Quel gran fico dell’Eugenio

Il destino dei Fondatori è un monumento in bronzo o in marmo a beneficio e monito dei suoi posteri. Eugenio Scalfari, come altri pochissimi, fa eccezione: lui si è già marmorizzato in vita, è il busto di se stesso, una statua parlante però, accidenti se parla e scrive.
Quel gran fico dell’Eugenio

L’Eugenio Scalfari di cui si parla ora, qui, è forse l’ultimo illuminista italiano degno di questo blasone consunto

Il destino dei Fondatori è un monumento in bronzo o in marmo a beneficio e monito dei suoi posteri. Eugenio Scalfari, come altri pochissimi, fa eccezione: lui si è già marmorizzato in vita, è il busto di se stesso, una statua parlante però, accidenti se parla e scrive. Come il celebre e derisorio Pasquino romano, ma con più stile e meno mistero. A novantuno anni, con quella storia alle spalle, una certa civetteria può permettersela (anche se ha cominciato assai presto) ed è comprensibile che il suo sguardo sia rivolto al passato più che al presente. E’ sempre difficile scrivere di lui, perché lo hanno fatto in troppi sin qui e sopra tutto perché lo fa già lui, di suo, “Narciso di prim’ordine, ma consapevole”, largheggiando in prosa. Scalfari è uno di cui puoi scrivere omettendone il nome di battesimo, come i grandi letterati ma non tutti i meridianizzati Mondadori (lui modestamente lo fu: ricordo ancora coi brividi la volta che, fresco d’assunzione al Foglio – col grado di “biondino”, direbbe Mastro Peppino Sottile – lo infilai non ricordo come in un pezzo d’occasione e, per un gioco funesto di copia-incolla, finii per battezzarlo Luigi o qualcosa di simile: all’indomani, scoprendolo, volevo morire e mi predisposi all’inevitabile licenziamento. Il direttore Ferrara, che con l’Eugenio condivide la virtù cognominale, fu invece clemente).

 

Di Scalfari si dice che stia soffrendo, lui che pure delle passioni ha fatto una geometria tutta algida e letteraria. Soffre perché la sua Repubblica è passata di mano in fretta e senza furia, senza tempesta ma con qualche nuvolone all’orizzonte, e – ciò che più aggrava – senza che lui, il Fondatore, venisse avvertito da Carlo De Benedetti che il successore di Ezio Mauro sarebbe stato Calabresi Mario da Torino, cioè dalla direzione della Stampa di Torino. L’immediata ambasceria dell’editore è stata accolta, la baruffa famigliare non ha occupato che per poche ore il ballatoio dei retroscenisti, s’è ricomposta subito, in pubblico, con la smentita ufficiale dell’addio alle armi scalfariano: “Non lascerò Repubblica. Ho avuto un minimo di delusione, di fastidio, per il fatto che l’ingegner De Benedetti non mi abbia consultato prima di decidere il nuovo direttore della testata ma me lo abbia comunicato quando il consiglio di amministrazione aveva già deciso. Visto il grande affetto reciproco, pensavo mi consultasse, anche se probabilmente gli avrei dato il nome di colui che poi sarà il direttore, Mario Calabresi. Dopodiché, De Benedetti mi è venuto a trovare e mi ha chiesto scusa. Ho chiesto di scrivere senza una data fissa ma quando ho voglia di scrivere, perché una rubrica fissa richiede un grande lavoro di preparazione, la lettura di un gran numero di giornali ed è faticoso”. Bene accetta anche la mano tesa di Calabresi: “E’ venuto a trovarmi a casa e mi ha chiesto di continuare con la rubrica domenicale: ‘Quello che tu scrivi serve anche a me per entrare definitivamente dentro l’atmosfera di Repubblica’. E poi mi ha detto che priverei il paese di una voce importante. Allora ho accettato e continuerò a scrivere di domenica”.

 

