Di madre in figlia

Il libro dell’anno è “My name is Lucy Barton” di Elizabeth Strout. Quando torneremo vicine e diremo di nuovo: mamma. La scrittrice americana, premio Pulitzer per “Olive Kitteridge”, racconta le relazioni umane imperfette con parole scarne e vive.
Di madre in figlia

John Singer Sargent, “La signora Fiske Warren e sua figlia Rachele”, 1903 (Boston, Museum of Fine Arts)

Quando la vecchia vita torna e chiama, torna per chiederti chi sei diventata e anche chi ti credi di essere, torna e porta con sé un’angoscia, un’idea di buio (stai facendo una passeggiata in una giornata di sole, stai tornando a casa, e tutte le altre persone ti sembrano libere dal terrore, ma non tu), quando arrivano i ricordi, spezzettati o come un’onda troppo alta, o come una mano fredda sulla fronte, in quel momento non si può più scappare. Bisogna mettersi in macchina e fare molti chilometri e tornare nella vecchia vita, bisogna chiamare “mamma”, come da piccole, quando era quello il modo, il tentativo fiducioso di mettersi al riparo. Il nuovo romanzo di Elizabeth Strout, scrittrice americana premio Pulitzer per “Olive Kitteridge”, racconta questo momento fondamentale, e non ha nemmeno importanza accorgersi che accade: il momento del riconoscimento, dell’incontro fra la vecchia vita e la nuova. Tra madre e figlia. Che tornano vicine, dopo molti anni di nulla, senza nemmeno dirselo. Ad avvicinarle è il dolore, e dolore e gioia e reticenza e lessico famigliare ritornano impetuosamente, per cinque giorni, nella vita di una scrittrice, la protagonista di questo romanzo non ancora uscito in Italia (lo pubblicherà Einaudi a maggio), “My name is Lucy Barton” (pubblicato da Random House). Una giovane scrittrice, fuggita presto dall’Illinois, vive a New York con il marito e le due figlie piccole, non torna mai a casa dai genitori e dai fratelli, perché deve scrivere, deve crescere le bambine, deve vivere la vita che ha scelto, deve scappare dalla povertà in cui è cresciuta, dalla paura e dal dolore che ha provato. Ma un giorno di primavera entra in ospedale per un’appendicite, un ospedale di New York (dalla finestra della camera si vede il Chrisler Building), e ci resta nove settimane per qualcosa di inspiegabile, un’infezione, un batterio, una debolezza insormontabile, la febbre alta, e le bambine a casa con il padre, l’impossibilità di fare nient’altro che stare a letto ad aspettare, ogni giorno, la visita del medico.

 

E’ la metà degli anni Ottanta, questa storia è già accaduta, e nel romanzo Lucy Barton la ricorda, e forse solo adesso la comprende, come un momento indimenticabile, decisivo della sua vita. Il giorno in cui ha spostato gli occhi dalla finestra alla porta, dopo tre settimane di ricovero, e ha visto sua madre in piedi accanto al letto, che le diceva: “Ciao, Lucy”, e le stringeva il piede da sopra le lenzuola. Come se non si fosse mai mossa di lì, come se non fossero passati anni, come se fossero ancora e sempre madre e figlia, e Lucy una bambina, non una donna ormai estranea, appartenente a un altro mondo, a un nuvo tempo e a una diversa classe sociale. “La storia di una madre e di una figlia”, ha detto semplicemente Elizabeth Strout, capace di raccontare l’imperfezione dei rapporti umani con parole scarne e vive, in grado di spezzare e sciogliere il cuore senza essere mai sentimentale ma senza paura dei sentimenti. “Mamma, come sei arrivata qui?”, “Oh, ho preso un aereo”. Come se fosse una cosa normale, una madre che va da sua figlia. Era invece il primo aereo della sua vita, l’unico taxi dall’aeroporto all’ospedale, l’unica volta a New York, con le luci del Chrisler Building. Arrivata lì dai sobborghi di Amgash, una città rurale dell’Illinois, da una casa fredda che per molti anni era stata semplicemente un garage, senza libri, senza giornali, senza televisione, dove si mangiava melassa sopra il pane e ci si lavava poco perché non c’era acqua calda, o perché nessuno insisteva perché ci si lavasse. Dove si sentiva, Lucy Barton la sentiva fin da bambina, la differenza con le altre persone, anche la vergogna di sentirsi dire dai bambini a scuola: “La tua famiglia puzza”, l’impossibilità di parlare di qualcosa di allegro e di lieve, di pensare alle vacanze o a un film o a una torta di compleanno.

