L’emiro ha fatto flop

La tv del Qatar ridurrà di 500 posti di lavoro i 4.500 che ha in tutto il mondo, dopo aver chiuso la sede americana lanciata in pompa magna soltanto tre anni fa. Al Jazeera è stata una tv-partito, utilizzata come megafono delle primavere arabe e dei Fratelli Musulmani.
L’emiro ha fatto flop

Studio di al Jazeera

Hai visto al Jazeera? Mi raccomando, cita al Jazeera”. Come si lavora ad al Jazeera? Quanto pagano? E le donne? Ci sono giovani italiane che corrono a fare gli stage nell’emirato: perché non portarle alla Rai, farle sentire alla radio e in tv. E loro: “Mi trattano bene, sono rispettosi, non mi obbligano a indossare il foulard”. In ogni redazione per quindici anni, dopo l’11 settembre 2001, era diventato un tormentone. Si distinguevano in modo particolare i giornali e le reti orientate a sinistra per le quali la tv di Doha era l’alternativa terzomondista alla Cnn (che sarà pure liberal, ma sempre a stelle e strisce) o anche la coscienza anticolonialista della Bbc (un modello sia chiaro, tuttavia non si può rimuovere l’impero britannico). Siccome secondo Qohelet c’è un tempo per tutto, anche al Jazeera ha fatto il suo tempo.

 

Non ha avuto il rilievo che merita la notizia che la tv del Qatar ridurrà di 500 posti di lavoro i 4.500 che ha in tutto il mondo, dopo aver chiuso la sede americana lanciata in pompa magna soltanto tre anni fa. Le forbici arrivano nel momento in cui l’emiro riconsidera le sue priorità a fronte dei fondi stanziati per la Coppa del mondo di calcio che ospiterà nel 2022, e il crollo dei prezzi degli idrocarburi. La società Al Jazeera Media Network del resto non è mai riuscita a chiudere un bilancio in utile e dal 2004 viene finanziata con almeno 30 milioni di dollari annui presi dai proventi del gas (in Qatar c’è poco petrolio). La maggior parte degli esuberi riguarda la mega sede centrale, ma si tratta di una cura dimagrante che segna un cambiamento di rotta, finanziario, mediatico e politico. Perché non c’è che dire, al Jazeera è stata una tv-partito al servizio di un sogno grandioso quanto velleitario. Il vecchio emiro Hamad al Thani s’era messo in testa di rivaleggiare con l’Arabia Saudita e ha usato il network come megafono delle primavere arabe e dei Fratelli Musulmani, con l’obiettivo di creare una costellazione di capi sunniti al posto degli autocrati laici che controllavano Nordafrica e Medioriente (Gheddafi, Ben Ali, Mubarak, Assad). I nuovi despoti sarebbero stati eternamente grati al Qatar che, pur piccolo com’è, poteva diventare la punta di diamante nella cintura di Allah.

 

Hamad bin Khalifa ha abdicato nel 2013 dopo 18 anni di regno e ha preso lo scettro il figlio Tamim bin Hamad, nato nel 1972 dalla prima delle sue tre mogli, la sceicca Mariam bint Muhammad al Thani, figlia del cugino di primo grado. Tamin per un po’ ha seguito le orme del padre. Poi ha optato per la realpolitik: una svolta filo saudita in politica estera e una virata decisa verso lo show business: media occidentali, squadre di calcio, grandi eventi sportivi, per i quali servono semmai televisioni di ben altro genere, certo non i canali di notizie 24 ore su 24, costosissimi e sempre in perdita. La lista delle sue conquiste economiche è più lunga del catalogo di Leporello: il Paris St. Germain, i grattacieli di Porta Nuova e l’hotel Gallia a Milano, la Costa Smeralda, lo Shard di Renzo Piano a Londra, consistenti pacchetti in Volkswagen, Siemens, Shell, Barclays, Unicredit, Harrods, Walt Disney, l’aeroporto di Heathrow e via di questo passo. Il radicalismo islamico perde la sua tromba di guerra, con tanto vantaggio (economico e politico) dello sceicco Tamim.