Poi la domenica è arrivata, però, e Scalfari ha sfoderato un’articolessa da paura: introdotto da un fulmineo esercizio di retorica – “Una volta tanto parlerò della nascita di Repubblica e quindi anche di me”, ci ha scherzato tutti, noi narcisofobici – l’Eugenio ha rimesso in fila l’autobiografia di un successo personale e di gruppo, dalla fondazione del 14 gennaio 1976, con l’aratro di Io-Scalfari all’ultimo lacerto aureo di Ezio Mauro (malignano alcuni: Scalfari cita tutti o quasi i compagni d’avventura, giornalisti e editori, tranne Calabresi, che pure di Rep. è stato valoroso caporedattore centrale); insomma l’ultimo domenicale di Scalfari ripresenta agli smemorati la carta d’identità di un gran mondo antico e del modo giusto in cui starci ancora oggi, nonché la tessera sanitaria di un organismo in salute ma non immune alla trasmissione di certi virus contemporanei. La sintesi migliore della questione, in partibus callidorum, l’ha vergata Angelo Cannatà sull’online del Fatto: il Fondatore ricorda che “l’atmosfera/l’anima di Repubblica è impregnata di queste idee: libertà, eguaglianza, giustizia, democrazia, divisione dei poteri… ovvero: a) lotta al malaffare e alla corruzione; b) denuncia della partitocrazia e dei patti occulti col Caimano; c) difesa della magistratura; d) sacro rispetto della Costituzione; e) giustizia sociale: attenzione ai giovani; al lavoro; alla salute; ai diritti sindacali; ai problemi degli ultimi”. Ergo: occhio al tradimento delle origini, perché i padri della patria repubblicana (nel senso di Rep. “che ebbe fin dall’inizio una sorta di Dna”) sono lì, nell’Ade, con gli occhi puntati: “I nomi vanno da Gobetti a Bobbio, da Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione a Berlinguer”. E così anche i lettori, che “se trovano altro e gli articoli trasudano melassa filogovernativa, se il giornale non morde, perché comprarlo?”. Calabresi gode di fama renziana – ecco un punto, ma non è quello centrale – e, peggio mi sento, non è “sgradito” a Silvio Berlusconi come poté, come può esserlo il sabaudo Ezio Mauro.

 

Tanto che subito i motteggiatori nostalgici, i delusi e i cattivissimi hanno coniato un adagio perfido: “Repubblica è passata dalle mani di un nano gigantesco (Mauro) a quelle di un gigantesco nano (Calabresi)”. Io invece ho ascoltato personalmente la versione di un veterano di Rep. incontrato ai giardinetti con i rispettivi cani, uno che ha raggiunto l’atarassia giornalistica e non ha ragioni per dissimulare, poteva parlare senza rete di protezione, l’ha fatto così: “Dopo vent’anni con Ezio Mauro, Repubblica viaggiava col pilota automatico. Lui, magnifico generale sabaudo, è talmente magnetico che la sua catena di comando, nell’allestimento quotidiano del giornale, è in grado di riprodurne il pensiero anche in sua assenza. I suoi ufficiali sanno esattamente che cosa vorrebbe ogni giorno, e come lo vorrebbe, su questo e quel tema. Un po’ come te con Ferrara, prima, immagino”. Immagini bene, osmosi totale, al limite della possessione. “Ecco, il punto interrogativo dell’operazione Calabresi è tutto qui: gli ufficiali del nuovo direttore saranno in grado di comprenderlo così in profondità? E lui sarà in grado di farsi capire, permeare e divinare come Mauro?”. Mistero proteiforme. “Non credere a chi ti dice che Calabresi è una sòla, è bravissimo e ha anche un grande carisma – assicura il mio collega di giardinetti – E se c’è il carisma c’è l’essenziale”. (Di Scalfari non abbiamo parlato, lui non si può nominarlo invano). Capire Rep., indovinarne la rotta futura: il giornale-partito, il giornale-mondo nel cui vestibolo torreggiano idealmente i ritratti di Arrigo Benedetti, Mario Pannunzio, l’azionismo piemontese al completo risciacquato nell’acqua corrosiva della Capitale e dei suoi Palazzi in cui il Fondatore biancobarbuto “si lasciò pigramente coccolare dai beautiful people di una Roma carina e indulgente” (G. Ferrara)… chi lo avrebbe mai pensato? Repubblica non è stata concepita per essere amata più che compresa. Meglio allora tornare al Fondatore, interpellarne l’animo, auscultarne i sospiri. Tossico delle sue articolesse, ma non scalfarologo, ho preso e letto in un giorno “L’allegria, il pianto e la vita” (Einaudi, 146 pagine, 18 euro, è uscito a settembre) che è di sicuro “la chiusura di un cerchio, il completamento di un lungo percorso che è cominciato nel 1994 con la pubblicazione di ‘Incontro con Io’”, come ha detto lui di recente a Mattia Feltri su TuttoLibri della Stampa. Ma penso che Scalfari potrebbe aver pubblicato anche soltanto quest’ultimo libro, per disvelarsi quanto basta, per farsi inseguire e un po’ trovare, un po’ sfiorare; amare no, quello è impossibile perché lui è un platonico strano (molto più carnale) ma realizzato: nell’amore estremo di sé, anche feroce perché è un amore gnoseologico e senza attenuanti o infingimenti, finisce per traboccar d’amore per l’altro da sé, e infine questo amore gli ritorna indietro moltiplicato come l’Eros descritto nel “Fedro” di Platone. Solipsistico. Sofferente. Alato.

 

Ma l’Eugenio Scalfari di cui si parla ora, qui, è un altro, è forse uno degli ultimi illuministi italiani degno di questo blasone consunto, nell’epoca in cui i Lumi sono – più che trafitti dalla loro progenie involuta, l’irrazionalismo autoritario di ritorno contro il quale ammonirono Adorno e Horkheimer – ombreggiati dalla smemoratezza e dall’incultura. Scalfari è un intellettuale di grandi letture, e come tale fatica a sistematizzare: sebbene figlio legittimo degli encyclopédistes, non erige cattedrali di pensiero ma le distilla nella rapsodia aneddotica, nella ricerca e comunicazione di stati d’animo, gioie d’occasione, frammenti librarii, memorie terrestri. La formula diventa così, facilmente, diaristica. Alla maniera di Montaigne e ancora più di Leopardi, quello dello “Zibaldone” che si può navigare a patto di averne assimilato la rotta nelle “Operette morali”. E Scalfari lo ha fatto. I suoi principali, eterici compagni di viaggio ora sono Rilke, Tolstoj, Dostoevskij, Villon, Francesco De Sanctis, Federico Chabod, Cartesio naturalmente e Fernando Pessoa; Nietzsche perfino, il nemico viscerale dei pensatori sistematici aggrappati a verità soltanto presumibili, ma non il visionario panico dei “Ditirambi di Dioniso”, perché Scalfari è di una lucidità quasi spettrale come gli alberi invernali che lo incorniciano nella bellissima copertina del suo libro. E in effetti lui regola i conti con se stesso attraverso le umbrae silentes della propria vita: la paura del buio e del futuro da parte di un fanciullo altrimenti dedito all’allegrezza, poi divenuto adulto nella personalità ma non del tutto nel suo essere profondo; la presenza durevole e sempre perduta di Euridice come metafora di un anelito profondo all’ulteriorità (trascendenza è troppo); il duplice morire di Pannunzio e Berlinguer come segnacolo di una rottura diacronica, di un prima e un dopo irrorato eccezionalmente di lacrime luttuose; le lacrime, appunto, che sono il pianto di una “Luna malinconica” (è il titolo di alcuni suoi versi) eppure diaccia, mai fuori orbita, perfino nel compianto del padre o della prima moglie Simonetta.

 

C’è la colonna sonora del jazz, in ogni sua sfumatura, come sottofondo del libro scalfariano, a testimonianza di una giovinezza anche divertente, commovente addirittura, oggi che al centro della sua esistenza volteggiano sempre più le domande fondamentali, quelle che negli anni verdi vengono scansate oppure onorate con l’azione frenetica. Il tempo dell’otium, virtù per aristocratici, offre a Scalfari la possibilità di scegliersi un dio, e lui se ne sceglie due, nessuno dei quali è il dio rivelato dei monoteisti (“una meravigliosa invenzione”): sono “la legge di gravità e quella di causalità” sulle quali il Fondatore poggia la sua ricognizione della filogenesi umana, in perfetto ossequio alla narrazione positivista ottocentesca, fideistica malgré soi, priva com’è di quello scetticismo metodologico che s’infiltrò anche in Darwin, ma non nei suoi scolastici epigoni (al posto del Fondatore, avrei fatto ricorso al Jacques Monod de “Il caso e la necessità” che Lucio Colletti, ex metafisico marxiano sconsacrato grazie a Galvano Della Volpe e ritonsato liberale, ci conficcò a suo tempo nei nostri programmi d’esame a base idealista e altezza kantiana). Unica concessione di Scalfari, immanentistica ma chissà quanto: “Il Caos, creatore di tutte le forme”, dunque nella sua accezione esiodea, archetipica, sorgiva ma non per questo consolatoria né metafisica; al limite una scintilla anarchica come l’utopia di Bakunin che seduce la parte debole del Fondatore, quella delle reveries giovanilistiche forse. Il libro si conclude così, e a Nietzsche sarebbe piaciuto: “Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi”, diceva lui. Anche Eraclito avrebbe approvato il rispetto scalfariano per la primazia ontologica della guerra sulla pace.

