Muro del Brennero: finis Austriae

Che cosa resta della cultura e della tolleranza del grande impero? Storia di un vasto mondo che in un secolo è tramontato tre volte
Muro del Brennero: finis Austriae

Vuole costruire un muro sul confine del Brennero: dove va tutta sola la piccola Austria? (Max Kurzweil, “Donna con vestito giallo”, 1899, Museo di Vienna)

Finis Austriae? L’Austria è finita tre volte in un secolo: dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, con l’Anschluss e con la caduta del Muro di Berlino. Adesso cerca di difendersi, ma può finire di nuovo”. L’ambasciatrice ha una lunga carriera alle spalle e conosce bene il paese dove ha lavorato e vissuto per molti anni. Lo conosce e lo apprezza, è convinta che abbia il diritto di proteggersi, ma non riesce a nascondere il proprio rammarico davanti alle immagini del muro del Brennero. Dove va, tutta sola, la piccola Austria? La storia dimostra che, diventando sempre più isolata, più pulita etnicamente, s’è resa anche più “apatica”. L’attributo non suona molto diplomatico, del resto lo ha usato Thomas Bernhard nel discorso per l’assegnazione del Premio per la letteratura: “Noi siamo austriaci, noi siamo apatici, siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso di megalomania come futuro nel processo della natura”, ha detto il controverso scrittore scioccando i benpensanti. Il risentimento verso la propria patria si è fatto sempre più acre con gli anni. Tanto che nel testamento è arrivato a scrivere: “Sottolineo espressamente di non voler aver nulla a che fare con lo Stato austriaco, Cattolico, Nazionalista e Socialista, e mi oppongo non solo a qualsiasi forma di intrusione, ma anche a ogni avvicinamento di tale Stato austriaco alla mia persona e al mio lavoro – per sempre”. La nuova Austria liscia come il marmo è diventata per lui gelida come una tomba.

 

Facciamo un gioco e proviamo a vedere chi tra gli scrittori, i musicisti, i pensatori, gli uomini che hanno illustrato nell’ultimo secolo la cultura e la nazione, era austriaco etnicamente parlando. A parte Bernhard, forse il più famoso è Robert Musil, l’uomo senza qualità, mentre in tempi più recenti troviamo la infelice poetessa Ingeborg Bachmann e Peter Handke, anche lui infelice, ma pieno di desideri (“Infelicità senza desideri” è il dolente libro dedicato alla madre) e di successo. Passiamo in rassegna qualche altro grande nome e scopriamo che tutti hanno un albero genealogico più complesso, a cominciare dagli ebrei: Joseph Roth (galiziano), Stefan Zweig, Elias Canetti (bulgaro-italiano), Karl Kraus, boemo come Franz Kafka e Gustav Mahler, Siegmund Freud (moravo), Ludwig Wittgenstein, Arthur Schnitzler, Hugo von Hofmannstahl (convertito al cattolicesimo, con il nonno ebreo praghese che aveva sposato una italiana), Gregor von Rezzori, nato in Bucovina da famiglia siciliana, Paul Celan (rumeno), Rudolf Steiner (croato). Anche Rainer Maria Rilke, che ebreo non era, aveva radici in Boemia. Si può continuare a lungo con l’elenco, ma ci serve soltanto per dire che l’Austria cosiddetta Felix, quella dell’universalismo imperiale, ha trasferito un patrimonio immenso che l’Austria nazionalista e triste dei nostri giorni rischia di disperdere.

 

Per essere intellettualmente onesti, dobbiamo ammettere le colpe di una storia che ha lasciato ferite aperte ancor oggi sanguinanti. La Conferenza di Parigi nel 1919 impose un pesante tributo all’Austria. I nuovi confini comprendevano ormai un territorio che era appena il 27 per cento di quello imperiale con sei milioni di abitanti, due dei quali a Vienna. Oltre a riconoscere i nuovi stati sorti dalla disgregazione dell’impero asburgico, cedendo la Boemia e la Moravia alla Cecoslovacchia, la Galizia alla Polonia, la Carinzia al regno serbo-croato, l’Austria dovette dare la Bucovina alla Romania e il Sud Tirolo all’Italia. L’Ungheria fu costretta a rinunciare al 71 per cento del suo territorio e al 60 per cento della sua popolazione passando la Transilvania alla Romania, la Slovacchia alla nuova repubblica cecoslovacca e la Slovenia al regno serbo-croato, perdendo così l’accesso al mare Adriatico. Ai tempi di Francesco Giuseppe, a parte il tedesco e l’ungherese, si parlava italiano, friulano, ladino, sloveno, serbo, croato, romeno, ucraino, polacco, ceco, slovacco, bosniaco, ruteno, yiddish, slesiano, cimbro, mocheno, istro-rumeno, istrioto, dalmatica. Si praticavano più religioni, cattolicesimo, luteranesimo, cristianesimo greco-ortodosso, islam, giudaismo.

 

Dopo la Prima guerra mondiale, è cominciato nell’intera Europa centro-orientale un lavorio di tagli territoriali e sradicamento delle popolazioni, sfociato nelle deportazioni di massa con il nazismo prima e con il comunismo poi. Finito il Secondo conflitto mondiale, solo l’Unione sovietica e la Jugoslavia sono rimaste forme statali multinazionali e multireligiose. La Romania ha mantenuto una minoranza ungherese e una gran quantità di Rom. La Polonia, invece, ha praticamente espulso quel 32 per cento di popolazione non polacca che popolava il suo territorio ancora nel 1938, compresi gli ebrei liberati dai campi di sterminio, la Cecoslovacchia ha cacciato i tedeschi (il 22 per cento della popolazione prima della Seconda guerra mondiale), gli ungheresi, gli ucraini e gran parte degli ebrei sopravvissuti. E così via. Come spiega Tony Judt nel suo “Dopoguerra”, ne è uscita una “Europa di stati-nazione più omogenei etnicamente rispetto al passato”; anzi si potrebbe dire che prima non lo erano mai diventati fino in fondo.

 

L’impero asburgico oggi viene rivalutato da più parti come modello di equilibrio (sia pur conflittuale, dinamico) tra nazionalità, culture e religioni. Nelle università inglesi di Cambridge e Oxford e in quelle americane c’è un fiorire di studi storici i quali tentano di indicarlo addirittura come possibile modello per questa Unione europea slabbrata e senza identità. François Fejtö, ebreo poi diventato cattolico, nato in una piccola città dell’Ungheria sud-occidentale, nei pressi del lago Balaton, aveva appena dieci anni nel 1919. Ma è stato segnato per tutta la vita dalla distruzione dell’Austria-Ungheria, tanto che cinquant’anni dopo ha scritto un libro intitolato “Requiem per un impero defunto”, accusando Francia e Inghilterra di aver voluto liquidare quella esperienza unica di stato sovranazionale e multiculturale. Per tutto l’Ottocento, mentre la sacra missione dello spirito germanico passava da Hegel a Fichte e a Wagner, l’Austria era rimasta fedele al paradigma del congresso di Vienna, al gioco del grande equilibrista Metternich sia sul piano geopolitico sia su quello intellettuale, cercando di bilanciare le spinte nazionalistiche. Compito rivelatosi sempre più difficile dopo la sconfitta in Italia nel 1859 e con la Prussia nel 1867.

 

Quando il 28 giugno 1914 risuona a Sarajevo il fatale colpo di pistola che uccide l’arciduca Francesco Ferdinando, il filo sul quale avevano camminato i funamboli asburgici è ormai talmente sottile che manca davvero poco perché si spezzi. Nel rievocare la Grande guerra, gli storici ancora s’interrogano su come è stato possibile che un incidente grave, ma gestibile, abbia potuto spingere l’Europa verso la propria dissoluzione. La spiegazione è in gran parte in un profondo mutamento spirituale. Anche nei circoli intellettuali viennesi si era fatta strada una nuova predicazione escatologica che corrodeva alla base la ragionevole armonia di corte. Persino il teosofo Rudolf Steiner nel 1908 con le sue conferenze sull’Apocalisse profetizzava la lotta armata di tutti contro tutti per far nascere un uomo rigenerato.

