Sognando California

Americani ancora pessimisti sull’economia. Eppure ci sono menti e denaro che corrono là nel West. Uno stato d’animo triste che ai più anziani ricorda quello di fine anni 70, con la presidenza Carter. Le cose però non vanno così male.
Sognando California

Rendering dell’avveniristico campus di Samsung a San Jose, nella Silicon Valley: i lavori dovrebbero essere ultimati entro l’estate

“Tutte le foglie sono marroni e il cielo è grigio. / Sono andato a passeggio in un giorno d’inverno. / Sarei al sicuro e al caldo se fossi a Los Angeles; / Sognando la California in un giorno invernale”

The Mamas and the Papas, 1966

 

 

Sessant’anni fa, quando i russi ci hanno battuto nello spazio, non abbiamo negato che ci fosse lo Sputnik su nel cielo. Non abbiamo litigato sulla scienza o ristretto il nostro bilancio per la ricerca e lo sviluppo. Abbiamo costruito quasi in una notte un programma spaziale e dodici anni dopo camminavamo sulla luna. Quello spirito di scoperta è nel nostro Dna”. A parte i luoghi comuni su cosa c’è nell’acido desossiribonucleico, questo è il passaggio senza dubbio più brillante di un discorso sullo stato dell’Unione per il resto “soporifero” come lo ha definito quel “polentina” di Donald Trump, l’ultimo discorso del doppio mandato di Barack Obama. Nel tentativo di tirar su lo spirito assai abbacchiato dei compatrioti, il presidente si chiede come mai non suoni ancora la stessa tromba della riscossa. I suoi avversari dicono che è anche colpa sua. A destra lo accusano di far pagare troppe tasse e di essersi sostanzialmente arreso di fronte ai nemici esterni che in questi anni si sono, se possibile, moltiplicati: dal bullo Vladimir Putin al ridicolo (e non per questo meno pericoloso) bamboccione coreano Kim Jong-un, per non parlare del Califfo Abu Bakr di Baghdad che è meno grottesco e infinitamente più aggressivo. A sinistra lo attaccano perché nonostante le speranze (ricordate HOPE in lettere cubitali su tutti i manifesti?) la diseguaglianze sono aumentate, la classe media si è proletarizzata, i salari sono diminuiti e il  mondo del lavoro s’è fatto ancor più precario. Nessuno, né a destra né a sinistra, crede alla ripresa, anzi l’uomo della strada, quello che percorre Main Street, è convinto di essere ancora nel bel mezzo della recessione e che tutti i benefici sono finiti a Wall Street; del resto l’indice Standard & Poor’s dei primi 500 titoli industriali ha perduto il 56,8 per cento tra l’autunno 2007 e la primavera 2009 e ha guadagnato il 147 per cento da allora ad oggi.
Altro che gufi; condor, avvoltoi, sparvieri volano bassi per le vie dell’America. Si è incistato uno stato d’animo triste e pessimistico che ai più anziani ricorda quello di fine anni Settanta durante la sfortunata (e per molti versi sciagurata) presidenza di Jimmy Carter. Allora il risveglio avvenne con il vento del lontano ovest, della California, che soffiava nelle vele di uno strano personaggio, un cavallo pazzo, anche se nient’affatto sprovveduto o impolitico, come Ronald Reagan. Lui, che del Golden State era stato governatore, seppe acchiappare e incanalare lo spirito che più tardi gli intellettuali avrebbero chiamato “capitalismo californiano”, un modello esaltato dai pifferai del neoliberismo come George Gilder, ed esecrato dai tromboni della vecchia nuova sinistra, soprattutto in Europa. Eppure quella ideologia californiana s’è fatta realtà, è diventata il vero antidoto alla crisi e oggi potrebbe essere l’unica a rinverdire lo spirito di scoperta e di rivincita evocato da Obama. Certo, avrebbe bisogno di un leader ben diverso e nemmeno Trump, che pure sa cogliere meglio degli altri gli umori della piazza, ha l’età, la cultura, la testa e il cuore per interpretarlo. C’è qualcun altro in giro? Per ora non si vede, forse arriverà, i giochi si aprono solo adesso. L’alternativa sarebbe assistere ancora per lungo tempo a un’America ripiegata su se stessa, magari più forte e più solida di prima, ma senza allure, anzi senza capacità egemonica.

