Venerato maestro

Perché anche ai più grandi tennisti di sempre serve ancora un coach? Indagine su un ruolo silenzioso nello sport più solitario. Negli anni Cinquanta Nicola Pietrangeli viaggiava, si curava e preparava le partite da solo. Poi è arrivato Drobny, il Professore.
Venerato maestro

Roger Federer, a sinistra, con il coach Stefan Edberg. Da pochi giorni il nuovo maestro di Federer è Ivan Ljubicic (LaPresse)

Nicola Pietrangeli al Roland Garros ci è sempre andato da solo. Da solo viaggiava, si medicava le ferite, osservava gli avversari, preparava le partite ed era pronto a smentire tutte le sue tattiche ogni volta che scendeva in campo. Come faceva senza nessuno con cui confrontarsi? Il tennis è una questione privata, è sempre stato così. In realtà Pietrangeli un maestro l’ha avuto: era un cecoslovacco e si chiamava Jaroslav Drobny, ma tutti lo chiamavano il Professore perché portava grossi occhiali spessi e conosceva il tennis a memoria. Dopo aver vinto Wimbledon e Roland Garros negli anni Cinquanta, Drobny è stato il capitano degli italiani in Coppa Davis nel 1960 e nel 1961 quando l’Italia raggiunse per la prima volta la finale contro l’imbattibile Australia. “Se mi avesse chiesto di giocare con la sinistra io l’avrei fatto senza esitare – dice Pietrangeli al Foglio – Poi gli avrei chiesto perché, forse”. Drobny non era a Parigi quando Pietrangeli ha vinto il suo primo Roland Garros nel 1959 e non c’era nemmeno l’anno dopo, quando vinse per la seconda volta. “Come premio ho ricevuto 150 dollari, era già tanto se riuscivo a pagarmi il biglietto per ritornare in Italia”. Quel tennis all’antica, molto talentuoso e poco atletico, non aveva bisogno di preparatori né di allenamenti. Soprattutto, non c’era nessuno che in quegli anni potesse permetterseli. “Poi uno può parlare quanto vuole – aggiunge – ma una volta che sei in campo, rimani solo per davvero”.

 

Uno dei primi tennisti a intuire l’importanza di avere un allenatore personale fu Björn Borg; ovunque andasse tra il 1974 e il 1981 un omone grande e grosso stava sempre poco prima o poco dopo di lui. Era Lennart Bergelin. Discreto giocatore e niente di più, era riuscito a rendere Borg un campione. Quando lo svedese usciva dagli spogliatoi e si preparava per scendere sul centrale, lui spariva in qualche angolo lontano dal campo e cominciava ad incordare le racchette del suo allievo. “Ho fatto il mio dovere finché è servito – diceva – ma una volta che Björn entra in campo, io per lui non posso più fare niente: adesso sono tutti affari suoi”. In quegli anni Borg ha vinto sei volte il Roland Garros e cinque volte Wimbledon. In totale undici titoli dello Slam, affari suoi. Nello stesso periodo, anche Guillermo Vilas si era convinto della necessità di avere un allenatore che stesse sempre al proprio fianco. Ion Tiriac però, a differenza di Bergelin, non era abituato a starsene in disparte ad incordare racchette. Il giorno prima della semifinale degli Us Open del 1977, Vilas si stava allenando ormai da due ore quando a un certo punto andò vicino al suo allenatore e gli disse: “Non capisci che questo non basta? Domani devo giocare contro Salomon”. Tiriac, che non ha mai sorriso in vita sua nemmeno per sbaglio, gli rispose: “Da quand’è che hai imparato a parlare? Sono io quello che parla. Tu dovresti stare zitto e limitarti a giocare”. Permaloso com’era, Tiriac fece le valigie e corse all’aeroporto. Vilas riuscì a raggiungerlo e lo implorò di rimanere. Come avrebbe fatto senza di lui? In finale contro Jimmy Connors, dopo aver perso il primo set Tiriac non ebbe bisogno di dire niente al suo allievo, gli bastò un lungo sguardo per fargli capire che se non avesse cominciato a giocare senza quella maledetta paura se ne sarebbe andato via. Poco meno di due ore dopo, Vilas aveva vinto il suo primo Us Open. Oltre a Vilas, Tiriac ha allenato il suo compagno di doppio Ilie Nastase, Marat Safin e Boris Becker. Cosa ti ha insegnato Ion?, chiesero un giorno al tennista tedesco vincitore di sei titoli dello slam: “Praticamente tutto quello che so”. Oggi, trent’anni dopo aver vinto il suo primo Wimbledon, Becker fa ancora parte del circuito come allenatore del numero uno al mondo, Novak Djokovic. Come lui molti altri ex campioni adesso siedono nei box delle nuove generazioni: Michael Chang allena Nishikori, Magnus Norman allena Wawrinka, Stefan Edberg ha allenato per due anni Roger Federer prima di decidere che poteva bastare, poche settimane fa. Ivan Lendl è stato al fianco di Andy Murray per due stagioni. Con lui il tennista scozzese ha vinto due prove del Grande Slam, lo Us Open nel 2012 e Wimbledon nel 2013. “A volte – ha ammesso Lendl molto tempo dopo – era difficile rimanere seduti a guardarlo giocare facendo finta che tutto andasse bene”. Le partite vengono preparate per giorni e giorni, ma non è mai possibile prevedere niente. Un giorno ha confessato al suo allievo che non sarebbe più riuscito a seguirlo con tutta quell’intensità, Murray non ha gradito: “Forse non hai capito – gli ha detto – io ho bisogno che tu sia al mio fianco sempre”.

