Il terrore secondo Obama

Domenica scorsa Barack Obama ha tenuto un discorso d’importanza epocale sul terrorismo. L’importanza epocale non è nelle – inesistenti – novità strategiche e militari annunciate per sconfiggere lo Stato islamico ma nella mentalità che il discorso illumina, nelle premesse ideologiche implicite che fa emergere.
Il terrore secondo Obama

Obama ha usato lo scenario più grave, lo Studio Ovale, per far passare domenica il suo messaggio: la minaccia del terrorismo è reale, ma la strategia attuale è quella giusta

Domenica scorsa Barack Obama ha tenuto un discorso d’importanza epocale sul terrorismo. L’importanza epocale non è nelle – inesistenti – novità strategiche e militari annunciate per sconfiggere lo Stato islamico all’indomani di una strage terroristica in California e nel contesto di una guerra globale, ma nella mentalità che il discorso illumina, nelle premesse ideologiche implicite che fa emergere. In tredici minuti Obama ha esposto un compendio della sua filosofia, ha mostrato la sua visione del male e ha tratteggiato la sua concezione della storia, collocando la presente minaccia all’interno di un cosmo ideologico. Il discorso dice poche cose e già sentite su cosa farà l’America per sconfiggere il Califfato, ma dice molto su cosa Obama pensa del nemico e dello stato della guerra in corso. Il primo giudizio che si evince ha un retrogusto flaianesco: la situazione è grave, ma non è seria. Per Obama lo Stato islamico è un nemico orrendo e insidioso, certo. Ma non crede che la minaccia che rappresenta sia davvero in grado di impensierire né di mettere in discussione il modello di vita occidentale o di scardinare i fondamenti illuministi e liberali che lo tengono in piedi. Non è un competitor credibile. In questo, Obama ha idee radicalmente diverse rispetto ai suoi avversari conservatori, e non è appena un problema di approccio “boots on the ground" contro neoisolazionismo. Secondo George W. Bush e almeno un paio di generazioni di conservatori, la guerra contro al Qaida e il terrorismo islamico in generale è la Terza, anzi la Quarta guerra mondiale, ché nel conteggio esposto da Norman Podhoretz la Guerra fredda meritava un posto sul podio, in quanto ideologicamente rovente. In fondo era un conflitto fra bene e male, più mondiale di così.

 

Peter Beinart sull’Atlantic ha ricordato un passaggio del discorso di Bush al Congresso pochi giorni dopo l’11 settembre 2001: “Al Qaida è l’erede di tutte le ideologie assassine del Ventesimo secolo”, e ancora molti conservatori, specie quelli di ascendenza neocon come Marco Rubio, concepiscono lo scontro in questi termini. Obama non la vede così, e per dimostrarlo basterebbe il fatto che un discorso concepito per rassicurare il paese dopo una strage commessa da “soldati del Califfato” (definizione della macchina della propaganda dello Stato islamico) cresciuti o ospitati dall’America, a conti fatti non offre alcuna rassicurazione strategica, nessun cambio di rotta, nessuna riforma antiterrorismo, nessuna legge speciale, nessun ripensamento sul disengagement. Obama ha usato lo scenario più grave, lo Studio Ovale, e l’ora di maggior traffico televisivo, il prime time della domenica sera, per passare un semplice messaggio, articolato in due segmenti. Primo: “La minaccia del terrorismo è reale, ma noi la supereremo”. Secondo: la strategia per “ottenere una vittoria sostenibile” è “quella che stiamo usando adesso”, fatta di bombardamenti aerei, forze speciali, collaborazione con le forze locali che stanno combattendo per riprendere controllo del loro paese.

 

E’ uno sfoggio di sicurezza notevole per il leader di un occidente traumatizzato dagli attacchi del 13 novembre, spaventato dall’afflusso di migranti, dalle libertà di movimento concesse da Schengen e da altri accordi che permettono gli spostamenti di merci e persone in un quadro civile di libertà, un occidente dove non è inconcepibile che un candidato alla Casa Bianca proponga di chiudere le frontiere americane ai musulmani finché i leader del paese non avranno capito “what is going on”. Obama poggia questa sicurezza su una convinzione profonda, che ha ripetuto allo sfinimento in questi anni e che non poteva mancare nella sintesi dello Studio Ovale: “Sono certo che porteremo a termine questa missione perché siamo dal lato giusto della storia”. Obama teme relativamente la minaccia del fanatismo islamico perché nella storia fatta di due lati o due sponde, quella giusta ha già vinto. La libertà ha trionfato sulla paura, la dignità sull’oppressione. Le minacce di oggi vengono da un branco di “predoni e assassini, parte di un setta della morte” che non rappresenta niente se non una minoranza infinitesimale di un gruppo religioso largamente pacifico e desideroso di stare dentro la modernità aperta e pluralistica. Gli infami tagliagole con la bandiera nera non sono che residuo della storia, un accumulo di detriti sulla battigia, in attesa della marea.

