Il mago di Leicester

Lavoro, carattere, stima e tanti secondi posti. “Un formidabile maestro di calcio normale”. Ma ora in Inghilterra, a 65 anni, Claudio Ranieri potrebbe raccogliere qualcosa di più
Il mago di Leicester

Claudio Ranieri, da inizio campionato sulla panchina del Leicester City. Dal 2007 al 2012 le ultime stagioni in Italia, allenatore di Parma, Juventus, Roma e Inter

Non è vero che Claudio Ranieri è stato ignorato dall’Italia. Si dice adesso, perché l’autocritica ex post è il vizio uguale e contrario della critica preventiva. Ci cascano molti, quasi tutti. Ci cascano adesso, con lui. Lo vedono in testa alla Premier con il Leicester e dicono: noi non l’avevamo capito. Falso, lo dice anche lui. Quello che è successo con Ranieri è stato diverso e l’ha spiegato Mario Sconcerti qualche tempo fa: “Pochi l’hanno amato per quello che era diventato, un formidabile maestro di calcio normale”. Chi dice che non fa differenza con l’averlo ignorato sbaglia: Cagliari, Napoli, Fiorentina, Valencia, Atletico Madrid, Chelsea, Valencia, Parma, Juventus, Roma, Inter, Monaco, Grecia. Nella carriera di Ranieri ci sono quelle che adesso sono le prime cinque della classifica della Serie A. L’Italia non l’ha snobbato: non gli ha dato mai tempo sufficiente, questo sì. Il che è un problema differente, non meno grave, ma comunque diverso. Un problema per noi, più che per lui, perché Ranieri non s’è mai fermato come hanno fatto altri allenatori a pensare a ciò che non gli veniva dato: s’è andato a prendere qualcosa. Leicester è una conseguenza di come è lui, non la necessità di una rivincita. L’hanno chiamato e lui è andato a vedere le carte. Aveva altre offerte, ma quel giorno volò a Londra e fece un colloquio. Come un manager. Questo è il progetto, abbiamo visto il suo curriculum, è tra i candidati. Come si vede tra cinque anni? Ha ascoltato, ha parlato, s’è fatto spiegare, ha spiegato. E’ partito. Perché non c’è mai stato un preconcetto, da parte sua. Come quando tornò in Italia, dopo l’esperienza estera Valencia-Atletico Madrid-Chelsea-Valencia. Rientrò per prendersi il Parma che non era il Parma con i soldi dei Tanzi, ma una squadra che doveva salvarsi dalla retrocessione. Un altro avrebbe detto: no grazie, aspetto una grande. Ranieri tornò in provincia. Perché non ha paura del suo calcio, innanzitutto. Perché non ha la fissazione del “prendimi quello, altrimenti non vengo”. A Leicester non ha preteso un nome specifico, ha chiesto giocatori per i ruoli che gli sembravano da rafforzare. E l’ha spiegato: “L’allenatore deve chiedere al club che tipo di giocatori servono per il tipo di gioco che vuole fare. Ma i calciatori li sceglie il direttore sportivo. Al Mister spetta il compito di allenare con quello che gli viene dato”.

 

Leicester non è né una rivincita, né una dimostrazione. E’ lavoro, è concentrazione, è bravura, è pure fortuna. La forza di Ranieri non è mai stata dire: “Sono il migliore”. Ma più semplicemente sfruttare il momento. Diminutio? Il contrario: “Questo campionato è pazzo. Noi siamo in corsa perché è un campionato pazzo e tutto può succedere. Ci attende un'altra partita difficile, contro una squadra con ottimi giocatori e tifosi fantastici. Noi favoriti? No, restano altre le squadre favorite per il titolo. Noi lotteremo fino alla fine e solo allora scopriremo fin dove siamo arrivati”.

 

Cinque punti, nove giornate. Dire di non essere favorito non è falsa modestia o un modo per nascondersi. E’ piuttosto un tentativo di evitare una delusione eccessiva in caso di sconfitta. Perché il clima, a Leicester, è quello del miracolo già compiuto: la città di trecentomila abitanti che vince il campionato più ricco del mondo e lo vince venendo dal 14esimo posto della stagione precedente e dalla promozione dalla Championship nell’anno prima ancora. In testa dalla prima giornata di quest’anno sono arrivati alla 29esima ancora lì: si vedono con la coppa. Come fai a non capirli? Ranieri deve frenare. Non può far altro che frenare. Perché frenando gli istinti può vincere davvero. A 65 anni in 16 panchine ha maturato qualche convinzione. Una è che all’assenza di talento si può trovare rimedio. Parla di Vardy, adesso. Parla di lui perché glielo chiedono tutti. Ex operaio ed ex mestierante riemerso dalla quinta serie per diventare il calciatore migliore del campionato. E lui risponde: “Straordinario”. Perché lo vede impegnarsi, perché lo vede migliorare. E non c’è niente come queste due cose che fa sentire Ranieri un allenatore. “Non sono moralista e non sono un poliziotto. Non mi troverà mai sull’uscio di casa a controllare se il mio centravanti va a dormire all’ora giusta né a controllare se il portiere passa la notte in discoteca. Dopo i diciott’anni ognuno è responsabile delle proprie azioni. Chi non si dimostra responsabile? Peggio per lui. Ho visto e continuo a vedere tanti calciatori perdersi e mi dispiace. Anzi, di più. Quando vedo smarrirsi un bravo calciatore io divento pazzo. Quando vedo gente che non ha la testa per sostenere l’immenso dono che madre natura gli ha donato, io mi incazzo”.

 

Il caratterino, hanno detto spesso. Come se fosse un problema. A Malcom Pagani ha spiegato chi è Claudio Ranieri: “Un carattere, che è una cosa diversa. Io la mattina ho bisogno di guardarmi in faccia senza dovermi sputare. E’ un’esigenza che ho sempre avuto. Una linea di confine. Non l’ho mai oltrepassata. All’interno di quel confine c’è il rispetto per se stessi. La forza – credo – del mio carattere. Non mi sono mai piegato e quando un progetto non mi convinceva o cambiava di segno, me ne sono sempre andato. Ho solo chiesto, ovunque andassi, di poter sviluppare le mie idee. Quando non è stato possibile, ho salutato. O posso lavorare come dico, oppure arrivederci e grazie. Posso stare antipatico a qualcuno, ma tutto ciò che ho ottenuto l’ho ottenuto da solo. Non sono salito né sui carri né sui carretti”. A lui la grinta piace e invece non piace starsene lì a prendere ordini: a Napoli discusse a distanza con Maradona e da vicino con Ferlaino, a Firenze cominciò e poi finì un battibecco prolungato con Vittorio Cecchi Gori, ha litigato con Galliani. Non è solo quello che tutti si aspettano che sia. E’ uno vero, che a un certo punto perde la brocca. Alla Juventus zittì Chiellini in un secondo. Quello voleva il posto assicurato e un contratto da campione e l’allenatore lo trattò così: “E’ stato precipitoso, se volete è fin troppo bambino. Se c’è rimasto male lui, che deve fare uno come Del Piero? Chiellini non ha vinto nessun campionato del mondo, e se dovesse vincere qualcosa, che fa, si ammazza?” E non è che se la prenda solo con i tipi di seconda scelta, Ranieri. Quando arrivò a Napoli era il 1991: il primo anno del dopo Diego. Cioè non era ancora finita la storia di Maradona: se ne era andato, poi era rientrato, poi era fuggito. Claudio arrivava da Cagliari e allora la società forse credeva di poterlo gestire tranquillamente. La dirigenza cominciò la trattativa con lo staff del calciatore convinta che tanto il mister avrebbe detto sì a qualunque decisione. Arrivò la domanda, finalmente. Ranieri lei che cosa pensa del ritorno di Maradona? “Mi immagino cosa potrebbe accadere in trasferta con Maradona in squadra: i cori, gli sfottò dei tifosi; una situazione difficile. Tutti ancora oggi pensano al Maradona immenso di una volta: temo che questa realtà non esista più. In ogni caso, Maradona lo voglio prima conoscere. Quando sono venuto a Napoli sentivo dire che Careca era un giocatore finito, che non aveva voglia di lavorare. Ho invece conosciuto un professionista serissimo che ha segnato fra l'altro 15 gol. Non posso bocciare Maradona prima di conoscerlo, ma, se dovesse comportarsi come ha fatto nell’ultima stagione, allora sarei io il primo ad andare via dal Napoli. Se Maradona torna nelle stesse, discutibili vesti che hanno offuscato la sua immagine si perderebbero tre anni: l’attuale che rappresenta il dopo-Maradona, quello successivo con lui in squadra e il terzo che ci costringerebbe a ricominciare tutto daccapo. Non potrò mai essere un allenatore succube di Maradona. In quel caso sarei pronto ad andarmene subito. Non me ne importerebbe nulla”.

 

Senza Diego, Claudio ha tenuto in piedi Napoli, prima che Ferlaino lo chiamasse per dirgli che non era tanto contento del lavoro. Fu un po’ il principio della fine di quel Napoli, cioè l’ultimo Napoli vero prima di questo dell’ultima era. Ferlaino mollò Ranieri anche se al pubblico quella squadra piaceva. Perché qui c’è il trucco di Ranieri: ogni volta ha trascinato calciatori e gente dalla sua parte. La prima volta a Pozzuoli, nel 1988. Era al secondo anno da allenatore, veniva dalla Vigor Lamezia in Interregionale. Questa era già una discreta serie C: Campania Puteolana, la squadra; salvezza, l’obiettivo. Fu sconfitta a Francavilla, il presidente chiamò Ranieri: “E’ finita”. Esonerato con riserva: una giornata di riposo, prima della decisione. Al ritorno agli allenamenti i calciatori si rifiutarono di mettersi al lavoro, proclamarono un’assemblea improvvisata e fecero le loro richieste al club: reintegrate Ranieri, altrimenti non ci alleniamo. Lo richiamarono a cinque giornate dalla fine del campionato per cercare di salvare la squadra dalla retrocessione. A Firenze, quando la discussione con Cecchi Gori era diventata scontro, furono i tifosi: “Presidente, il mister non si tocca”.

 

Ranieri piace ed è difficile trovare uno che ti parli male di lui. Ha la stima degli allenatori pre-Sacchi perché non ha mai esasperato un concetto di gioco, perché in teoria preferisce la prudenza agli attacchi in massa. Però ha la simpatia di Arrigo e dei suoi seguaci, perché alla fine Claudio è uno di loro anche se ha cambiato sempre prospettiva: “Io non posso essere schiavo di uno schema, mi piace l’individualità. Però ho difeso Sacchi quando attaccarlo era diventato lo sport nazionale”. Quando invitò Maradona a non tornare, lo spacciarono per uno anti-campioni. La storia ha dimostrato il contrario: l’unico con cui davvero è andato ai materassi è stato Romario. Epoca del Valencia. Claudio si fece portare la scheda sul calciatore: 5 miliardi di ingaggio per sette presenze. Totale dei minuti giocati: 74. Perché? Perché il giocatore non era in forma. Ranieri lo convocò: “Ho saputo che ieri sera sei stato fuori fino alle quattro. Di questo passo ti giochi i mondiali”. Romario aspettò di tornare in Brasile per vendicarsi: “Con gli schemi di Ranieri, è impossibile fare gol. Non ci riuscirebbe nemmeno Pelé”. Con gli altri, Ranieri s’è divertito: s’è goduto Zola prima a Napoli, poi a Londra, ha allevato Batistuta e Rui Costa, si è coccolato Del Piero, Nedved, Buffon e Trezeguet. Però se qualcuno si ricordasse di chiedergli quali sono i calciatori che è stato più felice di allenare, è probabile che risponda come fece alla Gazzetta qualche anno fa: “Francescoli. Non saltava mai un allenamento, non accendeva mai una polemica, era sempre disponibile. Ricordo che, il suo primo anno a Cagliari, non riusciva a rendere ai suoi livelli. Una volta mi disse: ‘Mister, se lei lo ritiene opportuno, io sono pronto a farmi da parte’. Un gesto da vero campione: Francescoli aiutò il Cagliari a conquistare la salvezza. Nell’intervallo delle partite, i massaggiatori dovevano fargli degli impacchi al polpaccio. Poi, a fine anno, i medici scoprirono che aveva una tibia incrinata. Capito?”.

 

Gli piacciono i grandi che non fanno i protagonisti a tutti i costi. Gli piacciono quelli che si sacrificano, anche se sono i più forti. Gli è piaciuto Gianfranco Zola che con lui è diventato numero 10 quando forse trovare un altro 10 a Napoli era impossibile e poi ha chiuso da 25, senza strafare, senza esagerare, senza fare il fenomeno. “Ho sempre cercato di dare un’organizzazione cercando di integrare la fantasia nell’equilibrio, il colpo di genio nell’insieme, il guizzo singolo nel lavoro in comune. Il tutto, tenendo presente un assunto fondamentale. Ovvero che il calcio è dei talenti, il calcio è anche e soprattutto imprevedibilità e i campioni devono essere liberi di fare quello che gli riesce meglio. Inventare, trovare il colpo utile a cambiare il corso di una gara, provare a immaginare una soluzione a cui non ha pensato nessun altro”.

 

Anche con i presidenti i rapporti sono stati sempre considerati interessanti. A Cagliari fu preso da Orrù e andò via prima che arrivasse Cellino, a Napoli chiuse la porta della stanza di Ferlaino il giorno dell’esonero e dopo qualche mese spiegò il motivo dell’addio: “Forse il presidente era un po’ invidioso del fatto che la gente era più pro Ranieri che pro Ferlaino”. A Firenze decise di andarsene il 3 gennaio di vent’anni fa, quando si presentò tutto serio in conferenza stampa: “Qui sento di aver fatto il mio tempo. Ho la sensazione di star seduto su un vulcano”. Ci rimase qualche altro mese, prima di mollare a fine campionato. Eppure quando ne parla oggi, da Leicester i ricordi sono diversi da come sono stati raccontati dagli altri. Per esempio quello di Cecchi Gori: “Gli ho voluto bene, penso che abbia pagato soprattutto l’entusiasmo da tifoso. Alla Fiorentina Vittorio teneva veramente”.

 

Juventus, Roma, Inter. Il trittico del quale si è sempre parlato meno nella carriera di Ranieri. Eppure ha lavorato nelle tre squadre che hanno fatto la storia del calcio recentissimo. A Torino è capitato in un momento non felice della Juventus. Pochi ricordano che alla fine, però, è arrivato secondo. Gli rinfacciarono di aver preferito Poulsen a Xabi Alonso: “Una balla totale. Ma quando mai? Xabi è stato sempre uno dei miei calciatori preferiti. Ma io sono un dipendente. E non vado a lamentarmi in giro. Certe cose rimangono tra me e la società. Non demolisco la credibilità di chi mi dà un lavoro a colpi di interviste o dissociazioni a mezzo stampa. Non l’ho mai fatto”. A Roma, invece, s’è trovato come il figlio di una città che torna quasi da straniero. Non è mai stato uno ossessionato dall’idea di allenare a casa. Però quella chiamata fu importante. Anche lì arrivò secondo, a due punti dall’Inter. Se chiedete di lui, però, romano, romanista, testaccino, ricordano più un episodio che il risultato a fine campionato. L’episodio fu un derby in cui riuscì a sostituire sia Totti, sia De Rossi: “Glielo dissi. ‘Francé, Danié, ora riposate’. Non furono esattamente felici. Per fortuna vincemmo, altrimenti non so cosa sarebbe successo”.

 

Non ha rimpianti, Ranieri. Né nostalgia. Solo la Grecia è stato un errore, dice. Per il resto è un uomo che ha vissuto ogni stagione della vita con felicità. Leicester per lui è come Roma. Non conta mai la geografia, né il cuore, né altro. Conta il campo. Le idee, il lavoro. Ciò che gli piace. Quasi sempre a prescindere da come va a finire.

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