L’età delle buone intenzioni

Come mai restiamo inerti? Come mai siamo così vulnerabili? Come mai reagiamo con tanta indolenza ai fanatici assatanati che vorrebbero mettere a ferro e a fuoco le nostre città, senza nemmeno riuscire a capire cosa li muove e cosa vogliono?
L’età delle buone intenzioni

Dopo gli attentati di Parigi: di fronte all’orrore è come se fossimo finiti tutti dentro una vignetta di Peynet, capaci solo di stringerci in lacrime, di accendere lumini sulle strade insanguinate

Come mai restiamo inerti? Come mai siamo così vulnerabili? Come mai reagiamo con tanta indolenza ai fanatici assatanati che vorrebbero mettere a ferro e a fuoco le nostre città, senza nemmeno riuscire a capire cosa li muove e cosa vogliono? Gli attentati del novembre scorso a Parigi hanno dimostrato che di fronte all’orrore di un massacro di massa è come se fossimo finiti tutti dentro una vignetta di Peynet: capaci solo di sfilare in silenzio davanti ai luoghi dell’eccidio, di stringerci in lacrime sventolando bandiere arcobaleno, di cantare in coro nenie lamentose, deporre orsetti di pelouche e accendere lumini sulle strade insanguinate. I riti del lutto e del cordoglio collettivo riflettono una democrazia compassionevole, tollerante e pacifista, ma inerme, testimoniano la solidarietà con le vittime e la massima espressione di sdegno nei confronti dei carnefici. Ma lasciano perplessi di fronte alla minaccia incombente. Anche se il tricolore non è più un tabù per la sinistra, e dappertutto rinasce il patriottismo e aumentano le iscrizioni nell’esercito, resta il fatto che siamo incapaci di reagire al terrore, sembriamo refrattari a contrastare la violenza con vigore. E non riusciamo nemmeno a dare alle cose il loro vero nome, impotenti come siamo non solo ad affrontare la realtà, ma a definirla per quello che effettivamente è. C’è qualcosa che non quadra. Qualcosa di radicalmente fragile, forse addirittura di sbagliato, nel nostro modo di porci davanti al terrorismo islamico e alle minacce del califfato. La buona notizia è che adesso, in compenso, da quando è stato identificato il principale responsabile del nostro ottundimento, sappiamo almeno di che cosa si tratta e possiamo cominciare a ragionare sul “che fare” per scongiurare il peggio.

 

Jean-Pierre Le Goff, sociologo francese approdato dalla sinistra radicale su posizioni moderate, autore di vari saggi sul Sessantotto e la sua eredità impossibile, sulla “France morcelée” in balia di destrutturazione sociale, sulla “Gauche” alla prova dei fatti, su “La fin du village” o la dissoluzione della società tradizionale, ha appena pubblicato un ultimo libro, “Malaise dans la démocratie” (Stock, 268 pp., 19 euro), che i lettori sensibili, ancora in grado di attivare i circuiti neuronali, dovrebbero procurarsi subito. In questo libro offre lo specchio del mondo in cui viviamo, uno zibaldone completo dei nostri modi di essere, di agire e di pensare, nei vari ambiti dell’esistenza umana – infanzia, scuola, lavoro, cultura, tempo libero, religione – e al tempo stesso una disamina accurata del presupposto culturale che li rende possibili. Diversamente da quanto si possa pensare (lo pensa per esempio il direttore di Libération, Laurent Joffrin) Le Goff non è un antimoderno di ritorno; non è un conservatore redento dopo anni di traviamento. Resta un laico riformista e di sinistra, un progressista critico e seriamente allarmato dalla brutta piega che stanno prendendo i tempi moderni. Sociologo esigente, poco incline alle mode e alle comparsate in tv – rigetta per esempio sia il determinismo sociale alla Bourdieu sia l’economicismo neomarxista alla Piketty – insiste sulla dimensione morale dell’agire civile, convinto com’è che alla base degli atteggiamenti collettivi ci sia sempre una scelta individuale. E perciò punta il dito contro un principio morale, l’individualismo egualitario e la sua degenerazione rispetto al principio istitutivo della democrazia moderna, studiato da Tocqueville che parlava di “un sentimento consapevole e pacifico che predispone ogni cittadino a isolarsi dalla massa dei suoi simili e a ritirarsi in disparte con la sua famiglia e i suoi amici, in modo che, dopo essersi creata una piccola società a suo uso, egli finisce per abbandonare a se stessa la grande società” Consustanziale all’avanzare ineluttabile dell’eguaglianza, l’individualismo democratico comporta, già secondo Tocqueville, l’oblio di antenati e tradizioni, nasconde all’homo democraticus i suoi discendenti, lo isola dai suoi contemporanei, per risospingerlo nel proprio io “nella completa solitudine del proprio cuore”: “Ogni individuo è come estraneo al destino degli altri; i suoi figli e i suoi amici personali formano per lui l’intera umanità; quanto al resto dei suoi concittadini è accanto a lui, ma egli non li vede; li sfiora e non li sente; esiste solo in se stesso e per se stesso, e se ancora gli resta una famiglia, si può dire che non ha più una patria”.

