Se crolla la grande Cina

Effetti dirompenti per petrolio, America ed Europa. Anteprima a Hong Kong con le polpette di pesce
Se crolla la grande Cina

Secondo le analisi di Diana Choyleva, capo economista di Lombard Street, il prodotto lordo cinese lo scorso anno è cresciuto non più di 3 punti percentuali, altro che il 6,9 annunciato dal governo

Ogni crisi comincia sempre con un elemento simbolico, una sorta di totem. La prima grande bufera finanziaria dell’era moderna scoppiò in Olanda nel 1637 e aveva come emblema i tulipani sul cui prezzo speculavano non solo a Rotterdam, ma persino nelle colonie del Nuovo mondo. Nell’ultima tempesta perfetta c’erano i mutui sub-prime: case, quartieri, intere cittadine erano state costruite con fondamenta di carta straccia. Adesso è il momento delle polpette di pesce. Il luogo è Hong Kong e le fishball al curry sono uno dei cibi di strada più amati. Ebbene, l’amministrazione del “Porto profumato” (come viene tradotto in italiano il nome della ex colonia inglese) ha dichiarato guerra ai venditori ambulanti e vuole cacciarli dal popolare quartiere di Mong Kok. Gruppi di giovani sono scesi in piazza per difenderli e hanno sfidato la polizia. Nella notte dell’8 febbraio è scoppiata una vera guerriglia urbana con 24 arresti e 44 poliziotti feriti, alcuni gravemente. Chi sono i resistenti? Sono gli stessi che due anni fa con i loro ombrelli occuparono le vie del centro per 79 giorni? Non è ancora chiaro. L’unica cosa certa è che Hong Kong è attraversata da un malessere profondo e questa volta, ecco la novità, non si tratta più di una eccezione, ma di un segnale evidente che le cose non vanno nell’intera madre patria. Così, nella settimana del capodanno cinese, mentre irrompe l’èra della scimmia e i mercati finanziari sono chiusi a Shanghai e nello Shenzhen, le Borse hanno venduto a rotta di collo, cominciando da Tokio. La domanda non è più solo dove va la Cina, ma se la Cina va. E lo stesso prezzo del petrolio è un epifenomeno che poggia su questa gigantesca incognita.

 

I campanelli d’allarme sono molti e non nuovi, ma si sono fatti più inquietanti da quando a fine gennaio è uscita la notizia che la commissione anti corruzione del Partito comunista, ormai più potente della santa inquisizione, aveva cominciato un’inchiesta su Wang Baoan, capo dell’ufficio di statistica, per “serie violazioni” che risalgono probabilmente a un anno fa, quando era vice ministro delle Finanze. Wang è scomparso, forse apparirà di nuovo quando dovrà presentarsi davanti ai giudici. Guo Guangchang di Fosun, la conglomerata che possiede tra l’altro anche il Club Med, è stato rivisto dopo mesi solo dietro le sbarre della prigione, nel dicembre scorso. Mentre a gennaio Zhou Chengjian, l’ex sarto diventato miliardario facendo una concorrenza spietata a Zara e H&M con la sua compagnia Metersbonwe, è stato prelevato dalla polizia ed è finito anche lui nel cono d’ombra. Ormai non sono più al sicuro nemmeno i potenti dell’economia privata. 

 

Come sono lontani i trionfi delle Olimpiadi. Chi va a Pechino oggi, quasi otto anni dopo, e si fa trasportare lungo i due quadrati che inscrivono la città, non può non chiedersi che fine hanno fatto gli splendidi palazzi delle archistar internazionali, ormai appannati dallo smog, e i mega hotel molti dei quali semi deserti. Persino il gigantesco aeroporto appare sovradimensionato. Non bisogna esagerare in pessimismo, ma certo molte magnifiche promesse non sono state rispettate. L’intera Cina, del resto, sta accumulando troppe disillusioni. Il sospetto che la realtà sia molto peggiore di come appare e che Xi, l’ultimo imperatore, la cui forza politica, secondo i sinologi, è inferiore solo a quella di Mao, stia perdendo il controllo, diffonde attorno a sé un’onda di incertezza e di scetticismo, che si trasforma in paura.

 

Diana Choyleva, capo economista di Lombard Street, la società britannica di analisi economica, ha fatto sobbalzare gli addetti ai lavori proclamando che, secondo le sue analisi, il prodotto lordo lo scorso anno è cresciuto non più di tre punti percentuali, altro che il 6,9 per cento annunciato dal governo, calando un’ombra oscura sulle speranze dell’occidente. Le stime di Lombard, rilanciate dal New York Times, sono basate su una serie di osservazioni fattuali, incrociate l’una con l’altra. Uno degli indicatori chiave è la produzione di elettricità. E’ vero che l’industria oggi è meno energivora di un tempo, tuttavia lo scarso consumo del 2015 si combina malamente con una crescita del sette per cento. Se guardiamo poi all’acciaio troviamo una ulteriore conferma che le cose stanno andando peggio del previsto.

