Capitani brava gente

Totti e gli altri. Come i leader del pallone rappresentano la propria squadra in campo. L’importanza della fascia al braccio, anche se non si gioca. O la si condivide in quattro
Capitani brava gente

Per il capitano parlare con l’arbitro era un compito preciso, da eseguire con rispetto e fermezza (Francesco Totti con Antonio Damato in Juventus-Roma dello scorso campionato)

La fascia parla. Anche se cancelli tutto il romanticismo, se prosciughi tutta la retorica, se essicchi la nostalgia. Dev’essere il riconoscimento del primo tra pari: tutti uguali e tu più uguale di tutti. Entra ed esce dai campi di calcio, se è vero che la prima volta che spesso la senti, la parola capitano dico, è quando sei ancora all’asilo nido. A un certo punto, la maestra ti mette davanti a tutti e dice che gli altri ti devono seguire: per andare a mensa, per uscire in cortile, per cominciare a giocare. Capitano, quindi capo, riferimento, certezza, perno, esempio. Guardatemi perché sono quello giusto. Seguitemi perché vi porterò dove è giusto che vi porti. Come in una nave, come in un aereo. Come nel tunnel degli spogliatoi di uno stadio di calcio. Davanti a tutti quelli vestiti con la stessa maglia, uguali, pari quindi. A differenza della fascia sul braccio sinistro. Ti parla: racconta una storia perché capitano probabilmente hai cominciato a esserlo quando eri nelle giovanili. C’è spesso una continuità nell’indossare quella fascia e interpretare quel ruolo che racconta molto del carattere del protagonista di questa storia. Che è uno, che sono tanti. Perché capitano è un concetto universale declinabile in molti modi e che il tempo, la velocità, l’attitudine, lo sviluppo del gioco hanno cambiato decisamente.

 

Chiaro che tutto parta da Totti, adesso. Da quello che è successo con Spalletti, con la dirigenza, con i social network, con i tifosi, con lo stadio. Ca-pi-ta-no, scandito come uno slogan, come un rafforzativo di un’identità oltre che di un calciatore che ha passato la vita intera in una sola squadra. La fedeltà al club, o alla maglia, per dirla con una sintesi che nel calcio ha un oggettivo significato, è un elemento di questa storia, non il centro. La fascia parla indipendentemente dall’età o dal numero di anni trascorsi in una squadra. E’ una certezza che diventa ricordo, perché appunto ce l’hai dentro da sempre, da quando hai cominciato a giocare o a guardare il calcio. Ma è stranamente un ricordo non legato al tempo. E’ collegato all’orgoglio della responsabilità, alla sensazione piacevole e però potenzialmente devastante di essere chi è maturato prima o meglio, chi ha il senso della collettività pur essendo una personalità decisa, quindi un’individualità. Siamo cresciuti con l’idea che il capitano sia appunto la nostra guida tra simili: non è l’allenatore che è diverso, più vecchio, non gioca, non si mette la maglia, insegna e giudica; non è il presidente che è ancora più diverso: è addirittura più vecchio, non mette la maglia pure lui, non insegna ma giudica perché per di più paga.

 

