Rifugiata a destra

Ritratto di Rita Panahi, ex bimba in fuga dagli ayatollah iraniani, che è poi diventata una star conservatrice e contrarian in Australia
Rifugiata a destra

Per Rita Panahi la paura dell’islamofobia e il timore di una possibile reazione contro la comunità islamica sono diventati il pretesto per abbattere ogni riflessione critica

E’ arrivata in Australia nel 1984, in fuga dal suo paese, l’Iran, dove il regime islamista di Khomeini aveva preso di mira la sua famiglia, uccidendole il cugino e facendo incarcerare suo zio. A otto anni si è ritrovata così a Melbourne, da rifugiata: senza soldi, senza proprietà e senza conoscere neanche una parola di inglese. Eppure il destino è strano. Oggi quella bambina, Rita Panahi, è una delle più celebri e discusse voci conservatrici in Australia. Dalle pagine dell’Herald Sun sostiene l’aiuto umanitario nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo, ma difende a spada tratta le politiche restrittive del governo per fermare l’arrivo dei migranti economici, anche tramite il respingimento delle imbarcazioni che via mare cercano di raggiungere illegalmente il paese. E, soprattutto, è intenzionata a difendere l’identità e i valori australiani – in altri termini, occidentali – con tutte le sue forze. Lo fa con un linguaggio tagliente e polemico, proprio solo di chi da tempo ha deciso di sottrarsi alla “dittatura” intellettuale del politicamente corretto. “Chiunque abbia un quoziente intellettivo superiore alla temperatura ambientale – ripete utilizzando un’ormai famosa espressione da lei stessa coniata – capirebbe che ‘l’islam ha un problema’: è la sua parte radicale, che non può coesistere pacificamente con i valori occidentali”.

 

Lo scrisse a chiare lettere all’indomani dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi: “La stagione delle ambiguità e dei piedi di piombo è finita. Per rispetto del crescente numero di vittime dobbiamo aprire gli occhi e riconoscere l’inequivocabile verità che l’islam radicale e i valori occidentali non possono coesistere”. E più di ogni altra cosa “dobbiamo smetterla di fingere che questi incidenti non abbiano nulla a che fare con l’islam. Hanno chiaramente a che fare con l’islam, e prima ammetteremo questo fatto e meglio potremo intervenire per proteggere i nostri popoli e i nostri valori da questa piaga onnipresente”. Per capirlo, sottolineava la columnist dell’Herald Sun, basterebbe notare come i vignettisti di Charlie Hebdo abbiano nel tempo regolarmente preso in giro, assieme all’islam, anche il cristianesimo e l’ebraismo, e che però mai si sono avuti attacchi terroristici da parte di cattolici o ebrei inferociti. “No, non tutte le religioni sono ugualmente sanguinarie: nel ventunesimo secolo c’è solo una religione alla base degli attacchi terroristici in tutto il mondo” e “la determinazione con cui ci si affretta a dissociare questi atti di terrore dalla religione di chi li perpetra insulta l’intelligenza della società”. L’estremismo islamico, in altre parole, “è un problema globale che i musulmani moderati devono condannare incondizionatamente e aiutarci a risolvere, invece di dedicarsi a discorsi che distolgono solo l’attenzione”.

 

Rita Panahi insomma è, in virtù della sua storia personale, una conservatrice anomala. Lo sa e lo ammette all’emittente pubblica australiana Sbs, che a lei alcuni giorni fa ha dedicato una lunga intervista: “Sono un’immigrata, un’atea, una mamma single, non sono il vostro prototipo di donna conservatrice”. Ha persino un passato tra i giovani labour australiani, aneddoto di fronte al quale risponde indirettamente dal suo profilo Twitter citando Winston Churchill: “Se un uomo non è socialista a 20 anni, significa che non ha cuore. Se non è conservatore quando ne ha 40, vuol dire che non ha cervello”. Nonostante ciò, per le sue idee Rita Panahi è accusata da più parti di essere razzista, e di difendere le politiche di un governo xenofobo e intollerante. Ma lei, a far passare l’Australia come un paese bigotto e chiuso in se stesso, non ci sta: “Gli australiani sono magnificamente tolleranti e aperti alla diversità”, ribadisce alla Sbs. La sua storia, in fondo, ne è la palese dimostrazione. Giunta senza un soldo, Panahi ha scoperto nel paese oceanico una terra di accoglienza e opportunità: studi universitari, una brillante carriera da impiegata bancaria, poi abbandonata per intraprendere una seconda vita professionale da giornalista sportiva, l’esperienza della maternità (come madre single, per scelta), infine la fortuna con coraggiosi investimenti immobiliari. “Già da bambina, quando avevo 10 o 11 anni, sapevo che se avessi lavorato sodo avrei raggiunto una condizione di sicurezza economica, che sarei stata indipendente, e che non avrei dovuto per forza sposare un cazzone che non avrei sopportato, cosa che in alcuni paesi le donne invece devono ancora fare”, confessa Panahi all’emittente australiana con la solita schiettezza, anche linguistica, che la contraddistingue. Che dunque l’Australia sia dipinta da una parte degli alti opinionisti di sinistra come un paese razzista e xenofobo è “sconcertante”.

 

La facilità, anzi, con cui si accusa di razzismo chi cerca semplicemente di prendere atto della realtà e di avanzare delle riflessioni sul fenomeno migratorio e su quello terroristico, denota per Panahi il livello di assoluta atrofizzazione raggiunto dal dibattito pubblico attorno a questi temi. Una degenerazione che si manifesta, nelle sue forme più insane, con i tanti “sì, ma…” che seguono puntuali ai vari attacchi terroristici in giro per il mondo. “Noi occidentali dobbiamo smetterla di rimproverare noi stessi per questi atti di brutalità – ribatte l’editorialista dalle pagine dell’Herald Sun – Ci sono alcuni tra di noi, i cosiddetti progressisti, che cercano di spiegare il comportamento dei terroristi puntando il dito sulle loro vittime. Secondo queste menti illuminate, il terrorismo domestico sarebbe tutta colpa nostra. Noi abbiamo la colpa di non essere sufficientemente accoglienti, di aver creato una sottoclasse di giovani emarginati, di far parte della coalizione a guida statunitense in medio oriente, di sostenere il diritto di Israele ad esistere, di pubblicare vignette del Profeta Maometto, di aver innalzato l’allarme terrorismo…”. Ma se c’è qualcuno a cui dover chiedere conto della proliferazione dell’estremismo islamico negli intestini della società occidentale, questi sono proprio i “progressisti”, i “buonisti di sinistra” fautori di una politica dell’ “appeasement”, del cedimento dei propri valori e delle proprie tradizioni in nome di un’integrazione astratta e, di fatto, poi mai venutasi a realizzare. Basta osservare cosa è successo in quello “squallido buco di Molenbeek”, il quartiere di Bruxelles noto per aver dato i natali alla cellula jihadista nella quale sono cresciuti molti dei terroristi responsabili degli attacchi di Parigi. E’ in questo quartiere belga, ricorda Panahi, che abbiamo conosciuto gli effetti del multiculturalismo ipocrita e scriteriato: si è partiti con l’imporre carne halal (quella che i musulmani sono autorizzati a mangiare) ai bambini in tutte le scuole, si è proseguiti con il vietare agli agenti di polizia di mangiare e bere per le strade durante il periodo del Ramadan, e si è finiti col permettere passivamente lo sviluppo di un mondo a sé, dove la delinquenza imperversa e dove, gradualmente, è sparita la vendita di alcol, ebrei e omosessuali hanno dovuto abbandonare le loro case, ed è comune fare alle donne costante pressione affinché indossino il velo. Provate a dire qualcosa, però, sugli effetti di questa politica perversa, e verrete bollati come ignoranti razzisti: “Il dibattito è paralizzato da una retorica paternalistica in cui i giovani musulmani radicali sono visti, innanzitutto, come vittime dell’esclusione economica e sociale”. Una narrazione infondata – vari studi dimostrano che il terrorismo non è figlio della povertà, e per averne una conferma basta guardare l’estrazione socio-economica di alcuni dei terroristi di Parigi, nota la stessa Panahi –, ma anche “controproduttiva, perché porta alla radicalizzazione di queste persone, lanciando loro il messaggio che non sono parte della società”. La verità è che “la paura dell’islamofobia e il timore assurdo di una possibile reazione contro la comunità islamica sono diventati il pretesto per abbattere ogni genere di riflessione critica”, attacca Panahi. Gli “utili idioti” di sinistra usano la “carta ipocrita dell’islamofobia per silenziare il dibattito”, ma “soffocare il dibattito non fa che rinforzare i bigotti e i radicali”, e noi “non saremo mai nelle condizioni di affrontare efficacemente questi problemi, e di integrare pienamente la comunità islamica nella nostra società, sino a quando ci rifiuteremo di riconoscere alcuni fatti spiacevoli ed eviteremo di discutere in maniera aperta su come sconfiggere questo odio dall’interno”.