 

Fraser Howie, autore di “Capitalismo rosso”, il libro che per primo ha messo in risalto i limiti di un modello di sviluppo basato ampiamente sul debito, sia pubblico sia privato, sfata un altro mito. Secondo l’analista, che ha cominciato vent’anni fa a occuparsi di mercati asiatici, il prodotto lordo cinese, già ridimensionato dalla Banca mondiale, non arriva alla metà di quello degli Stati Uniti e non lo raggiungerà certo nei prossimi anni. Molte delle compagnie sono troppo grandi e inefficienti e dovranno ridimensionarsi. Crescita costi quel che costi era la parola d’ordine, ma se ne vedevano solo i benefici. Adesso, invece, i conti arrivano sul tavolo ed è arrivata l’ora di pagarli.

 

Prendiamo le automobili, uno dei simboli più importanti della nuova Cina. Se ne vendevano 5 milioni l’anno nel 2004, dieci anni dopo sono arrivate a 23 milioni. Le fabbriche (a cominciare da quelle di Volkswagen, General Motors e Toyota) hanno aggiunto, dunque, in media 18 milioni di veicoli l’anno, ma ne sono stati venduti solo 10 milioni secondo le stime di Bloomberg. Per il 2016 è previsto un incremento produttivo ancora del dieci per cento e per forzare le immatricolazioni vengono applicati forti sconti (l’Audi A1 è arrivata al 35 per cento) così che i prezzi non coprono più i costi, conferma Xu Gang direttore del Boston Consulting Group a Pechino. La Bmw ha cominciato a tirarne le conseguenze, riducendo la produzione nel suo impianto di Tianjin. Gli altri ancora sperano di applicare il vecchio e cinico motto dei tempi difficili: frega il tuo vicino.

 

Le banche sono il ricettacolo e lo specchio di tutti gli eccessi. Il sistema creditizio cinese ha attività per circa 30 mila miliardi di dollari, ma l’economia produce attorno a 10 mila miliardi di dollari. Ciò vuol dire, spiega Evan Lorenz, specialista della Cina per Grant’s Interest Observer, che la ricchezza cartacea è superiore di due terzi a quella reale. Altro che bolla, è una mongolfiera pronta a prender fuoco. Nessuno prevede che vada in fiamme in quattro e quattr’otto. No, il problema piuttosto è che, rallentando la crescita, diventa sempre più difficile pagare i debiti accumulati negli anni del boom, quindi la Cina vede materializzarsi davanti a sé lo spettro del Giappone. Il suo futuro, se non verranno prese delle misure adeguate, è la stagnazione secolare che Larry Summers paventa per i paesi occidentali. Anche i mutamenti della società, a cominciare da quelli demografici, puntano nella stessa direzione. La forza lavoro invecchia, il governo ha mollato nel gennaio scorso la politica del figlio unico, ma per il ricambio bisogna aspettare una generazione. La grande massa di manodopera dalle campagne si sta riducendo e in prospettiva si esaurirà. Per ritrovare un certo equilibrio, il Partito comunista ha lanciato la strategia del rientro, ma non esiste formula magica che blocchi un trend pluridecennale.

 

Intendiamoci, la Cina non è la Grecia o Dubai, dice Fraser Howie. E per lei vale più che mai la battuta di Mark Twain quando un giornale annunciò la sua morte: “La notizia è un tantino esagerata”. E’ una questione di qualità non solo di quantità, ed è in gioco il modello di sviluppo che coinvolge direttamente il nesso tra stato ed economia. “I colossi pubblici sono pesanti, lenti e improduttivi – dice Evan Lorenz – E proprio loro sono stati beneficiati dall’abbondanza di credito, anche perché hanno un accesso privilegiato alle banche e al mercato dei titoli. Le imprese più dinamiche sono le piccole e medie guidate da singoli imprenditori, ma oggi s’arrabattano per trovare denaro da investire”. E’ il doppio problema del paese: come rendere efficiente il capitalismo di stato e come far crescere le imprese private. Un processo che può procedere in parallelo solo se ci sono abbastanza risorse per tutti. Finora l’Impero di Mezzo ha usufruito di un gigantesco afflusso di capitali dall’estero, venivano dalla ricca diaspora cinese o dai fondi americani, dalle banche tedesche e francesi. E adesso?

 

Bene, ammettiamo che la fabbrica mondiale si stia davvero fermando, cosa succede al resto del mondo? Prendiamo il petrolio e le materie prime. Un anno fa la Cina ha superato gli Stati Uniti (che si avviano verso la piena indipendenza di qui alla fine del decennio) come paese importatore di greggio con 7,4 milioni di barili al giorno, soprattutto da Iran, Oman e Abu Dhabi. Allora i prezzi erano in discesa, ma ancora a 65 dollari il barile. Ora le importazioni cinesi si riducono e i prezzi piombano sotto i 30 dollari e ancora più giù. “C’è tanto petrolio nel mondo e noi abbiamo bisogno di tanto petrolio”, dicevano finora le autorità di Pechino. Il fatto è che oggi hanno bisogno di meno petrolio. Lo stesso vale per l’insieme delle materie prime, a cominciare dalla soia nonostante la produzione interna sia ampiamente insufficiente. Il Brasile e l’Argentina hanno basato buona parte della loro ripresa, dopo gli anni bui delle crisi valutarie, sulla produzione di cereali per il mercato cinese. Il rallentamento della crescita del loro principale cliente è arrivato inaspettato, calando come una mannaia. Ha travolto in particolare il Brasile il cui ciclo economico era già in discesa, e si rovescia su tutti i suoi vicini, a cominciare propria da un’Argentina che non è riuscita a diventare un paese ad economia matura (anche per colpa della famiglia Kirchner). Così, nonostante una certa espansione manifatturiera, il paese resta dipendente dalle esportazioni delle derrate alimentari, carne e cereali.

