Il pendolo di Trump

Oggi in Iowa partono le primarie che porteranno all'elezione del nuovo presidente americano. Tra i repubblicani avanza Trump, fino a pochi mesi fa sottovalutato da tutti. E se succedesse quello che non può succedere? C’è quasi un precedente: l’elezione dell’improbabile “Buzz”
Il pendolo di Trump

Perché Donald Trump non è andato in tv giovedì sera? Perché, ha detto, lui “non gioca”, ci sono stati “già sei dibattiti” e lui “li ha vinti tutti, in particolare l’ultimo”

Il senatore Berzelius Windrip detto “Buzz” era stato eletto alla Casa Bianca dopo una campagna elettorale urlata fatta di promesse vaghe oppure irrealizzabili, come dare un assegno di cinquemila dollari a ogni americano con lo scopo di rendere di nuovo grande la nazione. Il suo partito, “The American Corporate State and Patriot Party”, offriva sogni di ricchezza ampia e condivisa sullo sfondo dei valori patriottici americani, e così aveva sbaragliato alle primarie il suo avversario diretto, Walt Trowbridge, e soprattutto il presidente in carica, Franklin Delano Roosevelt. Windrip era “era volgare, quasi analfabeta, un bugiardo esplicito e facile da smascherare, le sue ‘idee’ quasi idiote, mentre la sua celebrata compassione era quella di un venditore a domicilio di arredi da chiesa, e il suo anche più celebrato senso dell’umorismo era in realtà scaltro cinismo da ‘country store’. Certamente non c’era nulla di esaltante nelle parole dei suoi discorsi, né nulla di convincente nella sua filosofia. La sua piattaforma politica erano soltanto pale di un mulino a vento”. Una volta preso il potere, Windrip aveva fatto dell’America una nazione fascista e totalitaria, eliminando gli stati e introducendo le corporazioni, i sussidi, i redditi di cittadinanza, aveva sputato sulle istituzioni e sul processo democratico che gli avevano permesso di prendere il potere, aveva creato un’onnipresente polizia segreta, messo fuorilegge partiti e giornali, tenendo in piedi qualche avversario fantoccio per reggere una goffa finzione di pluralismo. Soprattutto aveva smentito il suo vecchio critico, Francis Tasbrough, che prima delle elezioni insisteva: “Nonsense! Nonsense! Questo non può succedere qui in America, non è possibile! Siamo un paese di uomini liberi!”. Una volta che il senatore era arrivato al potere, Tasbrough aveva istantaneamente abbandonato la zavorra delle sue obiezioni per salire con più agio sul carro del vincitore populista.

 

Tutto questo vi ricorda qualcosa? Naturalmente. Il senatore Windrip sembra perfettamente sovrapponibile a Donald Trump, l’americano “corporate” con il cappellino da baseball che vuole restaurare la grandezza perduta dell’America smontando l’establishment e usando i mattoni per costruire muri al confine con il Messico e magari pure con il Canada, il paese che sta a Ted Cruz come il Kenya sta Obama. Un figuro talmente populista che rifiuta di dibattere davanti alle telecamere di Fox News non soltanto per via del feroce battibecco personale con la anchorwoman Megyn Kelly, ma anche per sottolineare il suo disprezzo per un network che fino a ieri era considerato l’espressione della pancia dell’America. Oggi non è che un pezzo dell’apparato. Lui i consensi li cerca anche più in basso della pancia. Sinclair Lewis ha immaginato l’avvento di una dittatura populista e poliziesca in America nel 1935, quando in occidente non era particolarmente difficile rappresentarsi l’avvento, per via democratica, di forze reazionarie capaci di incanalare il malcontento sociale proiettandolo in un orizzonte mitologico. Come titolo ha scelto la frase che tutti i personaggi ripetono all’inizio della campagna dell’incoerente urlatore Windrip: “It can’t happen here”, non può succedere qui. L’Europa, con i suoi nazionalismi radicati in vicende millenarie, i suoi ideali monoculturali, la sua modernità sghemba che ha prodotto un sistema di stati-nazione tutto sommato fragile ed esposto agli impeti rivoluzionari aveva in seno i germi del totalitarismo, mentre l’America di Jefferson, Washington e Franklin, restaurati da Lincoln, si era dotata di difese immunitarie adeguate. Così dicevano i critici del senatore Windrip, figura vagamente mussoliniana, prima che questi cogliesse il segreto per correre e vincere le elezioni del 1936: “Si era reso conto che il paese era diventato così fiacco che qualunque cricca abbastanza ardita e senza scrupoli, e abbastanza furba da non sembrare illegale, poteva prendere l’interno governo, e avere tutto il potere e gli applausi e i saluti, tutti i soldi, i palazzi e le donne disponibili che voleva”. Poteva succedere anche qui, insomma.

 

Il contesto è importante. Lewis ha pubblicato “It Can’t Happen Here” poco più di un anno prima delle elezioni del 1936, in cui il repubblicano del Kansas Alf Landon ha sfidato il presidente in carica Roosevelt. Al tempo dell’uscita del libro i partiti si stavano preparando alle primarie. Il presidente avrebbe presto scansato con una scrollata di spalle l’ostinato oppositore democratico Henry Skillman Breckinridge, un innocuo disturbatore seriale, ma molti opinionisti e commentatori di quest’epoca pretelevisiva – i sondaggi con gli algoritmi erano letteratura sci-fi – erano certi che il presidente se la sarebbe vista brutta nel confronto con i repubblicani. L’America era nell’ottavo anno di recessione, il New Deal era partito ma non ancora decollato, alcuni pezzi portanti dell’architettura rooseveltiana erano al vaglio di un Congresso non meno litigioso di quello odierno, la classe media era impoverita e arrabbiata, dunque pronta a gettarsi nelle braccia di qualche imbonitore radiofonico e di qualche politico sgargiante che avrebbero potuto catalizzare e dare un volto alle passioni viscerali che scorrevano nelle vene americane. Nella fattispecie, l’imbonitore radiofonico era un prete cattolico di Detroit di nome Charles Coughlin, direttore di un giornale significativamente chiamato Social Justice e sostenitore della prima ora delle politiche sociali del New Deal. Dopo i primi anni di governo, Coughlin si era amaramente ricreduto. Da paladino della povera gente, Roosevelt si era tramutato in amico dei banchieri di Wall Street e complice delle élite globali contro le quali il prete operaio tuonava dall’altare e dalla sala di registrazione. Così lui, immensamente popolare presso la working class sfiduciata, si era alleato con il leggendario Huey Long, il populista in doppiopetto gessato e brillantina che dominava la Louisiana con lo slogan “ogni uomo un re”. Il programma “Share our Wealth” era l’alternativa radicale al New Deal di Roosevelt, un programma fondamentalmente socialista ma di un brand sudista tutto diverso da quello scandinavo del brooklyniano Bernie Sanders. Poco dopo aver annunciato la sua intenzione di candidarsi alla presidenza e poco prima dell’uscita di “It Can’t Happen Here” Long si è ritrovato una pallottola nel petto, sparata da genero di un avversario politico che il governatore stava facendo fuori con uno stratagemma capzioso, ma perfettamente democratico. La tipizzazione di Long, che nel libro è spesso citato, domina la rappresentazione dittatoriale di Lewis, che non è appena un romanzo fantastorico del genere se-fosse-andata-così.

 

A differenza dell’America alternativa raccontata da Philip K. Dick in “The Man in the High Castle”, il paese di Lewis non è stato conquistato dalla Germania nazista, non è capitolato di fronte all’avanzate dell’alleanza straniera che ha avuto la meglio nella guerra, ma è finito in una forma di dittatura populista visceralmente americana. E’ la storia del crollo delle difese immunitarie del più imponente esperimento democratico della storia umana. Uno delle frasi celebri dello scrittore recita: “Quando il fascismo arriverà in America, sarà avvolto nella bandiera e brandirà la croce”. Windrip non è una scimmiottatura mussoliniana o hitleriana, è “corporate” e pure “patriot”, ed è pure un attore con potenza drammaturgica ineguagliata, cosa che lo rende americano come una torta di mele. Certe descrizioni sembrano prese da un articolo del New York Times di ieri: “Era un attore geniale. Non c’era un attore più capace a teatro né al cinema, e nemmeno al pulpito. Roteava le braccia, batteva i pugni sui tavoli, faceva scintillare follemente gli occhi, vomitava ira biblica dalla sua bocca gigantesca; ma diventava anche docile come una madre al capezzale del figlio, supplichevole come un innamorato, e fra una battuta e l’altra sciorinava freddamente al suo pubblico una lunga serie di numeri e fatti. Numeri e fatti che erano implacabili anche quando, come capitava spesso, erano totalmente falsi”.

 

Le doti teatrali di Trump sono talmente pronunciate da capire che, talvolta, per bucare davvero lo schermo e i cuori del pubblico conviene non calcarlo nemmeno, il palco. La scelta di non presentarsi al dibattito di Fox News è un misto di calcolo e follia – difficile dire dove finisce uno e inizia l’altro – ma la dichiarazione in cui spiega ufficialmente le motivazioni è pura letteratura, del genere di Lewis. Inizia così: “In quanto autore di uno dei libri di business più venduti di tutti i tempi, ‘The Art of Deal’, e creatore di un’azienda incredibile, che possiede alcuni degli asset più costosi e iconici del mondo, e in quanto titolare di una fortuna di molti miliardi di dollari, Mr. Trump riconosce un pessimo affare quando ne vede uno”. Trump se la prende con la “gente molto stupida e altamente incompetente che governa il nostro paese”, dice che “non gioca”, che ci sono “già stati sei dibattiti” e lui “li ha vinti tutti, in particolare l’ultimo”, spiega che ha il “fegato e la mentalità di cui il paese ha bisogno per ritornare grande”, ma non dice nulla sul motivo per cui non si è presentato al dibattito. E’ un incoerente rumore di fondo, come quello emesso da Windrip. La tesi dello scrittore, il primo americano a vincere il Nobel per la letteratura, era che l’America non è immune da questo fascismo populista. Uno dei suoi personaggi dichiara che “non c’è in tutta la storia un popolo così maturo per la dittatura quanto il nostro!”, e gli episodi di malcontento che rappresentano le avvisaglie di un regime in lavorazione sono talmente comuni che nessuno se ne accorge più: “Non ci pensiamo mai, perché sono notizie di routine”.

 

La rivolta dei minatori, gli scontri razziali, le frodi di Wall Street, le gang armate delle periferie non sono – nella vulgata – che figure della normalità americana, non segnali della rivoluzione.

 

Con la sua profezia dittatoriale, Lewis stava implicitamente mettendo in discussione l’eccezionalismo americano, quella particolare caratteristica della nazione di cui già Alexis de Tocqueville si era accorto, pur non riuscendo a descriverne i tratti con precisione. Con le armi spuntate del materialismo storico, Friedrich Engels ha passato oltre dieci anni a sbattere la testa contro questo problema, e pure Trotsky e Lenin non riuscivano a raccapezzarsi. Stalin ha ridicolizzato l’eccezionalismo per non dover ammettere quanto lo tormentava. Il fatto è che l’eccezione americana consisteva nel non sottostare alle leggi storiche, sociali e perfino antropologiche esplicitate nel marxismo, ma in realtà già scritte negli idealismo che lo avevano preceduto. L’America non funzionava come gli altri. In quanto paese più industrializzato, doveva essere il primo ad aprire il fronte borghese della rivoluzione, e invece ha rigettato con forza la prospettiva. Non si è formato non si dica nemmeno un partito socialista degno di questo nome, ma nemmeno una forza laburista maggioritaria. L’America si sottraeva a tutte le leggi, a tutte le previsioni, a tutte le sequenza storiche, era il paese che resisteva a tutti gli schemi interpretativi precedenti, a tal punto che si era diffusa la convinzione che certe cose “non possono succedere qui”, una sintesi popolare dell’idea dell’eccezione americana.

 

[**Video_box_2**]Nella versione alternativa della storia immaginata da Lewis l’eccezione si ricompone, l’America torna all’umanissima normalità della dittatura, lusingata da populisti con il sigaro in bocca che lanciano dollari ai passanti e che fanno dei patriottici “minute men” i fasci di combattimento, versione americanizzata di un fascismo che non può edificarsi su base nazionalista ed etnica. Lewis, che pesca a piene mani dalla cronaca del tempo, prevedendo un certo esito elettorale sulla base della percezione della campagna, racconta l’America normalizzata, privata della sua eccezione, e oggi a qualunque latitudine del globo appaia in televisione un comizio di Trump, ogni popolo trova facilmente l’analogia più o meno calzante con un suo caudillo o un suo leader istrionico e un po’ folle. Come se questo drink populista fosse già stato ingurgitato mille volte, e il ciuffo paglierino non fosse che una figura dello spirito. E pure nella stessa America hanno annunciato chissà quanto volte l’avvento del tiranno paranoico, la storia degli spauracchi unisce Stephen Douglas al senatore McCarthy passando per il governo dei “repubblicani radicali” e poi per Nixon e il suo uso sbrigliato della polizia federale, per non parlare del cowboy George W. Bush e del suo “Darth Vader”, Dick Cheney. Altro che eccezionalismo. Eppure, la campagna elettorale che tanto inquietava Lewis è finita con una vittoria a valanga di Roosevelt, il quale ha lasciato allo sfidante due miseri staterelli nel collegio elettorale e lo ha seppellito nel voto popolare. Gli storici hanno ottime ragioni per sostenere che Long in realtà non sarebbe andato in fondo alla candidatura, ma il suo “Share Our Wealth” aveva lo scopo tattico di succhiare via linfa vitale al fronte democratico, mettendo le basi per successi futuri. Il fronte, infine, è rimasto saldo. Può succedere anche qui, ma non è mai successo.

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