Er lupo de noantri

Diavoli, finanza, Teseo, libri e molti soldi. Chi è Guido Maria Brera, lupacchiotto di Wall Street seduttore prima del Cav. e ora dei renziani. Già miglior trader d’Europa, finanziere che odia la finanza, autore del romanzo italiano sul debito pubblico e ora editore civile.
Er lupo de noantri

Guido Maria Brera con la seconda moglie, Caterina Balivo. Fondatore del gruppo di risparmio gestito Kairos, l’anno scorso ha pubblicato “I Diavoli. La finanza raccontata dalla sua scatola nera”

Nella foto già celebre di Teseo è il primo in piedi a sinistra, mette una mano benedicente sulla spalla del deputato-scrittore Edoardo Nesi, e incombe su Furio Colombo; la camicia bianca pre-renziana che è la sua uniforme, in tinta col candore dentario, rifulge nella pavimentazione di seminato veneziano in un’immagine votiva di società civile. E’ la pala di Brera, dove Brera, Guido Maria, qui sovrintende alla nuova casa editrice messa su da Elisabetta Sgarbi con una quota, si dice, di due milioni di euro. Il “dottor Brera”, come lo chiama Francesco Merlo nella annunciazione su Repubblica, “lontano parente” di Gianni, nella sua veste di editore civile incarna la sua ultima manifestazione, dopo quella di finanziere che odia la finanza e scrittore del romanzo italiano sul debito pubblico. Già miglior trader d’Italia e d’Europa, fondatore del gruppo del risparmio gestito Kairos (primo in Italia), milionario, l’anno scorso Guido Maria (Maria è importante, si vedrà) ha pubblicato infatti con Rizzoli “I Diavoli. La finanza raccontata dalla sua scatola nera”, storia sulfurea di finanzieri e lobby plutocapitaliste che speculano sui debiti sovrani; non contento, ne ha ispirato un altro, di romanzo, il “Resistere non serve a niente” di Walter Siti, sempre Rizzoli, che ha vinto pure lo Strega, e dove il protagonista è in parte calibrato proprio su Guido (Maria) Brera. Eccoci al Maria, importante sia in senso cattolico che onomastico, il finanziere-scrittore ha infatti uno spiccato culto mariano, crede alla Madonna, al collo non si separa mai da un grosso crocifisso d’oro, forse anche come bene rifugio. Ha poi un figlio di nome Guido Alberto, e questi secondi nomi aspirazionali forse servono a capire qualcosa del personaggio, che pare avere una storia balzachiana. “Sono sempre stato ai margini”, ha detto in un’intervista a Teresa Ciabatti su IoDonna. (Titolo: “Da ragazzino ero uno sfigato”). Bisogna intendersi però sui margini: lungi dall’essere un ragazzino proletario di periferia, come quello del personaggio di Siti, Guido Maria è un signore belloccio di 46 anni, molto abbronzato, con tanti capelli, con una fisiognomica molto romana, sembra un avvocato appena venuto giù da uno scooterone con la sua sovraccoperta Tucano.

 

I margini qui, dunque, sono tutti interni a una media borghesia, quella classe sociale così rara a Roma, soprattutto a Roma sud. Via Dandini (antenati illustri della presentatrice tv), zona San Saba (che è già zona di margini, essendo la rive gauche dell’Aventino); tra ambasciate e scuole internazionali sopra la Fao, casa De Sica; però siamo nella parte popolare, attaccata al viale Marco Polo. Papà direttore di banca, mamma casalinga. Studi al Santa Maria (altri margini, altra Maria), una Eton riluttante, scuola religiosa cara ma succedanea di quelle dove vanno i ricchi veri. Per borghesie di San Giovanni e dell’Eur a lenta legittimazione (una delle allieve celebri fu Angiola Armellini, già “signora del mattone” romana, che fu attesa davanti al parificato e vittima di un tentato rapimento; strattonata, ma riuscì a salvarsi, come raccontò Marianna Rizzini qui sul Foglio). Si sa che lo snobismo può fare danni sempre sottovalutati, non c’è bisogno di leggere o rileggere Proust. Però qui, traumi primari du côté dell’Aurelia.

 