 


Lo sceicco del Qatar Tamim bin Hamad


 

I lati oscuri di al Jazeera erano venuti alla luce anche attraverso Wikileaks. Una serie di dispacci diplomatici inviati alla segreteria di stato dall’ambasciatore americano a Doha Joseph LeBaron vengono intercettati dai ragazzi di Julian Assange e pubblicati dal Guardian nel 2010. In un cablogramma l’ambasciatore decritta i messaggi nascosti nell’intervista di ben 50 minuti che lo sceicco Hamad al Thani ha rilasciato alla propria rete televisiva. LeBaron spiega che l’emiro scherza dicendo che avrebbe potuto vendere al Jazeera quando gli offrirono 5 miliardi di dollari. Ne valeva la pena visti “i mal di testa” che la tv gli aveva procurato.

 

Mal di testa? Un bel modo di chiamare i servizi diplomatici resi. Li ricorda lo stesso ambasciatore. Nel febbraio 2010, il presidente egiziano Hosni Mubarak protesta con al Thani accusando la tv di essere la fonte dei suoi problemi interni. Per tutta risposta Hamad al Thani gli propone uno scambio: se avesse aiutato i negoziati israeliano-palestinesi, avrebbe chiuso la tv per un anno. Mubarak lascia cadere l’offerta. Con il senno di poi è un errore perché a quel punto la televisione diventa il megafono della Fratellanza Musulmana che sta scavando la fossa all’autocrate egiziano. E ancora: il Qatar decide che è arrivato il tempo del disgelo con la vicina e potentissima Arabia Saudita. L’operazione conciliatrice viene preparata da una copertura favorevole delle notizie che arrivano da Riad. Una mossa molto simile a quella condotta in Iran durante il difficile negoziato sul nucleare, nei confronti del quale l’emiro ha seguito il più classico doppio giogo: da una parte tuonava ufficialmente contro la minaccia atomica che veniva dagli ayatollah, dichiarandosi favorevole anche a un attacco aereo per distruggere i siti e le centrali, dall’altra cercava di favorire il disgelo, spargendo burro sugli ingranaggi di Teheran. Del resto, l’equilibrio delle due potenze, Arabia Saudita e Iran, è fondamentale per la sopravvivenza degli emirati. Al Jazeera ha dato una mano con una informazione da Teheran che i cablogrammi di LeBaron diffusi da Wikileaks giudicano “succinta”, per usare un eufemismo diplomatico.

 

Naturalmente queste sono le opinioni di un funzionario che rappresentava gli interessi del suo paese, tuttavia non hanno avuto la eco che ci si aspettava. E’ che allora l’allure di al Jazeera sulla sinistra terzomondista e antiamericana restava intatta e la tv imperversava sui canali del servizio pubblico in Italia, ma anche in gran parte dell’Europa occidentale. Solo dopo sono cominciate riflessioni più distaccate e attente: in Italia si è distinto Limes di Lucio Caracciolo (l’ha definita “regista visibile delle rivolte arabe”) e anche sugli scaffali sono entrati libri non più soltanto propagandistici o inni alla success story.

 

Sarebbe ingiusto e fuorviante, tuttavia, attribuire solo al riflesso pavloviano da Quarta internazionale il successo di al Jazeera. L’idea di un canale televisivo all news, di informazione senza orpelli, che raccontasse urbi et orbi il volto non occidentale della globalizzazione, usando l’inglese, era senza dubbio brillante. Oggi esiste anche un canale in arabo, uno in turco e in Bosnia uno multilinguistico per i Balcani, tuttavia la lingua franca del nuovo Imperium, direbbe Toni Negri che parla tedesco, ha un rilievo e una importanza simbolica inimitabile. Novità nella novità è stato piazzare il quartier generale nel cuore del Golfo Persico, a Doha, capitale del Qatar. “Dare voce a storie mai raccontate, promuovere il dibattito, e sfidare le percezioni ufficiali”, era e resta l’obiettivo minimo; il più ambizioso è “fissare l’agenda delle notizie” (addirittura!) “rovesciando il flusso che oggi va dal nord al sud”. In molti ci sono cascati, tra essi il massmediologo Adel Iskandar per il quale al Jazeera era una vera “alternativa globale” ai network dell’occidente.

 

Lanciata nel novembre 1996 con l’obiettivo di raggiungere 40 milioni di spettatori, dopo tre anni poteva contarne già 130 milioni in cento paesi, anche grazie ad alcuni colpacci politico-giornalistici. Il canale in lingua inglese tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 è stato l’unico a seguire il conflitto con Israele dall’interno della Striscia di Gaza, perché le autorità israeliane avevano proibito l’ingresso ai giornalisti occidentali. Sarà per ardire, sarà per fortuna, al Jazeera era già dentro con i suoi reporter Ayman Mohyeldin e Sherine Tadros. Esattamente come fece la Cnn a Baghdad nel gennaio 1991, pronta a riprendere e rilanciare la prima bomba di Desert Storm, la tempesta del deserto. Allora, tutti restarono attaccati al canale americano che trasmetteva i lampi giallognoli dei missili, allo stesso modo l’intero mondo dell’informazione ha attinto le sue informazioni sulla operazione Piombo fuso dai racconti e dalle immagini della tv qatarina.


Uno studio della rete televisiva al Jazeera.


 

Dopo la fine di una tregua di sei mesi, una gragnuola di razzi Qassam si abbatte nella parte meridionale del territorio israeliano, partendo dalla striscia di Gaza. Eppure nella maggioranza dei media il conflitto viene rappresentato e ricordato ancor oggi come “il massacro di Gaza”. Grazie ad al Jazeera e con grande scorno degli stessi israeliani che, a mente fredda, hanno ammesso che la censura è stata un clamoroso errore.

 

Quando il 6 gennaio un raid israeliano colpisce per sbaglio una scuola dell’Onu, scoppia l’orrore e lo scandalo in tutto il mondo. Si parla di 40 morti e 50 feriti, si racconta dei poveri bambini martoriati. Al Jazeera dà voce e volto ai “dannati della terra”, alle vittime dello “stato sionista” che l’emiro del Qatar (non solo Hamas) vorrebbe volentieri spazzare via. Vengono aperte delle inchieste sia da Israele sia dalle Nazioni Unite. Alla fine John Ging, direttore esecutivo a Gaza dell’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency, l’agenzia per il soccorso e il lavoro) corregge quanto sostenuto fino a quel momento: “Nessuno all’interno della scuola è stato ucciso dai proiettili israeliani”. La notizia appare per prima sul quotidiano canadese The Globe e viene ripresa da molti altri giornali. Le vittime sarebbero state colpite nelle strade adiacenti, parte di esse dovevano essere civili che in quel periodo erano stati ospitati nell’edificio e questo fatto avrebbe causato la falsa convinzione che questi siano stati ammazzati all’interno dello stesso. Eppure ancor oggi si ritiene che l’Onu abbia fornito una versione di comodo, il senso comune resta quello plasmato da al Jazeera. Chapeau all’efficacia del mezzo, non certo alla correttezza dell’informazione.

 

Tra le tante cose che si sono dette sulla tv del Qatar c’è il suo presunto legame con Osama bin Laden. Il libro più dettagliato e informato, “Al Jazeera. The Inside Story of the Arab Channel That Is Challenging the West”, scritto da High Miles, figlio di un diplomatico, che è nato in Arabia Saudita e ha vissuto e studiato in Libia e in Egitto, non è riuscito a chiarire leggende e misteri che circondano la tv. Uno degli ultimi discussi e discutibili colpi giornalistici riguarda Gheddafi. La televisione qatarina ha dato il proprio contributo al tramonto e alla rapida caduta del Colonnello. E alla fine è stata lei a mostrare il suo linciaggio e a diffondere le immagini orripilanti del corpo martoriato in quel 20 ottobre 2011. Uno scoop ben costruito. Diritto di cronaca o maramaldesco infierire su un nemico ormai già eliminato? Il filo è sottile e le opinioni differiscono non in base a un giudizio etico razionale, ma seguendo l’impulso e la passione.

 

Chi sono i persuasori occulti del Golfo Persico, dove e come sono stati reclutati? Per lo più vengono da Londra e alcuni hanno anche un ragguardevole passato alla Bbc. Molti sono occidentali e parecchi anche arabi che hanno studiato in Europa, come Yosri Fouda, una delle firme di punta, che alla Bbc aveva contribuito a creare il canale in lingua araba e poi è passato ad al Jazeera per dirigere l’ufficio di Londra. Il suo grande colpo fu nel 2002 l’intervista a Khalid Skeikh Mohammed, che ammise il coinvolgimento insieme a Ramzi bin al Shibh negli attentati dlel’11 settembre. Sia il modo in cui ottenne l’intervista sia la sua gestione sono stati oggetto di controversie e polemiche. Secondo la versione più diffusa, diede l’indirizzo di Khalid al cugino dell’emiro del Qatar. Successivamente il capo della Cia George Tenet ricevette l’informazione direttamente dall’emiro, una notizia fondamentale per la successiva cattura del terrorista.


Il giornalista Yosri Fouda


 

Fouda ha lasciato al Jazeera nel 2009 per tornare in Egitto e lavorare alla televisione Ontv fondata da Naguib Sawiris, l’uomo d’affari, chiamato in Italia “Il faraone” che possedeva Wind, il terzo operatore telefonico. Fouda nel 2011 ha sostenuto fin dal primo giorno la rivolta che ha fatto cadere Mubarak, coprendo senza sosta le proteste di piazza Thahir. In aperta polemica con il regime militare ha sospeso il suo programma per poi riprenderlo successivamente. Un incidente stradale vicino al Mar Rosso gli ha procurato la frattura del collo e ha suscitato un polverone di polemiche complottiste. L’Egitto del resto non è conosciuto come la patria della libera stampa. Tre giornalisti di al Jazeera sono stati condannati a tre anni di carcere sotto l’accusa di favoreggiamento del terrorismo e diffusione di notizie false e tendenziose atte a destabilizzare il paese (due sono stati poi graziati). Nel 2014 Fouda ha lasciato la Ontv. La sua pagina Facebook in arabo e in inglese ha circa 800 mila amici e su Twitter ha quasi tre milioni di followers. Al Jazeera ha creato una star dell’informazione e un opinionista molto amato, in perfetto stile occidentale, allo stesso modo in cui la Cnn ha plasmato Christiane Amanpour.

 

Negli Stati Uniti, invece, la tv qatarina ha sempre trovato un muro di ostilità quasi invalicabile. All’inizio poteva usare solo un satellite e poche catene via cavo avevano ospitato le sue trasmissioni. Così ha cercato di bypassare l’ostacolo con un sito web, ma anche questo ha avuto sbocco soltanto in Canada. Nel gennaio 2013 ha comperato Current Tv, un piccolo operatore, con l’impegno di produrre in loco il 60 per cento dei programmi, poi diventati il 100 per cento anche se al suo interno c’era l’informazione del canale inglese, nocciolo duro, anzi ragion d’essere dell’intera rete. La audience è rimasta bassa e al Jazeera non è mai riuscita a vincere i sospetti che la circondano. Così, nell’aprile dello scorso anno ha chiuso i battenti prendendo come giustificazione “il difficile panorama economico”. E’ stato il punto di svolta, il segno che l’epoca fasta (nefasta secondo gli americani) stava terminando. Adesso sono arrivati i tagli anche a Doha. E molti si chiedono se la tv sopravviverà.

 

Probabilmente sì, ma non sarà più la stessa. C’è chi sostiene che con il Califfato non ha la familiarità che ha avuto con al Qaeda prima e con la Fratellanza musulmana poi. Può darsi. Al Jazeera è stata una televisione “obiettiva nel suo contesto”, secondo Iskandar. Adesso è cambiato il contesto.

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