Dieci donne da amare

La felicità si racconta male perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge. Le storie d’amore, invece, quelle si possono raccontare, perché sono fatte con la vita delle persone, con gli inciampi e l’imperfezione, con l’euforia e con il dolore di quel che accade e ci scoraggia.
Dieci donne da amare

François Truffaut trovò poco più che ventenne il romanzo “Jules e Jim” in libreria a Parigi, infilato tra i libri d’occasione, usciti da qualche anno e dimenticati. Nel 1962 ne fece un film: Catherine

La felicità si racconta male perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge. Le storie d’amore, invece, quelle si possono raccontare, perché sono fatte con la vita delle persone, con gli inciampi e l’imperfezione, con l’euforia e con il dolore di quel che accade e ci scoraggia. Con tutto quello che sorprende perché non l’avevamo previsto, con l’idea un po’ folle, ma reale, che viviamo ogni minuto, ogni anno, ogni esistenza per inseguire un sentimento. Un modo che ci appartenga, che ci faccia sentire a casa. Un dolore, anche. Un viaggio da sola attraverso il deserto australiano, come Mia Wasikowska in “Tracks”, con i cammelli addomesticati e un cane, e l’ostinazione di restare sola e non avere nessun bravo ragazzo intorno. Una storia d’amore indicibile con il figlio della migliore amica di sempre, mentre lei si innamora, riamata, del figlio dell’altra, e sembra un gioco e invece è la vita intera e anche una sofferenza straziante, come accade in “Two mothers”, di Anne Fontaine, tratto dal racconto di Doris Lessing “Le nonne”. Ci sono cose dentro le persone che non dobbiamo per forza comprendere, spesso è impossibile finché misuriamo ogni vita con la nostra vita, ma c’è questo sentimento, questo demone, che a volte grida al posto nostro, e ci attira come una calamita verso mondi strani, verso tuffi nella Senna o pericolosi metodi amorosi, verso una missione che non credevamo di voler compiere o incidenti che cambieranno ogni centimetro della nostra vita e del nostro corpo. Verso una sconosciuta con la faccia sporca di terra che dice, senza alzare gli occhi e senza fare altre domande: “Segui la tua strada tesoro, segui la tua strada”.

 

Seguire la propria strada è il filo che lega dieci romanzi, dieci storie di donne, da cui sono stati tratti dieci film che stanno per uscire tutti insieme in libreria in una collana BIM (ognuno ha una copertina che sembra un quadro, illustrata da Nine Antico) e hanno raccontato ciascuno un sentimento femminile o universale, ma le protagoniste sono sempre le donne: questi film sono diventati importanti per decifrare il senso, gli sbagli, la febbre che ci prende quando facciamo della nostra vita quello che più ci somiglia, quello che, mentre lo viviamo, è difficile comprendere, e allora ci affidiamo alla letteratura, cerchiamo le somiglianze, andiamo al cinema, ci sediamo in fondo, dietro, e pensiamo: beate loro, oppure: io così mai, io così non ce la faccio, però guarda che coraggio, guarda che strano, si può vivere anche così. Ogni personaggio degno di questo nome, ogni ragazza di carta o bellissima attrice lampeggiante, come Marion Cotillard in “Un sapore di ruggine e ossa”, di Jacques Audiard, tratto da “Ruggine e ossa” di Craig Davidson (Einaudi), è una forma del sentimento di chi l’ha creato, di chi lo guida nei movimenti e lo fa vivere e ballare, quindi ogni personaggio inventato ha a che fare con la vita nella sua realtà, cioè con la poesia della vita: quella musica senza note che la guida dal primo giorno all’ultimo, quell’unica missione a cui essere intimamente fedeli, e se invece succede di tradirla, perché succede, sarà la vita a ribellarsi. Keira Knightley, la protagonista di “La duchessa”, tratto dal romanzo “Georgiana”, di Amanda Foreman, chiede piena di ingenuità a Charlotte Rampling, sua madre: “Ma lui mi ama? Sarò felice, mamma?”, e la madre con lo sguardo che brucia risponde: “Ma certo”. Invece il duca sarà l’unico uomo d’Inghilterra a non amarla, e la delusione si prende tutto, lavora dentro, e la spinge a dare scandalo, a cercare una nuova strada. “Qualsiasi cosa tu stia cercando, trovala e torna a casa, ok?”, dice la migliore amica a Robyn, l’attraversatrice di deserti, in “Tracks” (tratto dall’autobiografia di Robyn Davidson, che quel deserto l’ha attraversato davvero nel 1977, da sola, con i sandali, i cammelli, un cane). Tutta quella strada sotto il sole a che cosa serve a venticinque anni, le notti al gelo, la sete nel deserto, e il fucile carico, la pelle bruciata, dormire abbracciati al proprio cane, rifiutare il mondo: a Robyn serve per seguire il filo della propria tristezza, e alla fine arrivare al mare, davanti all’oceano, dopo migliaia di chilometri dentro la polvere e dentro il proprio cuore, e spezzare l’infelicità.