 

Eppure le cose, anche grazie al California dream, non vanno poi così male. Ha fatto un calcolo molto corretto e oggettivo Victoria Craig per Fox News, la rete di Rupert Murdoch arcinemica dell’obamismo. Prendiamo l’occupazione. Al punto peggiore della recessione, 8,8 milioni di persone hanno perso il lavoro. Da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca nel gennaio 2009, sono stati creati 9,3 milioni di posti di lavoro. Tutti precari? Nient’affatto. Un milione per esempio sono operai e impiegati nell’industria manifatturiera (auto e costruzioni), molti altri hanno trovato un impiego fisso (all’americana senza articolo 18 né garanzie dalla culla alla tomba) nei servizi, sia quelli sanitari (anche grazie alla riforma) sia quelli generati dalle innovazioni introdotte dai ragazzacci della Silicon Valley. I lavoratori a tempo determinato sono 6 milioni e si sono ridotti di due milioni in particolare nell’ultimo anno. Il tasso di disoccupazione si è dimezzato scendendo al 5 per cento. I salari, è vero, non sono cresciuti come in altre fasi di ripresa, tuttavia sono del 2,5 per cento superiori a quelli del 2009. E ancora: la benzina costa meno di due dollari al gallone (3,79 litri). La moneta stampata a iosa dalla cornucopia della Fed ha reso le banche più solide consentendo di rimettere in moto il credito (lo si vede dalla ripresa dei mutui). E l’elenco potrebbe continuare.

 

Un dipinto roseo che non giustifica l’umor nero della gente, dei mass media, di rinomati economisti come Larry Summers che prevedono addirittura una stagnazione secolare. Ma non è questione di cifre. Gli americani, i quali pure credono alla statistica fino al punto da diventarne prigionieri, questa volta non si fanno convincere da curve e istogrammi, la dittatura del calcolo ha lasciato spazio all’anarchia dei sogni perduti. E il rimedio non sta nel gelido New England, nel torrido sud o nelle aride pianure del selvaggio West, ma nella luminosa costa del Pacifico, a sud di Seattle e a nord di Los Angeles.

 

E di cose laggiù ne stanno accadendo parecchie. Mentre il mondo occidentale, sommerso dai debiti pubblici e privati, stringeva la cinghia, mentre le fabbriche fumose del Novecento chiudevano i battenti, a Cupertino, cittadina di 60 mila abitanti (due terzi dei quali di origine asiatica) nella contea di Santa Clara altrimenti nota come il cuore della Silicon Valley, spuntava l’iPhone, il prodotto con il maggior successo di massa tra i tanti creati da Steve Jobs. Un paio di date per ricordare la singolare (ma nient’affatto bizzarra) coincidenza: il primo iPhone viene presentato nei negozi Apple nel giugno 2007 mentre già emerge la bolla dei mutui subprime; esattamente un anno dopo esce il modello con il 3G. Nel settembre 2008 i giovani bancari che lasciavano la Lehman Brothers ormai abbandonata a se stessa, portavano in mano lo scatolone con i loro effetti personali e in tasca un nuovo telefonino intelligente. Giunti a casa, si scambiavano lacrime e rimpianti con i loro amici attraverso Facebook nata quattro anni prima ma già un fenomeno planetario: di lì a un anno e mezzo sarebbe diventato il sito più visitato, prima ancora di Google.

