Amor che scalda ma non brucia

Ma sarà vero che l’amore, specie nella tradizione francese, è sempre un coup de foudre? Un colpo di fulmine? Cupido che col suo culetto nudo e i boccoli sugli occhi scocca la freccia e trafigge i cuori? A ben guardare nella letteratura, nei film e nelle biografie, non è sempre così.
Amor che scalda ma non brucia

“Non siamo più anime pronte al dolore, allo schianto, al rischio” (Lawrence Alma-Tadema, “Luna di miele”, 1868)

Ma sarà vero che l’amore, specie nella tradizione francese, è sempre un coup de foudre? Un colpo di fulmine? Cupido che col suo culetto nudo e i boccoli sugli occhi scocca la freccia e trafigge i cuori? A ben guardare nella letteratura, nei film e nelle biografie, non è sempre così. I francesi, grandi cantori dell’amour fou, della passione irrefrenabile, dell’empito erotico, hanno spesso, al contrario, mostrato come l’amore sia una lenta metamorfosi, un passaggio di stato, un’evoluzione da sentimenti che, sulle prime, non davano alcun motivo di pensare a congiunzioni carnali. Certo, André Breton, nel suo romanzo “Nadja”, esalta proprio l’amore spiritato, telepatico, fondato su simboli che, come scrive Baudelaire in “Correspondances”, observent avec des regards familiers, ci osservano con sguardi familiari. Occhiate enigmatiche, indecifrabili sul piano razionale, ma messaggere di destini voluttuosi, di gioie sensuali mai sperate dal borghese ben posato. Ma, per paradossale che possa sembrare, la linea di Breton è quella minoritaria; a prevalere è la concezione illuministica e razionalistica, di un amore che germoglia su basi certamente sentimentali, per poi crescere con una gradualità impercettibile, e che tuttavia, di semitono in semitono, nell’intreccio apparentemente neutro di incontri e conversazioni disinteressate, assurge a parossismi che l’amour fou, nel suo bruciare istantaneo, non attinge mai.

 

Lo scrittore Marc Levy, autore di una fortunata serie di commedie sentimentali, ha conquistato i suoi lettori con vicende in cui, al colpo di fulmine, all’imprevisto travolgente e alla femme fatale, subentrano le amicizie, gli incontri casuali in circostanze quotidiane, gli appuntamenti al buio delle chat, dei siti di incontri, dove però quel buio è piuttosto una penombra che appena conserva un velo di mistero, vista la mole di informazioni che gli utenti devono fornire per iscriversi. In “Lei & lui” (Rizzoli, 350 pp., 18 euro) Mia, giovane attrice inglese dalla carriera in ascesa, a Parigi per dimenticare le delusioni del suo matrimonio, costretta a fingere una felicità coniugale per non danneggiare la promozione del suo ultimo film, decide di iscriversi, per gioco, a un sito di appuntamenti che la sottopone a un terzo grado. L’inquisitore telematico vuole conoscere il colore degli occhi, le caratteristiche fisiche (normale, sportiva, magra, qualche chilo di troppo, rotondetta, tarchiata, e Mia commenta che sembra “una fiera di bestiame”), altezza, nazionalità, origini etniche, visione del mondo e valori, le sue idee sul matrimonio, studi, professione, attività sportive preferite, hobby, animali da compagnia prediletti, gusti musicali e cinematografici, se ha figli, se vuole avere figli, cosa cerca in un uomo (eh già, cosa cercano le donne in un uomo?, è questo, non il suicidio, come invece pensava Camus, l’unico problema filosofico rilevante) e così via, fino a dissolvere ogni traccia di mistero, di ignoto, ogni possibilità di imprevisto.

 

Forse è la conseguenza di quella che Max Weber chiamava razionalizzazione, la gabbia d’acciaio che avrebbe stritolato la poesia: ma l’amore nei romanzi di successo, oggi, è questo: amore dolce, che nasce da un’amicizia, un amore consolatorio, che dispensa consigli sentimentali, professionali, esistenziali, è un amore consulente, anche tenero, un concentrato di piccole attenzioni, di gesti semplici, ma che raramente sconvolgono, rapiscono, comunicano estasi. E quando lo fanno, subentra immediatamente un arcano malessere, un tetro pessimismo, come se ogni amore sregolato fosse dannato.
In “La signora della porta accanto”, penultimo film di François Truffaut, tra le tante scene indimenticabili c’è quella nel parcheggio del supermercato. Bernard (Gérard Depardieu) ha rincontrato dopo molti anni Mathilde (Fanny Ardant), con cui ebbe una storia d’amore tormentata, e dalla quale fu lasciato per le sue mancanze: “Tu me ne hai fatte passare di tutti i colori”, lo rimprovera, ma senza rancore, lei: “Partivi, tornavi, dicevi di non sopportarmi, poi dicevi di non poter vivere senza di me, allora presi coraggio e ti lasciai. O lo facevo o diventavo pazza”.