All’Argentario, infatti, esplode il clash. In forma di amore non ricambiato per una ragazza di Roma nord (“ammazza, bellissime le parioline”, ha detto a Daria Bignardi alle “Invasioni barbariche”). Clash culturale e trauma tra i Vanzina e Nanni Moretti. Normalmente con la compagnia Roma sud il giovane Guido (Maria) va infatti “a Ostia e a vedere il monumento a Pasolini e poi a fare il bagno a Ostia dopo aver visto ‘Caro diario’”, dice a Paolo Mieli quest’estate al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ha una faccia anche un po’ pasoliniana, Brera, sicuramente romana: tanti denti, capelli, gesti. La camicia un po’ troppo stretta. Tra Ninetto Davoli e Alfio Marchini (e non si sa come nessuno l’abbia ancora tirato dentro per le elezioni romane; mentre qualcuno lo vorrebbe sindaco di Milano. E dopo l’apparizione alle “Invasioni”, bello e sicuro con la sua abbronzatura da Argentario o da Lampados, Berlusconi lo sondò tanto da provocare una lettera di smentita del finanziere pasoliniano al Corriere della Sera). All’Argentario, invece, altre compagnie: all’Argentario la famiglia Brera ha casa ma modesta, il padre taglia l’erba in giardino, gli amici ricchi scambiano questo papà per il giardiniere, dinamiche tipo Mauro Di Francesco in “Sapore di mare 2”. La ragazzina ricca manifesta il diniego in questo modo: “Non mi va di stare con uno che nella vita mi farà controllare se lo scaldabagno è acceso o spento”. Ammazza. Questa signorina, sospira Guido Maria con Mieli, “è una delle tantissime donne che non hanno avuto pazienza con me”, perché “la donna su un uomo ci deve investire sopra”, ha detto forte della mascella volitiva e dello sguardo da playboy un po’ Albertone (tipo: “A me m’ha rovinato ’a guera”). Tornerà però bello e spietato come il conte di Montecristo: si laurea velocemente in Economia alla Sapienza, vorrebbe rimanervi, il professor Pellegrino Capaldo pragmaticamente lo consiglia (“lei è un ragazzo sveglio, qua all’università non ci deve stare”). Dunque Milano, è il 1994, decide di entrare nella finanza, e qui naturalmente è il centro della questione, perché la finanza non gli piace, “il mio lavoro lo detesto”, “non avevo mai letto il Sole 24 Ore in vita mia”. Però è anche “molto meritocratica”, decide che fare i soldi sanerà il vecchio trauma dello scaldabagno. Si fa velocemente una posizione, prima in Fineco-Bipop, “un gruppo di brescianotti molto sofisticati che si erano messi a tradare sui mercati come pazzi”, poi Londra. Dai brescianotti guadagna un milione di lire al mese; nel posto successivo a Londra gli offrono un miliardo l’anno. Ascesa continua, “prendo in affitto la casa che era di Tom Ford”, soldi veri, un matrimonio, due figli, un divorzio, qualche crisi. Nel frattempo fonda con un socio la Kairos, in cui tuttora è rimasto. Poi un secondo matrimonio e un altro figlio con la televisiva Caterina Balivo.

 

E questo libro, molto autobiografico: i Diavoli sono quelli che decidono le politiche monetarie, insomma una cupola che stabilisce i destini mondiali. Perché Brera è un finanziere contro la finanza: “A causa del neoliberismo, questa nuova filosofia totalizzante, le banche hanno sostituito lo stato” ha detto alla Bignardi. E la storia del suo romanzo è quella di un gruppo di Diavoli finanziari abituati a mettere in ginocchio paesi e debiti sovrani che alla fine in extremis decidono di salvare il loro paese, cioè l’Italia. Finanziere antiliberista, Brera è anche vagamente complottista (però ci prende): è convinto che la grande crisi dei debiti sovrani sia partita dall’America: “Hanno cominciato a vendere i nostri titoli di stato” ha detto a Vittorio Zincone su Sette. “Nel giugno 2011 il contagio era avviato. E anche i francesi e i tedeschi si sono messi a vendere. I segnali erano visibili”. E’ stato filogreco, comunque scettico sulla posizione della Troika. Su twitter ha messo una foto in cui “Il minotauro globale”, opera clou di Yannis Varoufakis, è tra i “libri fondamentali”, insieme a Luciano Gallino (sempre citato), Voltaire ed Edoardo Nesi (suo collega e amico, scrittore passato alla Nave di Teseo, sul Foglio ha detto a David Allegranti che Brera, “umanissimo grande finanziere e scrittore”, è una delle personalità che Renzi dovrebbe stare a sentire). “La Grecia è un simbolo, attacchi lì per infrangere il tabù dell’inviolabilità del debito sovrano d’un paese occidentale. La puoi considerare una forma di terrorismo”, dice il suo alter ego romanzesco Massimo. Nel romanzo “Resistere non serve a niente” di Walter Siti, invece, un trader: “La colpa è della crucca indecisa, ci buttavano cinquanta miliardi tre mesi fa e chiudevano la falla”. Dove la crucca è naturalmente Merkel.

 

In un rimando continuo tra finzione e realtà (come dicono i critici eleganti) su Internet c’è poi una specie di diramazione del suo romanzo (idiavoli.com) in cui i personaggi raccontano l’attualità economica e finanziaria, tra fantascienza e realtà; e però hanno già all’attivo un paio di scoop, dallo scoppio della Borsa cinese, previsto con anticipo, alla recente svalutazione dello yuan (anche questo previsto). C’è anche un interessante capitolo sul caso Volkswagen, in cui si “narra” che in realtà il caso delle emissioni sarebbe solo un capitolo di una guerra commerciale globale decisa anche qui a Wall Street. Il feuilleton finanziario, un post a settimana, è avvincente e ha anche i concetti principali scritti in grassetto. Nasce “per sensibilizzare i decisori verso una ripartizione della ricchezza più equa”, perché l’equità è un pallino di Brera. Se lo scoprono i grillini lo fanno ministro dell’Economia per acclamazione.