 

[**Video_box_2**]Qualcosa muore, qualcosa nasce, chiamatela distruzione creatrice, ciclo vitale del prodotto, innovazione, certo è che la crisi economica non è mai piatta, è segnata da picchi e da vette, da apogei e perigei. Riconoscerlo, accettarlo, e lavorarci su, è esattamente l’essenza dell’ideologia californiana. “Una forma ostica a noi europei – sostiene Giuseppe Berta, storico dell’economia e docente alla Bocconi – ma tremendamente vitale. Un capitalismo che obbedisce soltanto ai suoi impulsi interni, recalcitrante a essere disciplinato e imbrigliato, capace di grandi ascese e di ancor più drammatiche cadute. Ma portatore d’innovazione, nel senso della rappresentazione dello sviluppo delineata da Schumpeter”.

 

L’Europa negli ultimi vent’anni ha fatto qualche sforzo con la telefonia mobile grazie ai paesi scandinavi e all’Italia, con i treni ad alta velocità francesi, con i nuovi motori diesel tedeschi (anche se l’innovazione chiave, il common rail, è italiana, venduta colpevolmente dalla Fiat alla Bosch) finiti poi nella melma grazie a quegli imbroglioni della Volkswagen. Gli inglesi hanno dato un contributo nell’ingegneria genetica, ma sono passati sotto controllo a stelle strisce. Tutto qui. Nelle dodici tecnologie considerate oggi dirompenti da uno studio di McKinsey Global il primato appartiene ovunque agli americani. Ormai gli europei sono rimasti indietro persino nei cellulari. Quanto ai giapponesi, nonostante i loro godzilla industriali e l’alto livello di educazione tecnologica, hanno perduto la spinta propulsiva.

 

Al cuore di questa ripresa, c’è il miglior uso dei fattori di produzione, il più importante dei quali non è più la forza lavoro tradizionale (intesa come numero di braccia) o il capitale che fluisce copioso dai rubinetti delle banche centrali, bensì l’applicazione della scienza alla produzione e ai servizi a essa collegati. Anch’essa è lavoro, intellettuale più che materiale, distrugge il vecchio lavoro (per lo più fisico) e ne crea di nuovo (intellettuale, organizzativo). Si dice che il saldo finale sia negativo, eppure proprio gli Stati Uniti dimostrano che non è necessariamente così, anche se il costo sociale della transizione è alto, il percorso è lungo e aspro, crea fratture non solo economiche, ma sociali e generazionali.

 

Una vera e propria rivoluzione è avvenuta in un settore novecentesco come il petrolio grazie alla tecnologia che consente di fratturare le rocce. Ciò sta rendendo gli Stati Uniti indipendenti nell’approvvigionamento di energia e scatena un terremoto nella economia e nella geopolitica mondiale. La crisi dell’Arabia Saudita lo dimostra. Nell’energia l’innovazione si deve soprattutto ai texani, maestri inarrivabili (anch’essi con una ideologia non lontana da quella californiana). Ma un altro pilastro del secolo scorso sta per essere rivoltato da cima in fondo ad opera dei Silicon boys. Si tratta dell’automobile, “l’industria delle industrie”, sottoposta a uno scossone senza pari grazie ad Apple, a Google e a un imprenditore schumpeteriano, un visionario, futurologo, paranoico e geniale, come Elon Musk, l’uomo che ha lanciato Tesla (la vettura elettrica bella e affidabile, anche se ancora molto costosa), ha inventato il missile recuperabile e vuole colonizzare Marte entro il 2050. Il suo obiettivo più immediato è passare al tutto elettrico (auto, navi, veicoli spaziali) e il prossimo anno costruirà in Nevada la più importante fabbrica di batterie per auto. Lenin scrisse che il socialismo è il soviet più l’elettrificazione. Musk direbbe che la nuova società è il mercato più l’elettricità.

