Commedione romano

Il poema di Belli è un affresco indelebile del crepuscolo dell’Antico regime nell’ultima spiaggia del potere temporale della chiesa. Dà per la prima volta la voce a un mondo popolare, erede di una antropologia millenaria ma destinata a sparire in pochi decenni. Anticipa la poetica dell'impersonalità ed è impregnato di disperato pessimismo.
Commedione romano

“Ah… me dispiace. Ma io so’ io… e voi non siete un cazzo!”: una citazione da un sonetto di Belli per Alberto Sordi, marchese del Grillo nell’omonimo film di Mario Monicelli del 1981

“Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma” (Giuseppe Gioachino Belli, Introduzione ai “Sonetti romaneschi”)

 

Il monumento (nel significato etimologico di “testimonianza”) della plebe di Roma edificato da Giuseppe Gioachino Belli nei duemila e più sonetti romaneschi, secondo Pietro Gibellini – con Giorgio Vigolo curatore dell’edizione critica per i Meridiani Mondadori – trova un termine di paragone adeguato solo con Dante. Se l’autore della “Divina Commedia” immortala la civiltà medievale al tramonto, il poema di Belli è un affresco indelebile del crepuscolo dell’Antico regime nell’ultima spiaggia del potere temporale della chiesa. Insieme, dà per la prima volta la voce a un mondo popolare, erede di una antropologia millenaria ma destinata a sparire in pochi decenni. Un “Commedione” romano, come lo ha definito lo storico Antonio Baldini, dove l’inferno della corruzione e il purgatorio della miseria prevalgono sui pochi squarci di paradiso: qualche rara gioia nell’aldiquà (il sesso, il vino, gli affetti), una incerta speranza nell’aldilà. Se si preferisce, una “Comédie humaine” alla Balzac, ma con il miracolo di un realismo che si esprime in versi i quali mai forzano la naturalezza del parlato dei Renzo e Lucia di Trastevere, nel solco del venerato Manzoni e di un altro suo ideale maestro milanese, Carlo Porta.

 

Un precursore della poetica dell’impersonalità, teorizzata dai naturalisti e dai veristi (Verga fu un suo lettore precoce). Un cronista severo, che nulla perdona a quei prelati, osti, fruttaroli, becchini, “ricattieri”, “caffettieri” e “calzettai” descritti con una infinità di toni: allegro, dolente, casto, sensuale, bigotto, sacrilego, castigato, osceno. Un solo ispiratore: “il Dio della Abbibbia”. Una sola scena: un vicolo o un cortile dell’Urbe, “stalla e chiavica der monno”. Un solo protagonista: la vita. Quella vita che inizia “Nove mesi a la puzza…” e “Poi comincia er tormento della scola, / l’abbeccè, le frustate, li ggeloni, / la rosalìa, la cacca a la ssediola, / e un po’ de scarlattina e vvormijoni. / Poi viè l’arte, er diggiuno, la fatica, / la piggione, le carcere, er governo, / lo spedale, li debbiti, la fica, / er zol d’istate, la neve d’inverno… / E pper urtimo, Iddio sce bbenedica, / viè la Morte, e ffinissce co l’inferno” (“La vita dell’Omo”).

 

 

Questo irriverente, radicale e disperato pessimismo costitituisce la cifra della biografia ricostruita da uno dei suoi più autorevoli studiosi, Marcello Teodonio, in un avvincente volume appena ristampato da Castelvecchi (“Vita di Belli”, 330 pp., 25 euro). Nato a Roma il 7 settembre 1791 da Luigia Mazio e da Gaudenzio, un computista degli Odescalchi, Giuseppe Gioachino fin dall’infanzia mostra un carattere chiuso e solitario, scosso da un forte conflitto tra ribellione e obbedienza a un genitore tiranno e intollerante. La fucilazione di Gennaro Valentini, un cugino di Gaudenzio filoborbonico e nemico giurato di Napoleone, costringe la famiglia Belli a emigrare a Civitavecchia (marzo 1800), una città flagellata della malaria e dal brigantaggio. Il soggiorno si conclude in modo catastrofico: morto Gaudenzio di tifo petecchiale, la moglie e i tre figli (oltre a Giochino, Carlo e Flaminia) si trovano sul lastrico. Riescono tuttavia a rientrare a Roma (aprile 1803), dove alloggiano in una casa di via del Corso. Lì Gioachino conosce Francesco Spada, che diventerà il suo confidente più intimo.

 

Nel frattempo, mentre Pio VII e il cardinal Consalvi tentavano invano di risanare le finanze vaticane abolendo antichi privilegi del clero, Bonaparte ritornava trionfalmente sulla scena europea (si autoincoronerà Re d’Italia il 26 maggio 1805). Ma nella lunga lettera indirizzata nel 1815 all’amico Filippo Fracci, in cui ripercorre le tappe della sua giovinezza, non c’è traccia di questi avvenimenti. Giuseppe Gioachino si preoccupa soprattutto di raccontare il suo curriculum scolastico presso il Collegio Romano. Munito di un museo archeologico, di un gabinetto di fisica, di un osservatorio astronomico e di una biblioteca con oltre ottantamila volumi, il Collegio gli aveva offerto un’istruzione di tutto rispetto non solo nelle discipline umanistiche, ma anche in campo scientifico. Le sue dodici dissertazioni scolastiche (oggi si chiamerebbero tesine), infatti, spaziavano dall’analisi chimica dei metalli a prove poetiche centrate sul tema della precarietà dell’esistenza.

 

Dopo la morte della madre, nel 1807 viene assunto come “novizio” nell’Azienda della Reverenda Camera degli Spogli, preposta all’amministrazione dei beni ecclesiastici, pur conservando l’ufficio di contabile presso casa Rospigliosi. Nel 1810 Giuseppe Gioachino viene presentato da alcuni conoscenti al principe Stanislao Poniatowski. Impressionato dalle sue doti di abile conversatore, il pretendente al trono di Polonia lo nomina segretario personale. Ormai noto per i suoi esercizi letterari, nel 1811 entra nell’Accademia Ellenica col nome di Tirteo Lacedemonio. Fondata nel 1809 da Antonio Nibby, il quale diventerà uno dei più importanti archeologi dell’Ottocento, l’Accademia annoverava tra i suoi soci Ennio Quirino Visconti e si prefiggeva la divulgazione dei classici greci e latini. Due anni dopo, forse stanco dei lacrimevoli componimenti che cantavano la felicità della vita agreste, Belli promuove, insieme a Francesco Spada, Pietro Sterbini e don Mauro Cappellari (il futuro Gregorio XVI), la formazione dell’Accademia Tiberina, il cui statuto proibiva espressamente “le composizioni contrarie alla religione e ai buoni costumi”.

 

Dopo aver tradotto in endecasillabi sciolti i primi sedici Salmi della Bibbia, finalmente nell’agosto 1813 viene pubblicato il suo primo sonetto, “La Toëlette”, in cui un certo moralismo di tipo pariniano è molto evidente. Licenziato per ragioni misteriose dal principe Poniatowski (in un sonetto grida “Addio alla perfida corte”, dove bisogna essere “ladro o traditor”), Gioachino poteva contare per il suo sostentamento solo sulla modesta pensione di impiegato pontificio. Ma la buona sorte gli viene incontro. Le adunanze dell’Accademia Tiberina, in cui si era distinto con due sonetti che celebravano la fine dell’esilio di Pio VII (24 maggio 1814), avevano suscitato la curiosità di una signora. “La signora”, annota Spada, “donna di pronto ingegno, franchissima parlatrice, facoltosa e unica ereditiera di sua famiglia, […] rimase presa tenacemente, non dirò tanto all’aspetto, benché allor molto attrattivo del nostro giovine, quanto alle sue maniere e al suo spirito”. Si chiamava Maria Conti, ma Belli la chiamerà sempre Mariuccia. Sarà la sua sposa, e grazie a lei viene assunto con un lauto stipendio come “minutante” dall’Amministrazione generale del bollo e del registro. I due coniugi decidono così di andare ad abitare a Palazzo Poli, una delle residenze più prestigiose dell’epoca.

 

Dieci mesi dopo il matrimonio, nel luglio 1817 la figlia Felice Maria viene solennemente battezzata a San Pietro. Nello stesso anno Gioachino comincia a viaggiare, una consuetudine che lo accompagnerà per tutta la vita. Ogni contrada visitata era oggetto di una fitta corrispondenza con la moglie, piena di informazioni precise e argute sugli usi delle popolazioni locali. In una pausa dei suoi incessanti pellegrinaggi lungo la penisola, si invaghisce di una “ragazza vivace, intraprendente e, quanto basta, ambiziosa”. Era la marchesa Vincenza Roberti, da lui soprannominata Cencia nel fitto epistolario che documenta il loro rapporto affettuoso. Nel 1821 la omaggia con una novella erotica, “Amore infermo”, seguita da una cinquantina di sonetti che riprendevano i più vieti luoghi comuni della tradizione lirica italiana.
 

 

Quando nel 1824 vede la luce Ciro, il figlio tanto desiderato, Belli si dedica alla realizzazione di un vecchio progetto, quello di uno “Zibaldone” in cui riassumere e commentare tutti i testi che avrebbero formato una sorta di enciclopedia universale del sapere. Abbandonati gli argomenti sacri, comincia inoltre a versare fiumi di inchiostro nella satira di costume e nella canzone civile. Fino al 1836 saranno espressione di un moderato liberalismo, frutto anche della cultura laica che aveva respirato nei salotti della borghesia illuminata di Firenze e Milano, nonché della lettura delle opere di Locke, Rousseau e Voltaire, dei romanzi di Walter Scott e delle “Lettres persanes” di Montesquieu.

 

Nell’inverno del 1831 Belli è a letto, afflitto da fastidiosi scompensi respiratori. Non può quindi essere testimone oculare degli accadimenti da cui verrà profondamente turbato. Mentre regnava Gregorio XVI, le Marche, Modena, Reggio e Bologna erano insorte per separarsi dallo Stato pontificio. Tutte le monarchie del Vecchio continente erano entrate in fibrillazione. Il re di Francia Luigi Filippo, dichiarando il 18 marzo la sua neutralità, dà il via libera all’intervento delle truppe asburgiche preparato da Klemens von Metternich per spegnere con le armi i focolai di rivolta. Nonostante la malattia, Belli segue accorato l’evolversi di una crisi che rischia di mettere a repentaglio gli equilibri europei sanciti dal Congresso di Vienna (1814-1815). E, dopo aver censito scrupolosamente nello Zibaldone tutti i manifesti, i proclami, gli opuscoli politici usciti in quel periodo, conclude con una frase che sintetizza la sua cocente delusione: “Etcetera, etcetera, perché mi sono annoiato di catalogizzare tanti scritti resi dagli eventi mere coglionerie”. Da qui inizia l’intensissima stagione dei sonetti romaneschi: fra il gennaio 1832 e il giugno 1837 ne compone la maggior parte, mescolando sapientemente il sorriso e lo sghignazzo, il tragico e il comico, il fisico e il metafisico. Un repertorio retorico e stilistico dalle innumerevoli sfaccettature, che gli consente di esprimere il fondo del proprio animo: genuinamente cristiano nella rivendicazione della dignità della persona (“La golaccia”), nella protesta contro la divisione sociale (“I du’ ggener’umani”), nella riflessione sul mistero della morte (“Sto monno e quell’antro”).

 

Sebbene immerso nella costruzione del suo “monumento”, Belli deve fare i conti con una situazione patrimoniale disastrosa. Mariuccia era morta, e i creditori lo braccavano. Per alleviare le sue difficoltà finanziarie, si trasferisce in un piccolo appartamento di proprietà di alcuni suoi parenti. Durante il trasloco, Roma festeggiava con “Te Deum” e sfarzose cerimonie il cessato pericolo del colera, che nel 1837 aveva mietuto almeno diecimila vittime. Nell’aprile 1838 Nikolaj Gogol’ scrive all’amica Balàbina: “Vi è mai capitato di leggere i sonetti del poeta romano d’oggi, il Belli, che peraltro vanno ascoltati quando egli stesso li recita? In essi c’è tanto sale […] che quella pesante nube che spesso piomba sulla vostra testa volerebbe via […]”. E Charles Augustin de Sainte-Beuve sul suo “Carnet de voyage” aggiunge: “Straordinario! Un grande poeta a Roma, un poeta originale. Si chiama Belli […]. Non pubblica, e le sue opere restano manoscritte. Sui quaranta, piuttosto malinconico, poco estroverso […]”. Paradossalmente, proprio mentre grandi esponenti della cultura europea esaltavano l’originalità del suo romanesco, Belli si accingeva a preferirgli la lingua toscana. Solo nel 1846 riprenderà la produzione dei sonetti dialettali, fra cui spiccano tre capolavori: “L’affari de Stato”, “La morte co la coda” e “Er vicario vero de Ggesucristo”.

 

Tutta l’Italia guardava con simpatia a questo vicario, al Pio IX “pascioccone” che aveva abolito l’atto di sottomissione, il famigerato “calcio”, che i rappresentanti dell’Università degli Ebrei dovevano subire pubblicamente davanti al Magistrato dei Conservatori in Campidoglio. In realtà, il fuoco ardeva sotto “la pignatta”. Il mito del Papa liberale era destinato a tramontare rapidamente. Nel 1849 Roma diventa una Repubblica. Dopo l’assedio delle milizie austriache, spagnole e francesi, nel 1850 Pio IX può varcare nuovamente l’ingresso del Quirinale. Belli si trasforma nel “vendicatore” del cattolicesimo umiliato e offeso. Nelle ottave “Le età dell’oro” attacca apertamente le idee e la propaganda dei giacobini, “digiuni di valor come di fede / poveri di pietà, ricchi d’orgoglio […]”. Divenuto collaboratore della censura pontificia, quando il direttore di polizia gli chiede un parere sul “Viscardello” (cioè il “Rigoletto”) di Verdi, la sua stroncatura è feroce: “Dal putrido dramma di Victor Hugo […] non potea generarsi che fetida contraffattura quale è questa sconcezza”. Completata la “volgarizzazione” degli “Inni ecclesiastici” del Breviario Romano, Belli termina nel 1859 la sua eccezionale esperienza di artefice del sonetto. Un silenzio cupo e doloroso coprirà gli ultimi anni della sua esistenza, lacerata dalla scomparsa prematura dell’amatissima figlia Cristina. Intristito dallo smembramento dello Stato pontificio e demoralizzato dall’affermazione del moto risorgimentale, si spegne la sera del 21 dicembre 1863 colpito da un ictus cerebrale.

 

Da vivo Belli aveva pubblicato un unico sonetto romanesco, “Er padre e la fija”. Nell’imminenza della morte, avrebbe voluto bruciarli tutti. Ma er fijo Ciro, per fortuna, non lo fece.

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