Da Voghera al Qatar

L’emiro ha rilanciato la maison. E Valentino, con l’irripetibile lifestyle, rafforza l’aura del proprio mito. Una parabola lunga mezzo secolo. Si deve a lui “l’invenzione delle lettere dell’alfabeto applicate all’abbigliamento”. Management capace, tempo, investimenti, e il marchio è tornato a essere innovativo e di tendenza, come negli anni di Jackie.
Da Voghera al Qatar

Valentino e una modella con un suo abito. Direttori creativi della maison oggi sono Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri

In un venerdì pomeriggio di metà dicembre, i vertici della Valentino spa hanno invitato amici e clienti a una festa di Natale che prevedeva l’accensione delle luci sulla facciata dell’atelier a palazzo Mignanelli e sull’albero di Natale alto quindici metri, issato la mattina non senza fatica e accorata invocazione ai mortacci suoi. Allo sfolgorio delle luminarie, gli ospiti hanno atteggiato la bocca all’espressione di meraviglia di prammatica, applaudito come di dovere fendendo l’aria fredda e umida che a Roma si sente solo lì, alle pendici del Pincio, e subito si sono rifugiati nella boutique. I due direttori creativi, Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, li aspettavano per firmare a chi l’avesse voluto il loro ultimo libro, “Mirabilia Romae”, una crasi fra ispirazioni artistiche e creatività applicata da cui nasce l’ultima e oggettivamente mirabile collezione, seduti accanto a una bella bambina bruna che indossava un cerchietto in panno rosso in luogo delle raffinate ferronière disegnate dal babbo, che “quando lavora si chiama Valentino”, come disse qualche anno fa alla stampa mostrando un raro dono per la sintesi e conquistandola seduta stante. Fra fotografi ossequienti, champagne a temperatura controllata e biscotti a forma di stellina, l’atmosfera risultava molto elegante e in puro spirito natalizio occidentale, che in tema di lusso, arte e shopping segue regole universalmente condivise dai tempi dei primi bigliettini disegnati da Norman Rockwell e che sono del tutto avulse dagli usi e i costumi di chi paga quei bigliettini, fosse pure la famiglia reale del Qatar com’è in questo caso.

 

Da quando, nell’estate del 2012, l’emiro Hamad bin Khalifa al Thani comprò il pacchetto di maggioranza di Valentino dal fondo inglese Permira, che non sapeva più come liberarsene, allo strabiliante prezzo di 700 milioni di euro, quasi venticinque volte la redditività, la società nata per volere di Valentino Garavani col sostegno della sua famiglia di cauti lombardi alla fine degli anni Cinquanta e salvata già solo pochi anni dopo dall’ingresso di Giancarlo Giammetti, uno studente di architettura di spregiudicata abilità per gli affari, ha moltiplicato i risultati. Il margine operativo lordo veleggia a quota cento milioni per seicentocinquanta di fatturato, e il marchio Valentino è tornato ai vertici della desiderabilità mondiale, insieme con Yves Saint Laurent, da decenni di proprietà dei Pinault, che è una maison dalla storia per molti versi similare: a sua volta fondata da una coppia d’affari, di fatto e di straordinario arrivismo sociale (“nella moda si vince innanzitutto in coppia”, osservava qualche giorno fa il presidente onorario di Camera della Moda, Mario Boselli), a sua volta finita più volte a un passo dalla disfatta, a sua volta passata per mani creative e amministrative inadatte.

 

Quella di Valentino, “l’uomo a cui si deve l’invenzione delle lettere dell’alfabeto applicate all’abbigliamento”, come scriveva nel 1984 in uno dei primi libri antologici sulla moda italiana Pia Soli, che pure era una giornalista serissima, è una parabola lunga mezzo secolo che attraversa due continenti e fortune antiche e recenti. Da Voghera a Doha, e senza nessuna voglia di ritorno. Mentre la stampa mondiale non smetteva di incensare il fondo Permira per il grande affare apparente, Valentino diventava il marchio “edgy”, di punta, innovativo e di tendenza che forse non era più stato dagli anni di Jackie andata sposa ad Aristotile Onassis, grazie alla più semplice e la più antica delle strategie di gestione: management capace, investimenti, tempo. Il tempo soprattutto, che nella moda è l’elemento cruciale, e la cui mancanza è il motivo per il quale l’intervento di un fondo lascia generalmente un marchio svuotato di anima o svuotato di soldi ma in ogni caso svuotato, e il management, direttore creativo compreso, sull’orlo del suicidio o ricoverato in rehab.

 

Gli al Thani, bisogna riconoscerlo, hanno fatto quello che in vent’anni, da quando cioè il fondatore Valentino Garavani e il suo alter ego Giancarlo Giammetti hanno preferito ritagliarsi il ruolo dapprima di azionisti di minoranza e di consulenti strapagati e poi di venerati maestri, non hanno saputo fare né Permira con i suoi risultati trimestrali, né Maurizio Romiti con la tragica parabola di HdP a cavallo degli anni Duemila e neppure la pur abile ma litigiosissima famiglia Marzotto dopo di lui (“quando arrivammo, l’azienda era tecnicamente fallita, afflitta da una ridda di licenze, dalla distribuzione parallela e dalla contraffazione: con Michele Norsa, l’amministratore di allora, potemmo lavorarci senza essere assediati dagli sciacalli solo perché era inglobata in un gruppo solido come il nostro”). L’emiro e la bellissima moglie, Mozah, hanno verificato che i giocatori, trovati già in campo, fossero di grande qualità come in effetti erano, li hanno tonificati, messi nelle condizioni di giocare al massimo delle loro capacità e sono andati a occuparsi d’altro. Per esempio, comprare il meglio dell’immobiliare europeo a partire da Porta Nuova a Milano, entrare in confidenza con la famiglia reale di Inghilterra attraverso quella speciale fratellanza sovranazionale che sono i gran premi di equitazione, e quindi sedurne i sudditi. Da qualche settimana a questa parte, gli al Thani stanno infatti esponendo al Victoria & Albert Museum di Londra la più incredibile parata di pietre preziose e di gioielli di epoca moghul e indiana coloniale, entrambi periodi cari al cuore britannico anglicano come a quello qatarino islamico che va acquistandoli da trent’anni a questa parte alle aste o dagli stessi eredi, una pletora di principi indiani colti e sciatti che, come i loro omologhi in Francia o a Palermo, sbarca il lunario affittando camere di regge immense e talvolta davvero remote persino nel ricordo: Patiala, Kapurthala, Mysore.

 

[**Video_box_2**]Negli anni Venti il maharaja di Indore, Yeshwant Rao Holkar II, si faceva ritrarre da Man Ray e ordinava gli arredi a Walter Gropius: i suoi nipoti, banchieri a New York, e la municipalità dell’ex piccolo regno incastonato al centro del subcontinente, hanno ceduto via via ogni suo bene a un cugino dell’emiro del Qatar, Saoud bin al Thani, morto nel 2014 a quarantotto anni per problemi di cuore dopo aver speso quasi due miliardi di dollari nei capolavori che ora formano la collezione permanente del Museum of Islamic Art di Doha e aver rastrellato ogni singolo fermacravatta, sigillo e fermaglio di quel maharaja sottile ed elegante di cui lo sceicco credeva di essere l’avatar. Da quando il Victoria & Albert Museum ha messo a disposizione della collezione al Thani gli spazi temporanei più prestigiosi del pianterreno, ad ammirare lo strepitoso rubino di Yeshwant Rao Holkar montato ad anello da Mauboussin negli anni Trenta, tutte estatiche sotto l’immagine simbolo della mostra, un fermaglio da turbante in aigrette e diamanti appartenuto al raja di Nawanagar, 152.64 carati escluso il pendente, ogni giorno si affollano centinaia di quelle signore agé e perfettamente candide di cui il Regno Unito sembra avere l’esclusiva. Nei giorni di festa, la fila di messimpieghe azzurrine che si sottopone in assoluta letizia e senza cogliere contraddizioni o paradossi ai severi controlli antiterrorismo all’ingresso, si snoda addirittura lungo i marciapiedi di Cromwell Road: “Oh, non trova che siano magnifici? Questi al Thani”.

 

Come nel caso di Valentino, com’è dal tardo Settecento in cui l’occidente afferma l’idea della bellezza autosufficiente che a dispetto di tutto continua a esportare, l’internazionale dell’estetica ha mostrato di possedere modi e interessi che travalicano i credo religiosi, usandoli invece talvolta come leva o come status. Il possesso della bellezza come bene supremo, l’uso del denaro come leva. Per questo, è perfettamente comprensibile che una delle testate di riferimento dell’alta borghesia mondiale, Town & Country, abbia definito sul numero di Natale di quest’anno gli al Thani “la nuova famiglia reale britannica”, usando giusto quel quid di ironia uso a schermare la più smaccata adulazione, ed è del tutto logico che sui giornali popolari inizino ad apparire foto del nuovo idolo dei mercanti d’arte mondiali, la giovane sceicca al Mayassa, mentre stringe la mano del principe Carlo che la fa ridere di gusto. L’internazionale della bellezza subisce le guerre, gli attacchi e i crolli di fatturato senza parere, semmai si allea con il nemico come Coco Chanel quando si acquartierò nella Parigi occupata al Ritz con un ufficiale nazista. La confraternita dell’eleganza non ritiene di dover prendere in considerazione il terrorismo, semmai lo placa con il miraggio del denaro e del potere oppure e al contrario lo sfida, come Valentino stesso quando, rientrato da Parigi nella Roma delle Br e dei rapimenti, si limitò a mettere i vetri blindati alla sua Mercedes rossa, continuando ogni giorno a percorrere indomito, o per meglio dire sprezzante, lo stesso tragitto fino a palazzo Mignanelli mentre gli amici lo scongiuravano di farla verniciare almeno di nero. Un documento del 1968 conservato nelle Teche Rai lo mostra, le basette lunghissime e nere, la bocca piena di trentenne già atteggiata a quell’espressione di leggero, contenuto disgusto sulla quale Dario Ballantini ha costruito la propria fortuna di imitatore, mentre dichiara come le sue “donne non vivano i problemi della vita moderna” e che dunque possano “pensare solo alla propria bellezza” viaggiando con tutto il bagaglio necessario, cioè senza le limitazioni che, è sottinteso, son cosa da serve.

 

“Nessuno sa vivere come Valentino”, disse Giammetti due anni fa all’amica Anne Hathaway che per Interview gli poneva qualche domanda adorante e una sola sbarazzina, perché la memoria pubblica, anche giovane come nel caso dell’attrice, è ancora fresca delle licenze pur siglate negli anni Ottanta per le assi del water e le piastrelle da bagno con la V smaltata della Piemme di Francesco Zironi detto Chicco che però, e per la solita filosofia della bellezza autosufficiente, si dice aiutarono a pagare la commessa del panfilo Toi et moi sul quale tante amicizie sono state strette. Anche adesso che le licenze sono state ridotte quasi a zero, e che gli abiti di Valentino hanno raggiunto uno stato di grazia lontano da certe pesantezze romane degli ultimi anni della creatività del fondatore e dall’apoteosi kitsch delle colonne in vetroresina allestite nel 2007 da Dante Ferretti al tempio di Venere per la festa dei quarantacinque anni di attività della maison (una gentile concessione del sindaco del tempo, Walter Veltroni che, come noto, ama il cinema: perché fossero smontate ci vollero quattro mesi e gli strilli pubblici del sovrintendente Bottini) l’immagine di Valentino resta legata al suo irripetibile lifestyle, al suo snobismo un po’ madame Verdurin e al fasto ancien régime delle sue case. Mentre la coppia Chiuri Piccioli rafforza le proprie credenziali un libro dopo l’altro, lavorando sul teatro, l’arte contemporanea e antica, portando centinaia di ospiti internazionali e non sempre aderenti all’internazionale della bellezza a scoprire, oltre a una collezione di couture, il bagno di Diana di palazzo Doria Pamphilj e il Mitreo nascosto sotto i depositi del Teatro dell’Opera, presso il Circo Massimo, Valentino Garavani rafforza invece l’aura del proprio mito sfoggiando le sue squisite collezioni di vasi cinesi, di piatti, di arredi, lo chalet di Gstaad, il castello di Wideville, la mansion di Londra, la villa di Roma e ogni altro possedimento in mostre e libri.

 

L’azienda Valentino convive perfettamente, e in questo forse risiede la vera forza di Chiuri e Piccioli, con la mitica figura di Valentino Garavani che se ne è allontanato quasi dieci anni fa. L’ultimo imperatore, come dal titolo del biopic che gli dedicò di Matt Tyrnauer, primo regista di una tendenza alla vanità su grande scala che ha sedotto creativi molto meno importanti di lui, vive la vita da favola che ha saputo inventare da quei primi disegni tracciati nel salotto di Voghera e che Giammetti gli ha regalato negoziando per decenni contratti milionari e non di rado stravaganti, come il ricchissimo appannaggio che gli concesse Romiti per il guardaroba. “Da Dessès ho imparato la misura e da Guy Laroche la molteplicità dei ruoli del creatore”, disse anni fa. E’ improbabile che quello attuale sarà l’ultimo.

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