 

Lo stesso Jobs aveva avuto la prima ispirazione per una iCar tutta elettrica vedendo una Tesla. Non è riuscito a realizzarla, i suoi eredi ora ci provano con “una vettura ripensata fino in fondo, all’interno di un differente paradigma tecnologico, quindi dissimile dagli ibridi Toyota e non paragonabile ai prototipi come la Volt della General Motors”, spiega Berta in un saggio pubblicato dal Mulino. Ciò vuol dire che “trarrà beneficio dall’essere parte integrante di un sistema di connessione totale”. Una macchina intelligente, tanto da poter fare a meno del guidatore? Non è questo l’obiettivo della iCar, a differenza dalla vettura di Google che ha affidato il suo progetto a Sebastian Thrun, tecnologo di fama internazionale, già direttore del laboratorio per l’intelligenza artificiale all’università di Stanford in California. Il suo modello teorico è diverso sia dall’auto di Henry Ford sia da quella di Apple, l’idea si collega piuttosto alla economia condivisa, a Uber, a una vettura che non necessariamente sia oggetto di proprietà. Da questo punto di vista va ancora più avanti verso un modello di società in cui i servizi vengono riclassificati in funzione dei vincoli spaziali e ambientali con i quali fare i conti.

 

Il fordismo era consustanziale alla industria di massa per una società di massa. L’ideologia californiana è ritagliata sui bisogni individuali e sui limiti collettivi. Da questo punto di vista affonda le radici in quella cultura composta da libertarismo individualistico, visioni new age, puritanesimo antimonopolista e antiburocratico della New Left anni 60-70. I suoi critici riesumano il Grande fratello e lo spettro di Big data (una società controllata dai computer alla stregua delle visioni di Gianroberto Casaleggio). In realtà, si tratta di “una ideologia che riflette nello stesso tempo la disciplina del mercato e la libertà degli hippie”, come hanno scritto in un loro saggio (The Californian Ideology) Richard Barbrook e Andy Cameron dell’Università di Westminster a Londra, due esperti di media e nuove tecnologie, critici da sinistra, ma analisti acuti e oggettivi.

 

Questi “artigiani high tech”, a un tempo “aristocrazia del lavoro” e “classe virtuale”, non possono pensarla come Ford o come Agnelli, ma sono portatori di una rottura altrettanto grande. Per loro il governo deve starsene al suo posto, senza interferire (né aderire né sabotare, si potrebbe dire), deve favorire ricerca e sviluppo, alleggerire le tasse, sciogliere lacci e lacciuoli affinché la nuova società possa nascere liberandosi dalle scorie della vecchia. Chi può fare da sponda politica? Molti degli esponenti principali (da Gates a Zuckerberg, da Steve Jobs a Larry Page) si dichiarano liberal e sono più vicini ai democratici. Ma negli anni 90 è stato interprete del capitalismo californiano un destro intelligente e combattivo come Newton (nomen omen) Gingrich, il leader repubblicano della Camera dei rappresentanti che ha portato a Washington l’impulso della nuova destra liberista. In realtà, l’ideologia della California è di per se stessa trasversale o, meglio, non si lascia rinchiudere negli steccati tradizionali. Al Gore, ex vicepresidente con Bill Clinton, ha cercato di interpretarne le pulsioni ecologiste. E’ entrato nel consiglio di amministrazione di Apple e ha lavorato anche come consulente di Google. Al di là dei giochi lobbistici, ben oltre la compravendita delle influenze, quel che conta è ritrovare lo slancio vitale perduto da una America accoccolata attorno al proprio ombelico, rattrappita da vecchie e nuove paure. Un impulso che non potrà venire certo dall’Europa. “Quello californiano è un capitalismo – sostiene Berta - che ha certamente bisogno di essere contrastato e regolato e che genererà nuove ragioni di conflitto, ma non di meno oggi appare meno pericoloso rispetto a un capitalismo europeo ormai snervato e riluttante a innovare”. Barack Obama se ne va con le sue speranze. In giro c’è tanto fumo e poco arrosto. Non ci resta che “sognare la California in un giorno invernale”.

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