 

Il mancato salto di qualità, il coitus interruptus dello sviluppo, è il limite dei maggiori paesi sudamericani, così come la mancata modernizzazione è il limite drammatico dell’Arabia Saudita e dei paesi che hanno ricavato tutta la loro ricchezza dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio greggio e gas. Anche in questi casi siamo di fronte a un problema di modello. Non possiamo certo produrre tutti le stesse cose, esiste una divisione del lavoro su base mondiale, legata alle economie di scala, alle vocazioni storiche e naturali dei singoli paesi, al livello di istruzione, alla quantità, alla qualità e al prezzo della forza lavoro. Da David Ricardo a Paul Krugman i maggiori economisti si sono esercitati nella teoria dei costi comparati, della concorrenza internazionale e della geografia economica. E tuttavia, il benessere delle nazioni si basa sulla loro capacità di trasformare con il lavoro, la tecnica, il capitale, i prodotti della natura (inventandone di nuovi). La “borghesia compradora”, quella prevalentemente mercantile che non produce, non è mai andata da nessuna parte.

 

Ma il ritmo di marcia dei cinesi è fondamentale anche per i paesi esportatori dell’Europa, a cominciare dalla Germania che ha compensato fuori dall’area euro la bassa domanda interna, tanto da accumulare un attivo monstre della bilancia dei pagamenti (oltre sette punti del pil). E’destinata a soffrire pure l’Italia, seconda economia manifatturiera d’Europa fortemente orientato all’export. Rallenteranno gli investimenti cinesi all’estero particolarmente vivaci sulla piazza di Milano dove sono arrivati persino nel sancta sanctorum del Corriere della Sera avendo comprato la Pirelli da Marco Tronchetti Provera. E’ vero che il regime cinese segue una logica di potenza, ma non bisogna mai trascurare la vocazione mercantile del paese che spinge a tenere sott’occhio in primo luogo il guadagno.

 

[**Video_box_2**]La Cina non è l’unico motivo di instabilità della finanza e dell’economia internazionale (c’è anche il gran caos mediorientale, la frantumazione politica dell’Europa, il terrorismo islamico, e mettiamoci anche le follie nucleari di Kim Jong-un), ma per la sua stazza, per la sua importanza, per la connessione stretta con il resto del mondo, è davvero la componente sistemica che può scatenare una reazione a catena. Se cade la gamba che aveva retto lo sgabello della globalizzazione, l’unica solida durante i sette anni di vacche magrissime per l’occidente, sono guai perché nessuno è in grado di prendere la guida dello sviluppo. L’analisi congiunturale, quindi, tende al pessimismo, quella strutturale è molto più bilanciata anche se nient’affatto tranquillizzante. “La Cina ha avuto una crisi finanziaria ogni dieci anni – aggiunge ancora Lorenz – Finora se l’è sempre cavata radicando la convinzione che potrà continuare ancora così. Invece, le condizioni esterne sono cambiate”.  Per esempio negli anni Novanta l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio ha dato una spinta formidabile alla crescita. Non c’è nulla in giro oggi che possa produrre lo stesso effetto. Il sistema va ricapitalizzato dall’interno e va riformato. Come?

 

Riduzione delle tasse, riforma della proprietà, liberalizzazione dei servizi, creazione di un sistema bancario efficiente è la ricetta suggerita da una delle maggiori banche mondiali, la britannica Hsbc (Hong Kong Shanghai Banking Corporation). Basterà o ci vorrà un altre grande balzo in avanti (per usare la formula maoista)? Quel che sta accadendo mostra i limiti del comunismo di mercato. Nonostante la ferrea presa del potere, nonostante l’indubbia abilità nel governare le quattro modernizzazioni (agricoltura, scienza e tecnologia, industria e difesa) lanciate da Deng Xiaoping, il capitalismo, multiforme e inafferrabile, prima o poi impone le sue regole e i suoi ritmi alle direttive calate dall’alto. Ci vorrebbe, quindi, la quinta modernizzazione come la chiamava Wei Jingsheng, quella che conduce alla democrazia ed è stata stroncata dalla repressione di piazza Tienanmen nel 1989. In cinese crisi si scrive con un doppio ideogramma: Wei (pericolo) e Ji (opportunità), come ha spiegato il linguista americano Benjamin Zimmer. Cambiare è necessario, è positivo, può essere benefico per tutti, ma si sta rilevando molto più difficile di quel che aveva previsto i globalisti con la loro perenne fede nelle magnifiche sorti e progressive.

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