 

Obama ha usato l’immagine tradizionale del cancro: “Molti americani si chiedono se siamo aggrediti da un cancro per il quale non esiste una cura”. E’ un cancro asportabile con la chirurgia, garantisce il presidente, che non considera la strage di San Bernardino (o gli assalti di Chattanooga e Garland, la strage di Boston, il massacro di Fort Hood, l’attentato delle “mutande” su un volo per Detroit e via dicendo) una metastasi di un male più grande, di proporzioni e profondità storiche, ma come un male in fondo episodico.

 

Gli attentatori che hanno ucciso 14 persone e che cospiravano contro l’America anche prima di conoscersi sono “soldati”, nemmeno semplici affiliati del franchising del terrore, per Obama sono cani a briglia sciolta “finiti nel sentiero oscuro della radicalizzazione”. “Mentre siamo migliorati nel prevenire attacchi complessi come quello dell’11/9, i terroristi hanno iniziato a commettere atti di violenza meno complicati, simili alle stragi che sono fin troppo comuni nella nostra società”, ha detto. L’accostamento con i “mass shooting” domestici è estremamente significativo nel delineare la concezione che Obama ha del terrorismo islamico. Il tratto che distingue la maggior parte dei massacri americani in scuole, università e altri luoghi pubblici è la “randomness”, l’idea che può succedere ovunque e in qualunque momento, non c’è una logica rintracciabile. Queste fiammate di violenza nascono nei disturbi mentali di soggetti fragili, dentro sacche di un disagio multiforme difficile da individuare e comprendere, una complessità che disarciona ogni tentativo di far discendere le Newtown e i i Virginia Tech da moventi razionalizzabili. La ciclica crociata liberal per il “gun control” copre l’imbarazzo di non sapere esattamente dove mettere le mani quando un ragazzo di vent’anni si mette a sparare nei corridoi di una scuola elementare. Il caso di San Bernardino non ha nulla di casuale, non è un raptus e non è stato innescato dalla malattia mentale di assassini disturbati, ma con le sparatorie americane ha in comune la casualità degli obiettivi. Non hanno colpito nulla di simbolico, non una base militare, non un aereo o un treno, non un palazzo del governo, un supermercato kosher, un centro economico, un ufficio di reclutamento dell’esercito, nemmeno una discoteca, un mall o un altro simbolo del “nostro stile di vita” che il nemico giudica blasfemo. Per chi considera il terrorismo islamico una minaccia profonda, esistenziale e con profonde capacità di penetrazione nei cuori e nelle menti, questa casualità è un’aggravante: le vittime sono state uccise perché erano kuffar, infedeli, questa è la loro unica colpa.

 

Obama invece ha cercato di usare quest’anomalia per costruire un’ardita reductio ad sparatoriam dell’atto terroristico, con tanto di supplica al Congresso di approvare leggi per limitare le armi da fuoco almeno per chi compare nella no fly list (i nomi di Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik in quella lista non sono mai comparsi, ça va sans dire). Facendone dei soggetti ai margini di qualunque cosa, anche dello stesso Stato islamico, il presidente li ha sostanzialmente de-islamizzati: aderiscono a una “interpretazione perversa dell’islam”, ha detto con la sicurezza di un’autorità religiosa, e l’indicazione di scomunicare gli affiliati dello Stato islamico corre per l’intero establishment liberal. John Kerry garantisce che sono “apostati”. Hillary Clinton parla di lotta ai “jihadisti radicali”, lasciando intendere che con i jihadisti standard si può ragionare, magari anche prendere un drink al Bataclan. Tutto pur di rappresentarli come spuri, isolati, pazzotici, manipolati e pieni di spazzatura mentale quanto un americanissimo sparatore imbottito di risentimento e di problemi.

 

Per sconfiggere un nemico siffatto è sufficiente mantenere la calma ed eseguire con maggiore vigore, precisione e pazienza la strategia già delineata, le acque della storia fluiranno naturalmente verso la sponda giusta. L’occidente liberale sconfiggerà infine il Califfato bevendo champagne e facendo il matrimonio gay: formulazione stringata ma che dà la misura di una visione del mondo. Non hanno cittadinanza in questa èra gli epici scontri di civiltà evocati dai repubblicani, alcuni dei quali credono – e Bush è fra questi – addirittura nel peccato originale, l’idea che il male è anche dentro ciascuno, non soltanto fra gli abitanti della sponda sbagliata. Tutta un’altra antropologia, tutta un’altra storia.

