Il puro del Texas

Ted Cruz è un conservatore intransigente, con un elettorato che lo adora. Manna per i repubblicani spaventati da Trump. Giovane eppure strutturato insider del palazzo, si sta applicando con metodo e strategia alla costruzione di un popolo.
Il puro del Texas

Ted Cruz, senatore repubblicano candidato alle primarie del Gop. E’ in grado di trasmettere l’idea che crede religiosamente in ogni cosa che dice (foto LaPresse)

In questo momento Ted Cruz è il prodotto più richiesto nel supermercato elettorale del Partito repubblicano. Donald Trump è il grande rumore di fondo della campagna, un catalizzatore di pulsioni vaghe e diffuse dotato di una carta di credito senza plafond, è la fiammata americana nel rogo populista globale; Cruz il conservatore intransigente che si sta applicando con metodo e strategia alla costruzione di un popolo. Uno è un avanspettacolista collaudato, collezionista di crasse sparate che elargisce ogni sera al suo pubblico come un vecchio attore di vaudeville, l’altro un giovane eppure strutturato insider del palazzo, uno che mastica il linguaggio della politica, e quando adotta quello dell’antipolitica lo fa con senso del calcolo e arte della dissimulazione. Trump vive d’improvvisazione e istinto, Cruz di pianificazione e tattica. Una prova è la decisione scaltra di non attaccare Trump, nella speranza di potergli soffiare l’elettorato una volta che il suo ciuffo si sarà sgonfiato. L’altro ha capito facilmente il trucco e lo provoca di continuo per stanarlo, per costringerlo a giocare a carte scoperte. Entrambi sono legittimi eredi di tradizioni politiche americane che pulsano ancora in molti cuori, e se il palazzinaro tamarro è un’icona dell’anti intellettualismo e delle confuse persuasioni nativiste, un residuo degli anni Venti del secolo scorso catapultato in un confuso oggi, il senatore del Texas vorrebbe fare al Partito repubblicano quello che, si parva licet, negli anni Sessanta fece un altro senatore repubblicano, Barry Goldwater, protagonista di un epocale disastro elettorale contro Lyndon Johnson che gli permise tuttavia di diventare il Giovanni Battista del messia repubblicano, Ronald Reagan. Goldwater ha consolidato una mentalità conservatrice che ha dato i suoi frutti quindici anni più tardi, e in un certo senso la prospettiva della sconfitta nell’immediato era il dolore inevitabile e necessario per poter partorire un’idea spendibile. Nella line up di quelle primarie repubblicane c’erano candidati più duttili e presidenziabili, ma come ne sarebbe uscito il messaggio del partito? Come minimo annacquato, depotenziato.

 

Cruz abbraccia questa logica intransigente con lo zelo del purista e spirito marziale. Ha fin qui condotto la campagna senza mai cambiare il suo messaggio, la sua “narrazione”, anche quando non sembrava dare i frutti sperati. Ha messo a punto e affinato i suoi topos letterari, dalla lotta al “cartello di Washington”, termine che evoca le bande del narcotraffico, ai “re filosofi” che credono di possedere ogni forma di sapere passando per i “talebani atei” che impongono la logica dell’aborto. Di fronte all’avanzata degli avversari non ha cambiato strategia, ma da “conservative fighter” ha brunito scudi e armature per combattere anche di notte. Mentre l’establishment del partito lambicca intorno a scenari alternativi per reagire o gestire l’eventuale apocalisse di una vittoria di Trump alle primarie, oppure pianifica strategie sul da farsi nell’improbabile caso di una “brokered convention” (se si arriva alla convention di Cleveland, a luglio, senza un candidato con una chiara maggioranza di delegati in tasca si dovrà mettere in scena una qualche forma di compravendita o un compromesso politico a tavolino per trovare il candidato: ogni quattro anni i partiti si attrezzano, dicendosi allarmati perché “questa volta è diverso”, per un’eventualità che poi non si materializza), Cruz procede per la propria strada, tramutando la confusione generale del mondo conservatore in consensi particolari in suo favore. Nel giro di qualche mese il suo “stump speech” si è tramutato da performance scolastica a scossa elettrica per un elettorato giovane in cerca di idee chiare, non delle fatue iperboli di un Trump. Nel tempo i sondaggi hanno preso a crescere, la sua statura si è consolidata, gli investimenti nei dibattiti televisivi hanno iniziato a pagare dividendi, e a un mese di distanza dalle primarie dell’Iowa la media dei sondaggi compilata da RealClearPolitics lo mette al primo posto nello stato dove iniziano le danze, con oltre il 30 per cento della popolarità. Cruz ha i numeri e la personalità per aggiudicarsi l’Iowa, uno stato che nella grande trama elettorale significa tutto e niente. Niente: vincere nello stato di cui l’America si ricorda l’esistenza ogni quattro anni, un posto culturalmente insulare dove i suini superano gli uomini in numero e densità abitativa, non conta quasi nulla ai fini della conquista della nomination. Reagan non ha mai vinto il caucus di Des Moines. Quattro anni fa ha vinto Rick Santorum, otto anni fa Mike Huckabee, due che ora si danno battaglia nei dibattiti televisivi di seconda fascia, quelli organizzati dai network prima dei dibattiti veri perché tutti quei candidati su un palco solo non ci stanno, e se anche ci stessero sai che noia. Tutto: l’Iowa può essere una tappa per consolidare il proprio popolo, è un passo necessario ma non sufficiente verso la creazione di una personalità, e magari pure del suo culto.

