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Un caffé con Bellavista

Napoli e il bisogno di gentilezza, Socrate e la filosofia spiegata con un sorriso. Così parlò De Crescenzo

di Edoardo Rialti | 17 Febbraio 2016 ore 16:58

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Luciano De Crescenzo, nato a Napoli nel 1928, è riuscito a rinarrare gli antichi miti facendo sorridere eppure senza mai desacralizzarli

“Kierkegaard brandiva davanti a Hegel una minaccia terribile: inviargli un giovane che gli avrebbe chiesto dei consigli”

Albert Camus

 

 

Socrate è vivo e sta a Napoli, anzi a Roma, “provincia di Napoli”, come direbbe Luciano De Crescenzo, l’Ingegnere. Ci penso mentre sono in treno, per andare a trovarlo. E’ dai giorni di Charlie Hebdo che continuo a pensarci: come insegna il prof. Esolen, bisogna stare attenti a come inizia un’opera d’arte. Non è un caso se la prima battuta dell’“Amleto” sia “Chi è là?”; e non è un caso che l’“Apologia di Socrate”, inizi con un umile “Non so che effetto vi abbiano fatto le parole dei miei accusatori…”: Non lo so, ma guarda caso. Solo un genio come Platone, il “San Giovanni” di Socrate, come diceva Kierkegaard, poteva cogliere tutto il valore di quell’accenno discreto. E’ proprio contro quell’ironico “non lo so” che si erano avventati sofisti e tradizionalisti, relativisti e bigotti di Atene, stranamente alleati, ma non così stranamente. Non lo so. La storia della filosofia greca a noi più nota inizia col processo a un uomo buono, ironico e gentile, che faceva domande scomode, e che fu condannato per empietà. Santo Socrate, diceva Erasmo. E la fine del pensiero greco è sancita da un altro processo, all’ultima pensatrice neoplatonica, Ipazia, uccisa barbaramente con la medesima accusa. L’acqua del tempo è corsa a fiumi, ma quella sfida discreta eppure tenace continua a far paura, e quel sorriso va proprio cercato suonando al campanello De Crescenzo. “Come si fa a non innamorarsi di Socrate: era buono d’animo, tenace, intelligente, ironico, tollerante e, nel medesimo tempo, inflessibile. Di tanto in tanto sulla Terra nascono uomini di questa levatura, uomini senza i quali noi tutti saremmo un po’ diversi: penso a Gesù, a Gandhi, a Buddha, a Lao Tse e a san Francesco. C’è qualcosa però che distingue Socrate da tutti gli altri ed è la sua normalità di uomo. Infatti, mentre per i grandi che ho appena nominato c’è sempre il sospetto che un pizzico di esaltazione abbia contribuito a tanta eccezionalità, per Socrate non esistono dubbi: il filosofo ateniese era una persona estremamente semplice, un uomo che non lanciava programmi di redenzione e che non pretendeva di trascinarsi dietro torme di seguaci. Tanto per dirne una, aveva anche l’abitudine, del tutto inconsueta nel giro dei profeti, di frequentare i banchetti, di bere e, se ne capitava l’occasione, di fare l’amore con un’etera”.

 

ARTICOLI CORRELATI La padrona di casa del giallo italiano. In ricordo di Tecla Dozio Radio3 se ne faccia una ragione: gli scrittori di una volta non ci sono più! Superfluo d’antan Più di venticinque libri, tradotti e diffusi in trentacinque paesi, film cult e programmi televisivi, tutti a far da cassa di risonanza alla medesima dotta ignoranza: “Tu Salvatore carissimo, non avendo fatto le scuole superiori, di filosofia non ne sai proprio niente. Ma non ti avvilire: non sei il solo. La verità è che di filosofia non ne sa niente nessuno”, rassicurava il portiere di “Così parlò Bellavista”. Per chi scrive, ancora ragazzino, De Crescenzo è stato al tempo stesso il racconto e il pensiero. Riusciva a rinarrare gli antichi miti, facendo sorridere eppure senza mai desacralizzarli: “Vi do una notizia molto importante: ai tempi di Omero e di Socrate non c’era la televisione. Proprio così, non c’era. E sapete che facevano i Greci la sera, dopo cena? Ascoltavano i miti. Convocavano un buon raccontatore, possibilmente cieco, uno come Omero, appunto, e in cambio di un buon pasto gli facevano raccontare una storia. Vi siete mai chiesti perché nell’Odissea Ulisse non riesca mai a trovare la strada di casa? Perché Omero aveva tutto l’interesse a tirare per le lunghe la storia, il più possibile. Come a dire: io più lo faccio girare, a questo qui, più dura la storia e più inviti a cena rimedio. Insomma, anche a quei tempi esistevano le telenovele e i serial. Solo che i miti greci erano più belli”. Al pari di Critone o Fedro, indispensabili erano i controcanti degli interlocutori del suo alter ego, il prof. Bellavista: “Chiedo scusa, professo’ – risponde mortificato Salvatore – ma io sono rimasto impressionato da quel racconto che ci avete fatto l’altro ieri. Ve lo ricordate? Quello di Achille che piange per Patroclo. Ebbe’, volevo dire che mi è sembrato strano che ’nu masculone come Achille potesse tenerci tanto per un travestito”. “E chi t’ha detto che Patroclo era un travestito?”. “Voi, professo’: da come ci avete raccontato la storia, mi è sembrato di capire che tra Achille e Patroclo c’era, come si dice oggi, una tenera amicizia”.

