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Padania felix, o forse no

Nebbia e cemento. Autostrade, gru e discariche in forma d’arte. Un libro patinato sul mito della Bassa

di Michele Masneri | 04 Gennaio 2016 ore 11:26

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Un'immagine tratta da “Atlante dei classici padani”, opera di un gruppo di creativi bresciani edita da Krisis Publishing

Chissà se la riconoscerebbe oggi Roberta, protagonista del romanzo autostradale di Alberto Arbasino La bella di Lodi; chissà se la baldanzosa erede di imperi dei formaggi, sfrecciando oggi in spider, riconoscerebbe dalla sua autostrada del Sole o meglio dalla BreBeMi, Brescia Bergamo Milano, la sua macroregione. Il genius loci padano è infatti autostradale, lo conferma anche questo Atlante dei classici padani (Krisis Publishing, 60 euro), opera surreale e surrealista di un gruppo di creativi bresciani, coffee-table book patinato tutto dedicato al mito della Bassa e alle sue diramazioni antropologiche e cementizie.
Un lavoro di ricognizione fotografica della Padania, intesa come Piemonte-Lombardia-Veneto, lavoro fotografico che va avanti da tre anni dell’artista Filippo Minelli, già ideatore del progetto internet Padania Classics e VisitPadania.com, un sito turistico che invita a visitare “non solo un territorio, ma uno stato d’animo”. “Venite a sperimentare un insolito mix di antiche tradizioni, divertimento, architettura tipica e soluzioni di business”, avverte il sito più vero del vero (ma finto) con prezziario preciso (il tour sacro, alla scoperta di cattedrali brutaliste di cemento armato, viene 150 euro, quello monumentale alla scoperta del neoclassico padano 140, qualcuno ci casca, qualcuno vorrebbe prenotarsi, sembra vagamente la Lituania delle “Correzioni” di Jonathan Franzen).

 

Territorio e marchio ventennale, la Padania politica, inaugurata con la “dichiarazione di indipendenza della Padania” del 15 settembre 1996, con vasto uso di ampolle bossiane. E però il partito ormai più antico in Parlamento (Umberto Bossi viene eletto senatore nel 1987), si legge nel volume con testi di Emanuele Galesi, si è contraddistinto soprattutto per la “lettura che ha fatto dello spazio pubblico, uno spazio di cui riappropriarsi attraverso miti fondativi necessari a dare un senso comune a un territorio ormai privo di punti di riferimento, in seguito a un’espansione economica e urbanistica rapida e di rara portata”.

 

ARTICOLI CORRELATI Conservatore e al riparo da troppa modernità, ci salverà l’Oceano Padano Qui nell’Oceano Padano non siamo mica evasori seriali Ma al di là della Padania politica ecco la Padania fisica: vera o inventata, tra le Alpi e gli Appennini, attraversata dal fiume Po, abitata dai Celti, o Galli. E vaste brand extension: una squadra di calcio che ha partecipato a diverse edizioni dei Mondiali delle nazioni non riconosciute (come il Kurdistan e la Lapponia), vincendone tre, un concorso di bellezza, Miss Padania, una gara ciclistica, il Giro della Padania. Un brand, in definitiva, con un sole che splende, verde, in campo bianco. Via Padania compare ventiquattro volte nella Macroregione, via Gianfranco Miglio è segnalata in nove diversi centri, spiega l’Atlante.

 

Terra di scorribande, la Padania, coi Romani che attorno al Duecento avanti Cristo cominciano a conquistare le terre macroregionali, ma oggi più del dio Po (“uno dei fiumi più inquinati d’Europa, usato per lo smaltimento di veleni e il suo letto, come il suo greto, è stato depredato per l’escavazione di sabbia e ghiaia”) a segnare questa che è la terra “più lavorata e abitata” d’Italia è l’autostrada A4, la Milano-Venezia. La Serenissima, 517 chilometri bituminosi tra Torino e Venezia che costituiscono la spina dorsale della Padania, “l’unico vero elemento di raccordo e di sintesi di una terra condannata alla dispersione. E’ l’autostrada più trafficata d’Europa, con oltre centomila passaggi giornalieri”.

 


Un'immagine tratta da “Atlante dei classici padani”, opera di un gruppo di creativi bresciani edita da Krisis Publishing


 

“Ristorante Motta, a cavallo dell’autostrada. Trionfo di cristalli, riflessi, Topi Gigi, alluminio, finto mogano e palissandro, cellophane, pacchetti lussuosamente confezionati di krek”, narra Arbasino, nella sua epopea lodigiana tra Roberta e un meccanico “molto ben dotato e sexy”, epopea poi portata al cinema da Mario Missiroli con Stefania Sandrelli diciassettenne. Perché la Padania è pur sempre terra d’autobahn, come direbbe il compianto Pier Vittorio Tondelli, padano di Correggio, di cui ricorre il venticinquennale della morte in questi giorni. Anche con lui, gran corse verso il Brennero, ma anche, in Seicento, tra la via Emilia e il West, tra le canne e le radio libere d’età Vasco Rossi e discoteche come il Marabù di Reggio Emilia.

 

L’autostrada nasce e muore infatti in Padania: la prima è la Milano-Laghi degli anni Venti, per il cumenda che voleva andare alla sua “villa in Brianza” (copyright Gadda); e anche l’ultima manifestazione, la Bre-Be-Mi, l’autostrada di fascia alta per chi vuol fare casa-ufficio “in un giro di Rolex”, nasce qui nella terra sacra al Telepass.

 

Tra trafori e sottopassi e buchi: ecco infatti le 6.904 cave, ecco Sant’Anna di Alfaedo, il paese delle “cento cave”; in provincia di Verona (Macroregione orientale), il distretto del Botticino di Brescia, da cui vennero i candidi marmi per il Vittoriano o Macchina da Scrivere – il presidente del Consiglio bresciano Giuseppe Zanardelli volle pietre padane per erigere il monumento alla patria, i padani se non il sangue han dato i marmi, alla patria. La Macro ha orrore del vuoto, soffre soprattutto la mancanza del muretto e del laterizio. Nel capitolo “infastiditi dal vuoto” ecco la descrizione della prateria antropizzata tra new jersey di plastica bianca e rossa che “ai bordi della strada, si mettono in fila per incanalare le auto, si riproducono lungo le rotonde ovvero attendono la prossima transumanza”. I dati, implacabili: dal 1950 ad oggi la cementificazione è cresciuta del 166 per cento, contro il più 28 per cento degli abitanti. La città con più cantieri è Brescia con 2.715, seguita da Milano con 2.550. Ponteggi, impalcature, trionfo del tubo Innocenti, capannoni nel deserto, maestà del calcestruzzo con su cartelli tipo Hollywood ma che annunciano solenni: “Punto scarpe si trasferisce QUI!”.

 

Grandeur espressionistica, che si esprime soprattutto nella rotatoria: si stima che in Padania ve ne siano 6.600, di cui duemila lungo le provinciali e 4.600 lungo le comunali, e assumono le forme più disparate; “l’espressione massima della rotonda è raggiunta con l’opera d’arte al centro, la scultura finanziata per accogliere il viaggiatore, per installare un simbolo della zona, per celebrare la potenza dell’imprenditore”, ed ecco una gigantesca megalopoli tipo Art Basel o Biennale diffusa, con un’arte povera, poverissima, un grande Telemarket di rotonde con sospensioni di auto Ferrari che escono dall’acqua (sponsorizzate da produttori di sospensioni per auto, a Rezzato), alambicchi giganti (Casale Monferrato), perfino una enorme, misterica Sfinge (a Torino, come pubblicità del museo Egizio, di fronte a un Auchan altrettanto misterico).

 

Tra i simboli padani ecco poi la gru ("la gru è l’elettrocardiogramma della Piana, è il segnale dell’esistenza in vita, là dove l’azione diventa erezione e l’erezione porta al dominio. Presidia l’avamposto e lo fortifica, mentre ai suoi piedi si propaga la cianfrusaglia inscatolata, tombata e meccanizzata. La Gru riceve senza sosta, la Gru restituisce generosa: in contatto con il cielo, salda sul terreno, è pronta alla prossima avanzata”). E poi il centro commerciale (quelli censiti, 1.141), mentre alla funzione commerciale si affianca quella puramente commemorativa, nascono anche obelischi: la colonna Desman, grandioso progetto di colonna dorica alta trecento metri tra Padova e Venezia, che mira a diventare il più alto manufatto della Padania dunque d’Italia, con nessun intento se non quello d’essere un faro d’Alessandria nella notte padana.

 

Non si sa se si farà: ma intanto la Padania non teme i rifiuti: ecco la discarica divenuta forma d’arte: la discarica tombata o interrata, che si fa autostrada (alcuni sostengono che la stessa BreBeMi nasca su un letto soffice di monnezza, e trovi nella monnezza e nel suo intombamento la sua vera ragione sociale). E la ciminiera, simbolo della fabbrichetta padana, che qui non incenerisce con nemesi forse marxista il suo proprietario come nel “giallo” padano di Archeno e della fonderia Bozzoli, ma invece scorie nazionali ed estere, producendo riscaldamenti e utili: l’inceneritore di Brescia, nella Macroregione centrale, è il più grande d’Europa, certamente il più elegante, col suo caratteristico camino altissimo e severo, colorato con sfumature di azzurro più immaginifiche di una Ferrari di Lapo.

 

Un camino da Frank Gehry però temprato dalla sobrietà padana, senza svolazzi; mentre più a sud, ecco la splendida cattedrale nel deserto della stazione ferroviaria Mediopadana, opera di Santiago Calatrava, alte vele candide tra le nebbie di Reggio Emilia, che collega il nulla con Roma e Milano, e chissà cosa avrebbe detto Tondelli di questa stazione nel nulla: altro che “piazzale della stazione blu azzurrino con i fari degli autobus che tagliano la nebbia” del suo “Postoristoro”. Qui, invece, arcate candide, niente tossici, addirittura vietato fumare. Solo la nebbia è rimasta la stessa. In Padania, informa l’Atlante, vivono 19 milioni di persone, hanno a disposizione, a testa: 1,8 metri di strada asfaltata, 6 mezzi motorizzati a scelta tra camion, macchine o trattori; mezzo maiale.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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