 

Ecco che dalle ceneri ancora ardenti dell’antico rapporto nasce il progetto di qualcosa di più calmo, stabile e indolore: “Poiché ne siamo usciti tutti e due”, propone Mathilde, “tanto vale diventare amici, ti pare?”, al che lui non può che rispondere con garbata ipocrisia: “Sì, hai ragione”. E ancora più falsamente: “Sono contento che tu stia bene” (lei si è risposata), e lei: “Ah, mi fa piacere”. Questo cerchio di insincerità può essere rotto solo dall’irruzione del desiderio, della pulsione erotica indomita. Salutandosi, dopo che lui le ha caricato la spesa in macchina, lei propone di darsi un bacio amichevole, che viene scambiato sulla guancia. Ma ecco, tutto ciò è insoddisfacente, è apparente, ed è Mathilde, con la mano sulla portiera aperta, a tradirsi: “Vorrei chiederti ancora una cosa, di pronunciare il mio nome di tanto in tanto. Una volta potevo indovinare quando stavi per diventarmi ostile perché eri in grado di passare un giorno senza chiamarmi Mathilde. Ma tu non te lo ricordi sicuramente”. Bernard non aspettava altro. Aggira la barriera costituita dalla portiera, solleva la mano destra, la pone sulla guancia sinistra di lei, e pronuncia quel nome che sembra infondere in entrambi un’energia mortale. Si baciano appassionatamente, e Mathilde, come le damine dell’Ottocento, cade in deliquio. In mancanza dei sali, è Bernard a chinarsi su di lei, pronunciando altre volte il nome di Mathilde. Lei rinviene, ma il suo sguardo si è fatto duro, quasi inumano. Ha di nuovo conosciuto il dolore che atterrisce, l’amour fou che ci sopraffà. Sale in macchina e senza rispondere ai richiami di Bernard, ingrana la marcia e fugge a casa. Quanti romanzieri, oggi, oserebbero inserire nei loro libri scene così melodrammatiche, così scopertamente passionali?

 

Già nel film di Truffaut, l’episodio dello svenimento è un apice mai ripetuto, ma ancor più nei romanzi di Marc Levy, la sessualità è appagante non quando è vorace, potente, straziante: il primo amplesso tra Mia e Paul, in un albergo coreano, consumato quasi come una consolazione (lui ha scoperto che la sua fidanzata locale lo ha, sebbene con le migliori intenzioni, ingannato) viene descritto non come un grande piacere, ma come mite amorevolezza: “Nel silenzio, i loro visi si avvicinarono, e quel che seguì fu di una tenerezza infinita”. E così nel suo romanzo d’esordio, nonché bestseller, da cui è stato tratto anche un popolare film, “Se solo fosse vero”, Arthur e la sua amata Lauren, nel momento in cui potrebbe perdersi per sempre, si scambiano non gesti di folle dolore e disperazione, ma effusioni quasi parentali, che suggeriscono cura, protezione, più che desiderio: “Arthur la strinse a sé senza farselo ripetere, Lauren gli posò una mano sulla guancia ombreggiata dalla barba lunga e lo accarezzò, la mano scese verso il mento e passò sulla nuca con tenerezza infinita”.

 

Il corteggiamento si avvicina a un gioco, a uno scherzo prolungato, ricorda l’esperienza di due amici affettuosi che, per la prima volta, si ritrovano a percorrere le attrazioni di un grande parco dei divertimenti arrivato in città. In “Lei & lui”, il Palais Garnier, sede di uno dei teatri d’opera parigini, è un set per un corteggiamento che, se ricorda alcune sequenze hitchcockiane, per la suspense di quando Paul è colto da vertigini, mentre porta Mia a visitare il tetto dell’edificio, rimane impresso per la tenera goffaggine di lui e per il senso di sorpresa, di infantile scoperta, di lei. Lei è felice, ma non diremmo conquistata. E’ persino materna: lassù, quando comincia a piovere, lei condivide l’impermeabile che lui le aveva detto misteriosamente di indossare, e lo appoggia sulle spalle di lui. “Pensa proprio a tutto?”, le chiede. “A volte”, risponde lei, modesta.