 

Però politicamente Brera è un liberale, dice chi lo conosce, soprattutto un cattolico. Crede molto alla redistribuzione, agli ascensori sociali; su twitter fotografa Rolls Royce davanti agli hotel di lusso, un’altra dimostrazione dell’indice di Gini”, cioè misura della disuguaglianza; l’altro giorno in Bocconi ha presenziato a un incontro sulla “Vocazione sociale del capitalismo italiano”, forse l’esperienza tra i brescianotti sofisticati l’ha avvicinato a una concezione bazoliana della finanza, alla Tovini o Montini. Forse un po’ mistico alla “Cuore sacro” di Ozpetek. Mentre faceva i primi miliardi andava in pellegrinaggio da padre Pio, e la sera andava ad aiutare a Milano fratel Ettore, tra gli emarginati nei sottoterra della stazione Centrale.

 

Però nella crisi cerca la Chiesa, il Cinema o la Società Civile. Cerca lo storytelling. C’è un momento della sua vita in cui smette di lavorare, divorzia, insomma crolla tutto: non va in analisi come sarebbe ovvio ma cerca Renato Petraglia, sceneggiatore della “Meglio gioventù” (“mi aveva molto colpito”). Si mettono a scrivere una sceneggiatura, ma poi “arriva il crollo di Lehman e abbiamo messo via tutto. Ci hanno detto che era ‘recentismo’ e non andava bene”. Si impone punizioni e cilici, più che da diavolo da santo: chi lo conosce conferma che anche nella realtà si stringa i pugni fino a sanguinare, come il protagonista dei suoi “Diavoli” (“Conficca l’unghia dell’indice alla base del pollice. Il dolore è un balsamo. Il dolore è morfina a costo zero che lo aiuta a recuperare il controllo”). Altrimenti, rimira pesci rossi (“Guardare per 15 minuti al giorno un pesce toglie l’ansia”, sempre a Teresa Ciabatti).

 

[**Video_box_2**]In musica gli piacciono De André e Ivano Fossati. Sogna probabilmente una grande chiesa, che va da San Saba a madre Teresa: fa la comunione grazie a un prete amico illuminato pur essendo divorziato, vive tra Milano, Londra e San Vigilio di Marebbe, in uno chalet super cablato dove le molte tracce digitali sparse sui social network testimoniano schermi piatti incastonati nella boiserie, ma anche la compagna Balivo che stende il bucato in pigiama (le fidanzate televisive sono un po’ una stonatura nello storytelling del finanziere-santo, prima c’era stata anche Serena Autieri). A Milano, casa non appariscente sotto i duecento metri quadri in via Crocifisso, a Roma oltre alla Camilluccia un appartamento sopra ai suoi a Roma sud. Ambientalista, moderatamente salutista, tutte quelle robe lì dell’immaginario borsistico non gli appartengono neanche esteticamente: “Quella era la finanza anni Ottanta”, ha detto alla Bignardi.

 

Lui si occupa della finanza degli anni Dieci o Quindici, titoli di stato e sneaker e tante foto e selfie col faccione sorridente. Niente auto di lusso o “mangiare è da sfigati” come diceva Gordon Gekko in “Wall Street” (1987). Invece “era un adepto dell’invisibilità e dell’understatement. Odiava l’apparenza, lo sfoggio degli status symbol”, è la descrizione di un suo personaggio. Ha una specie di divisa, la camicia candida con le iniziali, le cravatte strette, il completo scuro (mai nero ma piuttosto blu-notte), appunto le sneaker come il suo protagonista. Tra i pochissimi status symbol, un’affettatrice Berkel comprata in occasione del primo miliardo (subito traslata nel libro di Siti). Qualche rivincita, perché l'uomo può essere anche ruvido, dicono: un prestito negato a chi l’ha umiliato, esattamente come nel romanzo di Siti, dove il protagonista viene bullizzato da un proprietario di Bentley a cui involontariamente ha rotto uno specchietto, e il proprietario di Bentley poi si pentirà amaramente. A Roma però la vendetta sociale non ha più molto senso (“mi sono iscritto al circolo Canottieri Aniene ma non ci vado mai, quell’unica volta che ci sono andato m’hanno fermato”). Romanista sfegatato, cita spesso il mitico capitano della magica Di Bartolomei. E’ un piacionissimo. “Stampare moneta è come una nevicata, sembra che sia tutto bianco ma poi la neve attacca solo dove ce n’è già altra. Come coi soldi”, ha detto a Bignardi. “Bella ’sta metafora, le piace?”, le ha chiesto soddisfatto con tono alla Alberto Sordi. Più che un lupo, è un lupacchiotto di Wall Street.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi