Vecchio Giappone

Non c’è un bambino nel parco. Il paese del Sol levante alle prese con il declino demografico. Appunti a uso di un occidente distratto
Vecchio Giappone

L’hina matsuri, la festa delle bambine, si celebra in Giappone il terzo giorno del terzo mese dell’anno, il 3 di marzo. Si prega anche per un felice matrimonio per le giovani donne

E’ una corsa contro il tempo, dicono i catastrofisti. Ma anche a non esserlo, catastrofisti, anche a voler minimizzare, i numeri parlano di un disastro demografico che ha conseguenze economiche gravi, oltre che culturali. Il Giappone è considerato un distopico esempio di ciò che può succedere nei paesi in cui il problema della demografia viene sottovalutato a lungo, anche se le differenze con le altre ricche nazioni asiatiche o europee sono tante, e profonde. Secondo i dati pubblicati la scorsa settimana dall’Istituto nazionale di statistica nipponico, la popolazione del Giappone è diminuita di un milione di persone negli ultimi cinque anni. Il censimento del 2010 parlava di una popolazione di 128.057.352 persone. Il censimento relativo al 2015 parla di 127.110.000 persone attualmente residenti in Giappone. E’ la prima volta che l’Istituto di statistica mette il segno meno davanti al numero dei censiti, e rileva tecnicamente ciò che tutti i governi di Tokyo temono sin dal 1975: secondo le proiezioni, entro il 2050 la popolazione nipponica potrebbe scendere fino ai 107 milioni, e continuare la sua parabola discendente. Si tratta del trenta per cento di persone in meno nel giro di cinquant’anni. Seguendo le statistiche, in un paese equilibrato in termini demografici ogni donna dovrebbe dare alla luce 2,1 bambini.  In Giappone nel 2010 il numero di figli per ogni donna era di 1,25, nel 2014 è salito leggermente, a 1,42, ma siamo ancora sotto alla pericolosa soglia di equilibrio. Fare pochi bambini, nel paese con l’aspettativa di vita tra le più alte del mondo, ha due fondamentali conseguenze: il ricambio generazionale della forza lavoro è bassissimo (e infatti l’offerta di lavoro in Giappone è da anni tra le più alte del mondo), un terzo della popolazione ha oltre 65 anni, e salirà al 40 per cento nel 2050. Un paese di vecchi, con le culle vuote, è un problema di welfare: non ci sono abbastanza strutture e non c’è abbastanza personale per assistere gli anziani. Le case di cura private sono costose, e quelle pubbliche hanno una lista d’attesa lunghissima. Molti giapponesi sono costretti a lasciare il lavoro per prendersi cura dei familiari anziani. Secondo il ministero del Welfare giapponese, nel 2014 sono stati oltre sedicimila i casi di maltrattamenti di anziani, 25 di loro sono morti a causa degli abusi subìti sia dai familiari sia da strutture d’assistenza non idonee.

 

Nell’ultimo rimpasto di governo, il primo ministro Shinzo Abe ha nominato Katsunobu Kato come ministro delle Misure contro il declino demografico. Ma non è un caso se Kato è anche ministro per le Pari opportunità, ministro per la Costruzione della resilienza nazionale, ministro per l’Affermazione femminile. Perché la Womenomics, il tentativo politico di Shinzo Abe di far tornare le donne al lavoro e di permettere loro di conciliare la vita professionale con quella materna, è strettamente collegata con il declino demografico giapponese. Non si fanno figli perché è troppo costoso, dicono le giovani giapponesi. Il governo di Tokyo supplisce per quanto riguarda i pannolini degli anziani, per esempio, ma non ci sono agevolazioni per quelli dei neonati. E poi gli asili non ci sono, o non sono abbastanza. Quelli pubblici e certificati dal governo, quindi i migliori e più richiesti, hanno una lista d’attesa di 23 mila 127 bambini (dati del ministero del 1° aprile 2015). Alcune famiglie si trasferiscono in base alle disponibilità delle scuole pubbliche, ma chi non può cambiare città deve rivolgersi alle scuole private. Nel frattempo, nell’ultimo decennio più di cinquemila scuole pubbliche sono state chiuse in tutto il Giappone, solo a Tokyo sono stati chiusi 240 istituti scolastici. Nelle scuole primarie ci sono 600 mila bambini in meno rispetto al 2006, dice il ministro dell’Educazione nipponico. Ma allora perché nella terza potenza economica mondiale, in uno dei paesi più industrializzati e informatizzati del mondo, si fanno così pochi figli? Per le donne c’è un aspetto che riguarda le convenzioni e le regole sociali. In alcuni settori – come quelli delle grandi aziende e dei conglomerati internazionali – una dipendente che resta incinta è ancora oggi costretta a smettere di lavorare. La storia di Terue Suzuki, impiegata in un’azienda informatica giapponese, nel 2005 divenne una serie tv: Suzuki aveva scelto la famiglia, con due bambini, e contemporaneamente anche il lavoro. Per questo era stata etichetatta come onyome, “la moglie diavolo”. 