 


Il 28 giugno 1914 l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell'impero austro-ungarico, e sua moglie Sofia, furono colpiti a morte a Sarajevo dai colpi di pistola sparati da Gavrilo Princip


 

Altri hanno gettato i semi che sono germogliati via via in Europa. Nel 1870, mentre le armate prussiane stanno travolgendo la Francia, Jacob Burckhardt, svizzero-tedesco, proclama a Basilea “l’azione benefica della guerra”. Sei anni dopo Fëdor Dostoevskij tra un delitto e un castigo esalta la guerra “cosa utilissima” che “rinfresca gli uomini” grazie al “sangue versato”. Lo storico Heinrich von Treitschke, sassone e antisemita, proclama che “senza la guerra non esiste lo stato”. E poi arriva il superuomo. Appena tornato dalla sua breve esperienza bellica nel 1870 un giovane filologo prussiano, Friederich Nietzsche, ascolta le lezioni di Burckhardt, il “saggio sapiente”, e ne trae le conseguenze estreme. L’erede di una stirpe di pastori protestanti che annuncia la morte di Dio, coglie nel segno: il nichilismo sta trionfando e “l’ultimo uomo” si prepara alla propria fine. I migliori figli dell’Austria, filosofi e artisti, ebrei e boemi, ungheresi e italiani persino (si pensi al trentino Alcide De Gasperi che nel 1915 va a Vienna per mostrare la sua fedeltà alla corona) si arruolano convinti, non si sottraggono al dovere, o meglio all’etica della responsabilità. Emblematico è il comportamento del pacifista Wittgenstein che abbandona Cambridge per andare volontario al fronte (finirà prigioniero in Italia).

 

L’apocalisse della modernità, come la chiama lo storico Emilio Gentile, non è covata in Austria, ma ha trovato anche lì terreno fertile soprattutto dopo la sconfitta dell’impero. L’ideologia tedesca si era già incamminata lungo il percorso che l’avrebbe portata al nazismo, quando l’incontro con un austriaco ambizioso e isterico dà fuoco alle polveri e fa crollare l’assetto instabile imposto ai vinti. Il destino dell’Austria appare indissolubilmente avvinto a quello della Germania, anche se Engelbert Dolfuß con il suo Fronte patriottico guarda più a Mussolini per mantenere la propria indipendenza. Fatto sta che cinque anni dopo, nel 1938, il plebiscito per l’Anschluss e Hitler ottiene il 99 per cento dei sì con un’affluenza anch’essa del 99 per cento.

 


Nel 1938 avviene il processo di annessione diretta dell’Austria alla Germania, il cosiddetto “Anschluss”


 

La nuova sconfitta, nel 1945, accomuna i due paesi che gli Alleati dividono in quattro zone d’occupazione. Dall’Austria le truppe vincitrici se ne vanno nel 1955. L’unione politica con la Germania, revocata già dieci anni prima, viene esplicitamente proibita. Su richiesta dell’Unione sovietica, l’Austria annuncia la sua neutralità, garantendo che non si sarebbe unita alla Nato dopo l’uscita delle truppe sovietiche dai suoi confini. La dichiarazione solenne avviene il 26 ottobre del 1955 e quel giorno diventa festa nazionale. Nasce uno stato cuscinetto, cardine tra est e ovest. E Vienna si trasforma nel crocevia delle spie. E’ una nuova vita che dura almeno un trentennio. Grazie al piano Marshall e alla pace sociale, già nel 1961 la disoccupazione in Austria raggiunge un minimo storico di appena 25.000 persone. Il benessere visibile e palpabile contribuisce anche a una pace sociale e a un clima politico tranquillo, per alcuni quasi noioso, che nasconde sotto il tappeto la polvere del passato. Mentre in Germania il nazismo è stato oggetto di riflessioni, di accese discussioni e dolorose lacerazioni, le responsabilità degli austriaci non sono mai state pubblicamente elaborate. Ricordando gli anni trascorsi in collegio, Bernhardt nella sua autobiografia rivede la parete dell’aula dove al ritratto di Adolf Hitler venne sostituito quello del presidente della repubblica, sovrastato da un crocifisso. Nient’altro era cambiato, nemmeno l’odiato preside. Kurt Waldheim, il diplomatico diventato segretario generale dell’Onu e poi capo dello stato, ha tenuto accuratamente nascosto il periodo in cui aveva partecipato ai massacri in Yugoslavia e alla deportazione degli ebrei. A Mauthausen, del resto, c’era uno dei più famigerati campi di sterminio che è buona educazione non menzionare in presenza di un austriaco.