 

Cruz è leader di specie carismatica, personaggio fiero, divisivo, uno che i colleghi del Senato non possono vedere da quanto è inflessibile e impegnato con i suoi ferrei principi e che per lo stesso motivo il suo elettorato adora. Molti candidati sognano di avere almeno uno zoccolo duro di elettori che li amano quanto il popolo di Cruz ama il suo caposquadra. Chi punta sulla vittoria finale distribuisce le risorse della campagna, pensa ai mesi che verranno, ai delegati, agli stati che contano davvero, dosa le energie come fanno i maratoneti. Chi invece vuole conquistarsi il proprio posto nel mondo conservatore e giocare sulla lunghissima distanza riversa un sacco di risorse in Iowa senza aspettarsi una plusvalenza sugli investimenti a breve termine. Magari alla Casa Bianca non ci arriveranno mai, ma avranno una costituency altamente fidelizzata da mettere sul tavolo delle trattative. Non è poco. Quest’ultima è la strategia di Cruz. Nell’ultimo trimestre ha raccolto 20 milioni di dollari, cifra che ha quasi raddoppiato il budget dell’intera annata. I candidati non sono obbligati a pubblicare i dettagli dei finanziamenti elettorali prima del 31 gennaio, ma Cruz ha voluto farlo lo stesso, come dimostrazione di forza, in termini generali, e più specificamente per mostrare che esiste un popolo cruziano, un sentire a lui affine, un progetto conservatore a cui aderire, e non importa se la vittoria non verrà in questo ciclo elettorale. E’ un conservatorismo che ha un polmone “costituzionale”, che si propone di restaurare lo spirito smarrito di una nazione prendendo a calci con stivali texani Washington e tutti i suoi eccessi, e un polmone “smart”, di ascendenza libertaria, con il respiro sincronizzato con la generazione dei millennial, che ha i numeri per poter essere decisiva in questa tornata. Nel Cruz pensiero non c’è un’oncia di moderazione, ma la sua è un’intransigenza accuratamente pianificata, cinica, velata di opportunismo e “savvy”, sgamata. Del resto, è un candidato che basa la sua campagna su un messaggio anti élite quando lui stesso, dopo una gioventù non proprio indigente da figlio di immigrati cubani nel business del petrolio, si è buttato senza indugi nel mondo autoreferenziale dell’Ivy League, laureandosi a Princeton e specializzandosi ad Harvard. Un ritratto di qualche anno fa della rivista GQ dice che quand’era alla scuola di Legge “si rifiutava di studiare con chiunque non avesse ottenuto il baccalaureato ad Harvard, Princeton oppure Yale”, passaggio che ha fatto imbestialire Cruz, il quale ha preteso e ottenuto una correzione nell’articolo: Cruz non “si rifiutava” di studiare con gli studenti di università meno prestigiose, ma ha “dato voce alla sua riluttanza” in questo senso. Non aveva nemmeno compiuto trent’anni quando George W. Bush lo ha voluto come consigliere per la sua prima campagna elettorale, servizio che gli è valso un posto al dipartimento di Giustizia una volta che si è insediata l’amministrazione.

 

[**Video_box_2**]Nemmeno i suoi critici più severi – e sono tanti – mettono in dubbio la qualità della stoffa politica, ma il talento non basta, e una volta fatto il candidato bisogna fare l’elettorato, anzi il popolo, ché il senatore texano fa appello a una coscienza collettiva repubblicana che è sfilacciata ma non perduta. La campagna di Cruz ha dichiarato di aver ricevuto 670 mila donazioni da 300 mila finanziatori, che hanno dato in media 67 dollari a testa. Sono medie obamiane (soltanto medie: la cifre totali sono e saranno ben diverse) che vanno accoppiate al vertiginoso incremento della presenza nello stato che tiene le primarie il 1° febbraio. Nell’ultimo mese Cruz ha tenuto novanta eventi elettorali in Iowa, i suoi cinquecento volontari mandati dal Texas stanno facendo un lavoro meticoloso, casa per casa. I cronisti che hanno provato a intervistarli hanno ottenuto garbati rifiuti: anche il più umile dei partecipanti (non pagati) alla campagna elettorale è stato istruito su come trattare con i media. Con l’iniziativa “99 Pastors” sta cercando di convincere almeno un pastore per ogni contea dell’Iowa a fare campagna presso la propria comunità, iniziativa che lo mette in linea con la destra religiosa senza tuttavia ridurlo a candidato orientato in modo quasi esclusivamente religioso, come sono Santorum e Huckabee, che non a caso sono i più attivi in Iowa. Il reverendo Joseph Brown, sponsor dell’iniziativa, dice che “non c’è un candidato migliore oggi. Credo che il senatore Cruz sia davvero eleggibile e, soprattutto, credo che sia colui che Dio vuole per guidare questo grande paese”.

 

Se Trump cerca legittimazione nella bile dell’America, Cruz la cerca nel sentire religioso che è il collante di un popolo. E lo fa mischiando i linguaggi e i registri, integrando l’analogico e il digitale, sommando i grandi finanziatori ai piccoli donatori galvanizzati, la logica nazionale e quella locale. L’app The Cruz è una sottospecie di videogame social in cui i giocatori guadagnano punti quando convincono i loro amici a concedere alla campagna del senatore i loro dati per meglio studiare e profilare l’elettorato. Trump ha una presenza più potente nello stato, ma per il momento minore capacità di penetrazione, mentre Marco Rubio, antagonista ideologico totale di Cruz, arranca nei sondaggi, segnalando che non è in Iowa che cercherà di gettare le fondamenta per costruire la nomination. Il “momentum” di Cruz è frutto di abilità elettorali ma anche del grande vuoto dell’establishment. Una coalizione di grandi finanziatori ha prematuramente versato oltre 120 milioni di dollari nelle casse della campagna di Jeb Bush, che poi per varie ragioni ha preso a perdere colpi e capacità persuasiva, arenandosi in una zona morta dei sondaggi. Tutto questo ha favorito l’ascesa dello scoppiettante e pazzotico Trump. Così da qualche tempo a questa parte il primo problema del Gop, nel senso dell’establishment del partito, non è quello di esprimere un candidato credibile ma di esprimere un candidato che non si chiami Donald Trump. Ogni settimana ci sono incontri a porte chiuse in cui i maggiorenti del partito immaginano gli scenari elettorali peggiori e si articolano contromosse, l’intellettuale neoconservatore Bill Kristol ha lanciato una campagna per trovare nome ed etichetta a un partito alternativo e Trump-free, qualche giorno fa Benjamin Ginsberg, già consigliere di Bush e Mitt Romney, sul Wall Street Journal ha disegnato le prospettive possibili, benché improbabili, di una convention di partito senza un candidato vincitore. Il grido di battaglia “tutti ma non Trump” ha cambiato la dinamica dei finanziamenti elettorali e delle alleanze, aprendo spazi di consenso per candidati che non sono necessariamente eleggibili, ma hanno una “narrazione” accattivante e solida.

 

E’ per uno strano paradosso che l’allineamento dei repubblicani mainstream contro Trump ha fatto la fortuna di un Cruz, invece di reindirizzare interamente i consensi su un più credibile Rubio, che è un candidato per tutte le stagioni armato di ragionevolezza e senza pulsioni rivoluzionarie. Ma è proprio qui che emerge l’astuzia identitaria di Cruz, che è un uomo d’establishment che corre come candidato antagonista, un giovane di vecchia scuola politica texana ma con intenti rottamatori e “disruptive”, un secchione che sa parlare il linguaggio dei contadini dell’Iowa e che intercetta certi sentimenti isolazionisti diffusi nella destra più libertaria. Ed è in grado di trasmettere l’idea che crede religiosamente in ogni cosa che dice, infischiandosene delle contraddizioni: non è una qualità retorica da poco (il presidente in carica ci ha vinto un paio di mandati su questa qualità). Soprattutto Cruz sa che certe volte occorre perdere la battaglia per vincere la guerra e dunque procede con nella sua campagna senza sobbalzi, non si fa prendere dalla voglia di strafare, esegue la strategia originaria con la freddezza del pianificatore accorto, tutto per suscitare e consolidare la fedeltà di un popolo che in questo momento non è numericamente decisivo, ma seguirebbe il suo eroe anche all’inferno. Un luogo che Cruz riuscirebbe a valorizzare, dicendo che è sempre meglio di Washington.

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