La febbre di Trump

Ha sempre avuto una fretta maniacale e allucinata di costruire l’opera della sua vita. Inchiesta su miliardi e passioni, slanci e misteri del super candidato alla Casa Bianca – di Mattia Ferraresi
La febbre di Trump

Donald Trump è nato a New York nel 1946, figlio di un imprenditore nato nel Bronx da una coppia di immigrati tedeschi, trasferito nel Queens e con gli affari a Coney Island

8 aprile 1984. Nel Magazine del New York Times appare un ritratto spumeggiante di Donald Trump, “l’uomo del momento”, “uno degli imprenditori più ricchi”, capace di “comprare praticamente tutto ciò che vuole”. Passare una giornata con lui “è come guidare una Ferrari senza parabrezza”, esilarante anche se “gli finisce qualche moscerino fra i denti”, la sua figura statuaria, sormontata da una vaporosa chioma bionda che funge da aureola, è da mesi su tutte le pagine di tutti i giornali di New York. Non c’è televisore in cui non compaia e raduno dell’alta società in cui non porti il suo sorriso beffardo, il suo nome campeggia a caratteri dorati sulla torre inaugurata alcuni mesi prima al numero 725 della Fifth avenue, nel ventricolo del cuore del mondo. La Trump Tower è il suo mausoleo, la sua icastica dimostrazione di potenza. Dice in giro che ha 68 piani quando in realtà ne ha 58, esibendo una tendenza irresistibile a barare nell’eterna gara a chi ha il grattacielo più alto. La torre è l’imponente chiave per entrare nella società dei padroni di Manhattan, quelli che contano davvero. Non come suo padre, uomo di sostanza e status che girava in limousine e andava a cena con il governatore, ma è sempre rimasto un figlio di immigrati tedeschi nato nel Bronx, trasferito nel Queens e con gli affari a Coney Island, contento della sua ottima sorte imprenditoriale ma convinto altresì a rimanere fuori dalle grandi baronie del real estate della città, un solido player che limitava le sue ambizioni ai “borough” periferici. Donald è diverso. Ed è invero diverso anche dai titani del mercato immobiliare con i quali vuole non soltanto competere, ma essere trattato da pari, riconosciuto e legittimato come parte di una tribù. Nessuna delle grandi famiglie immobiliari di Manhattan è particolarmente desiderosa di pubblicità, di acclamazione popolare, gli operatori del mercato si muovono a fari spenti, e considerano una virtù che i loro nomi siano riveriti dagli iniziati e ignorati dalla plebe. Ad eccezione di Zeckendorf, che rimarrà per sempre come nemesi e doppelgänger inevitabile dei destini alterni di Trump, cognomi come Milstein, Uris, Rudin, Tishman, Fisher, Ravitch, Speyer, Rose, Helmsley, Resnick e quelli degli altri grandi proprietari ebrei di Manhattan sono pressoché sconosciuti al pubblico, mentre quelli di Rockefeller, Kennedy, Roosevelt e Vanderbilt sono arcinoti, ma si tratta della “old money” dell’America wasp che ha fatto i soldi altrove e poi li ha investiti a Manhattan, non di nativi del mattone newyorchese.

 

Trump vuole penetrare nella logica corporativa raggiungendo la celebrità universale, conquistando l’adulazione del popolo, non ha i tic aristocratici della società segreta, anche se all’occorrenza indossa il blazer per fine settimana eleganti in Connecticut, da preferire agli Hamptons, dove circolano troppi arricchiti. La Trump Tower è costata un’enorme quantità di soldi (garantiti da papà Fred) e di energie politiche, l’imprenditore ha fatto distruggere in fretta e furia dalla sua “brigata polacca” di operai clandestini le sculture art déco del negozio di Bonwit Teller che erano state richieste invano dal Metropolitan Museum, un modo per accelerare i tempi, dice lui, ed evitare che la soprintendenza mettesse il palazzo su cui doveva sorgere la costruzione sotto tutela, mandando in fumo l’operazione da cui dipendeva l’esistenza di Trump nel firmamento immobiliare della città. In realtà, si trattava anche di una manovra da leggere attraverso la lente del simbolo: il nuovo che arriva e spazza via il vecchio, un rampante costruttore “bridge and tunnel” che fino a qualche anno prima andava in giro per appartamenti malandati di Brooklyn accompagnato dai bravi del padre per riscuotere gli affitti che s’impossessa di un gioiello tradizionale della cultura di Manhattan e immediatamente lo distrugge. Per mettere cosa al suo posto? Il suo nome, naturalmente. Sull’accaduto ha cambiato mille volte versione nel corso degli anni: ha invocato ragioni economiche, ha dato la colpa a quell’“animale” del capobrigata polacco e clandestino, ha detto che distruggere era più sicuro che preservare – in un’intervista televisiva ha detto proprio così: “Vi immaginate se poi queste gigantesche statue cadevano in testa a qualcuno?” – ma non ha mai negato di avere una fretta maniacale, folle, una febbre allucinata di comporre l’opera della sua vita, e quindi al capobrigata polacco e clandestino metteva un sacco di pressione per “get this fucking building down”.

