Il Purgatorio perduto

Avrebbe dovuto dare speranza ai peccatori e lustro al Giubileo. Ma il Luogo santo  della purificazione sembra ormai dimenticato. La Chiesa l’ha riconsegnato a Dante
Il Purgatorio perduto

Ludovico Carracci, “Un angelo libera le anime del Purgatorio”, 1610 (Città del Vaticano, Pinacoteca Vaticana)

“Vi ringrazio tanto. Adesso vi do la benedizione. A presto, se non ci vediamo più qui, ci troveremo in Purgatorio”
(Papa Francesco, 8 settembre 2013)

 

Già Voltaire, e si parla di tre secoli fa, diceva che parlare di inferno, diavoli e supplizi eterni era cosa “da domestiche e da sarti”. Poi è arrivato il Novecento, con le sue dotte elucubrazioni e l’enorme fraintendimento del pensiero di Hans Urs von Balthasar, che fin quasi in punto di morte si ribellò per quello che gli avevano messo in bocca, e cioè che l’inferno sarebbe vuoto: “Che razza di espressione! Sono state ripetutamente travisate le mie parole”, sbottava: “Chi spera nella salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, spera l’inferno vuoto”. Dire che lì non ci sia nessuno, insomma, è tutt’altro paio di maniche. Poi è arrivato Francesco, che del Diavolo parla ad abundantiam, mettendo sul chi va là il fedele gaudente che magari non saprà farsi il segno della croce (il selfie sì, ça va sans dire), ma di Satana ha ancora timore. Se del Paradiso nessun cristiano mette in dubbio l’esistenza, il gran problema è rappresentato dal Purgatorio, il luogo di mezzo e di passaggio che è scomparso dalle prediche domenicali, per non parlare del catechismo, dove i bambini diventano grandi artisti a forza di far disegni e cartelloni ma dei fondamenti della dottrina (e non si parla di San Tommaso somministrato in pillole) poco e niente. Come se non esistesse, insomma: quasi che il Purgatorio sia solo frutto della sublime immaginazione di Dante, il poeta che arrivato sulla spiaggia dell’Antipurgatorio prometteva di cantare “di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno”.

 

Non se ne parla neanche ora che si è immersi nell’Anno Santo, per tradizione momento votato all’espiazione delle colpe e alla ricerca del perdono per i propri peccati. Nulla, non una parola (se non scarni accenni), almeno non alle latitudini europee. “Eppure io non sarei così sicuro che non ci siano preti che oggi parlano del purgatorio”, dice al Foglio John W. Martens, teologo e direttore del Master of Arts in Theology alla St. Thomas University, negli Stati Uniti. “Di certo è un argomento difficile. Probabilmente, un’omelia non offre il tempo sufficiente per esplorare a pieno la complessità della questione. Mi è stato chiesto di recente di discutere del Purgatorio davanti a un gruppo di giovani cattolici di Minneapolis: ho parlato per un’ora. Forse un po’ troppo, ma penso che l’incontro sia stato utile per esaminare questo concetto fondamentale”. Ed è questo il problema principale, che poi è anche il pensiero ricorrente pure tra i sacerdoti delle parrocchie nostrane interpellati a taccuini chiusi sul tema: è arduo dire cosa il Purgatorio sia, definirlo in modo accessibile ai più, alle signore che la domenica puntuali siedono nel primo banco col foglietto “La Domenica” in mano (quello con le letture del giorno e le preghiere troppo lunghe per essere imparate a memoria) e i gentiluomini che affollano le ultime file chiacchierando fino al trillo del campanello.

 

Paradossalmente, nota Martens, i problemi li ha creati la Commedia dantesca: “Il Purgatorio è stato plasmato nell’immaginario cristiano da Dante, che parla di esso come d’un processo di purificazione ma al contempo descrive il Monte Purgatorio, un luogo concreto che si può scalare espiando i sette peccati capitali, arrivando al Paradiso terrestre. Non c’è alcun particolare problema teologico con la grande opera di Dante – nota Martens – a parte il fatto che si tratta di fiction”, e benché ciò sia ovvio “tanti potrebbero concepire il Purgatorio come un luogo fisico”.

 

Gli artisti medievali e del primo Rinascimento avevano risolto la questione della sua identificazione con le allegorie, ritraendo questo “luogo” come un’irta montagna ove purificarsi per poi ascendere al Cielo. Nei secoli seguenti, all’immagine s’è preferito dar spazio alla mera spiegazione teologica, che di certo ha complicato le cose. Durante il Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II chiarì innanzitutto che “questo termine non indica un luogo, ma una condizione di vita. Coloro che dopo la morte vivono in uno stato di purificazione sono già nell’amore di Cristo, il quale li solleva dai residui dell’imperfezione”. Quel che è fondamentale, aggiungeva Karol Wojtyla, è che “lo stato di purificazione non è un prolungamento della situazione terrena, quasi fosse data dopo la morte un’ulteriore possibilità di cambiare il proprio destino”.

 

Sul tema, ci tornò con più insistenza il suo successore, Benedetto XVI. Lo fece il 12 gennaio del 2011, nell’udienza generale – “che ci è di grande aiuto per capire i termini della questione”, sottolinea Martens – dedicata a Santa Caterina da Genova, “nota soprattutto per la sua visione sul Purgatorio”. Ratzinger ricordava subito che “il primo tratto originale riguarda il ‘luogo’ della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso a immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il Purgatorio. In Caterina, invece – aggiungeva l’allora Pontefice – il Purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra. E’ un fuoco non esteriore, ma interiore”. Per calare il concetto su un piano più accessibile, bisogna tornare alla Spe salvi, enciclica del 2007. Benedetto XVI partiva dal dato di fatto che con la morte la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva. E questa è la scelta che – per chi crede – sarà giudicata. Vi è chi ha preferito il male e la menzogna, una “prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere” e chi, invece, era in odor di santità mentre ancora poggiava i piedi su questa terra. Ratzinger, presentate le due categorie, osservava che “né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esistenza umana”, visto che “nella gran parte degli uomini rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore, per Dio”, ma che nell’esperienza quotidiana questa apertura risulta “ricoperta da nuovi compromessi col male”. Ecco che per queste anime inquiete c’è il fuoco, “da attraversare in prima persona per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell’eterno banchetto nuziale”.

 

Qualche anno fa, padre Livio Fanzaga proponeva una efficace schematizzazione della questione: ci sono due realtà che rimarranno per sempre, l’inferno (o perdizione eterna) e il paradiso (o beatitudine eterna). “Questo sarà lo sbocco definitivo del dramma della vita e del dramma della libertà umana”. E il Purgatorio? “E’ una realtà escatologica”, diceva Fanzaga, “che dura soltanto fino alla fine del mondo e fino al giudizio universale. Dopo il giudizio universale ci sarà soltanto o la gioia eterna o l’odio eterno come possibilità delle scelte della nostra libertà”. Nient’altro. Il Purgatorio è, precisava, “lo stato di coloro che sono morti nella pace di Cristo ma non sono ancora così puri da poter essere ammessi alla visione di Dio”. Di certo, “è il luogo in cui già è presente la preghiera e l’amore anche se non è presente la visione di Dio”. Il fatto, afferma Martens, è che “il Purgatorio ha avuto una storia strana, con tanti cattolici che oggi non hanno più una chiara idea di cosa sia. E se i protestanti a lungo hanno rifiutato il Purgatorio in quanto ‘cosa’ cattolica che non ha alcun fondamento nella Bibbia, i riformatori del Sedicesimo secolo hanno avuto qualche problema – per usare un eufemismo – con le indulgenze e l’organizzazione ecclesiastica di allora, ed è anche per questo che non si sono dati troppo da fare per difendere” questa “terra di mezzo”. E poi non va dimenicato che “non esiste un passaggio biblico chiaro che cita per nome il Purgatorio. Uno dei passaggi chiave per i cattolici – dice Martens – che corrobora l’idea che questo ‘stato’ esista si trova nel Secondo libro dei Maccabei (12, 39-45), testo accettato dai cattolici ma non dai protestanti né dagli ebrei”. C’è poi il passaggio della Lettera di San Paolo ai Romani (12,17-21) in cui s’afferma che “se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo”. Proprio sui carboni, aggiunge il teologo americano, ci s’è domandati se sia un riferimento al ‘fuoco interiore’ purificatore”. Ma è un altro – a giudizio di Martens – il punto chiave che forse sgombra il campo da ogni dubbio, e lo si trova nel Vangelo di Matteo (18, 32-35): “Qui il servo non perdonato e consegnato dal padrone agli aguzzini non è comunque condannato per l’eternità, ma solo finché non restituirà tutto il dovuto, anche se il debito è enorme. Quindi c’è una fine. Questo non è l’Inferno. Quando Matteo parla dell’Inferno, usa un linguaggio particolare, con la persona gettata ‘nelle tenebre, là dove ci sarà pianto e stridore di denti’. L’evangelista usa questo linguaggio in sei occasioni nel suo testo”. Qualcosa, insomma, vorrà pur dire.

 

A ogni modo, la questione rimane aperta, anche in campo teologico, e questa è la ragione, secondo il nostro interlocutore, del dibattito “o della mancanza di dibattito” nel mondo cattolico circa il Purgatorio, influenzato dai dubbi sulla natura di questo “ambiente”, su cui ancora s’arrovellano i teologi, nonostante le parole chiare dei papi che si sono succeduti al Soglio di Pietro. Anche il Concilio, dopotutto, aveva confermato l’esistenza del Purgatorio, e Paolo VI, nell’omelia a conclusione dell’Anno della fede del 1968, chiariva che “noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel Purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come Egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell’Aldilà della morte”. Certo, ricorda Martens, la chiesa una definizione del Purgatorio l’ha data, e basta recuperare il punto 1031 del Catechismo, ove si legge che “la chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al Purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento. La Tradizione della chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, parla di un fuoco purificatore”.

 

[**Video_box_2**]Il cambiamento “di prospettiva”, con il minor peso dato a indulgenze e pene temporali, fu reso palese con il Giubileo del 2000. Lo rilevò la storica Lucetta Scaraffia, che proprio quell’anno mandò in stampa un saggio (edito dal Mulino) in cui si metteva in risalto la mutazione avvenuta. In origine, scriveva Scaraffia, “la celebrazione giubilare era nata nella certezza del Purgatorio e dalla possibilità di intervenire, con l’aiuto delle indulgenze, per modificare le pene destinate ai peccatori nell’Aldilà. Si giustificava solo in funzione di un’Aldilà molto concreto, descritto e raffigurato con ricchezza di dettagli, e con la fiducia di poter intervenire nel regno immateriale con strumenti materiali: le offerte, le penitenze, il pellegrinaggio”. Ciò che fece Giovanni Paolo II, secondo la storica, fu di porre l’accento sulla “spiritualizzazione”, mettendo in qualche modo da parte indulgenze e pene temporali. E il copione si sarebbe in qualche ripetuto per quest’Anno Santo voluto da Francesco. John Martens, però, non è del tutto concorde: “Indulgenze e pene temporali dovrebbero essere questioni centrali, come del resto il Papa ha previsto con la speciale indulgenza plenaria di cui ha parlato nella lettera inviata lo scorso settembre a mons. Rino Fisichella: ‘Desidero che l’indulgenza giubilare giunga per ognuno come genuina esperienza della misericordia di Dio, la quale a tutti va incontro con il volto del Padre che accoglie e perdona, dimenticando completamente il peccato commesso’. Purgatorio e misericordia sono strettamente connesse”, nota il docente della St.Thomas University, che aggiunge: “Per presentarsi dinanzi a Dio bisogna essere preparati, e giacché Dio è santo, è necessario prepararsi per quando si sarà in presenza della santità. Questo è il processo di purificazione, durante il quale gli effetti delle nostre imperfezioni e dei nostri peccati vengono bruciati”.

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