 

In un interessante film di Christian Vincent, attualmente in sala, “La corte”, il gelido presidente di Corte d’assise, Michel (Fabrice Luchini), rincontra per caso, perché è giurata popolare in un processo, l’anestesista Ditte (Sisde Babett Knudsen). Sei anni prima, lei lo aveva assistito in ospedale, per sette settimane, mentre lui era immobilizzato a letto, a seguito di un grave incidente. Da allora, lui ricorda la tenerezza di lei. I gesti delle mani che frizionano le sue membra offese, onde evitare le piaghe da decubito. Il calore sulla fronte, la mano nella mano, tutto senza mai trascendere i limiti professionali, con quel rigore che lui tanto apprezza nella sua professione. Così come ricorda nostalgico il bianco abito di pizzo, che la fasciava facendo risaltare le sue forme floreali, indossato nell’unica cena, successiva al ricovero, in cui però, circondati da altri amici, non poterono scambiarsi né parole né altro. Lui le aveva scritto una lettera, alla quale però lei non aveva voluto rispondere, lasciando cadere l’interesse di quell’uomo forse troppo formale.

 

Dopo l’incontro in tribunale, Michel la invita a bere un caffè, e là comincia un corteggiamento serrato in cui le confessa di averla amata, di considerarla l’essenza della femminilità, e le declama i versi de “Les Passants” di Georges Brassens: “Io dedico questa canzone a ogni donna pensata come amore in un attimo di libertà”. Il corteggiamento, lungo tutto il film, ha un esisto solo nell’ultima scena, quando il processo si conclude, e l’imputato è assolto, anche grazie a una riflessione di Michel sulla verità inconoscibile, distinta dall’accertamento del lecito e dell’illecito. Finita la loro unione obbligata nell’aula giudiziaria, Michel paventa di non rivedere mai più Ditte. Il suo sguardo che incute soggezione, così impassibile e sicuro, mostra la sua inquietudine, la sua fragilità. Lei, del resto, non gli ha dato nessuna certezza. Potrebbe essere una donna crudele o semplicemente non più disposta ad amare. Potrebbe lasciar cadere, per la seconda volta, i segnali di quell’uomo semisconosciuto.

 

Ci sono tutte le premesse per un finale, come dicono i francesi, éclatant, una scena forte, un capovolgimento drammaturgico. Macché, la tenerezza, la dolcezza, la misura, la prudenza, queste sono le qualità degli amori dei nostri tempi. Non siamo più anime pronte al dolore, allo schianto, al rischio: calcoliamo, giudichiamo come le giurie nelle corti, soppesiamo gli indizi a carico e a discarico, e infine, tirate le somme, diciamo che amiamo. Ma è questo l’amore? La scena finale, in cui lei, all’inizio di un nuovo processo, prima esce dall’aula, e lui viene inquadrato dalla macchina da presa con un’espressione costernata, ma lei subito rientra, avvolta nel suo cappotto azzurro, e allora la dichiarazione d’amore sta nel suo semplice sedersi, e sfilarsi il soprabito, esibendo quel bianco vestito di pizzo che lui tanto aveva lodato, perché tanto delle sue forme mostrava.
Per contrasto, chiudiamo con il ricordo di un caso vorremmo dire ibrido, a metà tra l’amore folle e dolce, tra calcolo e follia, quello che sfiorò Jean-Luc Godard e la sua musa del tempo, Marina Vlady, per una brevissima parentesi, nel 1967. Godard accompagnava la Vlady all’aeroporto, diretta in Russia dove la ventinovenne bellissima attrice avrebbe rivisto i suoi figli.

 

I due, amici da tempo, avrebbero presto cominciato a girare “Due o tre cose che so di lei”, dove lei è Parigi, ma anche Juliette, la protagonista del film, che più per spezzare la routine coniugale che per necessità economica, si vende a ricchi viaggiatori americani in camere d’albergo. Pronta a imbarcarsi, la Vlady si vede rivolgere da Godard una proposta inaspettata: “Vuoi sposarmi? Non rispondermi subito. Al ritorno, mi dirai cosa hai deciso”. L’attrice, al ritorno dalla Russia, perplessa e divertita, risponde al regista che non può accettare la sua proposta matrimoniale. Godard la prende malissimo. Sul set del film, tutte le indicazioni all’attrice verranno comunicate tramite un intermediario. I due non collaboreranno mai più. Godard si consolerà tra le braccia di Anne Wiazemsky, giovane studentessa che gli aveva indirizzato una lettera adorante dopo aver visto il suo “Pierrot le fou”. Come scriveva Carlo Dossi, ogni donna, un cielo.

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