 

Un mese prima dell’apertura della Tower, un cronista del Times, al quale era stato dato accesso nel palazzo ormai completato, aveva offerto un primo assaggio del clima febbrile attorno a questo nuovo simbolo globale della ritrovata fortuna di New York dopo il buio degli anni Settanta: “A 37 anni nessuno ha fatto quello che ho fatto io negli ultimi sette anni”. Con circospezione si faceva notare il crescente, e forse sospetto, consenso dell’alta società attorno a questo esemplare spurio nel bestiario dei facoltosi di Manhattan: “I soli commenti negativi su Donald Trump di questi tempi sono offerti off the record”. Ada Louise Huxtable, leggenda della critica architettonica, sempre sul New York Times aveva fatto il resto, definendo una struttura che lasciava orripilati alcuni e indifferenti molti “dramatically handsome”. Da quel giorno, ogni volta che l’ha incontrata, Trump si è fatto il segno della croce, un ringraziamento per il battesimo impartito da una critica che “rappresentava essenzialmente il potere” e aveva sdoganato un progetto che poteva tranquillamente finire stritolato fra le linee di credito delle banche e i limiti del piano regolatore. Il ritratto del Magazine prende tutti questi elementi e li proietta nel culto popolare, fornendo dettagli che colpiscono l’immaginazione dell’uomo comune, come le centinaia di telefonate che Trump riceve ogni giorno da chiunque, per qualunque proposta. Una segretaria seleziona e riferisce diligentemente: “Vogliono fare proposte di matrimonio a Trump oppure mettere una vasca di delfini nell’ingresso oppure chiedergli di sostenere un film di Hollywood, fare una serie televisiva sui ricchi che vivono nella Trump Tower, vendergli pozzi di petrolio in Oklahoma e lotti di terra ad Ankara, chiedergli se fosse interessato a radere al suolo Ellis Island per farci un bel campo da golf. Alcuni la mettono giù semplice e gli chiedono soldi. Il giorno prima ha mandato tremila dollari a una famiglia in difficoltà di cui ha letto sul giornale, cosa che gli capita spesso”. Il nuovo sultano del mattone è fascinoso, vincente e pure filantropo, legge per caso di una famiglia indigente e dal suo palazzo d’oro spedisce un assegno. Questa domenica a metà degli anni Ottanta è il momento che separa il prima dal poi.

 

Grazie al ritratto del Magazine, Trump passa da personaggio riconoscibile a celebrità globale, icona pop, viene incoronato simbolo imperituro dell’outsider sbruffone che ha infinocchiato l’establishment immobilista. Lui pensa già al prossimo progetto immobiliare ad Atlantic City, il Trump Castle – l’architetto lo definisce “very trumpish”, come qualunque cosa faccia Trump – ha gli occhi su certi lotti nel West Side, sta negoziando per comprare una squadra di football, vuole una linea aerea, le slot machine di Las Vegas, pensa di vincere la Guerra fredda aprendo alberghi di lusso a Mosca. Per i detrattori è l’incarnazione della volgarità della New York di quei tempi, è l’arrivismo zotico di chi compra pacchianerie a debito per creare qualche piccola increspatura commerciale. Sulla copertina di Spy Magazine, il giornale satirico di Kurt Andersen e Graydon Carter, diventa il “plebeo con le dita corte”, allusione non proprio colta alla scarsa dotazione maschile del personaggio che colpisce nel segno e infatti si tramanda fino alla campagna elettorale del 2016, quando Trump rassicura la nazione durante un dibattito televisivo: “Là sotto è tutto a posto”. Ancora oggi la Trump Organization invia di tanto in tanto una busta a Carter con foto di Trump tratte dalla stampa in cui le mani sono in evidenza, magari cerchiate e annotate a margine con frasi tipo “vedi che non sono piccole!”. Per ammirazione o per sfottò, Trump diventa un’icona. Quando, alla fine degli anni Novanta, il rapper Jay-Z diventa celebrità definitiva nel suo genere e imprenditore eccentrico, si definisce la “ghetto answer to Trump”. Il magnate deve dire addio alle passeggiate che tanto amava lungo le avenue di Manhattan, perché è tutto un assieparsi, un chiedere autografi, un proporsi, uno sdilinquirsi, e lui, munifico, è tutto uno staccare assegni sullo sfondo di una New York che sta ripartendo grazie alle frustate della Reaganomics. Era stato Reagan, quattro anni prima, a stampare una promessa sui manifesti elettorali: “Let’s Make America Great Again”.

 

Rabbia e vaudeville

 

Trump non è un ideologo, è una rissa fra il senatore McCarthy e Kanye West nella villa di Playboy. E’ antagonismo pop sullo sfondo della stagnazione. Ma l’assenza di un impianto ideologico coerente non significa che il suo personaggio non abbia antecedenti riconoscibili nella storia politica americana. Del resto l’anti-intellettualismo, l’avversione alla teorizzazione, è un tratto che l’America si porta dietro dal puritanesimo, come sapeva bene lo storico Richard Hofstadter. Gli antenati di Trump vanno cercati attorno a due poli tematici, quello della rabbia e quello dello spettacolo. La dimensione rabbiosa “appare familiare”, ha scritto Sam Tanenhaus, intellettuale liberal e storico dei conservatori: “Un galvanizzato ‘centro radicale’ alienato dalla politica ‘as usual’, ansie economiche, cambiamenti demografici che penalizzano la base repubblicana naturale”. Il modello più recente del leader rabbioso non viene però dai ranghi repubblicani, ma da quelli democratici, è il governatore dell’Alabama George Wallace, che nel 1968 come candidato indipendente conquista qualcosa come dieci milioni di voti e cinque stati su una piattaforma ferocemente pro segregazione, aggressivamente “law and order” e fondata sul perno dell’isolazionismo. Wallace insulta, fomenta, insolentisce, i suoi comizi sono bersaglio fisso di manifestanti e disturbatori (hanno provato anche ad ucciderlo), il suo “segregation forever” è l’equivalente del muro al confine con il Messico o della chiusura delle frontiere per i musulmani. Trump è Wallace con Twitter. C’è però un altro aspetto della rabbia trumpiana da sottolineare. Il popolo disaffezionato di Trump detesta le élite che sono la zavorra di un paese chiamato a volare, ma i tratti dell’alternativa che il candidati propone rimangono oscuri, sfocati. Che volto ha la “vittoria” di cui Trump parla continuamente? Su questo viene in aiuto Will Herberg, ex comunista passato a destra che nel 1954 commenta così il fenomeno politico di McCarthy: “Sfrutta e utilizza molte delle forze sinistre che servono per costruire un sistema totalitario, ma non sembra interessato a organizzarle in una forza politica coerente. Parla a folle enormi, riceve ovazioni entusiastiche, ma lascia le persone così come le ha trovate, totalmente a favore di McCarthy e contro il comunismo, ma non coinvolte in nessun movimento o organizzazione, e certamente non fomentate all’insurrezione come lo sono invece le squadre fasciste e comuniste. Non è nella natura del maccartismo incoraggiare questo tipo di iniziative”. A quanto pare non è nemmeno nella natura del trumpismo. Ma per oliare questo incessante meccanismo di esaltazione-senza-costruzione serve un unguento potente, e questo è lo spettacolo. Le sale opulente e pacchiane, tutte ori e cristalli, dove Trump ambienta la vita del suo personaggio (imprenditoriale ed elettorale) ricordano l’ingresso del teatro costruito da Benjamin Franklin Keith, il padre del vaudeville americano. Voleva proiettare il suo pubblico nello spettacolo fin dal primo istante, prima ancora dell’inizio di uno show che brillava per vitalità e senso dello humour da working class, senza pretese di sofisticazione. Trump ne fa la versione da reality show. L’ingresso sulle note di “all’alba vincerò”, i tavoli ricolmi di steak e champagne che portano il suo nome, l’insulto rituale ai giornalisti “disgustosi” che stanno dietro all’apposito cordone. C’è anche il buffone di corte, Chris Christie, al quale Trump ordina di esibirsi nelle attività che più lo aggradano.

 

8 ottobre 1999. “Questa sera abbiamo Donald Trump. C’è altro da aggiungere?”, dice Larry King alle decine di milioni di ascoltatori della Cnn. Trump è ospite del re degli show serali per dare un annuncio importante, il più importante della sua carriera fino a quel momento: ha deciso di correre per la presidenza degli Stati Uniti. O almeno ci sta pensando. I dettagli sono estremamente incerti, vaghi, l’agenda politica non c’è e non c’è nemmeno un partito sicuro a cui affiliarsi, c’è soltanto l’intuizione di Jesse Ventura, un ex wrestler diventato governatore del Minnesota con il Reform Party del miliardario Ross Perot, e soprattutto c’è un sondaggio secondo cui Trump potrebbe fare “molto bene” contro i candidati dei partiti maggiori, George W. Bush e Al Gore.

 

Chi ha commissionato il sondaggio? Chi ha messo il suo nome in questa fantomatica lista? Perché un magnate salito nella gloria degli anni Ottanta e precipitato nel fango dei Novanta dovrebbe sfidare la classe politica? Trump non ne ha la minima idea: “Mettono vari nomi di celebrità nei sondaggi, e all’improvviso la gente ha iniziato a chiamarmi, fra questi Jesse”. I due si erano conosciuti anni prima per via della passione trumpiana per tutto ciò che è lotta e ring quando Ventura aveva fatto un incontro in uno dei suoi casinò, e proprio mentre l’intervista registrata nel pomeriggio con King va in onda i due novelli alleati politici, per dir così, sono a cena per discutere di un’eventuale corsa. La battuta con cui rompe il ghiaccio è tratta da un diario delle medie: “E’ certamente il governatore più forte nella storia del mondo, perché è stato capace di sollevare un uomo di 150 chili sulle sue spalle e di lanciarlo nella terza fila del pubblico, pochissimi sono capaci di farlo”. Intrattenimento trumpiano allo stato puro. L’apparizione televisiva è un balon d’essai in cui un incerto Trump annuncia che il giorno seguente “partirà, credo, un comitato esplorativo” per verificare la fattibilità dell’operazione. Già nel 1988 aveva accarezzato per un breve periodo l’idea di una corsa e anche quella volta, come in quelle successive, la scintilla non è scattata da un impulso ideologico o programmatico, più semplicemente dall’idea, sollevata da effimeri sondaggi, che l’impresa fosse possibile. Il primo comandamento scolpito nel suo libro preferito dopo la Bibbia, il suo “The Art of the Deal”, prescriveva di “pensare in grande” e Trump sapeva bene che fra la Fifth avenue, lo strip di Las Vegas, il boardwalk di Atlantic City e le sabbie di West Palm Beach non esisteva residenza più preziosa della Casa Bianca. Al suo consigliere Roger Stone, già fedele pretoriano di Nixon e allievo prediletto di uno dei più fangosi personaggi che hanno abitato il mondo di Trump, Roy Cohn, aveva commissionato uno studio per approfondire quei dati preliminari che venivano da chissà dove: “Non è stata una sorpresa scoprire che il 97 per cento del popolo americano sapeva chi ero”. Dalla sua aveva quella che ha sempre considerato la più alta fra tutte le virtù: la riconoscibilità. Così aveva messo insieme un’agenda basata sulla rivitalizzazione del sogno americano tramite la protezione dell’economia dalla concorrenza sleale dell’estero e sull’aggressione alla classe dei politici professionisti, incapaci di fare affari. Trump si proclamava conservatore in materia fiscale ma “in qualche modo liberal” sulle questioni sociali, in particolare sulla sanità: “Credo nella copertura sanitaria universale”. Il target elettorale è la working class, tanto che da King racconta quanto gli piace passare del tempo con gli operai che fanno le colate di calcestruzzo nei suoi cantieri: “I ricchi mi odiano e i lavoratori mi amano. Ora, i ricchi che mi conoscono mi amano, ma i ricchi che non mi conoscono mi disprezzano davvero”. Il candidato vicepresidente ideale, spiega Trump, è Oprah Winfrey, che è “great”, “wonderful”, “terrific”, “beautiful”, “special”. Il profilo della campagna viene descritto nel dettaglio qualche mese più tardi, al lancio ufficiale, in un libro intitolato “The America we Deserve”, mirabile saggio di umorismo involontario che riceve il trattamento impietoso della stampa. Il più abrasivo è il settimanale New York: Trump è “tutto quello che Andy Kaufman sarebbe potuto essere se si fosse dimenticato di essere Andy Kaufman e fosse davvero diventato i personaggi che recitava”. E in effetti nel libro spiccano non poche frasi di questo tenore: “Forse il nostro nuovo grande leader, uno con l’astuzia di Franklin Roosevelt, il coraggio di Harry Truman, la forza di Richard Nixon e l’ottimismo di Ronald Reagan sta camminando sulla Fifth avenue in questo momento”. Ma quello che sta camminando sulla Fifth avenue in quel momento non è più il costruttore narcisista e di successo che si è imposto nella New York degli anni Ottanta, è il costruttore narcisista che è stato bastonato da Atlantic City a Las Vegas, un maestro di trucchi per tenere aperte le linee di credito, uno che ha già dichiarato due delle cinque procedure di bancarotta, che si è affidato mille volte all’aiuto del padre. I creditori gli hanno preso gli asset migliori del portfolio, è finito sotto 900 milioni di dollari di debiti, ha attraversato due divorzi, il primo dei quali, con Ivana, lo ha messo in ginocchio economicamente. All’inizio degli anni Novanta diceva ai suoi dipendenti “teniamo duro fino al 1995”, identificando quello come l’anno dell’uscita dal tunnel. Si è dovuto appellare all’aiuto dei fratelli e al fondo di famiglia – il padre, morto pochi mesi prima dell’annuncio della campagna, ha lasciato circa 35 milioni a ciascuno dei cinque figli – per rimanere a galla, è finito in guerre legali con alcuni partner a New York e Atlantic City, per cinque anni consecutivi è stato escluso dalla lista dei miliardari di Forbes, classifica tutt’altro che accurata ma alla quale “The Donald” tiene in maniera ossessiva, tanto da condurre personalmente un’intensa attività di lobbying sui responsabili per ottenere stime favorevoli. Nel libro “The Art of the Comeback” del 1997 si è rivenduto come sopravvissuto di lusso alla depressione, ma tutti sanno che l’epoca d’oro è alle sue spalle. Quest’anno Forbes gli assegna generosamente un valore patrimoniale pari a 1,6 miliardi di dollari, ammettendo che “per quanto ci proviamo, non abbiamo modo di dimostrarlo”. Lui dice che ne vale almeno quattro e mezzo. Davanti alle telecamere promette che non mentirà al popolo americano. Giusto qualche minuto prima si era presentato come “il più grande costruttore di New York, e di molto”, definizione fasulla anche per il più massaggiato dei direttori di Forbes. E’ il Trump in flessione degli anni Novanta, non quello sgargiante degli Ottanta né il gigante da reality show degli anni Zero. La campagna elettorale dura pochi mesi. Trump decide di ritirarsi dopo fiammeggianti liti interne con i membri più autorevoli del partito, specialmente con l’avversario Pat Buchanan, portabandiera dei paleoconservatori tutto protezionismo e messaggi anti globalisti. L’abbandono di Ventura e la presenza di David Duke, ex capo del Ku Klux Klan, e dell’attivista socialista Lenora Fulani offrono a Trump il destro per mascherare la scelta da presa di posizione ideologica: “Quindi ora il Reform Party include un Klansman, Mr. Duke, un neonazista, Mr. Buchanan, e una comunista, Ms. Fulani. Non è una compagnia che desidero frequentare”. In realtà, come spiegherà più avanti, i sondaggi che lo davano nella migliore delle ipotesi al 20 per cento nelle elezioni generali e l’ascesa nelle primarie del maverick repubblicano John McCain, che parlava a un elettorato simile al suo, lo hanno fatto desistere. E’ entrato nella corsa quando ha intuito che avrebbe potuto vincerla, ne è uscito quando è stato certo che l’avrebbe persa: “Mai fare un affare quando non sei in una posizione di vantaggio” è uno dei precetti di “The Art of the Deal”. In un editoriale riflessivo affidato al New York Times qualche giorno dopo il ritiro spiega che correre è stato “enormemente divertente”, anche se nulla di paragonabile a “costruire uno dei grandi grattacieli di Manhattan”.