Il capitano è il rispetto che si deve a un simile che è stato scelto. Indossare una volta quella fascia significa avere gli altri che ti riconoscono un valore, non certamente economico ma emotivo. Esserlo per tanto tempo non cambia nulla, semplicemente aumenta il significato simbolico del ruolo. E qui il tema è proprio il ruolo. Che è mutato non solo per il tempo che è passato, ma perché inevitabilmente ha accompagnato le trasformazioni dei modelli di business e di comunicazione oltre che di gioco del calcio. Però bisogna partire dall’inizio. Il regolamento riassume così il suo ruolo e i suoi compiti: “Il capitano è responsabile nei confronti dell’arbitro e degli Organi federali della condotta dei propri compagni. Durante la gara è l’unico ad avere facoltà di interpellare l’arbitro, in forma corretta e a gioco fermo, per chiedere chiarimenti in merito alle decisioni assunte e per formulare eventuali riserve. E’ dovere del capitano coadiuvare l’arbitro, ai fini del regolare svolgimento della gara e della repressione di eventuali atti di indisciplina dei suoi compagni”. Non ha né poteri, né gode di status privilegiati. Anzi, se uno va all’osso di ciò che il regolamento prevede per lui, siamo all’idea di quello sensato che, se le cose non funzionano, di fatto paga per tutti. La storia e lo svolgimento del gioco ha ovviamente cambiato molto la situazione: per anni abbiamo dato al capitano un valore quasi sacerdotale, quello che guidava le anime perdute dei calciatori in cerca di un punto di riferimento. Ed è stato così che la fascia ha cominciato a parlare. Perché raccontava di personalità incredibili, di carisma unico. L’immagine, andando indietro di decennio in decennio, era quella di Valentino Mazzola che appunto metteva tutti i compagni dietro le sue spalle e li governava. Il che in sostanza corrispondeva spesso alla verità: il capitano era l’uomo con cui parlava l’allenatore durante la settimana, spesso poteva anche guidare gli allenamenti. Per i ragazzini era anche di più: era l’eletto, seguendo il principio espresso qualche riga più in su del rispetto che si deve a chi è stato scelto: ancora di più per chi, ragazzino, sperava di diventare calciatore, la figura del capitano assumeva contorni mitologici. Quello che parla con l’arbitro. A volte con più enfasi. Quel-lo che par-la con gli ar-bi-tri. Così per conferirgli poteri di convincimento che in realtà non aveva e non ha mai avuto. Il capitano veniva scelto per il carattere, più che per capacità calcistiche. Se scorri l’elenco dei capitani delle Nazionali che hanno vinto la Coppa del mondo trovi spesso che i capitani non erano i calciatori più forti. Fino a Maradona nel 1986 avevi la fascia al braccio di difensori, portieri, centrocampisti tutti molto carismatici e diplomatici. Non avevi chi segnava di più, non avevi il giocatore tecnicamente più forte. Era come se la leadership fosse divisa: a uno con un carattere forte quella fascia sul braccio sinistro, al più bravo il compito di portare la squadra a prendersi la coppa senza sporcarsi le mani né con gli arbitri, né con i compagni. A lui, per esempio a Pelé nel Brasile del 1970, a Gerd Müller nella Germania Ovest del 1974; o a Paolo Rossi nell’Italia del 1982, non si chiedeva di essere un rappresentante, un capopopolo. Lo era con i numeri non con l’atteggiamento né con il dovere. I gol parlavano a sufficienza da farlo sentire un riferimento.

 

La non vittoria dell’Olanda nel 1974 e nel 1978 ha allontanato l’evidenza della sovrapposizione tra il leader con le parole e il leader con i fatti di una squadra di calcio. Ma è stato allora che quella sovrapposizione ha cominciato a esserci per la prima volta. Il che ha cambiato sì alcune cose della storia ma non ha inciso davvero sul ruolo del capitano: semplicemente avevi una sola persona anziché due. Avevi Cruijff, come avresti avuto successivamente Maradona e Matthäus. La sovrapposizione in un unico calciatore ha alimentato la sensazione del capitano come primo tra pari. Perché al riconoscimento del talento oggettivamente superiore agli altri si univa il riconoscimento della leadership. Quindi il capitano parlava in campo e parlava anche fuori: il più cercato dalle telecamere, il più ambito dai taccuini dei cronisti. Però intimamente il capitano non era cambiato. Era sempre quella cosa lì, quello che entrava in campo davanti a tutti, che stringendo la mano al capitano avversario stabiliva il codice delle priorità visive che la fascia sul braccio sinistro avrebbe poi certificato per tutta la partita. Anzi: spesso i capitani erano gli unici che si scambiavano strette di mano, oltre che gagliardetti. E questo sì che aveva una sua rilevanza. La aveva al punto che l’era Cruijff non diede a nessuno l’idea che qualcosa potesse cambiare davvero: il suo essere in campo il più bravo o il più forte o il più bravo e il più forte era un’aggravante della sua importanza all’interno della squadra. La dimostrazione sta nel fatto che non c’era una regola: nel Napoli il capitano era Maradona, nel Milan era Baresi e non Gullit, il quale però lo era nella nazionale olandese che vinse l’Europeo nel 1988. Le cose coincidevano solo quando il calciatore più talentuoso e il più carismatico erano lo stesso.

 

Il capitano è rimasto una certezza, oltre che un’idea. Ma è una conquista di secondo livello: non ci sono bambini che come desiderio recondito o manifesto avevano quello della fascia al braccio. Vogliono tutti diventare calciatori. Il passaggio a capitano è una conquista successiva. La consapevolezza di essere riconosciuto come affidabile, come autorevole, come brillante, come rappresentativo. Nasce da quella citazione nel regolamento, dalla suggestione che quelle parole hanno sempre creato in cui il calciatore ha voluto farlo. Il capitano era, nella testa di un ragazzino, il custode di segreti, il tramite attraverso il quale tutti potevano avere una risposta. Portavoce, lui. Di quelli tosti, di quelli che bisogna avere le palle per essere capitano. Parlare con l’arbitro era un compito preciso, da eseguire con rispetto e con fermezza. Il campo definiva i ruoli con una chiarezza unica. Il capitano era quello che c’era. Scirea, 377 presenze; Bergomi, 519 presenze; Baresi, 531 presenze; Maldini, 647 presenze. Essere titolare era una condizione direttamente collegata all’essere capitano. Eri capitano perché c’eri. E c’eri perché eri capitano. Ciascuno di questi, come altri, tipo Giannini ha lasciato la fascia e il calcio lo stesso giorno.