 

L’istituzionalizzazione del politicamente corretto, nel frattempo, continua a mietere vittime, non solo a livello dialogico. Si vedano i fatti di Colonia, dove centinaia di donne hanno denunciato di essere state aggredite e di aver subito molestie sessuali da parte di masse organizzate di immigrati durante la notte di Capodanno. Fatti, in realtà, avvenuti anche in altre città tedesche, come Stoccarda, Amburgo, Dusseldorf e pure Berlino. E’ a Colonia però che tutto lo scandalo ha preso inizio, ed è lì che il buonismo politically correct ha dato l’ennesima dimostrazione della follia di cui è capace, a danno della sicurezza delle persone, spingendo le autorità pubbliche e gli stessi media a ignorare le denunce di abusi per paura di generare possibili reazioni violente contro la comunità islamica presente in Germania. Un episodio che a Panahi ricorda lo scandalo di Rotherham, emerso nel 2014 in Inghilterra, quando si venne a conoscenza di addirittura 1.400 casi di abusi sessuali su minori, perpetrati negli anni soprattutto da componenti della comunità pakistana, e tenuti nascosti dalle autorità proprio per il timore di essere additate come xenofobe e scatenare un putiferio a sfondo razziale. A Colonia la risposta delle istituzioni, dopo il gran silenzio, è stata ancor più paradossale. Il sindaco Henriette Reker si è infatti abbandonata all’ennesimo spot di colpevolizzazione delle vittime, implorando le donne a “tenersi a distanza di un braccio dagli stranieri” e ad adottare un “codice di comportamento” per le loro uscite da casa. Parole che hanno scatenato polemiche, ma non da parte delle femministe, osserva Panahi, che in questo sembrano invece porsi in una “bizzarra alleanza” con gli islamisti, “come se i turchi pregassero per il Natale”.

 

[**Video_box_2**]Ah, le femministe, altro bersaglio preferito della corrosiva giornalista australiana. Femministe che “continuano a mobilitarsi contro affronti irrilevanti o del tutto immaginari, come il sessismo dell’aria condizionata sul posto di lavoro, giocattoli gender, occhiolini primi ministeriali, stigmatizzazioni mestruali, e che invece ignorano le difficoltà delle donne veramente oppresse”, tacendo su alcune questioni connesse all’applicazione pratica della fede musulmana, come “i matrimoni combinati, le mutilazioni genitali femminili, i delitti d’onore e l’assoggettamento complessivo delle donne”.

 

Gli eventi di Colonia, insomma, “mostrano che anche i fatti più duri necessitano di essere affrontati apertamente”, e che dunque una riflessione critica sulle conseguenze determinate dall’importazione di una cultura della violenza ad opera di alcuni migranti, provenienti da paesi in cui la donna è vista come un cittadino di serie B, deve essere avviata, e presto, anziché essere stroncata sul nascere in nome della “negazione” e della condanna di presunti bigotti. “Se vogliamo che la società australiana continui a sostenere l’ingresso di immigrati per motivi umanitari dobbiamo assicurare che il programma non solo stia aiutando dei veri rifugiati, ma anche che sia indirizzato a coloro che hanno intenzione di rispettare le nostre leggi e i nostri valori”, scrive chiaramente Panahi, perché in fondo l’accoglienza umanitaria è un “life-changing gift”, un dono che cambia la vita. “Dobbiamo imparare da quanto accaduto in Europa e smetterla di chiudere gli occhi di fronte a comportamenti che sono ripugnanti e in contrasto con gli standard di vita australiani; è possibile celebrare la diversità senza per questo sacrificare i nostri adorati valori di libertà e uguaglianza”. L’obiettivo, in definitiva, “è l’assimilazione, non l’appeasement”, il cedimento. Parola di ex rifugiata.

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