 

Ma Lucy Barton non è più, da molto tempo, quella bambina spaventata, è andata al college, ha imparato a stare in mezzo alle persone colte e abituate al benessere e attente perfino allo stile, ha imparato che a volte lo stile è sostanza e quindi va studiato, ha imparato a ridere e a non masticare la gomma americana con la bocca aperta, ma ogni volta che le parlano di un film, di un telefilm, di qualcosa appartenente alla cultura popolare dei suoi anni, lei arrossisce, perché non ne sa nulla, non ha visto nulla, bambina senza televisione che le notti d’inverno dormiva nel letto a castello con fra le braccia una bottiglia d’acqua calda, scaldata sul fornello dalla madre. Lucy Barton è diventata madre, a sua volta, dice continuamente alle sue bambine che le ama, ma non sa ancora chi è.

 

Non può saperlo perché ha rimosso la vecchia vita e la paura degli schiaffi del padre e non sa se le cose brutte e il dolore che i genitori hanno procurato hanno cancellato l’amore, non sa nemmeno se lei è diversa da sua madre, che anche adesso, ai piedi del letto d’ospedale, seduta su una sedia, rifiutando la brandina che le offre l’infermiera, non è capace di dirle, non le dirà mai: ti voglio bene. Però è lì, invecchiata, diventata più soffice, si torce le mani, finge che quello sia un momento qualunque, come quando scaldava l’acqua sul fornello d’inverno, le dice: “Penso che starai meglio. Non ho fatto nessun brutto sogno”. E in quel momento a Lucy Barton si scioglie quella cosa solida che aveva nel petto, si sente calda e piena di liquido che scorre, e per la prima volta quella notte dorme senza mai svegliarsi, senza guardare le luci della città fuori dalla finestra, e la mattina si sveglia e sua madre è lì, seduta sulla sedia, se si è mossa sua figlia non può saperlo, non sa nemmeno se ha mangiato qualcosa al bar dell’ospedale, se ha chiamato il padre da un telefono a gettoni, se è andata in bagno, se ha pianto, se è stanca, che cosa ha pensato quando le hanno telefonato da New York per dirle: devi venire, tua figlia sta male.

 

Sta lì, ai piedi del letto, è soltanto sua madre. Una cosa sua. Come Lucy appartiene alle sue figlie, così sua madre appartiene a lei, adesso, mentre danno i nomignoli alle infermiere e parlano delle persone, delle vecchie conoscenze del paese in Illinois, pettegolezzi, divorzi, invidia, denaro, ed è così bello per Lucy, è così felice di parlare con sua madre, anche senza riuscire a dirsi nulla, senza quasi parlare delle nipotine che lei non ha mai visto, senza mai accennare al marito, al padre. Ti sei spaventata a prendere il taxi, mamma? Oh, ho una lingua nella mia testa, e l’ho usata.

 

Per molti anni abbiamo guardato i nostri genitori con occhi di pietra, attenti solo ad andare avanti, a fare la nostra strada, anche a immaginare di cambiare nostra madre con la prima donna incrociata per strada, a sentirci le vittime di un’ingiustizia smisurata, e ci sembra di non avere altro prossimo oltre a quelli che abbiamo scelto o incontrato in quella nuova strada, nessun altro pensiero e abitudine e speranza oltre a quelli della nuova vita guadagnata da soli, e per anni non ascoltiamo la tensione solida che preme dentro, Chimamanda Ngozi Adichie l’ha chiamato “il cemento nell’anima”, Alice Munro in “Chi ti credi di essere” racconta di una “vergogna che si portava costantemente appresso”: è il bisogno negato, impazzito, terrorizzato, di tornare là dove si è scappati, nonostante le cose storte, l’estraneità, tutti gli sbagli che hanno dato la forza, l’ostinazione di andare via e trasformare gli occhi in pietre. Quel cemento prende sempre più spazio, a volte toglie il respiro, quel cemento a volte ci offre l’illusione di essere un’altra persona, ma poi succede qualcosa che gli altri non vedono, arrivano i ricordi: dentro la testa di Lucy Barton ritorna troppe volte la bambina, che voleva restare a scuola per fare i compiti, perché a scuola faceva caldo, perché c’era silenzio e anche i libri da leggere, e dentro uno di questi libri c’era una ragazzina, Tilly, che era povera e sporca e le altre bambine non erano gentili con lei.