 

Un conservatore preterintenzionale

 


Donald Trump con Ivana, la prima moglie. Sposati nel 1977, si sono separati nel ’92: il divorzio ha messo Trump economicamente in ginocchio


 

Una delle obiezioni del fronte “Never Trump” che si è schierato a destra è che Trump non è un conservatore. Non incarna lo spirito del conservatorismo né promuove le sue politiche. E’ una delle ragioni al centro del simposio con cui la National Review ha iniziato, tardivamente, ad attaccarlo, Mitt Romney, sfortunato portavoce dell’establishment del Gop, l’ha messo fra le ragioni per fermarlo e il Washington Post parla addirittura di un “questione morale” e di una “missione” per ogni “repubblicano responsabile”. Ma davvero Trump non è un conservatore? George Nash, uno dei più importanti storici del conservatorismo, autore dell’imprescindibile “The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945”, mette invece Trump e il trumpismo all’interno del perimetro repubblicano, ma bisogna fare alcuni passi indietro per esplicitare l’argomentazione. Il movimento conservatore ispirato da William Buckley e che si unisce politicamente attorno a Reagan, dice Nash al Foglio, presenta cinque elementi distinti che si sono sviluppati dal Dopoguerra in poi: “Una corrente libertaria, ispirata soprattutto da Von Mises, i tradizionalisti che si rifanno a Russell Kirk e ancora prima a Burke, gli anticomunisti rappresentati, ad esempio, da Whitaker Chambers. Più di recente si sono aggiunti i neoconservatori e la destra religiosa. Con la fine della Guerra fredda si è aperto un periodo di riflessione e direi di crisi della coscienza conservatrice, perché era venuto meno un fattore determinante dell’impulso fusionista che è al centro del partito di Buckley e Reagan. Si è cercato un nuovo impulso dopo l’11 settembre, e in parte il terrorismo islamista ha fornito una base comune. Ma soltanto in parte, è stata una transizione monca. Quello che è venuto fuori, invece, è un ritorno dei paleoconservatori, la corrente che era dominante nel partito repubblicano prima della Guerra fredda”. I paleocon, incarnati da quel Pat Buchanan che Trump disprezzava apertamente quando erano gomito a gomito nel Reform Party, ora il vecchio conservatore giudica il biondo tycoon il “rifondatore del partito”, sono “isolazionisti e perciò protezionisti, non interessa loro la democrazia globale, nutrono un profondo scetticismo verso interventi ideali per obiettivi che giudicano utopici, disprezzano l’ideologia globalista perché sono nazionalisti, quindi contrari a ogni apertura sull’immigrazione, e non sono ossessionati dallo small governement”. Sono, insomma, a una distanza siderale dal Gop di Reagan e dei Bush. Il fatto, spiega Nash, “è che prima della Guerra fredda quella era l’ortodossia conservatrice: chiunque adesso dice che Trump non è un conservatore deve confrontarsi con questo dato storico”. Obiezione: Trump non sa nulla di tutto ciò. Non è un politico, è un imprenditore e una celebrità televisiva con un ego smisurato che sta vivendo il suo momento di gloria grazie alla congiunzione astrale fra culto della personalità, ciclo economico e vuoto cosmico del partito repubblicano. E’ una riuscita operazione di marketing, non conservatorismo. “Siamo proprio sicuri?” si chiede Nash, e non è una domanda retorica. “Un’ipotesi è che la destra mainstream abbia sottovalutato enormemente questa corrente ideologica che ora viene fuori nella forma bizzarra di Trump. Che lui non sia del tutto cosciente delle implicazioni profonde del suo discorso politico trovo che lo renda anche più importante come fenomeno, perché significa che Trump proietta sulla scena una sagoma che è più ampia del suo brand. Non è mai stata fatta una riflessione sul risultato gigantesco di Ross Perot nel 1992, è stato dimenticato subito, ma lui pescava nello stesso bacino ideologico”.

