Come muore una religione

Le fedi possono ammalarsi, ma non scompaiono da sole: serve qualcuno che le uccida. La fine del cristianesimo globale e i falsi miti sull'islam tollerante.
Come muore una religione

Il portale del monastero di Mar Mattai, a trenta chilometri da Mosul, dove solo quattro monaci non sono scappati dagli jihadisti (foto LaPresse)

Anticipiamo alcuni estratti de “La storia perduta del cristianesimo”, di Philip Jenkins. Il volume, edito da Emi (352 pp., 20 euro), da pochi giorni in libreria. Jenkins, professore emerito alla Penn State University in Pennsylvania, è ora docente di Storia e Scienze religiose alla Baylor University, in Texas.

 

Le religioni muoiono. Nel corso della storia, alcune religioni svaniscono del tutto, altre si riducono da grandi religioni mondiali a una manciata di seguaci. Il manicheismo, una religione che un tempo attirava adepti dalla Francia alla Cina, non esiste più in alcuna forma organizzata o funzionale; né esistono più le fedi che, mezzo millennio fa, dominavano il Messico e l’America Centrale. In alcuni casi le religioni possono sopravvivere in qualche parte del mondo, ma si estinguono nei territori che un tempo erano considerati le loro patrie naturali. Per mille anni l’India è stata prevalentemente buddhista, fede che ora risulta marginale in quella terra. Una volta la Persia era zoroastriana, la maggior parte della Spagna musulmana. Non è difficile trovare paesi o addirittura continenti che un tempo furono visti come le terre natali di una determinata fede, in cui tale credo è oggi estinto; e queste catastrofi non riguardano solo credenze primordiali o “primitive”. I sistemi che noi consideriamo grandi religioni mondiali sono vulnerabili alla distruzione quanto la fede degli aztechi o dei maya nelle loro particolari divinità. In diverse occasioni anche il cristianesimo è stato distrutto in regioni dove un tempo aveva prosperato. Nella maggior parte dei casi, l’eliminazione è stata tanto meticolosa da cancellare ogni memoria dei cristiani sul territorio, al punto che oggi qualsiasi presenza cristiana da quelle parti è guardata come una sorta di specie invasiva arrivata dall’Occidente. Questa osservazione sulla distruzione delle chiese, però, appare in contrasto con la visione che molti popoli hanno della storia del cristianesimo. Di solito, tale storia viene presentata come il racconto di una costante espansione, dal Medio Oriente all’Europa e infine sulla scena mondiale. Il cristianesimo sembra essersi diffuso liberamente e inesorabilmente, tanto che di rado si ricordano grandi sconfitte e battute d’arresto.

 

I disastri e le persecuzioni sono rammentati, di solito, come il preludio ad ancora maggiori progressi, come opportunità per offrire una resistenza eroica all’oppressione. I protestanti sanno che la loro fede è sopravvissuta a tutte le persecuzioni e stragi delle guerre di religione; i cattolici ricordano che le peggiori atrocità loro inflitte da regimi protestanti e atei non sono riuscite a far tacere la vera fede. Osservatori più recenti testimoniano la sopravvivenza delle chiese sotto il comunismo, e il trionfo finale simboleggiato da papa Giovanni Paolo II. Come insegna l’inno, la verità durerà, nonostante la prigione, il fuoco e la spada. Chi si interessa alla storia del cristianesimo conosce la fondazione, la crescita e lo sviluppo delle chiese, ma quanti hanno letto i racconti del declino o dell’estinzione di comunità e istituzioni cristiane? Sembra che la maggior parte dei cristiani trovi inquietante la sola idea. Eppure tali eventi si sono sicuramente verificati, e molto più spesso di quanto non si pensi. Nel tardo Medioevo, defezioni di massa e persecuzioni in tutta l’Asia e il Medio Oriente sradicarono alcune comunità cristiane che erano tra le maggiori del mondo di allora: chiese che avevano un legame diretto, in termini di discendenza e di cultura, con il primo movimento di Gesù in Siria e in Palestina. Nel XVII secolo il Giappone eliminò una presenza cristiana che era sul punto di acquisire un reale potere all’interno del paese, e forse di ottenere la conversione dell’intera nazione. Più volte, nel corso della sua storia, l’albero della Chiesa è stato potato e tagliato, spesso selvaggiamente. Questi episodi di espulsione o distruzione di massa hanno plasmato in profondità il carattere della fede cristiana. Oggi siamo abituati a pensare al cristianesimo come a una fede tradizionalmente ambientata in Europa e nel Nord America, e solo gradualmente apprendiamo lo strano concetto che quella religione si propaga su scala globale, poiché il numero dei cristiani sta aumentando velocemente in Africa, in Asia e in America Latina. Il cristianesimo è talmente radicato nel patrimonio culturale dell’Occidente da far sembrare quasi rivoluzionaria una simile globalizzazione, con tutte le influenze che essa può eserci- tare sulla teologia, l’arte e la liturgia. Una fede associata principalmente con l’Europa deve in qualche modo adattarsi a questo mondo più vasto, ridimensionando molte delle proprie premesse, legate alla cultura europea. Alcuni si chiedono addirittura se questo nuovo cristianesimo globale o mondiale rimarrà pienamente autentico, come se le norme europee rappresentassero una sorta di gold standard. Queste domande, tuttavia, non hanno più senso quando ci si rende conto di quanto sia artificiosa l’accentuazione del carattere euroamericano nel contesto più ampio della storia cristiana. La particolare forma di cristianesimo a noi familiare costituisce una svolta radicale rispetto a quella che è stata per oltre un millennio la norma storica: una volta esisteva un altro e più antico cristianesimo. Per la maggior parte della sua storia, il cristianesimo è stato una religione tricontinentale, con potenti rappresentanze in Europa, Africa e Asia, e tale è rimasto fino al XIV secolo inoltrato. In seguito è diventato prevalentemente europeo non perché questo continente abbia affinità evidenti con la fede cristiana, ma per un fatto automatico, perché l’Europa era l’unico continente dove non era stato distrutto. Gli eventi avrebbero potuto avere uno sviluppo ben diverso. Offrendo questa descrizione della caduta delle chiese non europee, non intendo lamentare la fine di un’egemonia cristiana mondiale che non è mai esistita, né tantomeno il fallimento di una resistenza a religioni rivali come l’islam.

 

Ciò che si deve rimpiangere, piuttosto, è la distruzione di una cultura un tempo fiorente, così come ci si rammarica per la scomparsa della Spagna musulmana, dell’India buddhista o dei mondi ebraici dell’Europa orientale. Con la possibile eccezione di alcuni credo particolarmente sanguinosi o violenti, la distruzione di qualunque significativa tradizione di fede è una perdita insostituibile per l’esperienza umana e per la cultura. Inoltre, l’esperienza cristiana offre lezioni che si possono applicare più in generale alla sorte di altre religioni che hanno subito persecuzioni o sono state eliminate. Se una fede vigorosa e pervasiva come quella del cristianesimo mediorientale o asiatico è potuta cadere nell’oblio totale, nessuna religione può sentirsi al sicuro. E le modalità con cui si è verificata una simile caduta sono di grande interesse per chiunque pensi al futuro di qualsiasi credo o confessione religiosa. Soprattutto, la riscoperta dei mondi cristiani perduti dell’Africa e dell’Asia pone domande che fanno riflettere sulla natura della memoria storica. Come abbiamo fatto a dimenticare una storia così importante? Per quanto riguarda la storia del cristianesimo, che di solito viene strettamente associata alla formazione dell’“Occidente”, molto di ciò che crediamo di sapere è impreciso; mi riferisco ai luoghi e ai momenti in cui gli eventi sono accaduti e a come si sono verificati i cambiamenti in ambito religioso. Inoltre, molti aspetti del cristianesimo che oggi consideriamo tipicamente moderni rappresentavano, in realtà, la norma in un lontano passato: la globalizzazione, l’incontro con altre fedi e i dilemmi della vita sotto regimi ostili. Come è possibile che le nostre mappe mentali del passato si siano così radicalmente distorte? (…)

 

I teologi affrontano raramente gli inquietanti problemi posti dalla distruzione di chiese e comunità cristiane. E’ importante rendersi conto che tali episodi di declino e scomparsa, per quanto poco vengano studiati e discussi, sono abbastanza frequenti. La scristianizzazione è uno degli aspetti meno studiati della storia del cristianesimo. In parte, la mancanza d’interesse nei confronti delle chiese che scompaiono è dovuta a ragioni pratiche, in quanto le organizzazioni sul punto di dissolversi tendono a non documentare la propria estinzione. Quando si trovano nella fase ascendente, i movimenti o le congregazioni producono storici che ricercano con affettuosa cura i documenti di fondazione e registrano tutte le fonti possibili relative agli inizi. Il testo fondante della storia del cristianesimo è la Storia ecclesiastica di Eusebio, che mise insieme ogni frammento di informazione, leggenda o diceria si potesse trovare sulle origini del movimento cristiano nascente del IV secolo. John Foxe, nel XVI secolo, non fu meno scrupoloso nella raccolta di informazioni su tutti gli eroi e martiri i cui sacrifici posero le basi delle nuove chiese protestanti.

 

Ma per contrasto si immagini una Chiesa in via di dissoluzione. Gli edifici di culto cadono in rovina o vengono abbandona-  ti, non si trovano successori per gli episcopati, mentre i comuni fedeli, in preda allo scoraggiamento, si rivolgono ad altre fedi. Forse si dà la caccia ai preti e ai monaci, che temono per la loro vita. A un certo punto diventa possibile identificare l’ultimo prete o pastore cristiano in una determinata città o regione, forse anche l’ultimo credente. In tali condizioni disperate, pochi hanno la voglia o la capacità di scrivere la storia del declino e della caduta della loro comunità, e ancora meno di conservarla per i posteri. Quando una fede viene sostituita da un’altra, i suoi ex membri dedicheranno poca attenzione alla decadente letteratura di una religione che ormai considerano antagonista e sbagliata, se non diabolica. Alcuni “zelatori” potrebbero addirittura considerare lodevole la distruzione di quegli antichi scritti: la pia attitudine al rogo dei libri è la ragione per cui sopravvivono pochi testi delle religioni azteca e maya.

 

Inoltre, nelle epoche che hanno preceduto l’avvento degli attuali mezzi di comunicazione, i compagni di fede in altre terre sapevano o si curavano poco degli eventi lontani. La ragione per cui disponiamo di molte informazioni sulla caduta della Chiesa giapponese è che la sorte dei suoi sacerdoti europei stava moltissimo a cuore ai fratelli cattolici alfabetizzati di Manila e Macao, che conservarono ogni dettaglio sulle loro sofferenze. Una volta che i sacerdoti europei se ne furono andati, nessuno si preoccupò di documentare il destino delle restanti decine di migliaia di umili cristiani nativi. (…)

 

Dal momento che la distruzione del cristianesimo risulta poco studiata, possiamo fare alcune osservazioni di carattere ge- nerale, sottolineando in particolare il ruolo degli stati. Sebbene le chiese possano perdere influenza politica sotto stati cristiani o in società a prevalenza cristiana, e possano secolarizzarsi, non svaniscono mai completamente come negli esempi africani e asiatici che abbiamo visto. Nella maggior parte di questi casi le chiese crollarono o scomparvero perché erano incapaci di far fronte alle pressioni esercitate su di loro da regimi ostili, soprattutto musulmani. Le religioni possono ammalarsi e indebolirsi, ma non muoiono spontaneamente: bisogna che qualcuno le uccida.

