La madre rubata

Appelli, ripensamenti e contrappelli: riparte il dibattito sull’utero in affitto. Sullo sfondo lo spettro della cancellazione di un ruolo. A qualcuno andrebbe ancora spiegato che la maternità surrogata è già vietata per legge non solo in Italia ma in quasi tutta l’Europa.
La madre rubata

Mario Bettinelli, “Maternità”, 1921 (Fondazione Cariplo). Di maternità surrogata si è tornati a discutere in Italia e in Europa: il 2 febbraio un convegno internazionale al Parlamento francese

Ci ha messo un po’ più di una settimana, la scrittrice Dacia Maraini, per confessare che forse la sua firma sotto l’appello per la messa al bando in tutto il mondo della pratica dell’utero in affitto, denunciata come nuova forma di schiavitù dalle donne di “Se non ora quando. Libere”, lei l’aveva messa con un po’ troppa fretta. Se le promotrici dell’appello affermano di rifiutare “di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore”, e di non poter accettare “solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato”, la quasi pentita Maraini esortava mercoledì scorso dalle colonne del Corriere della Sera a “parlarne ancora”. Forse, dice, non è giusto vietare per legge la maternità surrogata (espressione più gentile per indicare la “gestazione per conto terzi” seguita da consegna del neonato a una coppia committente, etero od omosessuale) anche nei casi accertati di disinteressata solidarietà con chi non ha altro modo per fare figli.

 

Andrebbe spiegato, non solo alla Maraini, che la maternità surrogata (o utero in affitto) è gia vietata e sanzionata per legge, non solo in Italia ma in quasi tutta l’Europa, comprese la Francia e la Spagna dei matrimoni gay. Giovedì scorso, a conferma di questo orientamento generale, il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza un documento in cui “condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce” e “considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare il caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba esser vietato e trattato come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani”.

 

A quel divieto appena ribadito, in Europa fanno eccezione la Gran Bretagna, la cui legge è pero così restrittiva da funzionare meglio di un divieto (la madre “portatrice”, che può essere solo una parente o un’amica della coppia committente e che non deve ricevere denaro in nessuna forma, nemmeno in quella mascherata da rimborso spese, ha sei mesi di tempo per decidere di tenersi il bambino) e la Grecia. Divieti più o meno modulati sono attivi anche in altri paesi, mentre Australia, Canada e soprattutto Stati Uniti, India e vari paesi del blocco ex sovietico – come l’Ucraina – sono i più permissivi, nel senso che tutto o quai è consentito e affidato alla contrattazione tra le parti.

 

Se ora si discute – e ci si divide – tanto attorno all’utero in affitto anche in Italia e anche in casa femminista, è perché la faccenda è diventata di attualità come corollario (inevitabile, secondo alcuni, pretestuoso e inconsistente, secondo altri) della normativa sulle unioni civili attualmente in discussione in Parlamento, prima firmataria Monica Cirinnà del Pd. L’istituto, previsto dal disegno di legge, della stepchild adoption, grazie alla quale diventerebbe possibile l’adozione del figlio naturale del partner dello stesso sesso, nasconderebbe in realtà l’avallo dell’utero in affitto per le coppie di uomini, che non hanno altro modo di ottenere un figlio se non quello di usare, dove è consentito, una madre surrogata. Un’obiezione buona solo ad affossare le unioni civili, replicano coloro che si oppongono a qualsiasi stralcio della stepchild adoption dal testo di legge. Quell’istituto avrebbe solo il senso di “tutelare le famiglie di fatto” e soprattutto i bambini che già vivono con coppie dello stesso sesso. Lo sostengono in un contrappello la sociologa Chiara Saraceno, l’economista Daniela Del Boca e alcuni comitati locali di Se non ora quando, soprattutto del Piemonte e del Trentino. Siamo contrarie alle pratiche mercantili, precisa la Saraceno sulla Stampa, “ma la solidarietà esiste”, e allora si potrebbe normare ma non proibire del tutto, ché tanto chi vuole troverà sempre il modo di rivolgersi ai paesi dove la pratica è ammessa.

 

L’argomentazione è delle più classiche e rischia di essere perfino seducente. Se non fosse che allora – sempre di contratto tra adulti consenzienti si tratta – bisogna capire come mai non è consentito a nessuno vendere un rene, e come mai a nessuna donna è permesso vendere il proprio neonato, cose che invece continuano ad accadere – illegalmente – in paesi lontani, senza che nessuno, o quasi, pensi di normarle. Il fatto è che nel mercato del biolavoro globale indirizzato alla procreazione, passare per i corpi di donna (fornitori di ovociti e fornitori di utero) è inevitabile. Quello che si può fare, visto che la tecnica lo consente, è declassare la gravidanza a “servizio gestazionale”. Anche ben pagato, come in America o in Canada, o a prezzi stracciati, come nelle fattorie procreative indiane o nelle cliniche russe o ucraine. Ma dietro il profluvio di parole, spiegazioni, distinguo e inni alla solidarietà, e perfino dietro certe belle foto di famiglia in posa sorridente con i committenti felici, i bambini e le madri portatrici pure – nei rarissimi casi in cui esse appaiono, perché in genere il loro compito è sparire per sempre dopo il parto – il passaggio di soldi c’è. Sempre. Non lo nega nemmeno la donna americana che lavora in un call center intervistata da Repubblica un paio di settimane fa, la quale si dichiara orgogliosa di aver reso felici le due donne di cui ha portato in grembo i figli genetici. Ma non è azzardato pensare che non l’avrebbe fatto senza la contropartita di qualche decina di migliaia di dollari.

 

[**Video_box_2**]Oppure ci sbagliamo, e da qualche parte esistono legioni di donne agiate e generose, che non vedono l’ora di rendersi utili regalando bambini a coppie sterili, del tutto gratuitamente. Con tanti saluti alla mistica dello scambio e del dialogo intrauterino tra madre e figlio durante la gravidanza. Qualche caso di vera “donazione di utero” a titolo totalmente gratuito in realtà esiste. L’ultimo in ordine di tempo registrato dalle cronache riguarda una una donna di cinquantotto anni di Salt Lake City (Utah), la quale ha messo a disposizione il proprio corpo per partorire il figlio della figlia, che non poteva portare avanti una gravidanza. Inutile sottolineare che lei con quel figlio-nipote un rapporto lo avrà sempre, mentre in quasi tutti i casi di maternità surrogata la prima premura è quella di separare in fretta la puerpera dal neonato, per metterlo subito a contatto con quelli che saranno i suoi “veri” genitori. In altri termini, ciò che è considerato non desiderabile per chiunque venga al mondo – la repentina separazione dalla madre – e che diventa accettabile solo se dettato da seri problemi medici del bambino o della madre, nel caso del nato da gravidanza surrogata è routine prestabilita.

 

[**Video_box_2**]Il prossimo 2 febbraio al Parlamento francese si terrà un convegno internazionale contro la maternità surrogata. Lo promuove, tra gli altri, la filosofa femminista e psicoanalista Sylviane Agacinski, donna di sinistra e fondatrice di Corp (Collettivo per il rispetto della persona). Nel suo saggio intitolato “Corps en miettes” (“Corpi in briciole”, Flammarion, 2013), la Agacinski lamenta la subordinazione di una certa gauche alle lusinghe della tecnoscienza, ricorda che dal 1991 la Francia giudica illegale la pratica dell’utero in affitto, “in quanto contraria ai diritti della persona”, e si chiede come mai invece la questione della legalizzazione della maternità surrogata torni periodicamente alla ribalta, veicolata da progetti di legge e dall’idea che sia il diritto a “fondare una famiglia” a legittimare i possibili metodi di procreazione. Al contrario, sostiene la Agacinski, sono “le condizioni etiche e giuridiche della procreazione che devono decidere i mezzi possibili di fondare una famiglia”. Il pur comprensibile desiderio di figlio non può giustificare la riduzione a mezzo “della vita di una donna nel corso di nove mesi”. Intervistata da Avvenire (il quotidiano della Cei che nel 2013, a firma di Assuntina Morresi, ha pubblicato una lunga e dettagliata inchiesta a puntate sulla maternità surrogata nel mondo), la femminista francese ripete che “l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa”.

 

Sulla sua stessa linea c’è la filosofa femminista Luisa Muraro, fondatrice della Libreria delle donne di Milano, che ha argomentato sul Corriere della Sera del 7 dicembre il suo deciso rifiuto di una pratica che “non è un diritto e non è libertà”. Luisa Muraro aggiunge che “ci sono cose sgradevoli e contrarie alla civiltà e altre che la favoriscono. La relazione materna è una di queste ultime. Va custodita come un bene. Non sappiamo cosà può produrre nelle creature future quel ‘passaggio’. Probabilmente man mano che la libertà femminile si rafforza si vedranno situazioni speciali che consentiranno di trasformare la relazione materna in qualcosa di nuovo. Se necessario. Occorrono, però, garanzie di gesti fatti per amore e liberamente. Finché ci sarà l’utero in affitto è inutile farsi illusioni: passerà per donazione quella che è una compravendita”.

 

La maternità surrogata è stato anche uno dei temi centrali di un importante e affollato incontro organizzato alla Casa internazionale delle donne di Roma, il 22 novembre scorso, dal Gruppo delle femministe del mercoledì, e intitolato “Curare la differenza. Tra gender, generazione, relazioni sessuali e famiglie Arcobaleno”. Come ha scritto Letizia Paolozzi sul sito Donnealtri, “il tentativo era quello di prestare attenzione anche senza necessariamente condividere. Seguire un filo con la pratica che è di molte donne, quella del ‘partire da sé’ e dello sguardo lungo sulla vita, sui sentimenti, sui desideri, evitando i comportamenti logori di una certa politica (maschile?) fatta di appelli, contrappelli, raccolta di firme”. La discussione è partita dalla constatazione che il tema della maternità surrogata “è diventato un campo di battaglia. Certo, la madre surrogata è il punto più delicato, dal punto di vista femminista, nella costruzione di nuove famiglie. Come rispettare la libertà e l’autonomia di ciascuna donna? Come permettere la realizzazione di desideri senza mettere in gioco la libertà dell’altra? Non c’è il rischio di farne una mera questione di mercato? C’è differenza tra il desiderio di maternità e il desiderio di paternità, senza donne? Perché questo desiderio non sceglie l’adozione? Non riconoscendo nessuna differenza fra desiderio di maternità e desiderio di paternità, ritenendo che l’accesso alla genitorialità biologica sia un diritto universale e neutro, non ricadiamo nella conservazione dell’universo simbolico patriarcale?”. Molte domande, tutte essenziali, e variatissime le risposte, nelle quali ha aleggiato spesso, espresso come timore, lo spettro di qualcosa che si può rozzamente (ma non troppo) chiamare “cancellazione della madre”. Vale per Paola Tavella, autrice con Alessandra Di Pietro di “Madri selvagge” e convinta che “un essere umano non si possa né vendere né comprare”, e anche per Claudia Mancina, che però mette l’accento sull’autodeterminazione delle donne che accettano di portare avanti una gravidanza per altri ed è contraria a una legge proibizionista, purché sia salvo in ogni momento il diritto della madre surrogata di tenersi il figlio. Vale per giornalista Franca Fossati, che si chiede come mai tra i giovani e giovanissimi l’accettazione della maternità surrogata passi senza grandi problemi, come qualcosa di scontato, e per la saggista e giornalista Ida Dominijanni, che riflette sulla tendenza apparentemente invincibile, della quale l’America è battistrada, alla progressiva indifferenziazione sessuale. Qualcosa di organico al mercato, in nome della quale si plasmano nuovi diritti, come quello alla genitorialità di coppie per loro natura sterili.

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