecero con la grazia altera di una nobiltà trascorsa, sapevano che chi implora salvezza merita solo di perdersi e dunque non chiesero perdono. Le genti si fusero, il bruno degli ulivi e il biancore dei ghiacci, i numi acconsentirono, le vergini declamarono epitalami: Salute, fidanzato! / Nobile sposo, salve! / Mille volte, salute! Rinacque così Lesbo, per come la conosciamo noi che sappiamo ascoltare Saffo e Alceo, coevi aristòcrati del sentimento, per come il mondo la ignora e per come oggi è tornata nel palinsesto dell’angoscia comune, terra di approdo e disperazione per chi fugge dalla guerra funesta, terra di compassione per evangelizzatori stanchi, terra di sbarco per chi avanza camuffato verso la conquista di nuove prede… Un lacerto di mare la separa dalla Troade islamizzata di Erdogan, ma questa ferita salmastra incisa tra due mondi, queste poche miglia sono anche una diga d’acqua che frange, uccide, inabissa. E i migranti che premono sono come ombre silenti, già figli di Ade, sitibondi inquilini in transito lungo l’Acheronte invisibile che attraversa Siria, Turchia, Grecia: verso occidente – stella del tramonto.

 

Lesvos per chi ne pronuncia il nome adesso, Làzpas per i relitti atlantidei che nel mito di Orfeo condensarono il racconto di uno smembramento di civiltà metaforizzato dal cantore tracio la cui testa – sopravvissuta al pasto delle Baccanti invasate – viaggiò per mare fino alle sabbie di Antissa. Gli indigeni seppellirono il suo capo in luogo sicuro, trattenendo per sé la lira alata che gli era servita da zattera.

 

L’eco di questo mistero si propagò in fretta, toccò la ricca capitale Mytiléne, s’immerse in Thermi fumosa di acque sante, sgorgò ad Arisbe e ne percorse le cime montane, costeggiò il golfo di Kallònis dove Pirra proteggeva il santuario federale di Mésson dedicato a Zeus, Hera e Dioniso, s’affacciò a Eresòs lungo il crepuscolo, scosse il sonno di Méthymna: Orfeo è giunto qui, nell’isola dalla forma d’una foglia di platano, qui dove – inchinatevi! – germoglieranno gloriosi poeti e musici. Terpandro, l’inventore dell’eptacordo; il randagio Arìone il cui soffio vitale di naufrago fu adottato da un salvifico delfino; ma sopra tutti loro, Alceo e Saffo, custodi di altezze e rarefazioni, incendi dell’anima e carezzevoli smottamenti. Lui, fiorito nella virtù guerriera attentata dai primi vagiti del mercantilismo orientale inoculato nei nuovi governanti lesbii dai Fenici tintori di stoffe, e presto perduto dal vino – C’è un albero solo / che devi piantare / per primo: / e questi è la vite – che gli sciolse la lingua e lo condannò all’esilio. Lei, dolce sorriso, chioma di viole, / venerabile Saffo, figlia di Scamandriònimos, destinata sin nel nome paterno – ancorato in quello del nume fluviale di Troia – a tramandare gli umidi patimenti dei discendenti di Priamo, con quelle ricciolute mollezze femminili che sarebbero state fatali non alla sua vita di moglie e madre o vedova acerba, ma al suo ricordo, alla sua memoria divenuta figura retorica di un eros così naturale, eppure così straniato dai moderni barbari.

 

A Lesbo si contano circa dieci milioni di ulivi e sono altrettanti compagni che la glaucopide Athena affiancò a Ulisse, Diomede e Menelao approdati dalle fiamme d’Ilio, indecisi sulla via del ritorno. Sempre qui, fra le rocce di una montagna, Achille e Aiace seppellirono le spoglie dello sfortunato Palamede sfiorato dall’ignominia del tradimento. Non c’è pietra a Lesbo che non tradisca la condizione frontaliera dell’avamposto occidentale asiatizzato, linea immaginaria di un confine in cui arieggiano le volute delle melodie frigie, eoliche, doriche, bizantine, poi genovesi e quindi ottomane fino al 1821, praticamente ieri…

 

A Lesbo si contano infiniti vitigni, eredi di una clamorosa fama bacchica ancora viva nello stordimento empatico con il quale questo lembo di Europa meticcia guarda alla sventura degli allogeni che in cinquemila ogni settimana arrivano dalle coste anatoliche al campo di Karatepe, destinazione Idomeni o chissà. Vittime o carnefici? Disertori o perseguitati? Apolidi o colonizzatori? Saffo, che vide tramontare la costellazione degli ottimati e soffrì, anche lei, in Egitto l’esilio inflitto alla sua famiglia dal “tiranno” Pittaco, non aveva dubbi: Musa, metti da parte le guerre: / da’ gloria, piuttosto, con me, / agli sponsali degli dèi, al lieto / banchettare degli uomini, alle feste / della gente felice… Ma non dovete illudervi, quella di Saffo era una felicità di casta, raccolta nel tìaso verdeggiante del patriziato locale, perciò scostante di timida alterigia, fragile incanto omoerotico consacrato e circondato dal bronzo acuto degli opliti. Non è a loro, agli allogeni, che parla Saffo. E’ a noi che nel suo canto troviamo radici, intrecci di linfe, atavismi comuni. E dopotutto la felicità, chi non ce l’ha, non può darsela né farne dono. E la Grecia ci appare infelice. Un suo preclaro poeta di sangue lesbio, Odysseas Elytis, ha scritto safficamente: “Siamo tutti prigionieri di una felicità di cui ci priviamo da soli per errore. Ecco da dove sgorga l’antichissima pena d’amore”. Sarebbe, la felicità dell’occidente sempre pingue se pure angosciato, una prigione inesplorata, invisibile o anzi non vista; una sorgente occulta da cui stilla la pena d’amore, che tuttavia è anche purificazione – dalla radice pù, da cui punire e purgare o meglio ancora purificare un’infrazione mediante sacrificio espiatorio. Ma di quale amore si sta parlando, l’amore sacro o l’amor profano? “Se nel Simposio Eros, figlio di Povertà e di Espediente, è il dèmone della mancanza, il cacciatore della bellezza, un sofista ingegnoso che procrea incessantemente nel bello e ci spinge a fare altrettanto, stimolando la nostra forza creativa e l’amore per la sapienza, nel Fedro Eros diventa il delirio filosofico che porta l’anima a contemplare, sulla terra, le forme assolute dell’Essere” (Rosita Copioli, “Le acque gelide della Memoria”, in “Saffo – Più oro dell’oro”, Edizioni Medusa, 2006).

 

Ma con Saffo siamo ancora lontani dal compromesso razionalistico siglato da Platone nel IV secolo e.v. Non c’è separatezza, distinzione di rango, tutt’al più differenza di grado, sfumature d’intensità. Saffo trascorse la giovinezza sfarfalleggiando fra cori sacerdotali, feste religiose, riti d’iniziazione: e non vi era danza / né festa sacra / da cui fossimo lontane; non bosco sacro…
Ogni sua composizione si alimenta del sacro e a questo restituisce la virtù della forma metrica e della devozione personale: dall’innodia celeste al più minuto lamento del cuore ferito dalla sfuggente e terrigena fanciulla del momento (la più traumatica fu Anattoria specchio del sole o della luna, più dolcemente armonica di un’arpa, / più dorata dell’oro), ogni espressione poetica diventa ambrosia da versare sull’ara, incenso da ardere sul fuoco divino, mirra e cinnamomo da cui trarre unguenti e balsami rituali con i quali sacrificare a Eros la propria nudità. “Il culto, l’atto dell’offerta, il devoto chinarsi di fronte all’altare: la religione dei Greci – la religione di Saffo – stabilisce una millenaria intesa con le apparenze vive del mondo, non si riferisce a un altrove misterioso, o semmai, il mistero è all’interno del perenne mistero dell’esistere, è contiguità fisica e mentale con la realtà che di per sé manifesta la sacralità della vita, in un connubio di stupore realistico e di realtà vissuta con quotidiana e semplice meraviglia”. Così dice Grytzko Mascioni, compianto classicista e traduttore, convitato di queste nostre righe, nella sua insuperata monografia “Saffo” (Rusconi, 1981). Subito dopo, per valore, c’è il basilare studio di Edith Mora, “Sappho, histoire d’un poète” (Flammarion, 1966). Ma qui segnalo pure la nuova traduzione in inglese delle opere di Saffo, compresi gli ultimissimi papiri disseppelliti, “Sappho: A New Translation of the Complete Works” (Cambridge, 2015), a cura di Diane J. Rayor e con introduzione di André Lardinois, specialista saffico secondo il quale la dimensione soggettiva, interiore della poetessa va molto rimpicciolita: “Numerose, se non la maggior parte, delle poesie di Saffo sono state scritte per essere eseguite da cori in occasioni pubbliche; anche quando viene usata la prima persona, non significa che la poetessa cantasse di sé” (Daniel Mendelsohn, “Girl, Interrupted. Who was Sappho? New York Magazine del 16 marzo 2015).