 

Lendl se n’è andato e al suo posto è arrivata la francese Amelie Mauresmo, anche lei vincitrice di Wimbledon nel 2006. L’essenziale, in fin dei conti, è essere bravi a dissimulare: applaudire e sorridere, sempre. E’ questo ciò che vuole vedere chi sta in campo. Quando Djokovic guarda verso il proprio angolo, e lo fa spesso, non si aspetta nient’altro che la loro approvazione, vuole essere sicuro che ciò a cui stanno assistendo tutti quanti sia un bello spettacolo, non importa se è vero oppure no. Il suo staff è composto da più di dieci persone tra preparatore atletico, fisioterapista, sparring partner, agente, medico, addetto stampa, incordatore e famigliari ingombranti. Un allenatore da solo non basta, nonostante il suo nome sia Boris Becker, e quindi a seguirlo in giro per il circuito c’è sempre anche Marian Vajda. E Djokovic non rappresenta certo un’eccezione, tutti i giocatori viaggiano ormai scortati da compagnie numerose. C’è qualcuno che si domanda a cosa serva un accordatore personale. Dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere come si fa ad avere ancora bisogno di qualcuno che pensi al posto tuo? Contro Federer bisogna giocare alto sul suo rovescio. Tutto qui. Be’, veramente no, non è mai tutto qui. In campo sei da solo – nonostante il tuo clan silenzioso abituato a sorridere comunque vada – ma le partite non cominciano mai in quel momento, iniziano giorni prima. Dopo aver visto giocare Roger Federer da vicino durante il torneo di Miami del 2004, Tony Nadal si è avvicinato a suo nipote dicendogli: “A tennis lui è più bravo di te, questo è fuori discussione”. I due giocatori si sono incontrati per la prima volta negli ottavi di finale di quello stesso torneo, ha vinto lo spagnolo 6-3 6-3. Non si trattava di un caso. Federer e Nadal hanno giocato contro 34 partite, lo spagnolo è riuscito a vincere 23 volte. Qualcuno ha detto che nel tennis moderno, quello giocato dai cannibali, è più pericoloso avere talento che non averne. Non avere talento, non averne abbastanza, ti impone una liturgia quotidiana, una quotidiana disciplina. Quindici persone che fanno ciò che possono per renderti il migliore, quindici persone che per quaranta settimane all’anno vivono la vita di un altro. Applaudi e sorridi, questa è l’unica regola. Ogni giocatore conosce a memoria i propri limiti e sa benissimo tutto quello che non potrà mai vincere, nessuno però viene pagato per ricordarglielo.

 

E’ dal 2008 che Rafael Nadal prende almeno un antinfiammatorio al giorno; non fa parte della sua lunga liturgia, è che non ne può proprio fare a meno. Chiunque pensi che lo sport faccia bene, dovrebbe osservarlo da vicino mentre cammina. “Ho paura”, dice prima di ogni finale al suo preparatore fisico Joan Forcades. E Forcades ogni volta gli risponde con le stesse parole: “Prega di avere paura per tutta la partita. La paura produce adrenalina, l’adrenalina neutralizza il dolore”. La paura sa fare miracoli. Da dieci anni ogni mattina il suo fisioterapista Rafael Maymò, soprannominato Titín, gli massaggia le ginocchia e gli fascia i piedi. Conosce il corpo del campione spagnolo meglio del suo ma questo non importa. E non importano neanche gli aerei, gli alberghi e tutti quei luoghi che non sono casa sua, le notti in bianco al seguito di qualcun altro, gli asciugamani infilati tra i denti di Nadal per evitare di farlo gridare dal dolore, le docce bollenti e quelle ghiacciate e tutti i rituali che appartengono alla vita e ai successi di un altro. Scusa, ma tu chi sei?, gli chiedono ogni volta: “Nadal’s staff”. La finale di Wimbledon del 2008 tra Federer e Nadal è stata una delle più belle di sempre, cinque set e 288 minuti, un record. All’inizio del quinto set dopo la seconda interruzione per pioggia, Tony Nadal ha detto a chi gli stava di fianco: “E’ finita”. Poi, insieme a Titìn è corso verso gli spogliatoi. Federer parlava con il suo staff e intanto sorrideva. Tony Nadal che non sapeva cosa dire si sedette accanto al nipote e rimase in silenzio. Titìn intanto si era inginocchiato e aveva cominciato a massaggiare i piedi di Rafa. Un silenzio di tomba. L’anno prima, subito dopo la finale persa contro Federer, dentro quegli stessi spogliatoi, Nadal si era sdraiato sotto la doccia e nessuno era riuscito a farlo smettere di piangere. “La frustrazione? La frustrazione è il miglior motore che ci sia”, dice sempre Patrick Mouratoglu che allena Serena Williams, la tennista più forte del mondo. Titìn non voleva nemmeno pensarci e cercava di evitare lo sguardo di Rafa. Tony, senza guardarlo gli fece un discorso sforzandosi di sembrare credibile.