 

Nel sottolineare il ruolo del conflitto con l’islam, non dobbiamo esagerare la natura intollerante o militarista di quella re- ligione. Alcuni esempi eclatanti di annichilimento di chiese sono stati perpetrati da altre fedi, dai buddhisti, dagli shintoisti o dagli stessi cristiani, particolarmente nel caso dei catari. E l’espansione dell’islam non fu principalmente il risultato di atti di forza e di costrizione da parte di soldati musulmani che imponevano una cruda scelta tra il Corano e la spada. Per molti secoli dopo le conquiste originarie, la grande maggioranza di coloro che accettarono l’islam si convertì volontariamente, per la consueta serie di ragioni che spiegano una simile trasformazione: alcuni cambiarono appartenenza religiosa per convenienza o vantaggio, ma la maggior parte lo fece perché credeva alla nuova religione, che affermava di fornire una rivelazione definitiva della volontà di Dio.

 

Molte persone comuni probabilmente abbracciarono l’islam per lo stesso motivo che aveva spinto i loro antenati a diventa- re cristiani, cioè per allinearsi al comportamento dei signori locali o di altri notabili. La conversione era facile anche perché l’islam, nei suoi primi secoli, assomigliava al cristianesimo molto più che nelle epoche successive, rendendo la transizione meno radicale. Dal X secolo in poi, molti potenziali convertiti furono attratti dall’esempio di santi e saggi musulmani, i cui poteri carismatici ricordavano quelli dei santi cristiani precedenti. Non c’è niente nelle scritture musulmane che renda la fede islamica più o meno incline ad attuare persecuzioni o conversioni forzate rispetto a qualsiasi altra grande religione.

 

L’islam crebbe anche in seguito perché i regimi musulmani incoraggiavano l’immigrazione di compagni di fede provenienti da altre terre, che rapidamente sorpassavano in numero le più antiche popolazioni autoctone. Il cambiamento religioso è comunemente discusso in termini di conversioni, ma spesso si tratta di trasferimenti di popolazione piuttosto che di cambiamento di convinzioni personali. Come avvenne nelle Americhe dopo la conquista spagnola e portoghese, la conversione di un’area a una nuova fede non significa necessariamente che la fedeltà della sua intera popolazione sia garantita. Piuttosto, i vecchi abitanti possono essere espulsi o ridotti a minoranza e diluiti nella massa della nuova popolazione di origine straniera. Anche nel contesto mediorientale gli immigrati trassero beneficio dal proprio diverso retroterra economico. Gli antropologi rilevano che  i popoli dediti alla pastorizia si riproducono per esogamia con i loro vicini agricoltori sedentari, e alla fine ereditano la maggior parte delle terre. Analogamente, l’arabizzazione linguistica e culturale del Medio Oriente fu progressiva, preparando il terreno alla nuova religione dominante. A poco a poco, nel corso di tre o quattro secoli, i musulmani vennero a costituire maggioranze, di solito avvalendosi di mezzi pacifici.

 

E’ altrettanto innegabile, però, che molti cristiani e altri (ebrei e zoroastriani) furono spinti ad accettare la nuova fede per mezzo di persecuzioni o della discriminazione sistematica esercitata nel corso dei secoli. Le terre conquistate dall’islam durante la sua espansione iniziale erano, per la maggior parte, principalmente cristiane, e la maggior parte della popolazione mantenne la propria fede finché pressioni intollerabili non la spinsero ad accettare la conversione. Ma il cristianesimo non si limitò a seguire un lento declino per scivolare nell’oblio. Nei mondi cristiani dell’A- frica e dell’Asia, i secoli XII e XIII videro una diffusa rinascita culturale in molti paesi e in molte lingue. Tali movimenti produssero alcuni dei massimi pensatori e scrittori del Medioevo cristiano. Solo intorno al 1300, all’improvviso, si abbatté la scure.

 

Questo accento sulla coercizione sembra contraddire la visione moderna che attribuisce all’islam, per quasi tutto il corso della sua storia, una natura essenzialmente tollerante; un’immagine spesso associata alle visioni idealizzate dell’amichevole coesistenza che si ritiene abbia prevalso nella Spagna medievale, la convivencia. Ma la coesistenza in alcuni luoghi e tempi non preclude la persecuzione in altri. Proprio come accadeva nell’Europa cristiana nei confronti della propria popolazione ebraica, le buone relazioni sociali tra musulmani e cristiani potevano durare per decenni o addirittura per secoli. Ciò nonostante, nel mondo islamico come in Europa, la persecuzione quando scoppiava poteva essere selvaggia e devastare la comunità di minoranza; e in entrambi i casi il XIV secolo vide un crescendo di violenza e discriminazione. I musulmani attaccarono i cristiani accusandoli di sovversione e tradimento, e persino di complottare spettacolari attentati terroristici alle moschee e ai monumenti pubblici più famosi. Tali teorie divennero plausibili in seguito all’introduzione della nuova super arma: la polvere da sparo.

 

In tutto il mondo, infatti, gli anni intorno al 1300 produssero una fortissima tendenza all’intolleranza religiosa ed etnica, un movimento che va spiegato in relazione a fattori globali, piuttosto che meramente locali. Gli effetti delle invasioni mongo- le sicuramente fecero la loro parte, terrorizzando i musulmani e altre nazioni con la prospettiva di una minaccia diretta al loro potere sociale e religioso. Anche i fattori climatici divennero critici, perché si verificò un periodo di rapido raffreddamento che provocò cattivi raccolti e una contrazione delle rotte commerciali. Un mondo spaventato e impoverito cercava capri espiatori. In tali circostanze, al minimo pretesto i governi e le folle musulmane sferravano colpi quasi fatali alle chiese cristiane indebolite. Ancora oggi gli estremisti jihadisti si ispirano agli autori musulmani che in quel periodo sostenevano la linea dura e li prendono a modello nella sfida alle nazioni infedeli.

 

Spesso, nel corso della storia, i cristiani africani e asiatici hanno dovuto affrontare la realtà delle guerre di religione. L’islam non tendeva unicamente alla persecuzione, e i regimi musulmani generalmente non si comportavano peggio degli altri. Gli stati cristiani hanno poco di che vantarsi riguardo al trattamento delle minoranze religiose. Per lunghi periodi della storia musulmana, infatti, gli atti di violenza religiosa furono rari e sporadici. Anche quando si considerano incidenti in cui forze musulmane hanno distrutto comunità cristiane, occorre chiedersi se quei grup- pi agivano in nome della religione, o se l’islam era solo per caso la fede di popoli o tribù di invasori che applicavano i metodi eccezionalmente distruttivi della guerra nomade. In altre occasioni, invece, si può parlare senza esitazione di jihad a sfondo religioso. Tutte le tradizioni religiose hanno teologie militari loro proprie – indù, cristiani e buddhisti; e non si deve esonerare l’islam da questa categoria. Chi ritiene che per l’islam l’aggressione costante e la tirannia spietata sulle minoranze siano un fatto congenito deve fornire una spiegazione della natura benevola della dominazione musulmana durante i primi sei secoli; ma i sostenitori della tolleranza islamica troveranno altrettanto faticoso spiegare gli anni successivi dell’esperienza storica di quella religione.

 

Così ampie, infatti, furono le persecuzioni e le decimazioni delle minoranze, dal Medioevo fino al XX secolo, che è sorprendente notare quanto poco si siano depositate nella coscienza popolare, o quanto facilmente sia stato accettato il mito della tolleranza musulmana. Fattori di distorsione della memoria sono il totale oblio in cui sono cadute le comunità cristiane non europee, e il presupposto che le realtà dei nostri giorni siano sempre esistite come noi le conosciamo. A chi è abituato a un Medio Oriente quasi totalmente musulmano sembra incredibile che sia esistita una situazione diversa, e che tale situazione potesse svilupparsi in un altro modo.

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