 

18 ottobre 1973. Un virgolettato di Donald Trump compare per la prima volta sulla prima pagina del New York Times: “Sono assolutamente ridicole!”. Si riferisce alle accuse di discriminazione mosse dal dipartimento di giustizia all’immobiliare del padre, presso cui Donald lavora. Dicono che i Trump si sono rifiutati di dare case in affitto agli afroamericani, e quando lo hanno fatto hanno preteso garanzie più stringenti rispetto a quelle chieste agli affittuari bianchi, un chiaro caso di razzismo che peraltro è singolare per una famiglia che per decenni ha occultato le sue origini tedesche per non ingenerare sospetti negli ebrei con cui faceva affari. La versione ufficiale è che venivano dalla Svezia. Le accuse “assolutamente ridicole!” – a 27 anni, Trump parla già la lingua tutta aggettivi e avverbi che riproporrà in modo scientifico nella campagna elettorale di 43 anni più tardi – sono in realtà molto serie e dopo un informale contrattacco contro il governo che “vuole costringerci ad affittare le case a chi vive del sussidio”, il giovane Donald suggerisce di affidare il caso a un avvocato che ha incontrato una sera a Le Club, il locale dell’élite newyorchese dove Jackie Kennedy organizza le festicciole di famiglia. L’avvocato si chiama Roy Cohn, è diventato famoso per essere stato il braccio destro del senatore McCarthy nei processi della seconda Red Scare e per avere praticamente inventato la Lavender Scare, la caccia agli omosessuali che nel clima paranoico di quei tempi si sovrapponeva alle attività di spionaggio della Guerra fredda. Cohn era gay. McCarthy lo aveva assunto, su segnalazione del direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, per via delle credenziali di ebreo che lo avrebbero aiutato a respingere le accuse di antisemitismo. La specialità di Cohn erano gli interrogatori, che avvenivano per lo più a porte chiuse e con vasti spazi di impunità per gli inquirenti. A Washington stringe rapporti con i conservatori, entra nelle grazie di Nixon, s’iscrive alla John Birch Society, frequenta gli ambienti più opachi del potere e viene cacciato, senza tuttavia perdere l’onore, dall’ufficio del Congresso per aver protetto con troppo zelo un informatore (e probabilmente amante) che aveva piazzato nei ranghi dell’esercito. Con questo bagaglio di esperienze torna nella sua New York per diventare l’avvocato della gente che conta, fra cui le principali famiglie mafiose della città, imprenditori, filantropi, politici, l’arcidiocesi cattolica. Cohn era il padrone assoluto dei circoli del vizio newyorchese in cui Donald si è lanciato con la sua cadillac argentata targata “DJT” e il sorriso quadrato che sul Times gli è valso un paragone non sarcastico con Robert Redford. Lo sceneggiatore Tony Kushner, che ha inserito Cohn nel suo “Angels in America”, lo ha definito “il più malvagio, perverso, violento bastardo che abbia sniffato cocaina allo Studio 54”. Era “molto, molto, molto connesso”, ha detto Trump anni dopo, “e ha iniziato a presentarmi a un sacco di gente”, una guida necessaria in quella New York godereccia e in bancarotta in cui la créme, radical chic o conservatrice che fosse, faceva affari favolosi. Alla scuola di McCarthy, Cohn aveva imparato la forza oscura della minaccia, l’arte della manipolazione psicologica ma anche quella più terragna dello scambio di informazioni, della delazione e del pettegolezzo come metodo di depistaggio, s’esercitava meglio di chiunque altro in quei tempi nel rispondere a un attacco di qualunque genere con un attacco dieci volte superiore. Il metodo era teorizzato, regolamentato. Così, sotto la guida di Cohn la causa del dipartimento di giustizia contro Trump si trasforma in una controdenuncia in cui si accusa lo stato di costringere l’azienda ad affittare case a soggetti con situazioni finanziarie instabili. Allegata c’è un’iperbolica richiesta di risarcimento da 100 milioni di dollari. Un giudice accantona immediatamente l’assurda controaccusa, ma le parti accettano un patteggiamento che costringe i Trump ad affittare una quota minima delle proprietà ad afroamericani, mentre fa scomparire dall’occhio dei giornali e del pubblico una storia di discriminazione doppiamente spiacevole se si considera che Fred Trump era stato arrestato da giovane durante una manifestazione del Ku Klux Klan. Nessuna denuncia era stata fatta nei suoi confronti, ma quando si è sottoposti a un certo tipo di scrutinio certe cose tendono a tornare a galla. Cohn è stato molto più di un avvocato per Trump. E' stato un manuale di sopravvivenza e un protettore formidabile nella stagione in cui il palazzinaro in ascesa era in perenne lotta con il sindaco Ed Koch intorno a permessi, piani regolatori e crediti fiscali che erano l’essenza del business. Leggenda vuole che Trump tenesse sempre una sua fotografia nel portafogli, da usare per minacciare gli interlocutori più riottosi: “Preferisci vedertela con lui?”. Cohn è stato anche il Virgilio di Donald in quello che ha definito senza tentennamenti “il paradiso”, cioè lo Studio 54 e l’umanità affiliata a quel mitico locale (Cohn era l’avvocato dei proprietari, com’è ovvio). “Ho visto cose accadere lì dentro che non ho mai più visto. C’erano supermodelle che si facevano scopare sulle panchine in mezzo alla stanza. Mi ricordo, una volta, ce n’erano sette, ciascuna con un uomo diverso. In mezzo alla stanza. Mi ricordo Truman Capote che ballava da solo in mezzo alla pista, facendo piroette”, ha raccontato molti anni dopo un nostalgico Donald. Frequentava tanto assiduamente lo Studio 54 che si è detto sorpreso di non essere morto per qualche malattia venerea. Alcuni attribuiscono la sua fobia dei germi a quella stagione di amori liberi e fangosi. Trump ha sempre difeso Cohn con indefettibile lealtà, anche quando è caduto in disgrazia e poi è morto di Aids, nel 1986. Il migliore allievo di Cohn, il “sicario repubblicano” Roger Stone, con la faccia di Nixon tatuata sulla schiena, è ancora nel cerchio magico di Trump, anche se, in ottemperanza al canovaccio del reality show, è stato licenziato dal boss. Alle domande sui rapporti intimi del suo avvocato con la mafia, con gli ambienti più razzisti d’America, con i truffatori più dritti di New York e con quelli più obliqui di Washington, Trump ha sempre risposto con educate variazioni sul seguente tema: chi non ne aveva?