 

Qui torna la riflessione d’origine, quella nata dalla situazione di Totti, che non è solo di Totti, ma che per esempio è stata quella di Del Piero, o di Zanetti, o all’estero quella di Raúl. Sfondare da capitano nella stagione anagrafica dell’utilizzo alternato trasforma il capitano in un’istituzione, più che in una guida. Perché oggi questo è il capitano: un ruolo definito, codificato oltre che in campo fuori, una specie di qualifica. Non si può dire con certezza che siano le storie alla Totti ad aver contribuito a questa trasformazione. Anzi, la sensazione è diversa, ovvero è che l’evoluzione sia stata l’accompagnamento dell’evoluzione complessiva del mondo del calcio e che le vicende dei grandi vecchi alla Del Piero o alla Totti contribuiscano solo a far percepire meglio questo cambiamento. E il cambiamento di cui stiamo parlando è che il capitano non è più l’autorevole rappresentante in campo della squadra. E’ un ambasciatore, un ministro, un simbolo. Non più primo tra pari con i giocatori, ma uno che sta in mezzo tra l’allenatore e la squadra. Ecco perché il fatto che giochi o meno non è più determinante. Il capitano accompagna l’allenatore alle riunioni con gli arbitri che ci sono spesso a Coverciano, dove ci si confronta su come sta andando la stagione, dove sono le criticità, dove sbagliano i calciatori, dove sbagliano gli arbitri, dove sbagliano i designatori, dove sbaglia il regolamento. Il capitano ha l’obbligo contrattuale o quasi di presenziare alle conferenze stampa di presentazione delle partite internazionali. E’ quindi il giocatore più rappresentativo, quindi sempre più spesso oggi la sovrapposizione tra il più forte e il più carismatico se non c’è spinge alcuni club a privilegiare la riconoscibilità anche per la consegna della fascia. Esempio: Messi, Ronaldo e Ibrahimovic. Indiscutibile che siano i giocatori più forti delle loro squadre e delle loro nazionali, discutibile invece che siano quelli con più capacità di essere capitani. Però lo sono. Con variazioni sul tema che vanno tutte nella stessa direzione. Il Barcellona all’inizio della stagione ha stabilito che i capitani fossero quattro: Iniesta, Messi, Busquets, Mascherano. Come i vicepresidenti di una azienda. Il Real ha stabilito che la fascia vada a Sergio Ramos o a Ronaldo a seconda delle necessità. Non è né un bene né un male, è però qualcosa di nuovo, di diverso. E’ la fascia continua a parlare, cambiando linguaggio.

 

[**Video_box_2**]La storia di Totti si inserisce perché il suo essere panchinaro e capitano al tempo stesso rende più visibile il concetto di istituzione. E’ il ruolo che viene prima della persona che quel ruolo rappresenta. Per una generazione cresciuta con Holly e Benji, in cui il capitano era in campo anche con una gamba rotta è una svolta. E’ qualcosa che devi imparare a codificare. “Un capitano, c’è solo un capitano”, non è un coro nuovo, ma anche questo cambia significato in maniera direttamente proporzionale alla percezione della qualifica. Significa che non è più necessario essere in grado di svolgere un compito, ma avere lo standing per essere pronti a farlo. E’ la convergenza di due approcci diversi nello stesso risultato: posso avere un capitano che non gioca mai o quattro capitani diversi perché ciò che conta è la parola capitano e il suo significato a prescindere da ciò che avviene in campo. Dimostrazione ulteriore arriva ogni weekend. Ti porta direttamente alla casella numero uno, al regolamento. Vale la pena ricordare: “Il capitano è responsabile nei confronti dell’arbitro e degli Organi federali della condotta dei propri compagni. Durante la gara è l’unico ad avere facoltà di interpellare l’arbitro, in forma corretta e a gioco fermo, per chiedere chiarimenti in merito alle decisioni assunte e per formulare eventuali riserve. E’ dovere del capitano coadiuvare l’arbitro, ai fini del regolare svolgimento della gara e della repressione di eventuali atti di indisciplina dei suoi compagni”. Oggi non è così: ogni calciatore parla con l’arbitro, chiede spiegazioni, critica, si arrabbia, si lamenta. L’arbitro non convoca più il capitano per dire che parlerà sempre con lui e stop. No, spiega, si giustifica, argomenta. Ognuno quindi è capitano di se stesso in campo e il capitano vero è quello che arriva fuori. Nella foto ricordo, in cui la fascia non si vede più, ma si sente. Se continua a parlare è perché c’è sempre qualcuno che continua a sentire.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi