Romanzo romano

Sono le prime ore dell’alba di un giorno di dicembre su questa terrazza romana a pochi passi dal Foro d’Augusto, dove tra fuochi, canti e preghiere gli antichi preparavano i festeggiamenti per il solstizio d’inverno, giorno sacro in cui cominciava la celebrazione dei Saturnali.
Romanzo romano

Mauro Reggio, “Via Giolitti” (Roma), olio su tela, 2011

Sono le prime ore dell’alba di un giorno di dicembre su questa terrazza romana a pochi passi dal Foro d’Augusto, dove tra fuochi, canti e preghiere gli antichi preparavano i festeggiamenti per il solstizio d’inverno, giorno sacro in cui cominciava la celebrazione dei Saturnali. Uno scorcio del Colosseo, la cupola di Santa Caterina da Siena a Magnanapoli. Rifletto a quel rito di falsa liberazione, che non faceva che ribadire la servitù della plebe cui era concesso qualche giorno di irriverenza. La dominazione romana si compiace di ironizzare su tutto, anche sulla libertà. A un tratto nel cielo avvisto un parrocchetto, il suo piumaggio verde non è più esotico, da alcuni anni questi uccelli, sfuggiti o messi in libertà da collezionisti, nidificano in città. Ripenso alle pagine di un romanzo di Filippo Bologna, I pappagalli (Fandango Libri, 2012) in cui la satira del mondo letterario romano si svolge sulla scena di una Roma oziosa e sfinita, con “gli archi crollati sotto il peso della propria bellezza, i templi muti e le piazze abbacinanti e le fontane lucenti, e i gradini inondati di luce, e gli obelischi immobili a puntellare i cieli distratti, e i palazzi dei papi dirimpetto agli alveari dei servi, le torri guerriere e i pacifici campanili, i ruderi ridotti a cucce di gatti e i monumenti a cove di uccelli, e le cupole turgide e i chiostri insospettabili”.

 

Il cielo si popola di infausti segni nei pressi del largo di Torre Argentina, dove in via Monterone un predatore, un’aquila, spicca il volo dal cornicione di un palazzo barocco, e accompagna per le vie del centro la giovane Fulvia e il suo amante nella loro indagine sul peccato. E’ l’apertura de I Segnalati, di Giordano Tedoldi (Fazi Editore, 2013) romanzo con una struttura ad arco, che sorge e tramonta in un’estate, dal suo prologo, un mattino poco prima del solstizio, al tramonto nella campagna romana in cui rivive l’antica Beozia di Euripide. Alcuni bambini in basso stanno giocando a pallone, infastidita da quel baccano Fulvia, che sta lavando il terrazzo, lancia il secchio – variante di un’antica tradizione cittadina per riportare la quiete – che semina il panico tra i monelli: uno di loro, spintonato, batte la testa e muore. Un invisibile rapace – il morsus coscientiae – accompagna i due protagonisti in una tormentata odissea, un vagare in cerca di attimi che possano liberarli dal senso di colpa, ma saranno esplorazioni nel piranesiano carcere della vita: l’organo da restaurare in Santa Maria della Vittoria con l’Estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro, una Passione di Bach a San Giorgio al Velabro, un rito sciamanico in piazza Risorgimento, lo stasimo dell’Oreste eseguito da suonatori di aulos – il progenitore del flauto – nel Teatro Marcello. I protagonisti del romanzo, pur ragazzi, si comportano come antichi stoici, mentre la sensualità adolescenziale, le energie del corpo e della città si fondono nel racconto Storia di Andrea nell’antologia Storie dalla città eterna (Sellerio, 2015). Due liceali si innamorano sotto il colonnato del Bernini: “Andrea era seduto all’ombra nell’intercolunnio tra le due file centrali […] Sentiva il travertino irregolare alle sue spalle, dal quale, distanziandosi solo di pochi metri, vedeva sparire tutte le impurità dei secoli, impurità che ricordava ancora più evidenti da bambino, prima dell’ultimo restauro che le aveva spianate, allisciate, tradite. Come le amava quelle piccole fessure. Adesso erano quasi tutte sparite ma, per fortuna, non proprio tutte: sarebbe stato impossibile, e comunque sarebbero tornate. La frescura, la protezione, la forza, la bellezza, si disse, queste cose le capiscono tutti, eppure, credo di averle capite in un modo tutto mio, anche. Intravide la Ciardi in fondo, che entrava sotto il colonnato venendo dalla piazza. Lei non l’aveva visto, per fortuna, e fu preso da un muto e irresistibile desiderio di non farsi trovare. Si alzò e cominciò a indietreggiare tra le colonne, si appostò dietro a una di quelle interne, e spiò i movimenti di Francesca. ‘Mo’ cosa vuole questa’, si disse piano Andrea. Quella rallentò il passo quando fu anche lei nell’intercolunnio centrale, sotto le grandi lanterne spente che a Andrea sembravano bizzarri pianeti sospesi, e cominciò a percorrerlo dritto, così come aveva fatto venendo da via della Conciliazione. Credeva di camminare nel letto secco di un fiume, e di trovarsi al centro di Roma, nella sua stanza proibita e senza porte”.

 

In L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich, (Garzanti, 1973, riedizione Aragno, 2010), anche Leo cede al demone romano che incalza, ma la giovinezza è trascorsa, così non può abbeverarsi alla linfa viva della città, ma solo ammirarla, e subirla con un acuto senso d’impotenza. “Tra tutti gli alberghi in cui avevo abitato, quello dietro Campo dei Fiori era quello che preferivo. Mi piaceva tornarci di sera camminando nei vicoli e attraversare le piazze vuote e silenziose. Era il vecchio cuore di pietra della città che cinque secoli prima architetti visionari avevano costruito agli ordini di severi pontefici e dove un numero spropositato di chiese, strette tra le case, alzavano le loro creste di travertino a indicare la possibile efferatezza del cielo. Di giorno il quartiere era un formicaio ma verso sera si sentiva di essere sotto il livello del fiume e sui muri delle case lapidi di pietra con una data testimoniavano i livelli di antiche inondazioni. Al riparo di argini più alti il quartiere si era come essiccato. Grandi crepe solcavano i muri dei palazzi, gli intonaci si staccavano e camminando per le strade si potevano vedere attraverso le finestre i soffitti istoriati cadere a pezzi. Gli artigiani, nelle botteghe, avevano sempre l’aria di aggiustare qualcosa”. Giornalista squattrinato, eroe solitario e senza qualità, insegue la sua musa, la bella Arianna che veste la notte, l’inafferrabile dea che lo porterà al suicidio: “Ero al limite, e quando mi trovai nel vicolo, diretto verso ponte Sisto, cominciai a prendere a calci i bidoni della spazzatura rovesciandoli sul selciato. Il fiume era nero e in lontananza il faro del Gianicolo spazzava il cielo a intervalli regolari. A Campo dei Fiori stavano già sistemando le bancarelle per il mercato del giorno dopo e da una pila di cassette presi due mele che mangiai andando verso piazza Navona. La fontana splendeva immobile con il suo fondo azzurro in mezzo alla piazza deserta. Era stupenda la piazza a quell’ora, come consapevole del proprio splendore e della propria inutile sopravvivenza. Mi sedetti sotto i portici e restai a guardarla aspettando che mi venisse voglia di tornare a casa”.

 

Una Roma futura, flagellata da un caldo infernale, svuotata dai romani, e in cui il quartiere cinese dall’Esquilino è dilagato fino a via Veneto, è il morselliano scenario di Cinacittà di Tommaso Pincio (Einaudi, 2008). Dal carcere di Regina Coeli dove è rinchiuso, sospettato di aver ucciso una prostituta, un giovane uomo ricorda la città dalle strade sbarrate dai falò e le notti passate in una casa da gioco. “A quell’ora Roma iniziava a svuotarsi. La notte se ne andava e nel pallido chiarore dell’alba non c’era traccia di nubi. […] Tra meno di un paio d’ore, scioltosi l’asfalto, la città avrebbe boccheggiato come una ragazza stretta alla gola dalle mani di un maniaco. Le poche persone ancora in strada si affrettavano, chi a piedi chi in bici. Una volta in casa, avrebbero abbassato le tapparelle, chiuso le imposte, spento le luci. Quindi si sarebbero distese nei loro letti in mezzo al monotono lamento di condizionatori e ventilatori. I più fortunati si sarebbero addormentati, gli altri avrebbero passato il giorno insonne aspettando il tramonto, quando il morbo di fuoco allentava la sua morsa. La vista del Colosseo che si sgretolava a poco a poco alla livida luce dell’alba era sempre maestosa. Gli sfilavo davanti per un buon tratto senza fermarmi, osservando le arcate illuminate dai fuochi e le colonne di fumo che si levavano verso il cielo. Si udivano latrati di cani e lamenti umani. Di notte, anche le civette si univano al coro. I portici esterni erano cosparsi di immondizia, e nei buchi dove in passato le grappe di bronzo tenevano in posizione le lastre di marmo adesso erano piantati pali da cui pendevano luridi teli di plastica. Talvolta arrivavano zaffate nauseanti, un misto di puzzo di cavolo e urina. Piante rampicanti avvolgevano le mura. Fiori e alberelli avevano cominciato a spuntare dai parapetti crepati. Il glorioso monumento stava riassumendo lo spettrale aspetto dei tempi in cui i pastori venivano a pascolarci le pecore e i papi lo affittavano come una cava”.

 

Come Tedoldi, anche Emanuele Trevi trova che a Roma si addice il lutto. Senza verso (Laterza, 2005) è un’elegia per il poeta Pietro Tripodo, scomparso dopo una lunga malattia, e “come tanti altri che avevano attraversato condizioni simili di sospensione temporanea tra la vita e la morte, anche lui si era sentito staccato dal suo corpo, leggero, attratto verso l’alto come un palloncino verso il soffitto”. Trevi segue la sua traiettoria oltre il soffitto, nel cielo, il ricordo e la mano dell’amico lo accompagnano, nei giorni caldi e opprimenti dell’estate del 2003, nella sua flânerie che lo porta dagli affreschi del mitreo di San Clemente, agli echi dei torturati nel Museo della Liberazione di via Tasso: “Pensavo spesso alla forza della depressione, e mi veniva in mente una goccia di liquido nero, un liquido straordinariamente concentrato, vischioso, un olio o un’essenza nerissimi, una sola goccia capace di intorbidare tutto un lago di acqua pura, cristallina […] Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di viale Manzoni e di via Merulana al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un’illusione: l’illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa”.

 

Non amore, ma fiaba tossica è Devozione, di Antonella Lattanzi (Einaudi, 2010). Nikita e Pablo vivono insieme da fuorisede, hanno ventisei anni, sono eroinomani. Nella loro realtà, il mondo sommerso di San Lorenzo e quello interiore, come in un verso di Aragon, tutto si tinge della bianca bellezza dei sogni. “Comincia piano, poi sempre più forte. Pablo si alza, si avvicina alla finestra, sbianca, balbetta qualcosa, si mette una mano sulla bocca. Chiama Nikita. Nikita arriva col sangue in tumulto, mezzo passo e la vede anche lei. Neve. Neve a fiocchi che piove sull’aria piatta, leggerissima. Si stringe a lui. Stanno così, insieme, a contemplare la neve a luglio. – Pablo, la neve, è un miracolo –. La commozione comincia nello stomaco, sale in gola e spunta sugli occhi. – Sí, Nikita… – Pablo la abbraccia fortissimo. Finalmente. – Ma, non può essere, – Pablo scuote la testa”, e infatti non è, la neve è fumo di un’automobile incendiata che viene da fuori, da piazza del Verano. Pur di procurarsi la roba, rapiscono una loro amica, la ricca Annette. L’euforia dell’eroina e l’esuberanza della città si fondono in un’unica esperienza di paradis artificiels a ritmo di rap: “Annette, Pablo e Nikita che vagano felicissimi per Roma, beati e sconvolti, eroina. Nikita, Pablo, Annette, Colosseo, Circo Massimo e giù, di nuovo il quartiere delle stelle cadenti, via Giolitti coi treni che passano – Oooh, fanno gli occhi in piena dei tre – piazza Vittorio di riso basmati e curry, i portici abitati da ambulanti, cartomanti e borseggiatori, l’imponente Mas che vende di tutto, i negozi cinesi con traduzione in inglese o in italiano per legge, gli indiani e i neri, Casa Pound e il teatro Ambra Jovinelli, un ristorante calabrese con le palme piantate in grossi vasi di coccio davanti all’ingresso, Colle Oppio sulla destra con clan di spacciatori che si dividono per età, nazionalità o squadra di calcio, piazza San Giovanni che si apre di colpo, birra, soldi a palate, risate, quelle più di tutto, picchi di ero che sale nelle pupille, le stringe ed è una marea, girotondi di sballo”.

 

[**Video_box_2**]Non l’eroina delle esistenze fallite, ma la cocaina di chi vuole “godere tutto e subito, non conservarsi rimpianti per l’età matura, non negarsi nessuna esperienza” circola nel condominio di periferia de Il contagio di Walter Siti (Mondadori, 2008), “che è arido anche visto da fuori: non un fiore, non una pianta ai balconi – solo bacinelle e sedie di plastica, e fustini di detersivo. Qui sono gli uomini che restano a casa e loro non hanno il pollice verde; e comunque considererebbero poco virile curare le piante. Se ne fottono, stanno a giocare a carte o a pippare, e quando le donne rientrano strillano perché i mariti o i figli non hanno messo fuori manco la monnezza, figuriamoci ricordarsi di innaffiare le rose. Credono di risolvere tutto scopando, che poi anche quello lasciamo perdere. Si strilla molto in borgata, ma le incazzature sono considerate fenomeni naturali, scivolano come acqua sul vetro”. Mondi popolati da palestrati, drogati, marchettari, e alle donne non resta che sperare in un rapporto con  la natura, non inquinata dalle sostanze chimiche: “Chiara, la moglie di Marcello, s’è affezionata a un ulivo cresciuto in una crepa della massicciata dietro i posti-macchina, in un terreno infiltrato da liquami velenosi, tra cocci e cartoni sporchi e ricambi meccanici arrugginiti, in uno spazio così costretto e impossibile che nessun seme ci poteva attecchire; eppure l’ulivo è lì, lucido e sano, con le foglie compatte come monete che riflettono il cielo, vellutate di sotto; senz’ombra di olive, mai in nessun anno le hanno fatte, e con una ferita nel tronco contorto, una ferita a forma di mandorla slabbrata”. Non è una visione realista né neorealista, a differenza di quel che si è detto: è il rimpianto sentimentale di un Eden, in cui la vita era innocenza e i piaceri spirituali, il sogno di ciò che Roma non fu e non sarà mai.

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