 

L’individualismo contemporaneo, osserva Le Goff, ha perso i correttivi di cui parlava Tocqueville, e cioè la vita associativa e la religione. Oggi infatti aderire a un’associazione non significa trascendere il proprio ego, ma sfruttare un servizio collettivo a vantaggio del proprio ego; e praticare una religione non significa dedicarsi a una forma di ascesi metafisica, ma perseguire innanzitutto il proprio benessere personale. Abbandonato a se stesso, l’individualismo contemporaneo degenera così in una forma di buonismo, animato da buoni propositi e belle intenzioni, incapace di vedere nell’altro un diverso, per non dire un nemico, anche quando l’altro decreta che è proprio l’homo democraticus, l’individualista occidentale, il nemico da abbattere. Il fatto è che l’individualismo post sessantottino non è più in grado di discernere né di argomentare. E’ relativista, laico, tollerante, aperto al mondo e alla sua diversità. Ma questo atteggiamento diventa uno stato mentale irenico e confusionale, alimentato dall’egemonia dei media i quali, sbandierando nobili ideali universali, come la pace, l’eguaglianza, e l’amicizia fra i popoli, sono però ben lontani dal modello originale dei diritti dell’uomo che avevano come scopo la difesa della dignità umana. In questo modo, sostiene Le Goff, i media contemporanei non fanno che foraggiare il conformismo antisistema, il conformismo antipolitico della ribellione, col suo seguito di aggressività, di sospetto permanente verso le istituzioni, il potere pubblico e gli stati. Tutto ciò costituisce secondo Le Goff il retaggio impossibile del “gauchisme culturel”, del sinistrismo culturale, il frutto perverso dell’incontrastata egemonia esercitata negli ultimi cinquant’anni dalla controcultura sessantottina e dai suoi miti.

 

Si capisce allora come mai il direttore di “Libération” Laurent Joffrin, pur ammettendo di “condividere le conclusioni di Le Goff”, ha dichiarato di “ricusarne le premesse”, e ha finito per accusare l’autore di “Malaise dans la démocratie” di cadere “nell’eterno lamento degli antimoderni, per i quali tutti mali derivano dagli eccessi della libertà e dal rifiuto della tradizione”. Il fatto è che Libération è l’imputato numero uno della requisitoria di Le Goff, che non risparmia i capi di accusa nei confronti del politicamente corretto e del buonismo della sinsitra radicale. Dagli anni Settanta in poi, sostiene il sociologo revisionista, la cultura dell’individualismo ha contribuito a uniformare i nostri modi di pensare, come se fosse l’unica misura politica e sociale legittima, come se fosse l’unico modo plausibile per concepire il mondo. Così, l’individualismo si è trasformato in norma inderogabile di vita, principio imperativo di condotta, oltreché nella massima aspirazione comune a più generazioni di infanti, adolescenti e quindi adulti, dedite tutte e uniformemente al culto esacerbato del proprio io, e perciò inclini al narcisismo di massa, a una morale ludica fondata esclusivamente sul principio del piacere, e dunque sulla negazione o sulla rinuncia al rapporto con la realtà. La conseguenza di questa forma patologica d’individualismo è la scomparsa di ogni dimensione collettiva, la dismissione della storia, e la negazione della dimensione tragica della storia, che da che mondo è mondo implica di per sé violenza, terrore, sangue e sopraffazione. Si spiega così, con la morale e con la filosofia politica, anziché con l’economia e col trionfo del mercato globale, la nostra impotenza attuale, la nostra vulnerabilità rispetto ai nemici esterni, che aumenta proprio nel momento in cui prevale in occidente l’universalismo pacifista, mentre l’indifferenziazione democratica ci spinge a cancellare ogni differenza, facendo tabula rasa del passato, eliminando tradizioni millenarie, revocando i segni della storia, cancellando le peculiarità dei popoli, per stringerli tutti in un abbraccio fatto di buonismo utopistico e autolesionistico.
E mentre noi europei in nome dell’eguaglianza tra i popoli e dell’indifferenziazione dominante proclamiamo l’abrogazione dei nemici, veniamo al tempo stesso designati dai jihadisti dello stato islamico come nemici da abbattere. Niente di più incompatibile tra il solidarismo compassionevole dei “bobos” europei da un lato, e cioè i borghesi bohémien che il sabato sera consumano i rituali della movida urbana, col loro sentimentalismo gentile fatto di catene umane, di illusioni condivise, di pellegrinaggi silenziosi, con lumini accessi e bambolotti, e il disprezzo fanatico che i terroristi suicidi, pronti a immolarsi come eroi in cerca del paradiso in terra, mostrano verso la nostra vita, e prima ancora verso la loro.

 

La spensieratezza conviviale della festa, e dell’happy hour, degli incontri sportivi, delle cene all’aperto che si respira ancora nelle nostre città d’Europa, ha il suo perfetto opposto nell’abnegazione fanatica del terrorista, nel buio pesto della sua logica jihadista, che lo spinge a trascendere se stesso, a immolarsi pur di servire una causa radicale e assoluta. Inutile cercare via di fuga. I tagliagola del califfato aprono il fuoco all’impazzata sui coetani occidentali che cantano e ballano al Bataclan, mentre l’orchestra suona “Kiss the Evil”, ma a massacro compiuto i superstiti intonano “Immagine” e sventolano le bandiere arcobaleno. Questa asimmetria, osserva Le Goff, nulla ha di contingente, ma è il portato del lento lavorio di deculturazione che dura da cinquant’anni. Il disagio della democrazia non si spiega né col determinismo sociologico, né con la sovrastruttura economica, come vorrebbe il direttore di Libération: non è effetto del depauperamento sociale dovuto al trionfo del capitalismo globalizzato e all’apertura dei mercati mondiali. Non è la conseguenza della miseria della banlieue e dei suoi territori perduti in cui vivono larghi strati di popolazione immigrata di origine musulmana. E’ piuttosto il portato di una lenta e inesorabile deriva culturale che ha investito ogni settore dell’esistenza umana.

 

Famiglia, scuola, mondo del lavoro, management, cultura, religione: non c’è campo della vita moderna che sfugga alla rilevazione sociologica di Le Goff. E le sue sono pagine tremende, ficcanti, spesso esilaranti, in cui ciascuno di noi può riconoscersi, a cominciare dalla descrizione dell’“enfant roi”, il figlio unico viziato, al centro delle famiglie nucleari, il figlio del desiderio, costretto sin dalla più tenera età a compiacere gli autori dei suoi giorni, e a cercare continuamente la conferma della sua esistenza, e del suo stare al mondo, a rischio di cadere in un narcisismo fuori controllo. Ecco la festa di compleanno di questo nuovo piccolo dio, rito narcisistico e fine a se stesso, con le offerte votive che genitori, nonni, zie e zie, offrono in ginocchio all’altare eretto in suo onore. Un tempo i figli nascevano e morivano naturalmente, come il susseguirsi degli anni e delle stagioni. Oggi invece vengono cercati, progettati fabbricati ad hoc, magari con la surroga di un utero extra coniugale, pur di realizzare un desiderio, pur di portare a compimento il sogno di autorealizzazione dei genitori. Il pargolo in sé non esiste più. Sarà l’allievo viziato e irriducibile di una scuola che ha perso la sua ragion d’essere, perché la pedagogia dell’individualismo aborre ogni disciplina, nega l’autorità, per imporre come norma sovrana la spontaneità dei sentimenti, l’espressione genuina dell’io, anche a costo di non fornire più né la base né gli strumenti di fondo necessari per entrare in relazione con gli altri, e partecipare a pieno titolo nella vita civile.

 

[**Video_box_2**]La società civile è un altro banco di prova e l’antropologia dell’assurdo che Le Goff ci propina sarebbe comica se non fosse investita dalla tragedia della disoccupazione di massa. Altra folle distorsione: la disoccupazione di massa ha come conseguenza il fatto di generare esperti di formazione, manager iperacculturati dediti alla ristrutturazione aziendale i quali, pur essendo del tutto privi di esperienza, si trovano in modo incongruente a dover valutare, consigliare e reimpostare lavoratori con trent’anni di esperienza, che di tutto hanno bisogno fuorché dei consigli di un alieno completamente ignaro delle loro competenze e abilità. Ma il mondo alla rovescia, dopato di bei sentimenti e nobili intenzioni, non tiene più conto di gerarchie, compiti, peculiarità. Se la scuola non è in grado di trasmettere solide basi per la conoscenza, se il lavoro non premia l’esperienza, pure la cultura abdica da se stessa per diventare semplice evento culturale, gesto effimero senza ancoraggio nel tempo e nella tradizione, e dare luogo così alla festa perpetua, altro regno dell’indifferenziazione, dove domina l’espressione spontanea, l’illusione della partecipazione collettiva in forma ludica, l’ironia e l’autoironia, per il sollazzo dell’homo festivus, incarnazione un po’ idiota dell’homo democraticus, come osservava con amaro sarcasmo il grande Philippe Muray, che è stato l’ultimo moralista francese del XX secolo.

 

Eppure, per spezzare questa catena senza fine dell’assurdo, qualcosa si può fare, insiste Le Goff senza rassegnazione. Bisogna ritrovare il senso dello stato, recuperare la fiducia nelle istituzioni. Bisogna riuscire a imporre una moratoria allo spontaneismo e alla pedagogia dei funzionari ministeriali, che scrivono direttive illeggibili e inapplicabili. Bisogna ritornare ai fondamentali, difendere la scuola e i suoi programmi, ripristinare le basi della conoscenza e del sapere. Vasto programma, diranno i cinici. Ma se non vogliamo abdicare del tutto da noi stessi, dalla tradizione intellettuale europea che è lo spirito critico, per scongiurare o quanto meno rinviare la nostra autodissoluzione non ci sono alternative. L’unica strada da prendere è quella della retromarcia.

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