Paris Saint-Germain, banlieue del calcio

Il Psg ha vinto il quarto titolo consecutivo, eppure Parigi resta ai margini dell’Europa. Una storia di mediocrità che i miliardi dell’emirato hanno annacquato. Arrivare nei quarti di Champions non basta. Ecco perché ci vorrebbe una coppa.
Paris Saint-Germain, banlieue del calcio

Ibrahimovic a testa bassa nella partita di Champions League contro il Manchester City (foto LaPresse)

Quindi José Mourinho e forse anche Cristiano Ronaldo. E poi ancora, fino all’infinito quasi. Perché non serve aver vinto il campionato francese a marzo, anzi a dicembre, anzi probabilmente a metà agosto, prima che cominciasse. La classifica adesso dice Paris Saint-Germain 86, Monaco 58. Sono 28 punti di differenza. Che è la distanza massima mai avuta nel campionato francese tra la prima e la seconda. Quindi quarto titolo consecutivo 2013, 2014, 2015, 2016. Ma, appunto, non serve. Perché Parigi vorrebbe altro, vorrebbe ciò che non ha mai avuto e che neanche i moltissimi soldi investiti finora gli hanno garantito: l’Europa. O almeno qualcosa che si avvicini: una semifinale di Champions. Un risultato che giustifichi quello che i denari e il progetto del Qatar ha voluto per il Psg e per la capitale francese. L’idea di prendere Mourinho alimenta questa ricerca, perché Blanc, con tutto il rispetto, non è l’allenatore che possa ambire a prendersi la Coppa. Non c’è riuscito Ancelotti, non può funzionare lui.

 

Cerca qualcosa che non ha, Parigi. Cerca probabilmente ciò che non gli appartiene. Però adesso che anche il Manchester City è tra le prime quattro d’Europa la rincorsa a quell’obiettivo diventa più affannosa. Loro sì e noi no? Perché il City è la sponda di Manchester che ha meno storia nel calcio e ne ha meno di Parigi. E questo fondamentalmente è il problema. Perché non c’è una sola capitale europea (a eccezione di Berlino) come Parigi che abbia così poco pedigree calcistico. Roma complessivamente ha meno scudetti, ma non c’è confronto: a Roma il calcio è il calcio, cosa seria, persino troppo. A Parigi il calcio è sempre stato un accessorio. Una volta qui sul Foglio raccontammo la battuta di Just Fontaine: “Parigi se ne infischia di noi”. Fontaine, Lui era il primo allenatore della storia del Paris Saint-Germain, dopo essere stato una leggenda, il capocannoniere del Mondiale 1958: 13 gol in una sola Coppa del mondo, record mai battuto. Ecco, a Fontaine Parigi lo irritava: seduto sulla panchina del Parco dei Principi non capiva. Perché lì tutti snobbavano il calcio? Perché il pallone francese girava altrove e non lì? C’era tutto: la storia, la potenza, il fascino di una città, non il football. Ancelotti, Blanc e tutti i calciatori che il Psg ha comprato in questi anni avrebbero dovuto vendicarlo. Quindi Ibrahimovic, Cavani, Pastore, Verratti, Thiago Motta, Lavezzi.

 

Ci sono riusciti? La risposta è no. E si ricollega al ragionamento iniziale: non basta stravincere il campionato francese. Perché quello lo vinci con i soli denari che il Qatar ha investito. Semplice: sei nettamente, ma nettamente, il club più ricco del paese, è logico che tu vinca. La vendetta sarebbe un’altra: il sogno di portare Parigi dove non è mai stata, cioè al vertice del calcio europeo, con le altre.  Perché da quindici anni o poco più è inesistente nelle coppe continentali. C’è anche Berlino, appunto. Però Berlino ha cominciato troppo tardi, s’è unita al resto della compagnia dopo la caduta del Muro. Parigi aveva vent’anni di vantaggio, in teoria. Il Paris Saint-Germain è nato nel 1970 e non ha seguito la tendenza del pallone francese cresciuto costantemente per tutti gli anni Ottanta e poi per tutti i Novanta, fino a vincere la Coppa dei campioni col Marsiglia, poi la Coppa del mondo e l’Europeo con la Nazionale, tirando fuori due gemme assolute come Platini e Zidane e poi alimentando se stesso con i figli dei figli degli immigrati. Saint-Etienne, Nantes, Bordeaux, Marsiglia, Lione: sono cresciute, sono maturate, si sono strutturate, sono diventate più o meno grandi in proporzione alla loro importanza strategica in Francia. Parigi no: è il centro del centro del paese, è il fulcro di ogni cosa, è la calamita di tutto, ma nel pallone è rimasta ai margini. In Europa di più: Parigi è centrale nelle scelte politiche, economiche, diplomatiche, ma non conta nulla nel mondo del pallone. Il simbolo della grandeur guarda invidiosa le altre: nel tabellone dell’ultima Champions c’era almeno una squadra per ogni capitale europea. C’era la Roma, c’era il Real Madrid, c’erano l’Arsenal, il Chelsea e il Tottenham (Londra), c’era il Benfica (Lisbona), c’era l’Ajax (Amsterdam), c’era l’Anderlecht (Bruxelles), c’era il Panathinaikos (Atene), c’era il Copenaghen, c’era l’Aek Solna (Stoccolma). Fuori solo Berlino e Parigi.

 

Ci hanno provato, sì. Sono quarant’anni che ci provano. Prima della nascita del Paris Saint-Germain, il calcio praticamente neanche esisteva, c’erano un paio di squadre minori e secondarie. Come ha ricordato Pietro Cabrio sul Post qualche giorno fa: “Le prime due squadre di calcio fondate a Parigi furono il Racing Club de France Football, nel 1896, e il Red Star Football Club. Il Racing Club fu la prima squadra parigina a vincere un campionato nazionale, nel 1936. Dopo il titolo, il Racing vinse un paio di coppe nazionali e arrivò secondo in campionato per due anni. Poi la squadra non vinse più nulla e lentamente scese fino alla quinta serie amatoriale del campionato francese, torneo in cui si trova tuttora. Il Red Star venne fondato nel 1897 in un caffè di Parigi da Ernst Herbert e Jules Rimet, futuro presidente della Fifa dal 1912 al 1954 e della federazione calcistica francese dal 1919 al 1942. Il primo trofeo dato in premio alla nazionale vincitrice della Coppa del mondo venne chiamato Coppa Jules Rimet in suo onore fino al 1970.Nel 1930 il Red Star di Rimet fu una delle prime squadre di calcio francesi a diventare professioniste e fu anche tra le fondatrici del nuovo campionato nazionale. Da lì in poi però, la squadra riuscì a vincere solo cinque edizioni della Coppa di Francia. Disputò l’ultima stagione di prima divisione nel 1975: nel 2003 finì nella sesta serie amatoriale, poi si è lentamente ripresa e ora è in Ligue 2 che lotta per la promozione. Il Red Star, vista la mancanza di risultati, oltre alle sue origini è noto soprattutto per una piccola ma solida tifoseria che si identifica da molti anni nella classe operaia e negli abitanti delle banlieue, l’area periferica della capitale. Tra i tifosi del club c’è anche il presidente francese François Hollande, che almeno in un paio di occasioni negli ultimi anni è stato presente in tribuna per le partite della squadra. Lo scorso settembre Hollande portò in visita al club Jean-Yves Le Drian e Patrick Kanner, due ministri del suo governo, insieme ad altri suoi collaboratori, come iniziativa ‘per promuovere i valori repubblicani dello sport’. Recentemente Hollande si è interessato anche alla situazione societaria ed economica del Red Star, che è costretto a giocare le proprie partite casalinghe allo stadio Pierre-Brisson di Beavuais, un comune che dista circa 70 chilometri dallo storico stadio Bauer di Saint-Ouen, comune alle porte di Parigi in cui ha sede il club.Ora il Red Star è in terza posizione nella Ligue 2, a sei punti dal Nancy e a otto dal Dijon. Se il campionato finisse oggi otterrebbe la promozione dopo 41 anni dall’ultima stagione di Ligue 1, ma mancano ancora sette partite e il vantaggio sulla quarta è di un solo punto”.

 

Il Psg nacque per occupare un vuoto. Ambizioso, certo. Bianco-rosso-blu e la Torre Eiffel nello scudetto: non c’è niente di più francese, niente di più parigino. I colori, l’identità, il simbolismo, la supremazia. E molta illusione. Parigi ha fatto su e giù in patria: ha vinto sì, ma poco. Prima dell’arrivo dei soldi del Qatar, aveva vinto soltanto due campionati. Ha avuto momenti di inabissamento profondo nell’apatia pallonara. I dirigenti si presentavano ogni volta pieni di spavalderia: “Non saremo una squadra di paillettes. Giocheremo per vincere”. Certo, certo. Perché il dramma è sempre stato questo: Parigi non ha capito che il calcio in Francia ha altri padroni, che Lione ha preso un treno verso l’Europa, che la provincia è più forte della metropoli. Illusi spesso, i parigini del football: convinti che avere due milioni di appassionati di pallone rotondo sia sufficiente per essere i più forti. Si sono fermati a Saint-Denis, però. Al 1998, a Zidane che massacra il Brasile da solo, ai Campi Elisi pieni di gente. Dovevano capirlo in quella festa: la squadra campione del mondo era una nazionale senza capitale. Periferia di un ex impero: algerini di Marsiglia, armeni di Lione, caraibici delle banlieue. Parigi è stato il corpo, mai l’anima.

 

Il paradosso è tornato a sgomitare: è una città con due milioni di praticanti e una mentalità da dilettanti. Il Saint-Germain doveva essere l’eccezione: senza nemici interni, senza derby da giocare, senza divisioni intestine, avrebbe potuto volare. Non gli è riuscito: ha avuto strane storie e troppe crisi d’identità. è entrato nel G14, ha tentato di fare il mercato con le grandi d’Europa, ha cercato di creare uno stile, una caratteristica. Ecco, ha scoperto Ronaldinho: l’ha venduto come se fosse uno qualunque, uno dei tanti, uno di troppo. Dicono sia stata colpa della crisi di Vivendi e quindi di Canal Plus. Non può essere solo quello, però: senza soldi è rimasto anche il Liverpool, l’Arsenal ha avuto diverse stagioni con più debiti che ricavi, la Lazio stava fallendo, la Roma pure. Nessuna è sprofondata verso la fine. Allora è caduto il velo, definitivamente: non c’era strada per Parigi, non c’era competenza, non c’era interesse, non c’era acqua per liberare i pesci. Capitale di tutto e provinciale del pallone. D’altronde persino il giorno della finale del Mondiale 1998 la città sembrava quasi disinteressata. Emanuela Audisio la raccontò così: “Non si salva nemmeno la signora del quizzone pomeridiano: quella che risponde bene su Munch, su chi sia l’autore di Mademoiselle de Maupin, e sul Medioevo. Cade sull’unica domanda facile, di cronaca, su un nome: Djorkaeff. Figurarsi se in Italia alla vigilia di una semifinale mondiale ci potrebbe mai essere un concorrente che ignora se Baggio sia un calciatore o un pianista. In Francia, capita. L’Equipe, unico quotidiano sportivo, lascia la sua prima pagina agli altri: a Brasile e Olanda. E così anche gli altri giornali politici, nemmeno Libération se la sente di fare un passo audace, di stravolgere la sua formula. Per accorgersi che c’è la Francia che gioca bisogna avere pazienza e girare molte pagine. Gli speciali in tv non sono sul portiere Barthez, sull’allenatore Aim, ma sono dedicati alla vecchie glorie in bianco e nero della canzone: a Marcel Mouloudji con il suo refrain ‘ho buttato via la vita’, a Marie Dubas, con tanto di dedica di Edith Piaf. C’è anche un approfondimento di sport, ma è dedicato al Tour che sta per partire”.

 

Il calcio a Parigi ha una storia di mediocrità che i miliardi del fondo del Qatar hanno annacquato. Oggi tanti calciatori sono tentati dall’andare a Parigi: una delle città più belle del mondo con uno dei club più ricchi del mondo. E però c’è la questione della scomparsa dai radar delle vittorie. Che conta, perché a parità di stipendio o poco meno, si sceglie altro: Madrid, Barcellona, Monaco di Baviera, Manchester, Londra, Torino. I soldi permettono molte cose ma non tutto. C’è un gigantesco “vorrei ma non posso” che si alimenta con l’incapacità di sdoganarsi dal ruolo di dominatrice in casa e vittima fuori. Arrivare nei quarti di Champions non è un risultato accettabile. “Ici c’est Paris”, dice uno striscione che campeggia sempre al Parco dei Principi. E’ quasi una forma di autoconvincimento della propria forza. Mourinho, che è ancora senza panchina, secondo molti è candidato alla guida del Psg. L’ipotesi è suggestiva e regalerebbe a Parigi un uomo che ha vinto a Porto, a Londra, a Milano e a Madrid. Sul piatto sono pronti già molti milioni e altri potrebbero essere investiti in calciatori che Mou potrebbe chiedere. E’ l’inseguimento di un sogno e però anche di un antidoto a un destino beffardo. La sconfitta contro il City in Champions League è simbolica: le due squadre costruite da niente o quasi per arrivare ai vertici del calcio europeo, due fondi arabi che hanno modificato l’assetto dei club e anche la loro storia. Parigi ne è uscita male. Perdere contro il Barcellona è una cosa, farlo contro il City è un’altra. Il campionato è una passerella, dove per la prima volta l’anno prossimo ci potrebbe essere un derby. Perché negli anni 50 arrivò un’altra squadra, fondata da un gruppo di imprenditori e personaggi famosi, tra cui l’attore Jean-Paul Belmondo: il Paris Fc. Alti e bassi, fallimenti o quasi, fusioni, fino alla stabilizzazione di qualche anno fa. Ora gioca in Ligue 2 e potrebbe essere promosso. Due Parigi quindi. Forse. Ma è solo fumo, molto fumo. Perché la Francia non conta. Neanche per il Psg. Conta solo l’Europa. Vicina, sempre. Lontana ogni volta. Il mercato è una chiave. Spesso per il Psg è l’unica. Ora ci vuole un uomo che prenda una capitale provinciale e la trasformi in capitale capitale. E’ l’utopia degli altri: quarant’anni di rincorsa vana non sono serviti a demotivare chi crede in questo progetto. Quattro anni di scudetti facili non hanno però aiutato a spingersi un passo più in là. E’ una bella storia. Non è ancora una grande storia.

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