 

Niente forse può esprimere il suo genio come quando faceva esclamare a Zeus incazzato: “Gesù Gesù!”, per poi voltarsi verso la telecamera e spiegare “Cioè, non è che avesse veramente detto ‘Gesù Gesù’, eh”, o come quando elencava i nomi dei figli di Eris (Strage, Omicidio, Fame, Errore…) per sbottare “E chiamane uno Pasquale, no?”. Di colpo scoprii cos’erano davvero i nessi.

 

Non si contano le sue intuizioni come la divisione in “uomini (e popoli) d’amore e quelli di libertà”, che si riconoscono dal presepe o dall’albero con le luci (“divisione tanto importante che, secondo me, dovrebbe comparire sui documenti di identità come il sesso e il gruppo sanguigno. Eh già, per forza, perché altrimenti un povero dio rischierebbe di scoprire solo a matrimonio avvenuto di essersi unito a un cristiano di tendenze natalizie diverse”), o nei pericolosi paladini delle Certezze, e i magnanimi figli del Dubbio: “Solo gli imbecilli non hanno dubbi”. “Ne sei sicuro?”. “Non ho alcun dubbio”. Ha saputo scovare i cinici nei barboni gentiluomini di Posillipo ma anche nei punkabbestia, i platonici negli elegantissimi commercianti di scarpe di Napoli, l’epicureo nel barbiere che affiggeva il cartello: “Avendo guadagnato quanto basta, Tonino Capone è andato al mare”. Parafrasando Gilson su Chesterton, si può benissimo dire che De Crescenzo non ha guardato gli antichi filosofi e poeti; ha sempre guardato con loro. Facendoci riscoprire l’epica gloria delle nostre scelte quotidiane. I Lari diventano le foto dei nonni, e gli eroi diventano i vip, ma l’amore che ci lega a loro è lo stesso che dedicavamo a Ercole o Didone: “Mia madre non dimenticava mai di dedicare ogni sera dodici requiem a tutti i morti della famiglia. C’era anche una foto di Marilyn Monroe. Mi replicò solo: ‘Puverella! E che brutta fine che ha fatto!’”. Riconoscendo in mille dettagli di Napoli non lo stereotipo, ma l’archetipo, una sorta di regione interiore che può scovare anche un giapponese o finlandese: “Napoli non è la città di Napoli ma solo una componente dell’animo umano che so di poter trovare in tutte le persone, siano esse napoletane o no. A volte penso addirittura che Napoli possa essere ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana”.

 

Quando lo vidi per la prima volta, ero un ragazzino di dieci anni. Gli presentai timidamente il suo “Panta rei” e lui mi scrisse “A Edoardo, con Panta Simpatia”. Io ero cotto. Un trucchetto, si dirà, ma passai settimane a rigirarmi in bocca quella battuta, come una caramella. Quando, anni dopo, seppi quante e quali donne lo avessero amato, non me ne sono stupito neppure un secondo: avevo già letto dello splendido Alcibiade che non sapeva spiegare che “incantesimo” gli avesse gettato addosso Socrate. Prima di andare a trovarlo, siedo sotto l’Arco della Pace, in una sera invernale stranamente umida. Mi sfilano davanti turisti, manager impegnati a berciare nell’auricolare, taxi su taxi, e ripenso sorridendo a quando spiegava che “tutti vorrebbero allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla”. Emozionato come vent’anni fa, suono al campanello. Piccola avvertenza al lettore: il dialogo che segue va letto anche “con le orecchie”. Provate dunque a immaginarvi l’accento napoletano dell’intervistato. Non è una nota di colore. I nostri “cosa” sono inscindibili dal “come” li diciamo, come insegna il prof. Colacicchi. Lo studio ha le pareti d’un bianco candido, tappezzate di copertine di libri, anche sul soffitto, come una piccola Sistina. La targa è “Prof. Bellavista.” Mi presento all’Ingegnere che è davanti al computer: “Sono Rialti, il giornalista del Foglio, per la nostra intervista”. Lui inarca le sopracciglia e alza le mani, come per arrendersi: “Che paura!”. Mentre si infila il cappotto, chiacchieriamo quietamente. Lui pare quasi dettare.

 

Possiamo dire che non c’è davvero niente di nuovo sotto il sole e che, nelle violenze di questi anni, nelle statue sfregiate, nelle donne fatte schiave dallo Stato islamico, nei fumettisti e cantanti aggrediti, sono sempre il meglio che è dentro di noi, i Socrate e l’Ipazia dentro di noi, a essere sotto assedio? “Ai tempi di Socrate, tutto era proteso alla ricerca del Potere, del Successo e del Denaro. Ebbene, se ci pensi, non è che oggi le cose siano poi così diverse”, sorride malinconico. “Mi sono chiesto il perché anche degli attentati di Parigi e della distruzione dei simboli di una cultura millenaria; forse è solo un modo per alcuni individui di affermare pubblicamente la propria esistenza. Chissà, forse per combattere il terrorismo dovremmo ricorrere al silenzio stampa”.

 

Lei scrisse che ce l’avevano tutti con l’edonista Aristippo, perché nessuno gli perdonava il fatto di sembrare allegro. “Credo che certi fanatismi aspirino a privarci del sorriso, ma nella vita per ogni sorriso che risparmi c’è un sorriso che perdi, quindi non dobbiamo consentire loro che ciò possa accadere”. Mi spiega che vuol scrivere un nuovo libro, sulla Fortuna: “Ho anche il titolo, Buona Fortuna. E’ brutto, eh, ma funziona e la gente se lo compra. Sai, io sono stato fortunato, per tanti motivi. Anzitutto perché sono nato, poi perché ho conosciuto una bella ragazza. Poi perché mi ha lasciato”. Si tiene al mio braccio, e ci infiliamo a forza in un ascensore minuscolo. “Questo ascensore è troppo piccolo”, dice, a metà tra sentenza sapienziale e constatazione. “La vita di scrittore mi ha regalato una consapevolezza: non è importante quanto sia difficile un concetto, se trovi le parole giuste per spiegarlo, non solo lo renderai comprensibile a tutti, ma forse riuscirai addirittura a ritagliarti un posticino nel cuore di chi ti legge”. Come si fa a scrivere con tanta chiarezza? “Ti devi trovare un’amica ignorante. Glielo fai leggere e se lei capisce, sei a posto”.

 

Gli ricordo quando ci siamo conosciuti la prima volta, e della dedica sul libro. “Panta Rei. Quello sì che è un bel titolo. L’ho copiato, eh. Copiare è un’arte difficilissima”. Siamo in strada, e ci incamminiamo verso un caffè. Molti dei più grandi filosofi si sono profondamente coinvolti con la politica. Quali sono le lezioni che avremmo più bisogno di ricordare oggi? “C’è una frase di Tommaso d’Aquino che recita così: ‘Timeo hominem unius libri’. Temo l’uomo che ha letto un solo libro”.

 

Lei non ha lesinato critiche alla chiesa, eppure ha scritto che, secondo lei, Gesù è nato a Napoli. Come ha vissuto il clamoroso evento delle dimissioni di Benedetto XVI e cosa pensa di Papa Francesco? “A vederlo così, Papa Francesco mi sembra una brava persona, e quando ho avuto il piacere di incontrarlo è stato molto gentile. Ecco, direi che il mondo ha bisogno di più persone gentili”. A proposito di gentilezza, si ferma davanti a un bar e ribadisce: “Bisogna essere gentili. Quarant’anni fa sono entrato in quel bar e ho chiesto un caffè. Niente. L’ho richiesto e il barista incazzato mi fa ‘Ho capito!’. Si è perso quarant’anni di caffè, andiamo dall’altra parte della strada”. Attraversiamo e ci sediamo. “Qui è tutto gratis”, spiega – paga tutto quello che offre a fine mese – “I soldi, se non li vedi, non esistono”. Temo di averlo affaticato, perché lo vedo socchiudere gli occhi. Gli parlo ancora dell’Isis, e delle ultime stragi. “Mammia mia!”, esclama sempre a occhi chiusi, storcendo la bocca, e non aggiunge altro. Mi guarda negli occhi e spiega: “Meno male che non abbiamo l’intelligenza stampata in fronte! Ce la copriremmo come gli organi sessuali, per la vergogna. Io non mi reputo il più intelligente, eh, ma nel primo miliardo sì”. Devo lasciarlo, eppure avrei così tante altre domande. Una almeno gliela devo fare. Qual è il mito antico che, ancora oggi, la commuove di più? E quello che invece la fa più sorridere? “Quello che mi commuove di più è forse il mito di Orfeo. Ti immagini, scendere fin nell’Oltretomba per riportare in vita la donna amata e perderla nuovamente quando sei lì lì per riabbracciarla. Non so se si può dire che mi fa sorridere, ma un altro mito che mi piace ricordare è quello del giudizio di Paride, anche se non avrei mai voluto trovarmi al suo posto: già sarebbe difficile mettere pace fra tre donne, figuriamoci fra altrettante dee”.

 

Devo volare a un taxi, e non so come congedarmi. Quindi mi inginocchio e gli dico che gli devo alcune delle ore più gioiose e libere della mia vita di lettore. “Eh, via, non scherziamo!” si schermisce lui. “Torna e facciamo colazione”. Il lettore avrà già capito che questo pezzo non è solo un tributo, ma sottende anche un appello pubblico. “Dipendesse da me, includerei la filosofia nei programmi della scuola media; temo invece che, considerandola una materia superata dai tempi, la si voglia sostituire con le più di moda ‘scienze umane e sociali’. Un po’ come se si volesse abolire lo studio dell’aritmetica dal momento che i salumieri fanno i conti col computer”, scriveva già anni fa. Anziché lamentarci che i ragazzi non hanno alcun guizzo per il pensiero, come fanno i professionisti dell’intelligenza alla Corrado Augias, ci vuole molto per capire che la sua “Storia della filosofia” andrebbe trasformato nel libro di testo per eccellenza dei nostri licei? Nella patria di Hegel e Nietzsche è già così. Dopo generazioni di docenti di filosofia sbeffeggiati perché astrusi (memorabile quello di Fellini in “Amarcord”) forse dovremmo ricordarci che i filosofi veri non sono ridicoli. Sono divertenti. Un divertimento che dobbiamo tenerci ben stretto, davanti a tante minacce. Un divertimento impalpabile ma necessario come l’aria, ai tempi dell’Areopago di Atene come oggi. Al pari di Socrate, anche De Crescenzo chiese consiglio all’Oracolo di Delfi: “Ho chiesto ad Apollo: ‘Cosa debbo fare?’. E Apollo ha risposto: ‘RIDI E FAI FOLLA GROSSA E COLTA’. Lì per lì non ho capito, poi ho anagrammato, e ne è venuto fuori: ‘STORIA DELLA FILOSOFIA GRECA’”. E l’Ingegnere ha servito davvero bene al dettato del dio. Sarebbe il caso che anche la “buona scuola” se ne accorgesse. “Credo di essere una di quelle scalette con soli tre gradini, che si trovano nelle biblioteche e che consentono di prendere i libri dagli scaffali che stanno più in alto”, si definì in un volume sul Medioevo. Molto meglio di chi i libri più in alto li ha imprigionati in teche irraggiungibili. Michael Onfray sfotte i filosofi esistenzialisti, i tromboni che pontificano sulla vita altrui, e gli contrappone gli esistenziali, quelli che non vogliono fondare scuole o scrivere manifesti, ma vivere, appunto, e fare del proprio mero passaggio sulla Terra un capolavoro irripetibile. Quando il cameriere ha chiesto: “Cosa le porto, ingegnere?”. De Crescenzo, aprendo la mano e alzando gli occhi, ha risposto semplicemente: “Tutto”. Appunto.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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