Il dopopartita della politica

Alzarsi una mattina e dire che con la politica può bastare, ma non necessariamente dopo aver perso: può anche trattarsi di un allontanamento-nascondimento à la Greta Garbo (o Mina), di uno scarto fatto per non doversi mai vedere sul viale del tramonto o per preparare la rivincita.
Il dopopartita della politica

Beppe Grillo durante lo spettacolo "Grillo Vs Grillo" (foto LaPresse)

Alzarsi una mattina e dire che con la politica può bastare, ma non necessariamente dopo aver perso: può anche trattarsi di un allontanamento-nascondimento à la Greta Garbo (o Mina), di uno scarto fatto per non doversi mai vedere sul viale del tramonto o per preparare la rivincita (nei casi estremi, per farsi richiamare come “papa straniero”, magari dopo un tour in università estera). Oppure: alzarsi una mattina e pensare che è meglio far credere di essere sportivi e un po’ anglosassoni (vedi legge dell’alternanza) e di aver detto davvero “stop” dopo una sconfitta, anche se si sa già che non si resisterà alla tentazione di risorgere sotto diverse spoglie quando gli ex nemici meno se lo aspettano (non importa se le probabilità di successo sono nulle). Ci si può anche pensare con calma: “Come posso trasformarmi in un Napoleone prima esiliato e incompreso a Sant’Elena, e poi coperto di gloria dai posteri e magari pure dai contemporanei?”.

 

E però il problema resta se, come per il Napoleone raccontato da Luigi Mascilli Migliorini nel saggio “Cinquecento giorni – dall’Elba a Sant’Elena” (ed. Laterza), non si riesce a tenere a bada il desiderio di tornare al potere neppure consolandosi con il libro “Storia del regno dell’Imperatore Carlo V”, l’invincibile che a un certo punto della sua vita, sentendosi troppo vecchio per tumulto e onori, decide di ritirarsi in convento per cercare di “discendere volontariamente dalla condizione più elevata a una subordinata” e “abbandonare il possesso dell’autorità per vivere felice”.

 

In mancanza d’ascesi o modestia, il politico che debba affinare l’arte di dire “basta” può dichiarare al mondo che farà altro (giardinetti, Africa, think tank) e intanto in qualche modo continuare a esserci – ombra lunga imprendibile ma persistente, volto antico celato dietro faccia nuova, mente consigliera (angelica, diabolica, soprattutto condizionante). Se ne deduce che quando uno dice “basta” alla politica quasi mai è per sempre (come diceva Antonello Venditti: “…Certi amori non finiscono / fanno dei giri immensi e poi ritornano /…”). Segue piccolo atlante di “basta” dal sen fuggiti (alcuni già rimangiati, altri non rimangiabili, altri ancora avvolti dal mistero sulla possibile futura evoluzione).

 

Beppe Grillo. Le avvisaglie c’erano tutte, e fin dai tempi meno decifrabili dello “Tsunami tour” 2012-2013. In quei mesi di corsa in camper e a nuoto per piazze, mari, monti e autostrade, Beppe Grillo, attore comico annoiato, buttatosi con successo nell’avventura politica, aveva in alcuni casi già minacciato di “tornare al teatro dopo le elezioni”, specie di fronte ai primi indizi di impossibilità di far fronte alla legge utopico-distopico dell’“uno vale uno”. Inizialmente aveva presentato quell’intenzione di distacco dall’agone (potevano forse già bastare le tragicomiche riunioni di neoparlamentari in streaming) come atto generoso del patriarca (della serie “vi lascio camminare con le vostre gambe”).

 


Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle (foto LaPresse)


 

Poi, però, periodicamente, aveva manifestato l’intenzione di fare “un passo di lato” per “riprendersi la libertà”. L’ha ridetto in gennaio, intervistato dal Corriere della Sera (e lì per lì pareva una battuta): “Non avrei mai pensato di essere l’artefice di un movimento politico. Si è creata una confusione di ruoli, io non sono il leader dei Cinque Stelle” (intanto aveva tolto il suo nome dal logo del Movimento). Tempo tre mesi, ed ecco che Beppe Grillo, il 5 aprile, compare contemporaneamente su questo giornale (intervistato da Simona Voglino Levy), sul Fatto quotidiano (lettera aperta) e in video sul Corriere tv. Argomento: un “basta” ribadito più volte, anche se sempre con parole diverse.

 

Si va infatti da “non voglio essere identificato come il leader del M5s perché non lo sono più, mi ci sono trovato ma scherzavo” a “io non sopporterei che il Movimento non vincesse queste elezioni. Se succede divento un serial killer di acari con la lente e un minuscolo spray…” a “…se Virginia Raggi perdesse, tanto varrebbe ritirarsi…” a “cedo il marchio dei Cinque Stelle”. Che Grillo fosse serio o faceto, si è capito intanto che il suo annunciato addio alla politica si inserisce nel calendario del nuovo tour teatrale con perfetto tempismo, ma che la grancassa sul “basta” aiuta nel contempo anche la campagna elettorale di M5s per le amministrative, tanto più che Gianroberto Casaleggio, dal blog, dice “io non mollo”.

 

Irene Pivetti. In molti hanno esclamato “la Piveeetti??!”, a vederla in questi giorni nelle vesti di capolista della Lega Nord a Roma (presentata da Matteo Salvini che addirittura la voleva candidare a sindaco della capitale al posto di Giorgia Meloni, al pari dei votanti alle primarie leghiste). Non ci si credeva, a vederla in streaming sui principali quotidiani on line (“ma è la Pivetti?!! Proprio Pivetti Pivetti?!” hanno esclamato molti cittadini romani visualizzandola sullo schermo del computer). Perché quella che si parava davanti agli occhi sembrava in effetti immagine irreale di quella che negli ultimi anni era diventata un’icona pop: ecco invece Pivetti che seria risponde ai cronisti, con look austero, ma di austerità stilisticamente opposta a quella di ventidue anni fa, quando l’esponente leghista era una giovanissima presidente della Camera, rigida nella giacca e cotonata nella pettinatura.

 

Ora Pivetti sfoggia capelli cortissimi e tubino alla “Colazione da Tiffany”, ma non è questo il punto, ché la capolista salviniana si rende protagonista di un percorso opposto a quello di Grillo: dal teatro metaforicamente inteso (la tv), dove Pivetti aveva plasmato per quasi vent’anni la sua seconda vita dopo l’addio alla politica, impiegandosi nel giornalismo d’opinione e non solo (partecipazione a “Ballando con le stelle”), alla politica dove tornare a tempo pieno, con tanto di dichiarazione d’intenti sul tema “immigrazione” e “multiculturalismo” : “Roma ha tante anime, tra cui quella cinese”, ha detto la candidata: “Io guardo ai cittadini che vogliono rispettare le regole. Se la comunità cinese, oltre al contributo economico, vuole assumersi responsabilità, bene. Anche loro vogliono sicurezza e decoro urbano per crescere. Ma le problematiche relative all’integrazione culturale linguistica vanno affrontate”. Prossimo passo presunto: un comizio all’Esquilino.

 


Irene Pivetti (foto LaPresse)


 

Gianfranco Fini. Non aveva detto “basta” in prima persona, l’ex uomo della svolta di Fiuggi (dal Msi ad An), ex presidente della Camera ed ex protagonista del celebre scambio polemico con il Cav. Silvio Berlusconi ai tempi della tentata scalata interna al centrodestra (frase simbolo, il “che fai, mi cacci?” detto a B.). E però un sonoro “basta” politico gli è stato recapitato dalla sorte, tramite sconfitta nelle urne nel 2013. Eppure l’idea di una Fondazione, di una Cosa, di una nuova veste che permettesse il ritorno non ha mai abbandonato l’ex leader di “Futuro e Libertà”: è stato infatti avvistato sullo sfondo, in questi giorni, come possibile anche se non certo convitato della due giorni “Costituente per la Destra” di Orvieto (oggi e domani). Ed è stato avvistato anche a fine 2015, dopo anni di semi-silenzioso oblìo, trascorsi nelle retrovia della riluttanza, se non della rivalsa, dopo la definitiva eclissi di “Futuro e Libertà”, creatura che doveva diventare la costola italiana della cosiddetta “destra moderata all’europea”.

 

E ci furono giorni in cui, nella primavera dello scontento post elezioni 2013, qualcuno riucsì a sorgere Fini seduto a un tavolo del bar Hungaria, quartiere Parioli, intento a sorseggiare con la moglie un aperitivo in orario rilassato e prima impensabile (le diciotto): fu quello il tableau vivant della momentanea e non volontaria uscita di scena. Sei mesi fa la ricomparsa: Fini sfidava Giorgia Meloni all’interno della Fondazione Alleanza Nazionale. “Nelle ultime settimane tra gli iscritti alla Fondazione sono stati tanti gli ex dirigenti e iscritti ad An (e non solo tra chi aderì a Futuro e Libertà) che mi hanno chiesto cosa pensavo e cosa a mio avviso fosse opportuno fare”, dichiarava su Liberadestra. Da quel momento l’ex presidente della Camera occhieggia su un centrodestra non compatto, come a voler cancellare un “basta” mai digerito.

