L’islam del pallone

Anche alla Roma, Mohamed Salah ringrazia il suo Dio ogni volta che segna. Un simbolo e un rebus, da quell’incontro col Maccabi
L’islam del pallone

Mohamed Salah, egiziano, 24 anni a giugno, è alla prima stagione con la Roma (foto LaPresse)

Momo ringrazia il suo Dio ogni volta che segna. Alza le dita e lo sguardo, si inginocchia. La Fifa non vuole che si faccia più: non è contro di lui, è contro tutti. Cristiani, musulmani, ebrei, altri: chiunque non potrà manifestare convinzioni politiche o religiose. Dovrebbe essere così dal 2010, ma l’applicazione della norma è ondivaga. Smetterà presto di esserlo perché funziona sempre così: a un certo punto anche le cose sbagliate devono diventare giuste, nel calcio. Fino a quel giorno, Mohamed Salah sarà un simbolo. Calcio e islam. Lo è diventato per continuità e per qualche episodio che ha segnato il percorso. Nel calcio europeo se pensi adesso a un calciatore che rappresenti la cultura islamica su un campo di calcio pensi a lui. L’assonanza con il terrorista di Parigi arrestato a Molembeek, non c’entra. C’entrano le idee, le convinzioni, i gesti. C’entra l’Egitto, che è la sua terra.

 

C’entra Port Said, c’entrano i Fratelli musulmani. C’entrano anche i silenzi. Perché Salah non parla per scelta. Non ama né le interviste, né le conferenze stampa. Fa solo quelle che non può non fare. Quindi non spiega e non racconta. Lui gioca, poi esulta. Sì, c’è anche qualche altro gesto simbolico che ritorna nei racconti. E vale la pena parlarne subito perché è l’alfa di questa storia. Esagerata nelle dimensioni, ma importante per comprendere che questo non è un calciatore e basta: è un uomo del suo tempo, del nostro tempo. Non c’è giudizio di merito, né di valore. E’ la semplice constatazione di chi si tiene alla larga dalle proprie convinzioni per essere soltanto uno sportivo e chi invece interpreta il ruolo pubblico di sportivo come manifestazione anche di altro. Giusto? Sbagliato? Tendenzialmente sarebbe più la seconda che la prima. Ma si può giudicare tutto senza avere una spiegazione approfondita? Dici: è lui che non spiega. Vero. Quindi resta la sintesi che fanno gli altri e quello che si può vedere. Perché il calcio ti permette di vedere tutto: immagini del pre, del durante, del dopo partita. Quella discussa di Salah lo riporta indietro a qualche anno fa. Il tempo non è però stato superato, visto che se oggi cerchi informazioni su Momo digitando semplicemente il suo nome, una delle prime associazioni che fanno i motori di ricerca è con la parola “antisemita”.

 

Dipende tutto da quel gesto. E’ Il 31 luglio del 2013, lui gioca nel Basilea e affronta nei preliminari di Champions League il Maccabi Tel Aviv. Il cerimoniale classico prevede l’inno della competizione all’ingresso delle squadre, lo svolazzamento del logo della Champions al centro del campo da parte dei bambini e poi le strette di mano tra i giocatori delle due squadre schierate di fronte alla tribuna e alle telecamere. Salah non c’è. Mentre gli altri compagni passano in rassegna gli avversari, lui esce dalla fila, si allontana, si piega e si allaccia le scarpe un po’ in disparte. Che gesto è? Voluto? Non voluto? Polemico? Casuale? La società svizzera, per evitare che l’episodio si trasformi in caso, si affretta subito a spiegare che si tratta solo di una coincidenza. Ma siamo di fronte a una squadra israeliana, niente viene ignorato. Niente può essere ignorato. Il caso che non dovrebbe diventare caso, diventa invece caso. Ne parlano i giornali, ne discutono i commentatori, si arriva alla politica. Anche perché c’è il ritorno e il ritorno si gioca in casa del Maccabi soltanto una settimana dopo. Salah è già una star dei social network: pur non parlando neanche con la sua fan base è popolare, è famoso, è amato. E sui suoi account in quella settimana un sacco di gente si scatena, gli chiedono di non andare a giocare. Sono i musulmani che invocano un gesto forte, palese, evidente: allacciarsi le scarpe non basta. Per una volta, Salah parla. Una dichiarazione al quotidiano Blick: “Non lo so ancora, non ho mai detto di non voler giocare; ma la situazione è difficile”. In Israele ci va, convinto dal Basilea, secondo alcuni addirittura dietro la minaccia della scissione unilaterale del contratto per inadempienza. A quel punto, però, il caso non caso che già era diventato un caso, è ormai il caso. Il Times of Israel cita una frase che avrebbe detto Mohamed dopo la decisione di partire con la squadra: “Andrò in Israele. Il calcio è più importante della politica ed è il mio lavoro. Nella mia mente giocherò in Palestina e non in Israele, segnerò e vincerò. La bandiera sionista non sarà più esposta in Champions League”.

 



 

Delle sue parole non c’è altra traccia ed è impossibile sapere se siano state abilmente rimosse. Una volta che qualcuno ha provato a chiedere a Salah se le avesse dette davvero, è scoppiato un mezzo finimondo: il giocatore era già a Firenze e a domanda di un giornalista su quella frase la conferenza stampa fu interrotta. Detta o non detta, interpretrata o riportata, quella dichiarazione nel 2013 è stata l’inizio di una settimana complessa conclusa con la partita. Salah in campo. Nuovamente il rito della Champions: inno, bambini che fanno sventolare il logo della competizione al centro del campo e saluto tra i giocatori. Salah è in fila, stavolta, scorre uno a uno gli avversari e invece di dare loro la mano o battere il cinque, chiude il pugno e li saluta con un colpetto ciascuno. Molto americano nell’idea, molto diverso nello svolgimento. Il pubblico non può non notarlo e a ogni tocco di palla di Momo lo fischia. Il seguito della partita l’ha descritto bene Dario Saltari: “In questo ideale botta e risposta, Salah ha l’ultima parola. Al 21esimo del primo tempo segna lo 0-2 per il Basilea e prima di esultare pregando come fa di solito, si dirige verso le tribune facendo il segno della bocca che parla con le mani. Quando viene sostituito nel secondo tempo, tra gli insulti generali del pubblico, il giocatore israeliano Yeini gli si avvicina con fare minaccioso puntandogli il dito contro. Il giorno dopo la partita (che finirà 3-3 permettendo al Basilea di passare alla fase a gironi) Salah va nella città vecchia di Gerusalemme a pregare nella moschea di al-Aqsa, situata nella celebre Spianata delle moschee contesa da secoli tra ebrei e musulmani”.

 

La costruzione di Salah simbolo dell’islam che entra in campo s’è compiuta così. Chi cerca una storia deve scegliere lui, perché se no rischia di essere travolto dalla disinformazione che è cominciata pesantemente a entrare anche nelle storie di sport. Provate a leggere i giornali: c’è una voglia incredibile di trovare personaggi che possano riassumere il concetto del calcio dell’Isis. Le cerca la propaganda jihadista e anche il suo estremo più contrario. Così nascono patacche aberranti, come quando lo stato islamico ha annuncia che alcuni ex calciatori dell’Arsenal avevano aderito al Califfato. Chi? Come? Quando? E si è arrivati al paradosso di Lassana Diarra, ex giocatore del Real, del Chelsea e dell’Arsenal che a un certo punto è stato accostato al terrorismo. Perché era scomparso dai radar del grande calcio, perché era nato e cresciuto in un sobborgo duro e islamicamente estremista di Marsiglia. E’ lui, hanno detto. Provate a cercare su Google e troverete decine di segnalazioni in italiano e in inglese: sospetti, allusioni, mezze frasi. Addirittura ci sono stati giornali che l’hanno scritto. Invece Lassana era solo finito alla Lokomotiv Mosca. E lì ha anche ripreso a giocare bene tanto da meritarsi la convocazione in Nazionale. Sapete quando? Per la partita amichevole Francia-Germania del 13 novembre 2015, in programma a Saint-Denis. Era in campo mentre i terroristi facevano strage di civili inermi. E ne volete di più? Tra le vittime del Bataclan c’era un suo cugino. Ucciso dai sicari del Califfo che secondo la vulgata Lassana Diarra avrebbe abbracciato solo qualche mese prima.

 

Lasciate stare, per favore. Inutile andare a caccia di storie che rispondano a un cliché. Prendiamo quello che c’è. Qualcosa di vero. Come Salah. Evoluzione culturale e antropologica di quello che avevamo visto e sentito fino a quel momento. Perché con superficialità prima di Momo l’islam nel calcio era la curiosità del “come faranno i calciatori durante il digiuno del ramadan?”. Mohamed ha portato la religione un passo più in qua. Dentro. Con legittima rivendicazione della propria identità, ma a volte rischiando che venisse prima di tutto. Esempio: quando è andato al Chelsea e le cose non sono andate bene, in molti, giornali e analisti, hanno fatto l’equazione semplice: il Chelsea è di proprietà di un russo ebreo amico di Israele, quindi Salah non avrebbe mai potuto trovarsi a suo agio. Il che può essere un comodo alibi o anche uno scomodissimo fardello. Chiaramente non è così: se Abramovich fosse stato un problema, Salah al Chelsea non ci sarebbe neanche andato. Poi c’è il resto: arrivando nel calcio europeo vero, cioè quello di Premier League e Serie A, la storia dell’antisemitismo vero o presunto, comunque del fastidio per gli ebrei ha anticipato spesso la comprensione del Salah calciatore e in alternativa è stato cancellato. Nell’uno e nell’altro caso non è stato un bene per lui e per noi. 

 

Perché la verità è che non sappiamo ancora gestire un calciatore che non si allontani alla svelta da ciò che nel calcio non entra: politica, religione, storia, antropologia. Comodo avere giocatori come Eden Hazard, per restare al Chelsea e per stare anche in Belgio. Nel paragone con Salah fatto da Dario Saltari si ricorda questo: “A tre anni dal suo arrivo al Chelsea, per esempio, ancora non si è capito se e quale religione professi Eden Hazard e la cosa ha generato dei rumour sul fatto che sia segretamente musulmano. Forse per lo stesso motivo, nel 2012 la stampa inglese scrisse che Hazard aveva firmato una lettera insieme ad altri 61 giocatori per boicottare gli Europei Under 21 in Israele dopo l’ennesima offensiva nella Striscia di Gaza. In quel caso, tuttavia, la polemica fu prontamente spenta dal suo agente, che smentì la notizia dichiarando che Hazard “non parla mai delle sue opinioni politiche”.

 

Anche Salah non parla di politica. Però è complicato da analizzare. Perché conosci la sua storia extracalcistica e però non sai dove cercare certezze comode. E’ fuggente: in senso calcistico e in senso umano. Non parla e quindi non spiega e per noi è complicato dover prendere la sua parte non pallonara: come si tratta? Come si maneggia? La storia del numero 74 indossato a Firenze è emblematica. Momo in quel caso l’ha spiegato: “Sono passati tre anni dal massacro di Port Said e mi sembrava doveroso commemorarlo portando addosso il numero delle vittime”. Tutti a dire: bravo. Ma nessuno che approfondisse. Cos’è Port Said? Perché è importante? Anche qui vale la pena ricordarlo. “La notte che ha fottuto una rivoluzione”, ha scritto Andrea Luchetta sulla Gazzetta dello Sport. C’era la partita Al Masry-Al Ahly (3-1). “ Era la notte del primo febbraio 2012, e già all’alba in pochi credevano a un semplice scontro fra tifoserie. Tutti i testimoni che abbiamo incontrato – poliziotti, ultrà, attivisti, spettatori – sottolineano gli stessi punti oscuri: le mancate perquisizioni, i teppisti armati, il cancello della curva aperto e quello d’uscita sprangato, l’inerzia della polizia e il blackout improvviso. Troppo per parlare di fatalità o negligenza. La maggior parte dei testimoni, crede che l’assalto sia sfuggito di mano. Probabilmente qualcuno cercava un paio di morti ‘simbolici’ per impartire una lezione agli Ahlawy, decisivi nel difendere piazza Tahrir dalle cariche di esercito e polizia”. Alla fine i morti saranno appunto 74.

 



 

Salah ha portato sulla schiena quel numero quando abbiamo cominciato a conoscerlo davvero. Cioè quando è arrivato in Italia. Domanda alla prima conferenza stampa, poi nulla. Poi i gol, i dribbling, il talento, il calcio e pure altro: le complicazioni del contratto, il mercato, le richieste di Roma, Fiorentina, Inter, Juventus. Caos. Lui che vuole giocare, ma che non è chiaro. Finisce alla Roma e i giornali tornano sulla storia di Basilea e Tel Aviv. “Si è rifiutato di stringere la mano a giocatori ebrei”, ignorando che in realtà in quella squadra giocavano titolari tre stranieri e due israeliani arabi e musulmani. Chiaramente non voleva dare la mano a un simbolo sionista, come il Maccabi, ma la sintesi dei giornali italiani è stata un po’ tranchant. Conseguenza: il presidente dell’associazione Maccabi Italia (un’organizzazione che coordina le associazioni sportive ebraiche in Italia) twitta sul proprio account: “Noi ebrei come potremmo continuare a tifare Roma se dovesse ingaggiare un antisemita?”. La comunità ebraica, attraverso le parole del suo assessore alle relazione esterne, fa invece sapere che rimarrà vigile e attenta ai “comportamenti etici e morali”.

 

Salah a Roma gioca, corre, segna, esulta. Certo, guarda al cielo, alza le dita e poi si inginocchia. Ma i tifosi ebrei non hanno smesso di tifare Roma. Continua a non parlare se non lo stretto necessario. Il che non ci permette di entrare fino in fondo nella sua storia. E’ un peccato perché ti fermi alla superficie e te la fai bastare. L’ha scritto Giorgio Burreddu, ricordando ancora i tempi di Firenze: “Lui vive nel suo mondo, grandissimo. Prega prima di ogni partita, o prima di entrare in campo. A San Siro, con la Fiorentina contro l’Inter, Montella gli urla dalla panchina. C’è da fare un cambio, e in fretta. Babacar è a terra, deve essere sostituito. Montella indica Salah, tutti lo cercano con lo sguardo, lui è in un angolo che sta pregando”. Poi ti fermi, perché oltre non si riesce ad andare. Se non in campo. Per molti conta soltanto quello. E’ vero fino a un certo punto, però.

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