 

Leggendo di Tilly, Lucy si sentiva meno sola: e davanti ai libri della scuola, e davanti ai libri che le prestava la maestra, decise che avrebbe fatto la scrittrice, per far sentire le persone meno sole, perché i libri portano cose dentro le vite di chi li legge. Lo decise come un segreto, non lo raccontò mai a nessuno. Ma andò via dal garage dell’Illinois, appena le offrirono un college con borsa di studio e spese pagate, la sera lo disse a casa e nessuno commentò la notizia, come se a nessuno importasse (era davvero così? si era mai chiesta, ci siamo mai chiesti quali fossero i pensieri segreti e i sentimenti ingoiati dei nostri genitori, abbiamo mai immaginato la loro vita oltre noi?), e se ne andò senza quasi mai più tornare. Solo adesso, con la madre ai piedi del letto a raccontarle le vite degli altri, e a non chiederle nulla di lei, di suo marito, della sua vita di scrittrice, Lucy Barton si sente meno aggrovigliata e infelice. “Pensai: tutto ciò che voglio è questo”. Essere ancora una figlia, dire un’altra volta: mamma, lasciarsi andare alla certezza che nessun altro starà ai piedi del letto per cinque giorni e cinque notti senza mai dormire come se fosse un atto naturale.

 

[**Video_box_2**]Sentirsi debole, davanti a una madre ancora più debole e sconfitta, completamente inadeguata, che ha da offrire soltanto quella presenza, il suo corpo su una sedia giorno e notte, la sua voce sempre pronta, anche quando Lucy le chiede: “Dormi?”. E la volontà di non rispondere alle domande intime, girando la testa verso la finestra e chiudendo gli occhi, e poi decidendo all’improvviso di andare via, di tornare nel vecchio mondo da cui Lucy è scappata tanto tempo fa. Elizabeth Strout è riuscita a dipingere con le parole il momento del riconoscimento, il momento raro in cui dentro una famiglia si fa giorno: quando madre e figlia si guardano e si riconoscono, con il bagaglio delle sofferenze, il passato e il presente, le rimostranze, l’incomprensione, il viso che si impietrisce, l’impossibilità di corrispondere alla cosa giusta, lei che deve andare avanti, l’altra che deve restare indietro, e tutte le cose crudeli che adesso vorremmo soltanto strappare via e dire: mamma, non andare. Sei una cosa mia, sei ancora mia. Solo io posso dirti che hai sbagliato tutto, solo a te posso dire, sapendo di ferirti, che “noi eravamo spazzatura”, solo una madre può accettare gli occhi di pietra e la spietatezza, se la spietatezza serve alla vita di sua figlia. La spietatezza si impossessa di una vita, spesso per contrarietà, o perché quella vita trova una vocazione, e la fa andare avanti a testa bassa, cieca come una talpa, e fa dire: questa sono io, e non farò niente che non voglio fare. Non starò in quel posto che odio, non ci tornerò, non resterò nemmeno dentro questo matrimonio se non voglio, sopporterò il dolore e la rabbia che provocherò nelle mie figlie, la fine della loro infanzia, e proverò a dimenticarlo anche se non si può dimenticare, lascerò che a un certo punto mi guardino con occhi di pietra, avrò voglia di morire e invece andrò avanti e aspetterò che un giorno chiamino: mamma, e abbiano bisogno di tornare lì. Sentirò arrivare un’ondata di gentilezza, di comprensione e di perdono, mi si scioglierà quella tensione nel petto e capirò che sono io perché sono anche lei, mia madre. Potrà succedere in molti modi, dentro molte vite, sparecchiando la tavola, o guardando una madre che cerca gli occhiali per leggere, che si addormenta sul divano, che ride per una storiella raccontata cento volte e da cent’anni, che prende un aereo senza esserne capace e dice: sono qui, andrà bene, hai solo bisogno di dormire.

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