 

L’essenziale è saper dissimulare. “Se riesci ad andare 4 pari, sarà tutta un’altra storia”. Sul 4 pari del quinto set non si gioca più a tennis, si gioca a qualcos’altro. Rientrando in campo Nadal disse ad alta voce: “Posso vincere”. Certo che puoi, gli hanno risposto in coro gli altri due. Applaudi e sorridi. Il quinto set è finito nove a sette per Rafa. Nadal ha vinto il suo primo titolo di Wimbledon perché tutti quelli che gli stavano intorno hanno fatto il loro dovere, non gli hanno mai detto la verità. E la verità era che forse, a quel punto della partita, Federer non meritava di perdere.

 

[**Video_box_2**]Roger Federer è tutta un’altra storia. Rispetto ai suoi colleghi cannibali, lui ha sempre saputo di avere del talento tra le mani, lo sapeva fin troppo bene. Nel 2003, al primo turno del Roland Garros, dopo aver perso una delle troppe partite che avrebbe dovuto vincere, un giornale svizzero mise la sua foto in prima pagina “Riuscirà questo ragazzo a vincere un titolo dello Slam?”. Un mese dopo ha vinto Wimbledon per la prima volta. La frustrazione è il miglior motore che ci sia. E il talento? Il talento da solo non basta mai. Anche Federer, proprio come tutti gli altri, aveva bisogno del costante e silenzioso aiuto di tredici persone visibili solo dietro le quinte, che lo seguivano ovunque per poi lasciarlo vincere in solitudine. Il tennis è uno sport individuale. Pierre Paganini, il suo preparatore atletico, era l’unica persona che aveva il diritto di toccargli la schiena. Ci sono stati momenti in cui Federer giocava talmente bene contro tutti gli altri che quasi gli veniva da ridere. C’era ancora qualcosa di questo sport che non conosceva? Nel 2007, dopo avere perso a Roma al secondo turno contro Filippo Volandri decise di licenziare l’ex campione australiano Tony Roche, che l’aveva portato a vincere sei titoli dello Slam. Ha pensato di non avere più bisogno di un allenatore che gli dicesse cosa fare, dopotutto non aveva fatto nient’altro che colpire palline per tutta la vita. “Stare da solo non potrà che farmi bene”. Poi però è arrivato Djokovic. Allenare Roger Federer non dev’essere un’impresa semplice; significa dover accompagnare in giro per il mondo una persona che non sai se considerare un amico, un figlio oppure un semplice datore di lavoro. Significa fare dipendere le tue giornate da una partita di tennis che non sarai tu a giocare. E se vinci? Se vinci ha vinto Federer, tu eri seduto a guardare. Significa stare in silenzio e aspettare che sia lui a dirti che puoi parlare. In tutti questi anni, dopo la rottura con Tony Roche, Federer ha cambiato moltissimi allenatori: Paul Annacone, Josè Higueras, Severin Luthi e poi Stefan Edberg, che adesso, dopo due anni ha deciso di dedicarsi a qualcos’altro. Al suo posto ha chiamato Ivan Ljubicic, ex numero tre del ranking ed ex allenatore di Milos Raonic. Pochi giorni fa ha anche annunciato che tra due stagioni si ritirerà. E’ uno dei tennisti più forti di sempre eppure, a 34 anni e con una carriera di cui si intravede la fine, ha bisogno di un maestro al suo fianco. Che cosa si può insegnare ancora a Federer, cosa c’è che non sa? Il tennis è una questione privata, da soli peró non si vince mai. Poco prima di accettare il nuovo incarico, mentre commentava l’ennesima finale tra Roger e Djokovic al Master di fine anno vinta come al solito dal serbo, Ljubicic aveva detto che lo svizzero era fortissimo, ma ormai non avrebbe più vinto niente di importante. Sarà costretto a cambiare idea. Non è stato chiamato per raccontare la verità, né per ricordargli ogni giorno che il tempo sta per scadere. Fare l’allenatore di Federer e di tutti gli altri significa soprattutto non rovinare lo spettacolo. Applaudi e sorridi. E se mai, nei discorsi di ringraziamento, qualcuno farà il tuo nome, tu potrai alzarti e pensare che sei stato bravo a fare il tuo dovere, vivere la vita di un altro.

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