 

Il problema demografico giapponese riguarda la cultura di un paese che ha superato la Seconda guerra mondiale dopo un doppio bombardamento atomico. Riguarda un’economia che non riesce ancora a uscire da vent’anni di stagnazione, da vent’anni di deflazione, una lenta morte che ha azzerato ogni iniziativa economica – il Giappone è il penultimo paese del mondo per numero di start-up fondate, soltanto il dodici per cento della popolazione si sentirebbe in grado di aprire un’azienda. Venerdì prossimo sarà il quinto anniversario del più grande terremoto mai registrato che ha colpito il Tohoku nel 2011, cui è seguito il maremoto e il disastro nucleare di Fukushima. Le catastrofi naturali, e le catastrofi umane. Il Giappone vive da secoli una specie di dualismo ontologico di dimensioni nazionali, diviso com’è tra tradizione e ricerca tecnologica, tra honne e tatemae – le due parole che descrivono, rispettivamente, i bisogni e i sentimenti reali di una persona e il comportamento che va tenuto in pubblico, nei rapporti sociali – diviso, ancora, tra famiglia e individualismo. Ma non è soltanto creando le condizioni per metter su famiglia che il Giappone può tornare ad avere dei figli. C’è qualcosa di più profondo e che riguarda la cultura e l’interesse dei giovani giapponesi per la famiglia che in occidente chiamiamo “tradizionale”. Ci sono tanti fattori che concorrono al declino demografico. “Da qualche anno le cose stanno lentamente cambiando”: Jun Ichikawa, trentasei anni, è un’attrice giapponese famosa anche in Italia. E’ stata la protagonista di “Cantando dietro i paraventi” di Ermanno Olmi, ha lavorato con Dario Argento, con Eugenio Cappuccio, ma il ruolo che l’ha resa più popolare è stato quello in “R.i.s.-Delitti imperfetti”. In un’intervista con il Foglio, Jun spiega che questo dualismo dell’identità giapponese si può riassumere in una parola intraducibile: “Omoiyari, vuol dire avere empatia, prevedere i desideri dell’altro, è una parola che influenza tutte le relazioni umane in Giappone”. Per Jun Ichikawa – che sarà quest’anno al cinema con “Il ministro” di Giorgio Amato, al teatro Manzoni di Roma con “Doppia coppia” e in tv con la fiction Rai “L’allieva” – la crisi del matrimonio in Giappone è soprattutto una crisi di relazioni sociali: “I ragazzi si incontrano solo nei luoghi di lavoro, e gli incontri tra uomo e donna sono quasi sempre di gruppo. Sia gli uomini sia le donne hanno paura di farsi avanti. C’è la paura di invadere la privacy dell’altro, basti pensare allo sguardo: è difficile guardarsi negli occhi tra giapponesi, sembra che in qualche modo ci si scruti dentro, e mentre la donna è legata a un’idea romantica dell’uomo, lui ha paura di ledere la sensibilità di lei”. Un’impasse che da qualche tempo si sta evolvendo: secondo Jun, dal 2011 in poi qualcosa è cambiato: “Lo choc del terremoto ha avuto delle conseguenze anche nella vita di tutti i giorni. Le persone hanno tentato di concentrarsi sulla propria vita, sui propri interessi, hanno ripreso ad avere interesse per il mondo attorno, il desiderio di avere una vita oltre alle convenzioni sociali”. Sui media internazionali i maschi giapponesi sono generalmente descritti come “uomini erbivori”, persone semplicemente non interessate al sesso. Secondo l’ultimo sondaggio della Japan Planning Family Association, su tremila persone tra i 16 e i 49 anni intervistate, il 49,3 per cento ha risposto di non aver avuto alcun rapporto sessuale nel mese precedente. Il 17,9 per cento dei maschi ha risposto di non aver alcun istinto sessuale. “L’individualismo si aggrava con la tecnologia, gli smartphone, i social network. E’ vero che i giovani giapponesi hanno la tendenza a stare da soli, a vivere da soli”, dice Jun. Da una decina di anni, però, è in aumento il numero di agenzie che “combinano” i matrimoni: “Si vedono le pubblicità in metropolitana, sui giornali”. Niente di scabroso, si tratta di aiutare i ragazzi a incontrarsi con il dichiarato intento di sposarsi. Jun tira fuori il cellulare, e cerca su internet: “Vedi?, questo è un gruppo che si incontra nei giorni feriali, per chi magari lavora nel weekend. Poi ci sono altri gruppi d’incontro a seconda delle preferenze: c’è questo riservato agli uomini più alti di un metro e 75, oppure quello riservato agli uomini che hanno superato i quarant’anni, oppure quello per coloro che vogliono sposarsi entro l’estate”.