 

La mancanza di autocritica collettiva si trasforma in un clamoroso boomerang quando Jörg Haider irrompe come un ciclone sulla scena politica. L’Europa viene presa dalla paura che l’Austria possa diventare la culla di un movimento neonazista (il padre di Haider era un funzionario del Terzo Reich) che, contagiando la Germania appena riunificata, rappresenti un pericolo per il resto dell’Europa. Il nervosismo internazionale porta a reazioni forti, molti paesi interrompono persino temporaneamente i rapporti diplomatici. Per due anni, ogni giovedì si organizzano manifestazioni a Vienna, alle quali parteciparono centinaia di migliaia di persone. “Haider non era un neonazista – scrive Judt – parte del suo successo si deve proprio alla capacità di seppellire un sottofondo razzista dietro l’immagine di un modernizzatore, un nazional-populista ma di ispirazione liberale. Non è un caso che fosse popolare tra i giovani, e che il suo fosse diventato il primo partito tra gli elettori con meno di 30 anni”. Una tendenza che lo accomuna alle spinte che emergono in Svizzera, in Olanda, in Francia con il Front National o in Italia con la Lega. Quel che rende il populismo austriaco particolare, in realtà, ha a che fare con la fine della Guerra fredda che rende il paese ininfluente e riaccende la fiamma nazionale.

 

Nel 1989, proprio quando crolla il Muro a Berlino, viene eletto governatore della Carinzia quel giovane politico, membro del partito liberale che ha il dono di parlare chiaro (anche troppo come quando sarà costretto a dimettersi per aver difeso le politiche sociali hitleriane) e interpreta i sentimenti isolazionisti e antieuropeisti della sua terra. Dieci anni dopo il Partito della libertà diventa il secondo del paese, fondamentale per sostenere il governo guidato da Wolfgang Schüssel, capo della Volkspartei. L’Austria, satolla e tranquilla, appare lacerata e inquieta; l’Unione europea comincia ad allarmarsi, tanto da decretare un inutile, anzi controproducente, messa in mora.

 


Il muro di Berlino, edificato nel 1961, divise in due la città di Berlino fino al 1989


 

Haider muore nel 2008 per un incidente stradale (ma si parla anche in questo caso di complotto) quando stava rilanciando il suo movimento, ma i semi che ha gettato negli animi continuano a germogliare. La corrente xenofoba, del resto, si è fatta nel frattempo forte in tutta Europa, nessuno può ancora parlare di eccezione austriaca. La crisi economica ha aggravato le tensioni. E a Vienna si è stabilito una sorta di equilibrio centrista, con governi di unità nazionale allineati alla Germania nella politica di austerità e candidati a entrare nel nocciolo duro dei paesi virtuosi che dovrebbe formare una unione (monetaria, economica, forse politica) di serie A. L’appeal del nuovo compromesso di vertice non si può definire crescente tra la popolazione. E quando comincia l’emergenza rifugiati, non sono né i socialisti né i democristiani a ispirare il nuovo senso comune. A formare il Volksgeist è, semmai, lo spirito di Haider tornato a turbare i sogni dei buoni borghesi. Caduto il grande muro, dai Balcani al Brennero, dal mare Egeo al “bel Danubio blu”, sorgono ovunque i nuovi muri, più piccoli, ma forse ancor più pericolosi. L’Austria s’allinea e prepara così la sua quarta fine.

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