 


Nel 2005 il matrimonio con l’attuale moglie (la terza), Melania Knauss, una modella di origine slovena


 

La “Trump coalition”

 

Una delle osservazioni sviluppate dal politologo James Q. Wilson sulla polarizzazione politica in America suona così: chi è più istruito tende a essere anche più ideologico. Un alto livello di educazione instilla una visione del mondo, una struttura di pensiero organizzata in modo coerente. La cultura produce schemi ordinati e rapporti di consequenzialità stringenti. Da questa osservazione riparte il ragionamento di George Nash: “Per quel che ne sappiamo finora, gli elettori ‘swing’ di questa tornata tendenzialmente non sono laureati, sono per lo più democratici ma per affiliazione generica, per tradizione familiare o per appartenenza sindacale. Questo elettorato democratico disaffezionato tende a votare per la personalità, non per l’ideologia. Chi è ideologico, secondo la definizione di Wilson, non può amare Trump, e la cosa è vera a destra e a sinistra, perché lui non offre una visione del mondo coerente. Non è un uomo di dettagli, dipinge con un ‘pennello grande’, come si dice, e l’ipocrisia non è un problema per lui. In sintesi, non credo che Trump venga valutato e votato secondo criteri intellettuali. Anzi, i criteri intellettuali sono guardati con sospetto, perché sono quelli instillati nelle università dell’élite e nei circoli del pensiero globalizzato, luoghi di morte per chi si nutre di nazionalismo e anti intellettualismo, ma anche per chi, senza ricorrere a chissà quali teorie, è bastonato dalla situazione economica”. In questo sovrapporsi di elementi si possono scorgere i tratti di una potenziale “Trump coalition”: il candidato ama spiegare che sta allargando la base elettorale dei repubblicani, e i dati molto parziali a disposizione fin qui lo confortano. Poi si vedrà. “L’idea di conquistare – continua Nash – quelli che una volta si chiamavano Reagan Democrats, quelli con background democratico che avrebbero votato repubblicano soltanto all’apparire di una personalità carismatica convincente, mi pare teoricamente praticabile. La working class è contemporaneamente quella più colpita economicamente e quella meno istruita, quindi meno ideologica”. Ma è un fenomeno soltanto bianco? E’ “l’uomo bianco arrabbiato” il target fondamentale? “L’insistenza ossessiva sull’immigrazione sembrerebbe suggerire di sì, e si parla molto delle radici nativiste del discorso trumpiano. La destra identitaria o alternativa, come si chiama qui, è salita sul carro di Trump, lo considera il candidato dell’uomo bianco contro le derive multiculturali. Detto questo, va notato che la rigidità sull’immigrazione non è più un’esclusiva bianca, perché in questo momento è una questione anzitutto economica. Molti ispanici di seconda generazione negli stati di confine sono per politiche rigide. Trump gioca scaltramente a fare il nativista quando parla agli wasp, mentre quando corteggia le minoranze presenta le issue più sensibili come misure di buonsenso, laiche, lontane da sottintesi fascisti. Anche da questo punto di vista intravedo la possibilità di cucire una coalizione sulla carta improbabile. Certo, le tensioni che si stanno accumulando sono enormi. Trovo che quest’anno elettorale abbia purtroppo il potenziale per essere il più turbolento dopo il 1968”.

 

30 aprile 2011. La tradizionale cena di gala dei corrispondenti della Casa Bianca è il luogo delle battute salaci, dello scherno bonario e tagliente della società che si dà pacche di legittimazione sulle spalle prendendosi in giro. Nel rituale della vita civile americana è uno dei pochi momenti in cui il presidente s’avventura nel registro umoristico e i giornalisti sono invitati a ridere e applaudire, ove lo ritengano. Prendersela ha poco senso. Ma in questa edizione c’è un bersaglio troppo facile, Donald Trump, che è in sala con lo smoking d’ordinanza e i capelli più vaporosi del solito, accompagnato dalla moglie Melania fasciata in un favoloso abito bianco da divinità greca. Qualche giorno prima lo stato delle Hawaii ha finalmente reso pubblico, su richiesta della Casa Bianca, il certificato di nascita di Barack Obama nella “longform” che i critici più resilienti del suo status di “natural born citizien” dicevano essere l’unica forma valida. Quello semplice, emesso nell’anno dell’elezione, non era sufficiente per convincere i proponenti più incalliti della teoria complottarda sulla nascita kenyota di un presidente sostanzialmente illegittimo. Ma se il documento con sigillo ufficiale non bastava, cosa sarebbe bastato? Anche la nuova pubblicazione, infatti, viene accolta con freddezza dagli irriducibili. Un falso. Una patacca. Manca una firma. Non c’è il timbro. Non c’è credibilità. E poi perché soltanto ora? Perché aspettare? C’è qualcosa sotto. Il punto è che al centro di tutta questa vicenda a metà strada fra l’adolescenziale e il grottesco c’è Trump, lui è il gran maestro dei “birther” e dunque è lui il destinatario di quella che sembra una trappola preparata ad arte. Metà delle battute della serata ha a che fare con il certificato di nascita, l’altra metà con la celebrity. Se Obama ridicolizza Trump con la solita compostezza cool, il mattatore della notte, Seth Myers, lo rade al suolo, lo devasta, tagliuzza in ogni dove il suo corpo esausto e poi lo cosparge di sale come un’aringa. Abituato com’è a trovarsi dall’altra parte fuoco sarcastico, Trump non la prende bene. Mette quasi a disagio riguardare il video della serata, quando le telecamere indugiano senza pietà sul volto immobile e plastificato di Trump mentre Obama gli dice che dopo la soluzione del mistero della nascita finalmente potrà occuparsi di cose serie, tipo dimostrare che l’uomo non è mai stato sulla luna. Tutt’intorno gli ospiti ridono sguaiatamente, alle battute più puntute si guardano fra loro strabuzzando gli occhi, come a dire “ma l’ha detto veramente?!”. E’ un po’ come osservare un clown che viene ferocemente deriso dal suo pubblico. I testimoni della serata dicono che se ne sia andato via rapidissimamente alla fine della cena, meditando non soltanto una vendetta di qualche tipo ma macerandosi in quel desiderio che un articolo psicologicamente orientato del New York Times ha colto in modo puntuale: “Il desiderio di essere preso sul serio”. La scena alla cena dei corrispondenti è una sintesi, un momento di verità. Trump vuole essere preso sul serio perché quello che è in sala non è il costruttore di torri, grattacieli, casinò a tema, non è l’artista del “deal” che si è creato una credibilità con le sue arti professionali, ma è l’intrattenitore che licenzia la gente in “The Apprentice”, uno dei migliaia di personaggi che vengono arruolati e bruciati dal business a ciclo continuo del reality show. Le ricche prebende della Nbc – il giornalista Timothy O’Brien ha scritto che dopo il successo monumentale della prima stagione, Trump ha chiesto 18 milioni di dollari a puntata: l’accordo finale è riservato, ma la cifra è perfettamente plausibile se si considerano le entrate divine che lo show ha generato – gli permettono di coltivare e accrescere il patrimonio immobiliare e di allargare i confini del suo brand, che va dalle bistecche alla sartoria made in Mexico. The Donald è un idolo popolare, ma non per le ragioni che aveva immaginato, e sa che il ciclo della celebrità di una star televisiva può essere breve. Il suo sogno era essere un produttore di meraviglie scintillanti, uno che “costruisce palazzi e ci mette dentro lo show business”, come ha detto quando ha deciso di andare alla Fordham University di New York invece che partire per la California per farcela nell’industria cinematografica, non voleva diventare soltanto un venditore del suo nome in franchising, un fenomeno da baraccone. Una volta, parlando dietro le quinte con il produttore del Saturday Night Live, Lorne Michaels, ha confidato il suo timore: “Un giorno dalla Nbc mi chiameranno e diranno ‘Donald, gli ascolti vanno male e dobbiamo chiudere il programma”. Michaels lo aveva corretto: “La differenza è che non ti chiameranno nemmeno”. La battuta gli era rimasta impressa come un monito sulla natura volatile del business in cui si era cacciato. Alla cena dei corrispondenti, davanti alla società che conta, era riconosciuto come il tizio che quando non licenziava la gente per gioco sulla tv spazzatura blaterava cose sulla validità del certificato di nascita del presidente degli Stati Uniti. Non era questa l’immagine che associava al concetto di status. L’importanza di essere presi sul serio, e forse anche machiavellicamente temuti, l’aveva afferrata una volta per sempre quando, diciottenne, era andato al seguito del padre alla cerimonia di inaugurazione del Verrazano bridge, capolavoro architettonico disegnato da Othmar Ammann e teatro di scontri infiniti nella comunità politica newyorchese. Mentre i politici sul podio si prendevano meriti che non spettavano loro, il giovane Donald aveva notato che il vecchio Ammann se ne stava in un angolo, in disparte, sotto la pioggia, e nessuno aveva nemmeno citato il suo nome: “Mi sono reso conto allora che se lasci che la gente ti tratti come vuole, sarai considerato un buffone”, ha raccontato a O’Brien: “Io non mi farò prendere per scemo da nessuno”. Con pensieri di questo tenore in testa deve essersene andato da quella cena e, dopo aver capito che una corsa nel 2012 era prematura, con pensieri simili si è messo in gran segreto a lavorare con la serietà di cui pochi lo credevano capace alla preparazione di una campagna elettorale. Una campagna reale, non un reality. Qualche giorno prima del voto in New Hampshire, dove ha iniziato a mettere i mattoni per costruire la nomination repubblicana, ha detto: “Molti hanno riso di me nel corso degli anni. Ora non ridono più”.

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