 

[**Video_box_2**]Il problema del declino demografico non si percepisce nelle grandi città: il Giappone ha una superficie di 327 mila chilometri quadrati, significa 336 persone per chilometro quadrato (dati del prospetto sulla popolazione mondiale delle Nazioni unite), e il 77 per cento dei giapponesi vive nelle metropoli. A questo si unisce il livello bassissimo di immigrazione: l’Amministrazione Abe ha ribadito ultimamente di non voler incrementare l’accoglienza di stranieri, e di voler lasciare il numero di residenti con passaporto diverso da quello giapponese al 2 per cento. L’idea di un declino demografico apparentemente inarrestabile può sembrare ancora più contraddittorio passeggiando a Tokyo, attraversando l’incrocio di Shibuya, a pochi metri dalla statua del cane Hachiko, uno degli attraversamenti più popolati del mondo, con un fiume di gente che scatta al semaforo verde. “Intorno alla metà degli anni Ottanta, sembrò che la rapida crescita economica andasse oltre i sogni di chi l’aveva progettata”, scrive R. Taggart Murphy, docente di Economia internazionale all’Università di Tsukuba, nel volume “Japan and the Shackles of the Past” (Oxford University Press). Per Murphy a partire dalla metà degli anni Sessanta e per i vent’anni successivi l’ossessione del Giappone era quella di venire riconosciuto come potenza economica indipendente, con una ricchezza interna in continua espansione. “Ma tutto questo aveva un prezzo”, scrive Murphy. Il prezzo per questa corsa a ostacoli verso la ricchezza l’hanno pagato soprattutto i salaryman, una categoria sociale ben definita in Asia ma divenuta famosa soprattutto in Giappone durante il periodo del boom economico. Sono i dipendenti delle grandi aziende, uomini che vivono in funzione della produzione lavorativa, soffocati da numerose regole sociali e di etichetta. Non c’è orario di lavoro, non c’è vita privata. Un’impostazione rigida e militaresca – la divisa del salaryman è il vestito scuro, camicia bianca e cravatta – è ben visibile anche dall’architettura degli uffici. Con i colleghi ci sono regole cameratesche, è con loro che si va a bere la sera dopo il lavoro (intorno alla mezzanotte) e durante i fine settimana. Murphy spiega che durante il ventennio di crescita economica, i matrimoni in Giappone erano ancora un numero considerevole, ma gli orari di lavoro dei salaryman impedivano ogni tipo di relazione stabile tra marito e moglie. “In una tipica serata durante gli anni del boom, le strade dei distretti come quelo di Shinjuku a Tokyo o quello di Namba a Osaka erano piene di gruppi di salaryman in processione verso i bagni turchi o verso i cabaret che fornivano sesso orale sotto ai tavoli durante lo spettacolo”.  Mentre gli uomini si allontanavano dalle mogli, le donne subivano un parallelo tipo di evoluzione: si emancipavano. Il ruolo della donna in Giappone è sempre stato subordinato a quello dell’uomo ma, scrive R. Taggart Murphy, “grazie a questo ruolo avevano un certo livello di potere. Le donne amministravano gli affari domestici, (…) le finanze, l’educazione dei figli, e spesso si prendevano cura dei genitori del marito. I mariti giapponesi lasciavano tutto lo stipendio in gestione alla moglie”. Per Murphy le donne giapponesi, e la loro capacità di gestire i soldi dei mariti, hanno contribuito in modo determinante al miracolo economico nipponico. Ma ancora, la vita delle donne giapponesi non era così facile: la competizione tra mamme, scrive Murphy, era talmente codificata da avere un nome, koen debyuu, il debutto al parco con il figlio. La donna, del resto, rappresentava il marito in società. Vent’anni dopo il miracolo economico, i figli di quella generazione hanno incontrato la deflazione, la stagnazione, le catastrofi naturali. Ognuno di loro ha almeno due anziani da mantenere. L’incertezza del futuro è come un incubo che s’infila perfino tra le lenzuola della camera da letto.

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