 

[**Video_box_2**]Ancora Beinart: “Obama è un tipo di fukuyamiano. Come Francis Fukuyama, l’autore del famoso saggio del 1989, “La fine della storia”, anche lui crede che forze potenti, strutturali condurranno le democrazie liberali a trionfare sui loro avversari, a condizione che queste democrazie non facciano cose stupide tipo perseguitare i musulmani in patria oppure invadere terre musulmano all’estero”. Il “don’t do stupid stuff” di Obama, archiviato un po’ da tutti come una sciocchezza (Hillary compresa: “Non è un principio organizzativo”, ha detto snobbando le qualità geostrategiche di chi le ha dato un posto da segretario di stato) in realtà contiene un’idea profondamente incastonata nella mentalità progressista: la storia va da sé nella direzione giusta, noi dobbiamo limitarci a non fare stupid stuff. Sono concetti che il presidente ha orecchiato fin da ragazzo dal pantheon degli eroi liberal, da John Dewey a John Rawls fino a Martin Luther King e al millenarismo della teologia nera a cui hanno poi candeggiato via ogni residuo di trascendenza.

 

Accanto alla certezza che il nemico califfale non è pericoloso quanto lo disegnano le nostre paure (un sondaggio dice che gli americani temono attacchi terroristici come non era mai successo dall’11 settembre 2001. Fonte: New York Times/Cbs), una seconda convinzione emerge dal compendio della filosofia obamiana: il nemico ragiona con le nostre stesse categorie. Prendiamo quello che il presidente ha intimato di non fare per sconfiggere il nemico: “Non dobbiamo farci trascinare una volta ancora in una lunga e costosa guerra di terra in Iraq e Siria. Questo è quello che gruppi come Isil (lo Stato islamico, ndr) vogliono. Sanno che non possono sconfiggerci sul campo di battaglia. I combattenti di Isil erano parte dell’insurrezione che abbiamo affrontato in Iraq. Ma sanno anche che se occupiamo terre straniere, potranno mantenere le rivolte per anni, uccidendo migliaia di soldati, prosciugando le nostre risorse e usando la nostra presenza per attirare nuove reclute”.

 

Rukmini Callimachi, formidabile esperta di terrorismo del New York Times, ha concesso un certo credito teologico a Obama, spiegando in un articolo che il presidente si rifaceva “in parte” alla profezia secondo cui l’islam raggiungerà la sua massima espansione dopo un’apocalittica battaglia contro le armate di Roma, cioè occidentali, nella città di Dabiq, in Siria. Questo spiega perché lo Stato islamico non nasconde, anzi pubblicizza, la speranza che l’occidente invii truppe di terra. Il lato giusto della loro storia passa dalla battaglia finale di Dabiq. Davvero Obama ha suggerito al popolo americano, sebbene “in parte” e in forma implicita, che la ratio per non inviare truppe è evitare che si materializzi una profezia apocalittica vantaggiosa per il nemico? Al contrario di Callimachi, Beinart e altri osservatori hanno sentito in quel passaggio un’eco delle idee molto più prosaiche di Robert Pape, il politologo che interpreta qualunque iniziativa terroristica come animata da una laica logica di liberazione dalle forze di oppressione, generalmente occidentali. Ogni tentativo, compresi gli attacchi suicidi, è riconducibile a “un obiettivo specifico, secolare e strategico: costringere le democrazie moderne a ritirare le loro truppe dai luoghi occupati”.

 

In quest’ottica, Obama vuole evitare di posare anfibi americani sul terreno per non fomentare un movimento di reazione nell’area contro l’occupante occidentale, dunque colonialista. Altro che battaglia della fine dei tempi a Dabiq. Fa qualche differenza che dietro la resistenza di Obama a un’iniziativa bellica su larga scala contro lo Stato islamico ci siano ragioni di ordine religioso/apocalittico oppure semplici calcoli tattici? Il risultato politico è identico, ma i due ordini di intenzioni illustrano concezioni che non potrebbe essere più lontane. Una prende sul serio il nemico, lo ritiene persuasivo e ideologicamente vitale, fervido nella sua spinta religiosa, tanto da essere in grado dispiegare forze enormi se messo in condizione di raccontare al suo bacino di riferimento la storia puramente religiosa di uno scontro esiziale dal quale dipende il destino del mondo. La seconda giudica invece il nemico un attore brutale e abominevole, ma allo stesso tempo debole, irreligioso e a corto di argomenti, a tal punto da supplicare un’invasione di terra per poter suscitare una qualche forma di resistenza e trascinare i soldati occidentali in un altro pantano. In virtù dell’antico vizio liberale di considerare l’altro come assimilabile a sé, Obama propende per quest’ultima scuola di pensiero, una visione in cui gli attentatori islamici sono disperati a cui hanno fatto il lavaggio del cervello o lupi solitari radicalizzati per le condizioni economiche, incubi modellati sul paradigma dell’occidente secolarizzato. Come però ha scritto Graeme Wood in un saggio diventato famoso: “Quando un boia mascherato grida Allahu akbar mentre decapita un apostata, a volte lo fa per ragioni religiose”.

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