 

Monica Cirinnà. Senatrice Pd e pasionaria del ddl sulle unioni civili, aveva minacciato di lasciare la politica se il disegno di legge che portava il suo nome fosse “diventato una schifezza”. Al culmine del melodramma, Cirinnà si aggirava a Palazzo Madama dicendo (anche su Twitter) “ho sbagliato e pagherò. Il mio errore è stato fidarmi dei Cinque Stelle. Chiudo con questo scivolone la mia carriera politica”. Passato il ddl, Cirinnà non lasciava. Anzi rilanciava: “Ora le adozioni gay”.

 

Guido Crosetto. Ex sottosegretario alla Difesa nel governo Berlusconi IV, ex sindaco di Marene in provincia di Cuneo, ex deputato di Forza Italia e del Pdl, poi co-fondatore di Fratelli D’Italia con Giorgia Meloni e Ignazio la Russa, Crosetto, anche noto come il “gigante buono” (Giulio Tremonti, avvistandolo un giorno con Renato Brunetta, si era lasciato sfuggire la battuta “qui sembra il bar di Guerre Stellari”), ha detto “basta” per tempo, nel settembre del 2014, prima che il centrodestra cominciasse ad avvitarsi su stesso, pronunciando addirittura, narra la leggenda, la frase “preferisco fare il lobbista”. Fuor di leggenda, Crosetto lasciava la politica perché in quel momento non lo ispirava: “Il centrodestra è stato distrutto e Matteo Renzi è inamovibile”, diceva prima di andare ad assumere la presidenza dell’Aiad, associazione che raggruppa le imprese che operano nell’aerospazio, difesa e sicurezza (“mi sono detto: potrei dare una mano a un settore che conosco bene e che ha voglia di crescere sui mercati internazionali”, era il corollario del suo “basta” tranquillo). Ogni tanto però Crosetto scrive lettere ai giornali (anche a questo, ieri), con piglio iper-garantista. Che sia o meno un preludio al ritorno non è dato per ora sapere.

 

Enrico Letta. Precedente premier. Il suo non è stato un vero “basta”, anche se poteva sembrarlo. Dopo il non proprio amichevole passaggio di consegne con Matteo Renzi nel 2014, Enrico Letta aveva messo in pausa la carriera politica, ma apparentemente a scoppio ritardato (cioè nel 2015). Era andato infatti soltanto allora in tv, nel salotto di Fabio Fazio, a “Che tempo che fa”, ad annunciare di volersi “dimettere da questo Parlamento, ma non dalla politica e non dal Pd”, e di voler ripartire dall’estero, come rettore della scuola di Affari internazionali dell’Università di Parigi Sciences Po. E però quell’addio “solo a questo Parlamento” era apparso a molti come un prodromo di ritorno mascherato: a Parigi, sì, ma con un libro dato alle stampe per spiegare la differenza “che passa tra governare e comandare” (titolo evocativo: “Andare insieme, andare lontano”, ed. Mondadori). Morale: “Se vuoi correre veloce vai da solo, se vuoi andare lontano devi farlo insieme” (come dire: io sono così, quell’altro è colà).

 


Enrico Letta al Forum Ambrosetti (foto LaPresse)


 

Massimo D’Alema & Walter Veltroni. Uno ex premier, l’altro ex sindaco di Roma ed ex candidato premier, vengono sempre citati quando si parla di rottamazione e autorottamazione, anche se di fatto non hanno mai detto basta. Veltroni non si è ricandidato alle elezioni 2013, D’Alema non è andato a fare il Mr. Pesc (poltrona che andò infine a Federica Mogherini), ma non c’è niente da fare: aleggiano. Veltroni fa documentari, D’Alema ogni tanto dice “potrei anche ritirarmi all’estero”, ma a ogni apparizione (via intervista o in tv) l’uno ispira retroscena su un possibile futuro al Quirinale e l’altro fantasie su eventuali scissioni interne al Pd.

 

Tony Blair, Bill Clinton, Al Gore. Tutti quelli che dicono basta alla politica o vi sono costretti vorrebbero finire in un “dopo” come quello di Blair, Clinton e Gore, e cioè in un day after da conferenzieri (strapagati), mediatori internazionali, mariti di candidate alla presidenza degli Usa, leader ecologisti con alle spalle film blockbuster sulla Terra in pericolo. Il modello pare ancora inarrivabile, ma chissà se D’Alema pensava a qualcosa di simile quando diceva di volersi “ritirare all’estero”. 

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