 

Di certo quella celebrata da Saffo è pura immanenza ovvero la trascendenza immanente in cui Eric R. Dodds ha colto uno dei tratti fondativi dell’autocoscienza ellenica (“The Greeks and the Irrational”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, 1951). Saffo – possiamo dirlo? – è una sacerdotessa di Afrodite, devota alle Muse che sono figlie di Zeus e Mnemosine e annunciano il canto fatidico di Apollo: il suo deliquio erotico è già una scienza sacra ma questa scienza sacra già non è più l’intimo corrispondersi delle essenze divinate nel cuore: sta diventando filosofia. Saffo ci introduce nel declivio dell’età arcaica, nel VI secolo dell’èra volgare, non più un mondo a misura del vate “araldo di sapienti parole” (Pindaro). Si affaccia il desiderio acquisitivo (pleonexia), l’allontanamento dalla lucente condizione stellare (de-siderare) consegna il vir all’umidità dissolutrice della dimensione ctonia (homo-humus) e così l’uomo non è più altro che la sua ricchezza, come sentenzia cupo Alceo. La filosofia s’erge come reazione a questa voluttà abissale. Nasce con la speculazione dei Sette Sapienti, i quali, da Talete milesio al lesbio Pittaco – non un tiranno ma un aisymnetes, il dittatore d’un decennio che saprà legiferare e poi farsi da parte –, sono naturalisti armati di volontà civilizzatrice indirizzata alla comunità della polis. I Sapienti ormai sono legislatori e filosofi: amanti di una conoscenza presente in quanto perduta alla condizione umana. La centralità del cuore risalente al mondo omerico, la conoscenza cardiaca che sorregge la virtù e la fama degli ottimati – così come le sottili efflorescenze afroditiche del canto saffico e l’invasamento bacchico dei rari eccentrici come Alceo – sta cedendo lo scettro alla tirannia della mente e alla legge del numero indifferenziato, al demos e al suo grasso istinto mercantile da affamare secondo giustizia. Pittaco è un mezzosangue sbilenco, ventre convesso e piedi piatti, figlio d’un commerciante trace ammogliato bene, con la sorella di Dracone, ghènos dei Pentèlidi risalente a Oreste; sulle sue piccole spalle gravano due tirannicidi e l’uccisione omerica di un gigante ateniese. Ma sopra tutto è, o viene giudicato, saggio: “Riconosci il momento opportuno”, recita una delle sue massime. E così Pittaco saprà schiudere la madrepatria al ritorno di Saffo e di Alceo. Lui incanutito, lei spaesata da rughe e tormenti, vicina a un tenero misterioso suicidio la cui fama ingigantisce ancora oltre il nero mare di Lesbo. Oltre la possibilità di un’isola, ultima d’Europa o prima nei possedimenti asiatici, silloge di un occidente fuggevole.

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