 

Giorgio Bassani, che ha sempre inseguito con la letteratura il proprio sentimento, la malinconia, ha scritto in una lettera alla madre che gran parte delle loro disgrazie erano causate “dall’aver disertato il mare”, e non è una piccola giustificazione, non è una scusa letteraria, è un’idea chiara su quali siano le cose indispensabili per vivere: in questi dieci film, in questi dieci libri, si cercano quelle cose, e sembra che ognuna di esse (anche quando, come per la protagonista di “Miele”, film di Valeria Golino tratto da un romanzo di Mauro Covacich, “A nome tuo”, si aiutano le persone a morire) contenga l’amore degli altri, l’incontro con un altro. E dentro questo bisogno, umanissimo, vitale, semplice, ecco Catherine: la protagonista di “Jules e Jim”, il film di François Truffaut tratto dal romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché, si tuffava negli uomini come si tuffava nella Senna, con lo stesso slancio, istinto, assoluta indifferenza per le conseguenze dell’amore. E’ diventata, nell’immaginazione di tutti quelli che hanno guardato cento volte il film, e ogni volta scoperto una frase, uno sguardo, un golf bianco di Jeanne Moreau, una spiegazione nuova ai propri tumulti, la regina dell’avere tutto, la ragazza del cataclisma, con il sorriso simile a quello di una statua che i due amici Jules e Jim avevano cercato nei libri e trovato infine su un’isola greca. “Avevano mai incontrato quel sorriso? Mai. Cosa avrebbero fatto se lo avessero incontrato? Lo avrebbero seguito”, scrisse Henri-Pierre Roché nel romanzo. Jules e Jim seguono quel sorriso fino alla fine, fino all’estremo. Di questi dieci film, di queste dieci storie, “Jules e Jim” è forse la più conosciuta, la più mitizzata del Novecento, quella in cui tutti hanno trovato, o sperato di trovare, pezzetti di sé, o una proiezione del desiderio: una storia che non può invecchiare e non importa affatto che sia quasi vera (e lo è), che quel sorriso e quel desiderio abbiano acceso un vero volto di donna amata, importa che incarni un sentimento, la bramosia dell’amore, l’amicizia che resiste a tutto. Truffaut, che poco più che ventenne non era ancora un regista ma un critico cinematografico nei Cahiers du cinema, trovò il romanzo in libreria a Parigi nel 1956, infilato tra i libri d’occasione, scontati, usciti già da qualche anno e mai notati, oppure dimenticati. Iniziò a sfogliare quel libro in piedi, attirato dalla musicalità del titolo, con quelle due “J” che vanno pronunciate non allo stesso modo, ma una alla francese e una all’inglese, e si innamorò all’istante di Catherine, e di quel ménage à trois che ha affascinato tutti, dopo. Divenne amico di Henri-Pierre Roché, che nel libro, aiutato dal distacco del tempo, aveva raccontato di sé, di Franz Hessel e di sua moglie Helen. Truffaut leggeva e rileggeva quel libro almeno due volte l’anno fino a quando non riuscì a girare il suo lungometraggio, convincendo i produttori che la donna non era “una puttana”, e che avrebbe comunque commosso gli spettatori, con quell’innocente voracità di vita, con quel bisogno di tuffarsi negli uomini senza altro fine che la curiosità, l’esperienza, la saggezza, ma soprattutto: l’essere fedeli alla missione. La missione, per Catherine, e quindi per il sorriso non civettuolo, non amiccante, ma aperto al mondo di Jeanne Moreau, era il sentimento. Per avere il sentimento era disposta a tutto: a dipingersi baffi da uomo e correre sopra un ponte, a fare una figlia con uomo di cui vedeva la generosità, l’innocenza, la debolezza, a cercarne altri per far penetrare dentro di sé la felicità, a legare a sé due amici finendo per distruggerli, ma sempre con lo sguardo che brilla e trabocca di sentimenti, cose, sensazioni tenute dentro a fatica. Non sapeva fare altro, non le importava di nient’altro. Suscitare amore, giocare con l’amore, cercare amore, tenere tutti insieme, amare tutti contemporaneamente, senza la percezione del tradimento, ma con un’idea precisa del possesso: lei non apparteneva a nessuno ma tutti appartenevano a lei. E senza cura per la felicità di quelli da cui pretendeva amore. La cura, quella, Catherine l’ha affidata agli uomini, e forse per questo è diventata il simbolo dell’anticonformismo, di un’affascinante noncuranza, e la distruzione che ha creato, lo sconvolgimento interiore sono stati meno importanti di quella vita al vento, vissuta come una strana vacanza, in balia delle emozioni e mai deila responsabilità, guidata soltanto dal senso dell’amicizia e dell’amore. “M’hai detto ti amo, ti dissi aspetta, stavo per dirti eccomi, tu m’hai detto vattene”, è la frase d’inizio del film che, secondo la donna che lo ha ispirato, l’unica dei tre ancora viva per assistere alla propria celebrazione cinematografica, ha saputo cogliere “le emozioni più intime”. Il senso di quella missione. Strampalata, egoista, estrema, esageratamente moderna e priva di delicatezza, brutale perfino (“Io non voglio essere capita”, diceva Catherine), ma vera. Lei non voleva essere capita, non le importava, così come Robyn Davidson rispondeva “Perché no?” a chi le chiedeva perché vuoi attraversare un deserto a piedi, che te ne importa, e anche come le due madri di Doris Lessing, nel film interpretate da Robin Wright Penn e Naomi Watts, che vedono ognuna nel figlio dell’altra la possibilità di un amore in ritardo, il soffio di vita della giovinezza non ancora perduta e un completamento di quella amicizia così intensa: non si preoccupano delle conseguenze, dello scandalo di quattro corpi che si cercano in riva al mare, non si occupano di cercare una definizione alla sensualità morbosa dentro cui si sono lasciate naufragare. “Non sono mai stata così felice, e non voglio smettere”, è l’unica regola, la sola missione. Non ci sono sentimenti più forti, nemmeno l’essere madre può vincere sul bisogno di seguire la propria cattiva strada.

 

[**Video_box_2**]Queste dieci storie, ha scritto Chiara Gamberale, autorizzano i nostri più segreti desideri. Non importa che siano desideri corretti, non importa che tutte le ragazze siano buone. E la storia più potente è quella di “Ruggine e ossa”, il film di Jacques Audiard, la donna più sconvolgente è Stéphanie, addestratrice di orche marine che perde le gambe in un incidente durante uno spettacolo con gli animali che ama e che le danno un posto nel mondo. Adesso questo posto è perduto, lei è sola, la vita è cambiata per sempre, c’è una sedia a rotelle con lei. Deve trovare una nuova strada. “Mi piaceva essere guardata, mi piaceva sapere che li seducevo, che li eccitavo. Ma poi tutto questo mi annoiava”. Il pugile con figlio di cinque anni non ha nessuna compassione per lei, è senza soldi e senza pensieri, senza delicatezza, disordinato, violento, distratto, senza troppo spazio per i pensieri. E’ da qui, dalla mancanza di pietà, da un corpo amputato, dal cibo e dal sesso, che si riparte. Lui spacca il ghiaccio con i pugni fino a rompersi le ossa, lei riesce a spaccargli il cuore e a togliere la ruggine senza mai chiedere aiuto. “Se vuoi andare avanti dobbiamo fare le cose per bene, è di gentilezza che sto parlando”. Anche qui, nell’elenco delle cose indispensabili per vivere e seguire la propria missione, e diventare la donna che si è scelto di essere, per contrarietà o per convinzione, fra Jeanne Moreau, Marion Cotillard, Mia Wasikowska che si tuffa vestita e tutte le altre uguali a nessun’altra, c’è il non aver disertato il mare.

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