 

Il libro è finito ma ho volutamente tralasciato fin qui il rovello più secolare di Scalfari, più politico: il rapporto tra masse e potere, tra plebi e principi, dalle origini ai giorni nostri. Il Fondatore s’immerge nella questione nazionale e in quella meridionale, frequenta i padri politici della patria incompiuta (Mazzini, Cavour, Garibaldi) e quelli della nostra res publica litterarum: Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli e Guicciardini. Di questi ultimi s’improvvisa esegeta, ne coglie l’essenziale: la teorizzazione di un compito unificante da assegnare a un principe e la natura invariabilmente subalterna, minoritaria e rinunciataria del popolo incolto, del contado escluso dai processi unitari e dalla partecipazione democratica. Il disincanto di Guicciardini e la Machtpolitik di Machiavelli sono il fondale di una riflessione, l’arco invisibile di un’oscillazione continua tra il sogno dell’eguaglianza e la realtà disintegrante, molecolare della società globalizzata “in quelle nazioni dove non c’è più popolo ma plebe. Plebe del mondo d’oggi, stregata dai demagoghi che ne affascinano la fantasia e soddisfano il loro desiderio di godere di libertà privata delegando la cosa pubblica nelle mani dei Dulcamara che li incantano con il loro carisma”. E dunque rieccoci al carisma, fatale elisir, da cui eravamo partiti con Ezio Mauro e Mario Calabresi e i tormenti scalfariani. Si capisce che nel discorso scalfariano c’è un bersaglio grande – la società mondializzata dell’immagine, tutta chiacchiere e videocracy – e ce n’è uno minore, ma non per questo meno inquietante: al Fondatore, al resistente emerito contro il berlusconismo di ieri e di oggi, si sa, non piace Renzi. Lo capisco benissimo, but: what else?, per dirla con la pubblicità di George Clooney, che non è Marcello Mastroianni e non è Vittorio Gassman, i compari di una strepitosa intervista con Scalfari, risalente al 1996 e ripubblicata nel libro, quasi tutta centrata sul tema della vacchiaia. Ed eccoci finalmente a destinazione. La vecchiaia c’è fin dapprincipio, nel libro di Scalfari, me la sono conservata per ultima perché è troppo importante. Scalfari è vecchio, non c’è dubbio, e sulla sua vecchiaia ha scritto righe preziose.

 

[**Video_box_2**]Non è in quanto vecchio in sé, ovvio, che Scalfari si fa meritevole ai nostri occhi, è in qualità di venerando ermeneuta dell’attuale gioventù: “Una crescente popolazione di giovani che sono totalmente indifferenti rispetto alla politica. Indifferenti e in parte addirittura nichilisti: non hanno alcun interesse per la storia, sono perfino indifferenti a quella familiare: ovviamente conoscono i loro genitori e forse i nonni, anche se dialogano molto poco sia con gli uni che con gli altri, ma il nome e le vicende dei bisnonni gli sono del tutto sconosciuti né cercano di far luce su questa loro voluta ignoranza”. Beata, si sarebbe detto un tempo. Ma voluta è più corretto, più autentica come aggettivazione. Con queste parole, tuttavia, Scalfari risponde da sé ai propri tormenti, e spiega più di quanto voglia o possa ammettere la genealogia del principato renziano, del Royal Baby ferrariano e del self made Cav. dal quale a modo suo discende lui con i suoi pischelli di potere. Anzi, a voler dirla tutta è il medesimo Scalfari: “Questi giovani, probabilmente senza esserne consapevoli, portano avanti il mutamento d’epoca. In altri miei scritti li ho chiamati i nuovi barbari, nel senso positivo della parola, quelli cioè che non parlano la nostra lingua né vogliono apprenderla, la rifiutano. Vivono il presente e immaginano il futuro senza avere il supporto del passato e delle sue esperienze”. E si permettono pure di governare l’Italia. Non sono i nostri tipi, è chiaro, e avercene di Fondatori come Scalfari a fargli le pulci o disinfestarli dagli eccessi. Ma funziona così. Scalfari è percepito in casa fogliante come un avversario che onora nella dialettica mai sopita fra il realismo spericolato togliattian-amendoliano e il moralismo azionista dei puri (con qualche scappatella demitiana di troppo ma vabbè), e destinata a riemergere carsicamente nella longue durée della notte craxiana, poi berlusconiana indi renziana. E’ troppo amico dell’intelligenza per non comprendere che un evo si è chiuso e la sua sensibilità, giusta o sbagliata che sia e comunque attestata su linee di vetta, è perduta. Avrebbe tutta l’aria di uno scandalo della ragion pura, ma è un diritto della ragion pratica di questi tempi, di questa Italia, di questa Repubblica.

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